Zaha Hadid a Napoli Afragola: come giudicare la nuova stazione per l’Alta Velocità?

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La Stazione di Napoli Afragola, rendering di progetto.

Negli ultimi anni, siamo ormai stati abituati ad assistere alla comparsa più o meno felice sul territorio di grandi opere firmate da archistar; scommetto che verranno anche a voi in mente molti esempi, non è vero? Bene, io trovo se ne parli molto ma che spesso i giudizi siano dati a priori, senza fornire gli oggettivi spunti per farsi un’opinione.

Nel caso di Zaha Hadid e della nuova stazione dell’alta velocità di Napoli Afragola sono riuscita a documentarmi un po’ e vorrei analizzare insieme a voi questo ambizioso progetto. Oggi dunque ci addentriamo in un terreno spinoso, quello dell’architettura contemporanea, per di più applicata alle grandi opere!


(Premessa: abito in Valle di Susa e quindi il termine TAV tende sempre a farmi venire l’orticaria, però prometto che sarò oggettiva)

Partiamo quindi dal principio, osservando questa infrastruttura progettata da Zaha Hadid Architects ed inaugurata un paio di giorni fa, con l’ausilio di questo video,  realizzato da Michele Feola:

Se poi vi interessa vedere qualche foto dell’interno, ecco il link ad una galleria di immagini pubblicata da Il Post.

Come si può vedere, si tratta di una stazione ferroviaria che ha l’ambizione di diventare la “porta partenopea dell’alta velocità-alta capacità a Napoli”, rivolta a treni destinati in altre città del meridione. Accoglie poi anche i treni del trasporto locale, come la metropolitana regionale e la Circumvesuviana.

I lavori sono durati una decina d’anni e l’inaugurazione è avvenuta lo scorso 6 giugno.


Bellezza, funzionalismo e solidità

Come forse ormai qualcuno di voi ormai sa, a me piace sempre partire dai tre concetti espressi dal caro vecchio Vitruvio: venustas, utilitas e firmitas. (Non sapete di che parlo? Ecco un link a tema: La magia dell’architettura: i miei migliori motivi per camminare con il naso per aria)

Quindi, addentriamoci a conoscere il progetto di Zaha Hadid.

Stiamo parlando di una stazione passante, intesa come un ponte sopra i binari: un’idea nata dalla trasformazione della passerella di comunicazione tra i binari nella principale galleria passeggeri. Il ponte vuole poi mantenere una connessione tra i due lati separati dalla ferrovia, dove ci sono zone verdi e a parcheggio.

Gli accessi sono siti alle estremità, mentre la sala principale è una sorta di atrio luminoso che collega visivamente tutte le parti, coperta da una vetrata di circa 5000 mq con superiori shader per la diffusione controllata della luce solare diretta.

In sintesi questo è quanto, ed ora possiamo analizzarla. Partendo dalla bellezza, direi che non si possono fare obiezioni: l’opera sembra essere armoniosa ed equilibrata, caratterizzata da linee fluide eppure geometrica. Il disegno sinuoso mantiene una certa idea di linearità e l’utilizzo del bianco e del vetro conferisce un senso di minimalismo che mi affascina sempre. Però si sa, l’architettura è il gioco degli spazi e dei volumi nella luce (come diceva il caro Le Corbusier), quindi per giudicare meglio bisognerebbe esserci stati.

Anche la funzionalità della struttura (da non confondere con la sua utilità in generale) non sembra male: il percorso dei viaggiatori pare essere ben delineato e mi risulta che ci sia una gerarchia degli spazi chiara e, spero, efficace. C’è anche da dire che si tratta di una stazione con due binari, quindi non dovrebbe essere troppo complicato in ogni caso.

Infine, per quanto riguarda la solidità, solo il tempo potrà dirci quanto questo criterio sia stato seguito. Per adesso, possiamo limitarci a notare che non si tratta di una di quelle strutture ardite e stravaganti difficili da mantenere e da capire, ma piuttosto di qualcosa dall’aspetto decisamente solido e quasi massiccio in certi punti.


Rapporto con il contesto e utilità

(Altra premessa: in molti casi non sono una grande amante delle stravaganze firmate da cosiddette archistar, soprattutto quando ci sono in ballo appalti pubblici vertiginosi, ma di nuovo cercherò di essere obiettiva)

Sull’utilità che hanno in certi casi queste grandi stazioni che, non a caso, sono a volte definite “cattedrali nel deserto” non mi pronuncio: i casi possono essere molti e non conosco abbastanza bene la rete dei trasporti di quest’area della Campania. Non so dirvi se la stazione di Napoli Afragola progettata da Zaha Hadid saprà diventare il grande polo che ci si aspetta, ma la risposta sarà nel futuro: esistono processi che si innescano nel tempo e che a volte sono difficili da prevedere.

In ogni caso, spero che possa essere un buon punto di partenza per incentivare le linee ferroviarie del Sud Italia, che ne hanno bisogno, anche perché, se ho letto bene, per ora si parla di trentasei treni al giorno. Una media di tre all’ora, particolare che non so se basti a giustificare una spesa di 65 milioni!

Eppure, è anche vero da qualche parte bisogna pur partire, quindi lascio ai posteri la possibilità di giudicare le nostre grandi opere. (“Che prima o poi ritorneranno polvere”, come suggerisce una canzone de Le luci della centrale elettrica).


Voi che ne pensate? Vi piace questa modernissima architettura? Avete qualche informazione in più sul suo utilizzo futuro? Fatemi sapere!

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La nuova sede del Chicago Tribune: storia di un concorso da 50.000 dollari

Chicago, 1922: un ambizioso bando di concorso invita tutti i più importanti architetti del mondo a progettare il più bell’edificio per uffici immaginabile, con tanto di cospicuo premio in denaro.

Con queste premesse, quali risultati vi immaginereste? Dato il periodo, io punterei su un trionfo del funzionalismo o mal che vada dell’Art Déco, e dovete sapere che mi sbaglierei.

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Lewis Edward Hickmott, la corte d’onore dell’esposizione Colombiana, 1894.

Infatti, come anticipato nello scorso post (ve lo siete perso? Ecco il link per rimediare: Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?), le basi del Movimento Moderno gettate dalla Scuola di Chicago presto vengono sommerse da un’ondata di nuovo eclettismo: le strutture realizzate in maniera ormai nuova, con scheletro in acciaio, vengono mascherate da decorazioni ispirate a lessici architettonici del passato europeo, come il gotico oppure il barocco.

Un esempio in questa direzione è sicuramente l’Esposizione Universale del 1893 che, pur dovendo mostrare la grandezza architettonica di Chicago, sceglie edifici pomposi e assai poco moderni.

Ma torniamo a noi e al concorso sopra citato che, per farla breve, è un bando del 1922 per la realizzazione del progetto di una nuova sede per il Chicago Tribune (al tempo il secondo giornale per importanza degli Stati Uniti), che sarebbe letteralmente dovuta essere “il più bel palazzo per uffici del mondo”. 

Una campagna pubblicitaria forte, insieme al primo premio di 50.000 $ (l’equivalente di circa 690.000 $ odierni!) garantisce a questo concorso una grandissima attrattiva ed un notevole interesse, ulteriormente enfatizzato dalla scelta di invitare direttamente alcuni tra gli architetti più prestigiosi del mondo, pagando i loro progetti 2.000 $ l’uno.


I progetti presentati

Il concorso per la nuova sede del Chicago Tribune vede circa 260 studi partecipanti da una trentina Paesi del mondo, diventando un punto importante di confronto per l’architettura contemporanea e per il suo sviluppo. Se si guardano i progetti presentati, si può riscontrare una grandissima varietà. In linea di massima, gli Europei mantengono linee più moderne rispetto agli Americani, ad eccezione ad esempio del trionfo eclettico dell’italiano Saviero Dioguardi.

Qui di seguito trovate alcuni dei progetti da scorrere, tanto per farvi un’idea di quelle che sono state alcune proposte interessanti.

Una menzione speciale per Gropius e Meyer…

Non posso che spendere qualche parola per Walter Gropius, fondatore del Bauhaus, e per il suo socio Adolf Meyer.

Le linee geometriche pure e la composizione equilibrata fanno brillare gli occhi degli appassionati di architettura di tutto il mondo, così come l’assenza di inutili esercizi di stile o di ostentata originalità. Se penso a come questo grattacielo starebbe bene a Chicago, affacciato sul Loop e sul fiume, mi dispiace proprio che non siano stati i vincitori.

…E per Adolf Loos

Quello di Adolf Loos è un progetto a dir poco assurdo, se guardato con gli occhi di oggi, ma che tuttavia merita di essere conosciuto. Questo architetto è noto per la sua vena polemica, per il senso dell’umorismo e soprattutto per la sua lotta alle decorazioni (non per niente è l’autore di un saggio intitolato “Ornamento e delitto”), quindi a prima vista la scelta di una gigantesca colonna dorica ci sembra un gran bello scherzo.

Eppure la descrizione dell’opera è effettuata in maniera seria e rigorosa e, una volta saputo della sua sconfitta, pare abbia commentato così:

“La grande colonna dorica greca verrà costruita. Se non a Chicago in un’altra città. Se non per il Chigago Tribune, per qualcun altro. Se non da me, da qualche altro architetto.”

Che dire, se non che Loos rimane una figura piuttosto misteriosa? A me piace pensare che si tratti del frutto di un ragionamento squisitamente intellettuale: l’ordine architettonico dorico può diventare un simbolo ed essere usato come sintesi concettuale, così da condurre all’interpretazione di un’idea tradizionale usata in modo nuovo nel progetto di un grattacielo.


Il progetto vincitore

Il titolo di vincitore spetta ad uno studio di architetti americani, John Mead Howells e Raymond M. Hood, che propongono un progetto non molto innovativo, consistente in un parallelepipedo decorato in stile goticheggiante e piuttosto arzigogolato soprattutto nella parte alta.

La direzione del Chicago Tribune è così contenta che inizia la costruzione di questo sofisticato palazzo nel 1923 e lo completa nel giro di due anni, realizzando quello che diventa senza ombra di dubbio un nuovo e significativo landmark cittadino.

Ancora oggi, passeggiando tra il Loop ed il Magnificent Mile, è impossibile non notarlo e non fermarsi per osservarlo incuriositi, o per lo meno questo è quello che è capitato a me (che pure non sono propriamente un’appassionata di grattacieli neogotici, ve lo posso garantire).


Per finire ho un’ultima domanda: in fondo in fondo non avreste preferito anche voi il progetto di grattacielo-colonna ideato da quell’eccentrico di Adolf Loos, che per un motivo o per l’altro ha sempre uno spazio speciale nel mio arido cuore di architetto?

Fatemi sapere, se vi va, chi avreste fatto vincere voi! 😉

Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?

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La Chicago dei primi grattacieli.

Riuscite ad immaginare il momento in cui la modernità (sotto forma di grattacielo) ha preso piede e ha iniziato a trasformare le città?

Ancora nella seconda metà dell’Ottocento gli architetti si divertivano a progettare i grandi edifici pubblici con dettagli stilistici ispirati (o in molti casi scopiazzati) ai periodi storici precedenti. Mi riferisco ai vari teatri dell’opera, alle chiese di ispirazione goticheggiante oppure ai palazzi governativi in stile rinascimentale, tanto per fare alcuni esempi riscontrabili in molte nostre città. Improvvisamente poi questi stessi architetti una mattina si sono alzati e, guardandosi allo specchio, hanno deciso che era ora di smettere di vergognarsi dei prodigi dell’industria dell’acciaio e del progresso tecnologico, che bisognava invece utilizzare questi nuovi materiali. Così, bullone dopo bullone, è nata l’architettura contemporanea.

Sarebbe bello se la storia procedesse in maniera così semplice e lineare, non credete? Purtroppo, o per fortuna, la realtà del nostro mondo non è quasi mai come ho appena descritto: spesso è molto più sfaccettata e complessa, composta da passi in avanti e all’indietro che più che una strada sembrano formare un assurdo balletto.

Questo vale anche per l’invenzione dei grattacieli e dell’architettura dell’acciaio e del vetro in generale. Si tratta di una grande rivoluzione che, come spesso accade, avviene grazie ad una concomitanza di eventi ed al raggiungimento di una serie di traguardi minori, che proverò ad elencare di seguito.


1. L’evoluzione dell’industria
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I Magazzini Fair di Chicago in costruzione, 1891.

Come già accennato, questa è la condizione necessaria per l’evoluzione delle strutture a telaio: il progresso tecnologico che procede a braccetto con la rivoluzione industriale crea fabbriche in grado di produrre in serie ed in maniera relativamente economica tutti gli elementi in acciaio che trasformeranno l’arte edificatoria in un gioco delle costruzioni a larga scala.

Pensiamo alle travi e ai piedritti ma anche ai bulloni e ai rivetti, elementi che diventano basilari e che pochi decenni prima venivano realizzati soltanto in maniera artigianale, con tanto di fabbro che batteva il ferro.

L’utilizzo dell’acciaio è importante perché permette di progettare strutture molto più alte, ripetibili ad ogni piano e snelle rispetto a quelle in muratura portante: avete presente le case vecchie che ci sono da noi? Ecco, se misurate lo spessore delle pareti vi accorgete che per arrivare a quattro piani di altezza si avvicina ai 60 centimetri, figuriamoci se i piani diventassero dieci o dodici!

Con la muratura portante poi le aperture devono essere necessariamente limitate, soprattutto ai piani inferiori, quelli più ombrosi.


2. L’invenzione dell’ascensore elettrico

Una seconda invenzione da non trascurare è quella dell’ascensore (insieme alla diffusione dell’energia elettrica ovviamente), avvenuta negli anni Cinquanta dell’Ottocento. Rendendo comodamente fruibili anche i piani più alti, li trasforma in quelli  con maggiore valore, data la maggiore luminosità e la progressiva distanza dai rumori della strada. Inoltre, la possibilità di salire i piani meccanicamente permette di realizzarne di più senza che siano svalutati.


3. La crescita smisurata delle metropoli

Il periodo della Rivoluzione industriale è anche il primo momento in cui storicamente le città iniziano a crescere in maniera smisurata e rapida, trasformandosi in metropoli contemporanee, con tutto il fascino e gli squilibri che ne derivano.

Il alcune città degli Stati Uniti, poi, questo processo è ancora più evidente, dal momento che in pochi anni lungo le vie del commercio e del passaggio verso l’ovest da conquistare crescono degli enormi centri. Chicago è tra queste, come vi ho raccontato un po’ di tempo fa in questo post: Chicago, tra grattacieli, expo e case nella prateria: le cose che chi sogna l’America deve conoscere)

Senza dilungarmi troppo direi di passare oltre: come abbiamo appena visto, gli ingredienti ormai sono tutti pronti per essere usati, quello che manca ancora è un pretesto, una scintilla che inneschi il cambiamento.


L’incendio di Chicago del 1871

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Mappa di Chicago e dell’incendio del 1871.

Il pretesto è il grande incendio che colpisce e distrugge il centro e la zona nord della città di Chicago nel 1871.

I grandi studi di architettura della città riescono a trasformare questa catastrofe in una ghiotta opportunità: inizia infatti la gara per lo sfruttamento di porzioni di città nuovamente libere, decisamente appetibili. Il risultato? Grazie all’utilizzo dell’acciaio strutturare le costruzioni diventano sempre più alte, per ottimizzare lo spazio.

Dai pionieri dell’acciaio e del vetro nasce qualcosa di grande, la Scuola di Chicago, fondata dai più arditi architetti/ingegneri del tempo: Louis Sullivan e Dankman Adler (maestri di Frank Lloyd Wright tra le altre cose). Questa generazione arriva a definire quella che da questo momento diventerà l’architettura americana per eccellenza, espressa nei palazzi per uffici, nelle città verticali e ancora meglio nelle parole di Sullivan “La forma segue la funzione, decisamente rivoluzionaria se si pensa all’architettura eclettica che dominava l’Europa.

Lo scheletro in acciaio non spaventa più, quindi le decorazioni si riducono al minimo: sempre Sullivan descrive il grattacielo come un organismo costituito da tre parti funzionalmente distinte: un basamento, con funzione rappresentativa, un corpo centrale di uffici identici e indifferenziati e un coronamento contenente i locali tecnici.

Ed ecco a voi qui di seguito due tra gli esempi più famosi che si possono incontrare passeggiando per Chicago; soprattutto nel primo noterete come davvero il piano terreno è decorato in modo da essere rappresentativo e riconoscibile, mentre in alto domina la linearità.

Louis Sullivan, Grandi magazzini Schlesinger & Mayer (poi Carson, Pirie & Scott), 1885-1903

 


Daniel H. Burnham e John root, reliance Building, 1891-1896

Oltre all’importanza degli esterni, voglio condividere con voi anche l’attenzione che viene riposta nella progettazione degli interni dei luoghi pubblici, dotati di decorazioni che mi hanno a dir poco stregato:  si tratta di qualcosa che in Europa non esiste (anche se spesso vi si ispira), di uno stile squisitamente americano adottato in alto in una biblioteca e in basso in un centro commerciale e per uffici.

Shepley, Rutan and Coolidge, Chicago cultural Center, 1897

Frank Lloyd Wright, ristrutturazione del Rookery Building, 1905

Forse le fotografie non sono sufficienti e rendere l’idea, ma dovete sapere che la prima architettura del ferro è stata quella che mi ha fatto innamorare di Chicago, prima mia meta delle scorse vacanze.

Ancora oggi in giro per il centro si vedono grattacieli raffinati vecchi di più di cent’anni vicini ad altri modernissimi, un un disordine tutto sommato armonico. Questa città continua a crescere e a chiamare i migliori architetti per rinnovarsi, così da mantenere il suo ruolo di santuario per gli appassionati di architettura.

(Abbiate pazienza se le fotografie non sono il massimo ma sono tutte scattate da me, ad eccezione di quelle d’epoca ovviamente).

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Tornando però al nostro discorso, devo però ricordare che l’evoluzione dell’architettura contemporanea compie un passo in avanti e due indietro, quindi non dobbiamo aspettarci dall’illuminata Chicago soltanto la figura di capitale del modernismo, perché sarà anche qui che si potrà assistere ad un prepotente ritorno dell’eclettismo e dell’amore per le decorazioni, seppure applicate a strutture in acciaio.

Questo perché bisogna tenere a mente che i grattacieli non vestono sempre abiti minimalisti e geometrici: spesso si calano nei panni di immense strutture goticheggianti oppure classiche, come vedremo, se vi va, nella prossima puntata.

Allora, questa architettura americana vi appassiona? Spero che questo post vi sia piaciuto e che siate curiosi di scoprire qualcosa di assolutamente bizzarro che vi racconterò nei prossimi giorni. 😉

Frank Lloyd Wright: 5 opere per amare il più grande architetto americano

Sono assolutamente convinta che le opere di Frank Lloyd Wright abbiano il potere di incarnare perfettamente lo spirito degli Stati Uniti. In effetti racchiudono la parte migliore di questo continente sconfinato: il legame con la natura, gli affacci su panorami sconfinati e infine il caldo conforto del focolare domestico.

Se fino ad ora vi ho raccontato soprattutto dell’evoluzione della pittura americana (vi siete persi il discorso? Ecco dove inizia: Esiste una vera “arte americana”?), credo che sia anche doveroso spendere almeno un articolo per parlare dell’architettura, un ambito interessante e sicuramente importante. Quindi mi auguro che siate pronti ad immergervi in una serie di opere fondamentali per capire e apprezzare quello che Frank Lloyd Wright continua ad avere da raccontare, anche a 150 anni dalla sua nascita.


01. La Casa e Studio ad Oak Park, Chicago (1893-1898)

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Tra tutte le opere di Frank Lloyd Wright, paradossalmente la prima casa/studio che ha progettato per se stesso è tra le meno rappresentative e immediatamente identificabili.

Allora perché inserirla in questo elenco?

Principalmente mi vengono in mente due motivi. In primo luogo, questo progetto ci dice qualcosa dell’architetto prima della trasformazione nel grande maestro, quando ancora seguiva gli insegnamenti di Louis Sullivan ed in generale della Scuola di Chicago. (Per saperne di più, ecco il link ad un articolo dedicato a Chicago e allo sviluppo della sua architettura)

Ma non fraintendetemi: nonostante le influenze visibili la casa e studio di Frank Lloyd Wright non ha niente in comune con le altre coeve che si affacciano sulle stradine del signorile sobborgo di Oak Park (Chicago). I prospetti sono caratterizzati da originalità e spontaneità, mentre all’interno si vede una versione sfocata delle scelte che caratterizzeranno tutta la sua carriera.

Ad esempio il camino gioca un ruolo centrale, anche se non rappresenta ancora il cuore della casa, mentre i locali di abitazione si avvicinano ad un unico open space (punto cardine dei suoi successivi progetti), anche se ci sono ancora ampi tendaggi per dividere gli ambienti all’occorrenza.  Si può poi notare ovunque una grande attenzione nei confronti dell’illuminazione naturale o comunque diffusa, sensibilità che crea sempre una certa gradevolezza nella sue realizzazioni.

La seconda ragione per apprezzare questo edificio è la bellezza dello studio di progettazione di Wright, l’atelier di un attento professionista che a fine Ottocento era assolutamente all’avanguardia. So che da “collega” sono di parte, ma vedere uno spazio così ampio e luminoso a disposizione dei collaboratori e degli apprendisti mi ha davvero fatto un certo effetto.


02. La Robie House, Chicago (1910)

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La Casa Robie è invece l’emblema della prima celeberrima fase delle architetture di Frank Lloyd Wright, quella delle Prairie Houses, o per meglio dire case della prateria, pur essendo situate nella prima periferia della città, in quelle zone destinate a diventare sobborghi residenziali con l’avvento della rete metropolitana e ferroviaria.

Questi progetti sono caratterizzati da prospetti con un forte andamento orizzontale, chiusi dall’esterno ma curiosamente permeabili alla luce e al verde dall’interno. Gli ambienti ruotano intorno ad un grande open space (nella fotografia in basso), a sua volta sviluppato intorno ad un grande camino.

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In particolare, Casa Robie si distingue e merita di essere citata per la ricercatezza dei dettagli. È sufficiente osservare le lampade o le decorazioni delle vetrate e del soffitto per capire che ci troviamo di fronte ad una vera opera d’arte.

wright-casa-robie-chicago-muroSe volete sorridere, guardate l’ingrandimento del muro perimetrale: notate come l’andamento orizzontale sia sottolineato non soltanto dai mattoni larghi e piatti realizzati su misura ma anche dal diverso impiego della malta?

La separazione orizzontale dei corsi è enfatizzata da uno spessore notevole e da un colore bianco, mentre la divisione verticale tra un mattone e l’altro è annullata da un sottile strato di malta di colore più rosato.

Questa cura per i dettagli la dice sicuramente lunga sulla genialità di Wright, anche se  bisogna anche ricordare che questa casa all’epoca è costata quanto circa 17 case normali!


03. La Casa sulla Cascata, Mill Run (1936-1939)

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La Casa sulla Cascata mostra invece una sfaccettatura più modernista dell’architettura di Wright, che sicuramente aveva visto quello che aveva combinato in Europa gente del calibro di Mies Van Der Rohe e Le Corbusier.

La sua bellezza è sicuramente nella posizione paesaggistica, ma sarebbe errato fermarsi qui, visto che si tratta di un ardito esperimento strutturale, come vi ho già raccontato in un altro articolo; se ve lo siete persi vi invito a curiosare, anche perché non mi ripeto in questo elenco già bello corposo: In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright)


04. Kentuck Knob, Chalk Hill (1953-1956)

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Tra le case che ho avuto la fortuna di vedere la scorsa estate vi posso dire che Kentuck Knob è forse stata quella che mi ha sorpreso di più. Si tratta di un’abitazione un po’ successiva alla Casa sulla Cascata ma situata a venti minuti di macchina, appartenente alla serie delle Usonian Houses.

Se vi state chiedendo di cosa si tratti, vi posso dire che ho scoperto che le Usonian Houses sono le abitazioni americane dell’America post grande depressione. Se le Prairie Houses avevano come modello le capanne dei pionieri e gli spazi sconfinati, queste si riducono di dimensioni e fanno della funzionalità il loro cavallo di battaglia.

Il risultato è sconvolgente, dal momento che conduce a cucine modernissime, a comode sale da pranzo con penisola e allo sfruttamento dell’irraggiamento solare e delle correnti d’aria per rendere confortevoli gli ambienti.

Siamo negli anni Cinquanta e le opere di Wright sono studiate per favorire la circolazione dell’aria, il riparo dal sole d’estate e il passaggio della luce calda in inverno. Un po’ come succede da noi negli ultimi anni, non vi pare incredibile?


05. Il Guggenheim Museum, New York (1959)

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Non potevo che chiudere questa sbrigativa carrellata con il Guggenheim Museum di New York, commissionato dallo stesso Solomon Guggenheim a Frank Lloyd Wright, che a Manhattan non aveva ancora avuto l’onore di progettare niente.

Qui il concetto di architettura organica, corrente ideata dallo stesso Wright per indicare l’attenzione progettuale nei confronti del rapporto con la natura e del mantenimento di una scala “umana”, viene realizzato su larga scala.

L’edificio, che ricorda per certi versi una conchiglia, assume una forma che dipende soltanto dalla migliore fruizione delle opere al suo interno. La grande rampa, con tanto di lucernario che fa piovere la luce dall’alto, è il modo migliore per passeggiare tra le sale e soprattutto presenta dimensioni tali da far sentire il visitatore a sua agio. Nonostante l’eccentricità apparente, questo museo non sovrasta che lo guarda per la prima volta, ma al contrario lo guida passo dopo passo attraverso il percorso espositivo.

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Vi confesso che vederlo dal vivo è stato bellissimo: mi è piaciuto molto notare come ogni scelta sia ragionata e tutto sommato semplice, non come accade a certe mediocri stravaganze che oggi ci siamo troppo spesso abituati a vedere, soprattutto quando si parla di archistar.


Bene, mi sono accorta di avere scritto più di mille parole, quindi credo proprio che sia giunto il momento di fermarmi. Che dite, vi è piaciuto leggere un po’ di Frank Lloyd Wright? Sono riuscita a farvi venire voglia di approfondire questa sommaria carrellata? Mi auguro proprio di sì 😉

P.S. Spero che le fotografie vi siano piaciute, visto che sono quasi tutte opera mia (o del mio compagno di viaggio!)

La difficile vita delle opere d’arte in tempo di guerra

Se la vostra città fosse sotto assedio, voi sareste capaci di sacrificare il vostro tempo e di mettere a rischio la vostra vita per preservare un monumento oppure un’opera d’arte?

Sinceramente non sono sicura di sapere come mi comporterei io in una situazione del genere, però per fortuna nel passato è esistito chi non ha avuto dubbi e ha saputo salvare il nostro patrimonio, permettendo alle generazioni future di poterlo vedere e soprattutto mantenendo viva e forte l’identità culturale che contraddistingue ogni popolo.


Questa settimana avevo in mente di parlare di tutt’altro, poi ho visto su internet una fotografia che mi ha colpito moltissimo, così tanto da decidere di condividerla con tutti voi.

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Emmanuel-Louis Mas, La cattedrale di Amiens protetta dai bombardamenti, 1940.

Bella, vero? Si tratta dell’interno della bellissima cattedrale gotica di Amiens (nord della Francia) e delle migliaia di sacchi di sabbia utilizzati per rinforzare gli snelli pilastri a fascio, in modo da poter resistere meglio ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Sono stata alcuni anni fa da quelle parti e ricordo ancora la grandissima emozione che ho provato in questo incredibile edificio, un capolavoro tra i più notevoli dell’architettura medievale francese.

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La cattedrale di Amiens oggi.

Ecco, se io ho potuto commuovermi di fronte alla perfezione delle sue linee è stato grazie agli ignoti che hanno contribuito a salvarla, e questo vale per tantissimi monumenti e oggetti antichi e moderni.


Come forse già sapete quello del destino dei beni culturali in tempo di guerra è un tema che mi interessa, come vi ho raccontato in questi altri due articoli: Quanto vale un’opera d’arte? Articolo in memoria dei Monuments MenQuanto vale un’opera d’arte (parte 2)? La risposta italiana ai Monuments Men.

Credo che sia importante non dimenticare l’esistenza dei partigiani dell’arte e di tutti gli eroi che silenziosamente hanno compiuto un gesto d’amore verso la loro terra e la loro cultura. Queste infatti non sono cose da poco: chi invade una nazione per prima cosa ne distrugge i simboli, ben consapevole dell’importanza che rivestono.

Oggi si parla tanto di conservazione e tutela del patrimonio eppure bisogna tenere a mente che, se da una parte in Europa siamo relativamente al sicuro, dall’altra esistono luoghi come la Siria, per fare un esempio, dove gradualmente stanno scomparendo i simboli e le testimonianze di quella che è stata una civiltà antichissima e incredibilmente avanzata.


Non voglio impartire lezioni o cadere nell’eccessiva retorica, quindi mi fermo qui, limitandomi ad invitare tutti a guardare e a ricordare questa bellissima foto, come prova di quanto possano essere fragili i capisaldi della nostra cultura e di quanto molte volte spetti anche a noi il delicato compito di tenerli vivi.

Turner a Roma: le meraviglie della città eterna

Rome: The Forum with a Rainbow 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma: il foro con arcobaleno.

Senza dubbio Roma è stata una grande fonte di ispirazione per Joseph Mallord William Turner, inglesissimo maestro abituato alla pioggerellina fine di Londra. La città eterna è infatti la protagonista di numerose tele e di molti acquerelli, tutti accomunati dall’attenzione per i dettagli e dalla luce dorata del Mediterraneo.

Riuscite ad immaginare l’emozione di un appassionato di archeologia ed architettura classica giunto in Italia per la prima volta?Teniamo conto che stiamo parlando della Gran Bretagna dei primi dell’Ottocento, una società che ha il mito della classicità e della cultura romana e greca. Quindi un viaggio di sei mesi verso Roma e oltre deve essere un vero premio per il quarantatreenne Turner, ormai ai vertici del panorama artistico inglese.


J. M. W. Turner in Italia

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J.M.W. Turner, Roma moderna da Campo Vaccino.

Nei primi giorni dell’agosto 1819 Joseph Mallord William Turner parte da Dover verso sud. Attraversa la Francia e arriva in Italia attraverso il Moncenisio, per poi scoprire Torino e Milano. Di qui si dirige a Venezia, dove soggiorna alcune settimane e si innamora dei colori e dell’inconsistenza della laguna. (Sulle impressioni di Venezia, ecco un articolo da non perdere: Un atto d’amore per J. M. W. Turner)

Dopo Venezia, è la volta di Bologna e Rimini, per poi giungere finalmente a Roma all’inizio di ottobre. Eppure il grande artista non è ancora sazio, così si permette ancora una tappa a Napoli, Pompei ed Ercolano, per godersi quelle che al momento sono le più belle rovine ritrovate.

Di ritorno alla città eterna vi soggiorna per quasi tre mesi, un periodo che nutre la sua mente ed i suoi occhi, al punto da originare una serie di quadri fenomenali, una volta rientrato in patria.

La Roma di Turner è un luogo dove il passato si fonde con il presente, creando una mescolanza tra la precisione di un rilevatore e l’aura di leggenda che circonda anche il presente decaduto. Anche i quadri qui di seguono esprimono questo dualismo: da una parte la visione di Roma antica, immaginata a partire dagli studi archeologici, dall’altra la città moderna, intrisa di una luce senza tempo.

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J. M. W. Turner, Antica Roma: Agrippina che approda con le ceneri di Germanico.
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J. M. W. Turner, Roma dall’Aventino.

Gli album di viaggio

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J. M. W. Turner, Roma, quaderni di viaggio.

Vi siete chiesti come abbia fatto Turner a dipingere quadri tanto dettagliati una volta rientrato a Londra? Il suo era il mondo prima delle macchine fotografiche, quindi la risposta è che bisognava sgobbare continuamente.

Il nostro grande artista è partito con una serie di album da disegno da riempire con i dati che gli servivano e con le meraviglie che aveva davanti agli occhi.

Ecco, vi confesso che io adoro questi quaderni meticolosamente compilati: con pochi tratti Turner è riuscito a riprodurre immagini dettagliate e fedeli della realtà, fornendoci un preciso spaccato di com’era Roma nel 1819 senza nessun errore o imprecisione.

In certi casi poi questi appunti diventano la base per preziosi quadri futuri, come si può notare nelle due immagini di seguito.

Study for 'Rome from the Vatican' 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Studio per “Roma dal Vaticano”.
Rome, from the Vatican. Raffaelle, Accompanied by La Fornarina, Preparing his Pictures for the Decoration of the Loggia exhibited 1820 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma dal Vaticano.

Non trovate anche voi che siano opere incredibili? Il bello è che Joseph Mallord William Turner non si è limitato a ritrarre Roma, ma si è dedicato a una grande parte dell’Italia. Siete curiosi di scoprire come ha disegnato la vostra città? Allora vi invito a non perdere il prossimo articolo 😉

Quasi dimenticavo: se volete guardare altri lavori di Turner, sul sito della Tate Gallery di Londra sono presenti tantissime opere, tutte commentate e catalogate. In particolare, questo è il link alla sezione dedicata al viaggio in Italia (Non c’è niente da fare, io amo gli Inglesi e la loro cura per il patrimonio e per i visitatori, reali o virtuali che siano!)

In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright

FallingWaterPerspectiveFrank Lloyd Wright, Prospettiva di Casa Kaufmann.

Se foste chiamati a stilare una classifica delle architetture più amate e più celebri del Novecento, voi non inserireste nei primi posti questo capolavoro di Frank Lloyd Wright?

Io non avrei alcun dubbio ed è proprio per questo che il terzo e ultimo esempio sul tema “architetture che hanno cambiato la storia” non poteva essere che lei, la Casa sulla Cascata. Si tratta del manifesto di quella che viene definita Architettura organica, un movimento classicamente statunitense che credo non dovrebbe essere dimenticato anche dalle nostre parti.


Cosa vuol dire architettura organica?

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Il poche parole, l’architettura organica promuove una sorta di armonia tra l’uomo e la natura in cui è immerso, una simbiosi ottenuta a livello compositivo ma anche concreto mediante l’utilizzo di materiali naturali locali e l’integrazione degli edifici nel paesaggio.

Quasi tutti i lavori di Wright seguono effettivamente questa corrente e a questo si deve l’incredibile varietà dei suoi progetti, che non partono da un’idea comune e da un modello astratto, ma al contrario sono il frutto di ciò che un determinato ambiente ha da offrire.

Siamo ben lontani dalla geometria perfetta di Le Corbusier e del Bauhaus, realizzabile uguale in qualunque luogo al mondo, non credete anche voi?


La Casa sulla Cascata a Mill Run

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In questo caso siamo nel 1935 nei boschi vicino a Pittsburgh (Pennsylvania), quindi geograficamente distanti ma storicamente vicini agli ultimi due esempi di cui ho parlato negli scorsi articoli.

Frank Lloyd Wright viene chiamato dalla miliardaria famiglia Kaufmann a progettare un edificio in corrispondenza di una piccola cascata tra i boschi, destinato a diventare la loro seconda casa per il tempo libero.

Casa cascata Wright Planimetria generaleOsservando il territorio, l’architetto disegna un’abitazione composta da tre piani con grandi terrazze a sbalzo sovrapposte tra loro, in maniera da richiamare le vicine rocce sedimentarie stratificate.

La sua attenzione nel limitare l’altezza della casa, nella composizione in generale e nella scelta delle tinte riesce a creare una simbiosi tra l’uomo e la sua creazione. Il rivestimento in pietra locale poi contribuisce a rendere la casa una specie di continuazione della natura, integrata e rispettosa del contesto.

(Per chi volesse vedere altre fotografie dell’esterno, generali e di dettaglio, ecco il link alle immagini di wikimedia commons.)

Anche gli interni seguono la linea dei prospetti, rimanendo semplici ed eleganti, con tanto di pavimento in pietra che si fonde con le rocce affioranti sul sito. Come si può notare, non esiste una precisa attenzione alla geometria, favorendo invece gli scorci e le scelte legate all’orografia del luogo.

Casa cascata Wright Planimetria

(Anche per quanto riguarda i fantastici interni, ecco il link alle immagini di wikimedia commons, che vi consiglio con tutto il cuore di guardare!)


Composizione raffinata e tecnica avanzata

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Oltre a quello che ho già detto, non bisogna dimenticare una cosa fondamentale: quando si parla di Wright, la ricercatezza compositiva è sempre accompagnata da una grande capacità e sperimentazione tecnica. 

Un esempio? Nel 1936 la dimensione degli sbalzi in cemento armato era considerata così impressionante che nessuno dei lavoratori del cantiere aveva il coraggio di togliere i puntelli dai solai appena gettati! Eppure la struttura ha tenuto e oggi possiamo ammirare quella che è stata definita la migliore architettura americana dall’American Institute of Architects.

Dopotutto, Frank Lloyd Wright ha imparato a costruire a Chicago, nello studio di Sullivan e Adler, gli inventori del moderno grattacielo.  (Per gli interessati, ecco il link ad un articolo in cui ho parlato di questo!)

Se devo però essere del tutto sincera, non posso omettere qualche problema strutturale: ci sono stati infatti dei cedimenti che hanno portato a delle pendenze irregolari nelle terrazze, uniti ad una prevedibile condizione di umidità generalizzata dell’edificio.


Un pensiero per finire in bellezza

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Frank Lloyd Wright, Prospettiva di Casa Kaufmann.

Malgrado le problematiche legate alla natura di pioniere dell’architettura del progettista, non si può negare che si tratti di una costruzione unica nel suo genere e affascinante da morire.

In conclusione, vi dirò infatti che secondo me Wright, seppure lontano dalla cultura europea, è uno dei maestri del Novecento che ha più da insegnare ancora oggi, beffandosi tutto il tempo che è passato. Se i concetti di purezza e geometria del Movimento Moderno ci hanno stancato, insieme all’uso smodato del cemento armato e dei sistemi a telaio regolare, il suo approccio non passerà mai di moda.

Dopotutto se guardiamo i paesini di cui è costellata la nostra bella Italia, sia al mare che in montagna, quello che li rende unici è suggestivi è esattamente quello che questo strambo architetto americano ricercava. La bellezza delle case in pietra delle Alpi è data dal colore delle pietre locali e dalla loro struttura che sembra integrare la roccia, così come la calce e i laterizi delle colline ricordano le tinte della terra fertile e argillosa. Allo stesso modo, i palazzi storici di molte città di mare sembrano realizzati nella sabbia.

Vi invito a girare nei vostri luoghi del cuore e a cercare questi legami con il territorio, anche se ormai sono più difficili da vedere in certi casi, data l’immensa quantità di scadente architettura che trionfa ormai nei nostri paesaggi.

Frank Lloyd Wright ancora oggi ci invita a riflettere e a guardarci intorno, per mettere in dubbio sia quello che abbiamo fatto sia quello che avremmo intenzione di fare. Saremo capaci a tornare ad un’architettura più “organica”, ovvero più vicina ai territori e integrata nel paesaggio? Solo in questo modo riusciremo davvero a tutelare il nostro patrimonio.

Mi piacerebbe essere sicura della risposta, o per lo meno vorrei essere più speranzosa, ma credo proprio che sarà una difficile scommessa sul futuro.

 

Un gioco di volumi assemblati nella luce: perché gli architetti adorano Villa Savoye di Le Corbusier?

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Il movimento moderno nei suoi picchi di perfezionismo può piacere oppure no, però allo stesso tempo una perla come villa Savoye è riprodotta in tutti i libri di storia dell’arte. Vi siete mai chiesti perché?

Dopotutto Le Corbusier è un po’ il Picasso dell’architettura: se da una parte è innegabile il suo genio, dall’altra a molti tende a stare un po’ antipatico. Voi da che parte state? Io oscillo da un estremo all’altro, ma soprattutto negli ultimi tempi ho imparato a coglierne la grandezza.

Come sapete, in questi giorni vi sto parlando di architettura e per la precisione di tre costruzioni destinate a cambiare la storia contemporanea, oltre a creare una trasformazione in quello che è il gusto (vi siete persi l’inizio? Ecco da dove partire: Quando un edificio è destinato a cambiare il mondo). Quindi, per secondo ho ben pensato di affrontare questo progetto che personalmente amo, con le sue luci e con le innegabili ombre.


Villa Savoye: la residenza contemporanea

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Siamo a Poissy, nel nord della Francia, ed è il 1929, per puro caso, ma forse non solo per quello, nello stesso anno del celeberrimo Padiglione di Mies a Barcellona (di cui si parla diffusamente qui: Il padiglione più bello (e famoso) mai progettato per un’Expo).

Le Corbusier viene invitato dai signori Savoye a progettare per loro una casa di campagna, immersa nella natura, dove rifugiarsi principalmente nei finesettimana. Quello che viene progettato è qualcosa destinato a stravolgere il concetto di “casa di villeggiatura”. Con questo termine non vi vengono in mente le casette tipo chalet delle borgate di montagna, oppure i castelletti sul mare in Liguria o Costa Azzurra, tanto per fare degli esempi?

Non potremmo essere più lontani, non credete? Villa Savoye diventa il manifesto del pensiero di Le Corbusier, usando tutti i suoi principi compositivi: la facciata libera, la pianta libera, le finestre a nastro, il tetto giardino il piano terreno a pilotis. Questo in pratica vuol dire che, utilizzando il cemento armato, non esistono più vincoli a livello di muri maestri e di aperture limitate in facciata.

Eppure questo suo essere all’avanguardia si rivela un’arma a doppio taglio: da una parte l’impermeabilizzazione insufficiente del tetto piano causa da subito infiltrazioni, mentre dall’altra i grandi serramenti con vetro singolo disperdono il calore e favoriscono le correnti d’aria e gli spifferi.

Ed ecco che i signori Savoye non sono molto contenti e la villa vede un periodo decisamente buio. Se volete saperne di più, ecco il link a wikipedia: Villa Savoye, intanto io vi dico i due principali aspetti che la rendono così speciale.


La completa astrazione…

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La prima cosa che colpisce l’osservatore è la purezza delle forme della casa e del bianco che viene impiegato. La pianta è un quadrato e si eleva in altezza della metà rispetto al lato, così da sembrare come una metà di cubo, anche se poi esternamente la pianta si sviluppa diversamente, con riportato poco sotto. La forza degli spigoli viene contrastata ed equilibrata dalle due grandi superfici curve, al piano terreno e sul tetto giardino.

La composizione rispecchia in pieno le idee del suo creatore che, nel 1923, aveva già scritto queste parole, nel saggio Verso una nuova architettura:

L’Architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico, dei volumi assemblati nella luce. 

I nostri occhi sono fatti per vedere le forme sotto la luce; ombre e luci rivelano le forme; i cubi, i coni, le sfere, i cilindri o le piramidi sono le grandi forme originarie che la luce rivela; la loro immagine ci appare netta, tangibile, senza ambiguità. 

È per questo che sono belle forme, le più belle forme. Tutti concordano su questo, il bambino, il selvaggio, il metafisico.”


…e la concreta funzionalità

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Dall’altra parte, alla rigidezza compositiva si contrappone una scelta estremamente moderna e lungimirante a livello di pianta e di scelte funzionali.

Ad esempio, al piano terreno si prevede un’autorimessa per tre automobili, cosa assolutamente avanguardista se si tiene conto che siamo nel 1929, soprattutto se si pensa che certi condomini anche di cinque piani delle nostre città, costruiti ben dopo, non ne hanno mica di più!

Al primo piano, la vera e propria residenza, abbiamo poi un ampio living ed una grande terrazza all’interno del quadrato, riservata e ombreggiata.

Se poi guardate nell’immagine sottostante, vi fate un’idea della dimensione del bagno padronale (non unico dell’appartamento), direttamente collegato ad uno spogliatoio (che oggi chiameremmo cabina armadio) e alla camera da letto. Direi che nel 2016 non ci siamo ancora inventati niente di di più nuovo di questo, non siete d’accordo con me?

Nel tetto giardino poi ci sono spazi destinati al servizio ma non soltanto: anche quest’area è pensata per il tempo libero di una famiglia in cerca di svago e di relax.

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Ogni volta che mi perdo nei dettagli di questo progetto mi rendo conto della sua grandissima modernità e, visitando molti dei palazzi costruiti dalle nostre parti dagli anni Cinquanta in avanti, mi accorgo di quanto sia stata dannosa la seconda guerra mondiale anche per la storia dell’abitazione. I nuovi materiali sono stati quasi esclusivamente utilizzati per costruire opere economiche e di vecchia concezione, prive di servizi e carenti dal punti di vista impiantistico ed igienico sanitario.

Con questo non dico che avremmo dovuto costellare il mondo di ville come questa, ma mi rendo conto che molte delle idee di Le Corbusier erano davvero lungimiranti. Negli anni Venti parlava infatti dell’importanza della salubrità e della dimensioni degli spazi destinati a bagno e a cucina, per non parlare della questione autorimesse. 

Ed è vero che questa casa ha avuto un bel po’ di problemi legati alla troppa sperimentazione, ma forse questo è il prezzo da pagare per chi anticipa di troppo i tempi, proponendo soluzioni tecnologiche che saranno messe a punto soltanto nei decenni a venire.


Potrei ancora continuare a parlare ma direi che faccio meglio a smettere, per non diventare troppo prolissa 😉

Il padiglione più bello (e famoso) mai progettato per un’Expo

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Barcellona, anno 1929. L’esposizione universale realizzata nell’area di Montjuic e di Piazza di Spagna si configura come un evento di grandissima portata e di richiamo internazionale. (Per i curiosi su Barcellona, ecco il link ad un bell’articolo per preparare un viaggetto: Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana)

Ma, a livello di architettura, riuscite ad immaginare quale stile fosse predominante? Nonostante le classiche promesse di modernità a innovazione legate ad eventi del genere, quello che domina nella scelta dei catalani che allestiscono un’intera porzione di città e in molti degli stati europei che partecipano è un eclettismo piuttosto kitsch, decisamente sorpassato per i tempi che corrono e volto ad attirare l’attenzione delle masse.

A cosa mi riferisco? Ecco qualche esempio per chiarire le idee. Per prima cosa, la fotografia qui sotto rappresenta il fulcro dell’esposizione, un enorme palazzo ora sede del più grande museo di Barcellona. Sobrio direi, non siete d’accordo?

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Piazza di Spagna e la sistemazione urbanistica progettata in occasione dell’Expo del ’29.

Ed ecco poi qualche esempio di padiglioni, come Italia (in equilibrio tra l’Art Déco e il regime fascista), Danimarca, Belgio, Ungheria e Spagna (appena dietro il museo sopra fotografato).

 

Ecco, sembra difficile da credere ma proprio in questa fiera di stravaganze architettoniche, appena girato l’angolo, si trova un padiglione destinato a cambiare la storia dell’architettura contemporanea in Europa e non soltanto, data l’influenza anche negli Stati Uniti.


Il padiglione della Germania di Mies Van Der Rohe

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La Germania chiede a uno dei suoi architetti più influenti di rappresentarla, così Ludwig Mies Van Der Rohe progetta un padiglione che sembra precedere un un secolo i suoi vicini. Dobbiamo tenere conto che siamo ancora in un periodo relativamente dorato del Bauhaus, anche se poco prima della fine, così questa costruzione diventa il manifesto del Movimento Moderno. (sul Bauhaus, ecco un altro articolo che forse vi interesserà: Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità)

Lo schema semplice e geometrico della pianta è il frutto della nuova libertà che si raggiunge con le strutture in acciaio: niente più muri portanti, soltanto una maglia di pilastri indipendenti dai tramezzi.

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Oltre all’equilibrio in pianta, quello che è straordinaria è la composizione geometrica, figlia degli studi sull’astrattismo e sul neoclassicismo, per non parlare della ricercatezza dei materiali (vetro, acciaio cromato e lastre di pietra naturale) e della raffinatezza del design degli oggetti al suo interno. In effetti sono state progettate proprio per questa occasione le intramontabili poltrone Barcellona, sempre frutto del genio di Mies Van Der Rohe.


Noia o perfezione?

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Sicuramente bisogna ammettere che una tale compostezza (direi molto tedesca) stupisce molto nel contesto di una esposizione universale, che rimane poi sempre una colossale fiera.

Questo approccio sobrio e lineare senza la possibilità di scendere a compromessi è però tipico di Mies Van Der Rohe, che da questo momento in poi è destinato a realizzare i suoi migliori capolavori. Io vi dirò che lo apprezzo moltissimo, eppure dopo la Seconda Guerra Mondiale il suo celeberrimo motto “Less is more” (meno è più) stufa a tal punto da essere storpiato in “Less is a bore” (meno è una noia).

Detto questo, il mio amore per il Movimento Moderno rimane immutato (anche se cerco di incentivare il pensiero critico).


Un contenitore che divora il contenuto

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Ultima osservazione: cosa avranno mai potuto esporre qui dentro i Tedeschi, senza che risultasse incredibilmente secondario?

Forse la risposta a questo dilemma è che la Germania non voleva mostrare i suoi prodotti tipici o la sua cultura tradizionale, ma piuttosto il livello di avanzamento culturale e tecnologico che la rendeva probabilmente il Paese più vivace del mondo.

Purtroppo questo primato è destinato a durare poco, dato che i Nazisti incombono e nel giro di pochi anni riescono ad annientare tutto ciò che di bello possiede e incarna questa nazione.

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Detto questo, siamo arrivati alla fine della storia di oggi, vi aspetto prossimamente per raccontarvi di altre due costruzioni destinare a cambiare la storia dell’architettura contemporanea. Spero di non annoiare nessuno! 😉

Quando un edificio è destinato a cambiare il mondo

architettura-rivoluzionePensando alla storia dell’architettura, ci si accorge che esistono dei precisi momenti di svolta, o se preferite dei decisi momenti di non ritorno, che segnano il passaggio da un’epoca all’altra. Ci avete mai pensato?

Se l’arte, intesa come pittura, è un processo per sua natura graduale, lo stesso infatti non si può dire per la scienza del costruire, che procede per balzi in avanti, tuffi oltre la linea d’ombra e tentativi burrascosi.

Quale può essere una spiegazione?

Credo che la ragione sia sostanzialmente una: se l’arte è il frutto della creatività e del pensiero di una civiltà, nell’architettura esiste anche la componente dell’ingegno. Per un’evoluzione i tempi devono dunque essere maturi dal punto di vista culturale ma anche tecnico e tecnologico.

Entra in gioco il genio dell’uomo, quell’inventiva che risolve i vecchi problemi e magari ne pone di nuovi, il seme della conoscenza e la sete di esperimenti che, almeno ai miei occhi, rende questa disciplina tanto affascinante.

Per capire a cosa mi riferisco, occorre scegliere qualche esempio che davvero ha potuto fare da spartiacque tra epoche diverse.

I. Il coro della basilica di Saint Denis, Parigi

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Per primo, analizzando il mondo occidentale, mi viene in mente l’abate Suger che a St. Denis, vicino a Parigi, sperimenta del 1144, insieme ad un architetto sconosciuto, un’innovazione destinata a condurre a costruzioni tra le più belle e misteriose del mondo. Anziché caricare le pareti e chiudere la basilica che sta ricostruendo con una semplice abside, decide di realizzare una “selva di pilastri”, un telaio puntuale per così dire. Così, ecco che salta fuori un coro con doppio deambulatorio, e di qui al gotico con le sue cattedrali il passo è brevissimo.

Se le preesistenti abbazie romaniche solide e massicce sono paragonabili alle vecchie case in muratura portante che popolano i nostri centri storici e le campagne, le cattedrali gotiche sono i grattacieli in acciaio e vetro, il tutto ovviamente in tempi lontani e materiali ben diversi.

II. La Cupola di Santa Maria del Fiore, Firenze

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Il secondo esempio è un’opera del caro Filippo Brunelleschi, la prova vivente di come la necessità possa aguzzare l’ingegno, soprattutto se si hanno delle buone basi culturali a cui attingere.

Siamo nel 1418 e il povero duomo di Firenze è ormai senza copertura da un bel po’ di anni, a causa di una serie di progetti megalomani per la sua costruzione che si sono succeduti nei secoli: il vuoto su cui erigere la cupola è così ampio che non esistono alberi abbastanza lunghi da usare come centine o ponteggi e inoltre le parti murarie già costruite non sono troppo resistenti.

brunelleschi-cupola-santa-maria-del-fioreCosa combina allora questo ragazzo così rivoluzionario? Crea un delizioso mix tra le strutture gotiche ormai ben note e quelle delle rovine romane che si divertiva a dissotterrare e studiare insieme all’amico Donatello.

Così ecco che il mondo conosce una nuova meraviglia, la più grande cupola in muratura mai realizzata (primato incontrastato fino ad oggi!), sorretta mediante nervature gotiche e resa autoportante grazie all’uso del romanissimo mattone a spina di pesce. Cassettoni classici e costoloni medievali insieme, un nuovo approccio matematico e concettuale alla costruzione che spalanca del porte al Rinascimento.

III. Le conseguenze della Rivoluzione Industriale

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Per incontrare l’ultima grande rivoluzione nel campo dell’architettura bisogna aspettare qualche secolo, e più precisamente un evento destinato a cambiare la vita di tutti: la rivoluzione industriale.

Grazie al progresso tecnologico e scientifico il vetro si può stampare a grandi lastre e l’acciaio si perfeziona e si trasforma in profilati o barre da aggiungere al calcestruzzo. Chiodi e bulloni diventano industriali ed economici, così la prefabbricazione inizia a diventare realtà.

Si aprono le danze e nel 1851 Joseph Paxton con Il Crystal Palace dimostra le infinite possibilità che offre la prefabbricazione, mentre nel 1889 Gustave Eiffel stupisce il mondo con la sua Tour. Negli stessi anni a Chicago invece Sullivan e Adler inventano i grattacieli, per rimanere in tema di rivoluzioni.

Da questo momento in avanti il tempo inizia a correre sempre più veloce, arrivando al Novecento e a tre architetti che rivalutano il termine “contemporaneo”. Mi vengono in mente tre loro opere che sono celebrate tra le più importanti architetture del mondo.

Immaginate a chi mi sto riferendo? Avete qualche idea? In ogni caso vi invito a tornare su questa pagina nei prossimi giorni per verificare! Intanto, spero di avervi incuriosito almeno un po’. 😉

Berlino: tre simboli di rinascita da conoscere e amare

berlino-ricostruzione-reichstag-potsdamer-platz-isola-museiRiuscite ad immaginare la città di Berlino subito dopo la caduta del muro, a percepire quel mix di tensione e di sollievo, di speranza e preoccupazione?

La capitale tedesca si affaccia agli anni Novanta in una condizione delicatissima: interi quartieri sono ancora costituiti da vuoti urbani mai ricostruiti e ruderi, mentre una cicatrice lunga chilometri divide in due la città non come una linea sottile ma piuttosto come una larga striscia grigia vuota e desolante.

Nonostante le premesse disastrose e un’economia nazionale tutta da ricostruire, Berlino sin da subito è caratterizzata da un grande fermento, sintomo della volontà dei suoi abitanti di chiudere finalmente i conti con il recente passato.

Infatti se oggi, a distanza di venticinque anni, passeggiamo per la capitale tedesca, quello che abbiamo di fronte è un centro modernissimo, attrezzato e affascinante, che fa della contemporaneità uno dei suoi punti di forza. E se poi uno ci pensa bene, 25 anni non sono poi così tanti: quante cose sono cambiate nelle nostre città in quest’arco di tempo? Scommetto non tante, se si escludono i cambi della viabilità e della pavimentazione delle strade, sono pronta a scommetterci!

Tornando a noi, oggi vorrei parlare dei tre simboli che secondo me simboleggiano al meglio il desiderio di rinascita di questa metropoli, in tre campi diversi.


I. Il restauro del Palazzo del Parlamento

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A vederlo oggi sembra impossibile da credere, ma il Reichstag di Berlino è rimasto un rudere fino alla caduta del muro nel 1989. Il motivo è semplice, se si pensa che l’intento dei vincitori della guerra è quello di annientare la Germania come stato nazionale unito e sovrano.

Così, logicamente l’ipotesi del suo restauro assume un ruolo simbolico di primo piano per i tedeschi che vogliono dimostrare al mondo la loro rinascita.

Si affidano a uno dei miei architetti preferiti, Norman Foster (sir Norman Foster, per la precisione), che propone e realizza un progetto a dir poco geniale. Anziché riproporre un edificio uguale a quello ottocentesco, sceglie di evocare le forme utilizzando materiali innovativi e distinguibili, trasformando l’idea di una cupola in uno spazio panoramico che attira visitatori e che illumina dall’alto l’aula del parlamento dove si radunano i politici tedeschi, visibili dall’alto da chi passa. Non si può certo dire che a Berlino abbiano segreti da nascondere in politica, a differenza di qualche altro Paese che mi viene in mente!


II. Potsdamer Platz

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Forse non tutti sanno che in questa piazza è stato utilizzato il primo semaforo del mondo (non per niente nei negozi di souvenir trovate dappertutto gli omini neri su sfondo rosso e verde!). Nozioni da guida turistica a parte, questa piazza è un punto nevralgico della Berlino ante-1939, un animato crocevia dove già nel 1908 transitano 35 linee tranviarie ed è insediata la stazione di testa di una delle più importanti linee ferroviarie nazionali e internazionali. Potsdamer Platz in questa fase è dunque il simbolo della modernità e della vivacità economica della capitale tedesca.

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Dopo la guerra, il poco che rimane in piedi viene tagliato in due nel 1961 dal muro, rendendo di fatto impossibile l’utilizzo degli assi viari e la ricostruzione degli hotel e di tutti gli altri servizi.

A partire dal 1989, si può immaginare quindi la difficoltà nel cercare di ricucire uno spazio dilaniato e frantumato per più di quarant’anni. Riesco infatti a capire come mai oggi quello coordinato da Renzo Piano sia considerato uno tra gli interventi di recupero urbano più rilevanti a scala europea.

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Sicuramente si tratta del tentativo coraggioso di dare un nuovo volto ad una porzione di città sofferente cercando di seguire la sua originale vocazione senza arrivare a scimmiottare un passato ormai dimenticato. Si opta quindi per la dimostrazione coerente e affascinante di una modernità funzionale e simbolica, che attrae forse più i turisti rispetto ai Berlinesi.

C’è chi ha criticato questo intervento proprio facendo leva sullo scarso coinvolgimento degli abitanti, però c’è anche da dire che i tempi di una metropoli possono anche essere lunghi. Le dinamiche sociali non si cambiano da un giorno all’altro, non si può obbligare la gente a cambiare le sue abitudini, quindi credo che per poter giudicare ci vorrà ancora un po’ di tempo. E nel frattempo, io mi godo le belle architetture!


III. L’Isola dei Musei

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Se siete stati a Berlino, con ogni probabilità ricorderete l’attesa per entrare in musei come quello di Pergamo oppure l’Altes, uniti all’armonia di questo spazio ben organizzato e armonico, caratterizzato dalle strutture neoclassiche ed eclettiche.

Bene, tutto quello che si può vedere oggi, nella misura in cui si vede oggi, è il risultato (non ancora terminato) di un concorso bandito negli anni Novanta dalla città per recuperare questi edifici, bombardati in maniera più o meno grave dalla guerra e restaurati sommariamente per mano dei sovietici.

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Partecipano molti grandi architetti, tra cui Giorgio Grassi e Frank Gehry (i cui progetti sono qui riportati) e vince David Chipperfield, che prevede un passaggio sotterraneo che colleghi i cinque musei, insieme a una struttura contemporanea, in fase di realizzazione, che sarà destinata all’accoglienza e ai servizi per i turisti, prevedendo caffetteria, bookshop e tutto il resto.

La bellezza di questo intervento di rinascita culturale secondo me risiede proprio nella volontà di adeguare un complesso storico alle esigenze di oggi, visto che ormai sono milioni i visitatori che ogni anno scelgono Berlino e l’isola dei musei come meta.


Per farla breve, mi piace pensare a questi tre progetti perché, seppure diversi, rappresentano in pieno la volontà di rinascita di un popolo che non è abituato ad abbassare la testa: il Reichstag per dimostrarne la forza politica (che di anno in anno effettivamente è in aumento), Potsdamer Platz per omaggiare un passato che non esiste più e sfoggiare la vivacità economica e infine l’Isola dei musei, per ricordare le radici della nazione, i grandi artisti e gli interessi (e le razzie, per essere precisi) che hanno influenzato la cultura tedesca.

Grand Tour 2015: sintesi di un’esplorazione mitteleuropea

europa-grand-tourDove inizia la modernità? Quali sono le tappe che collegano i grandi edifici classicheggianti ottocenteschi ai grattacieli vetrati?

Negli scorsi giorni ho cercato di individuarle e di risalire per la Mitteleuropa in una sorta di “grand tour contemporaneo”, inseguendo le radici della cultura contemporanea, per quanto riguarda l’arte e soprattutto l’architettura.

Per non essere troppo prolissa o ripetitiva, ho provato a selezionare quattro mete particolarmente rappresentative, che ora riepilogherò brevemente, per concludere l’argomento e individuare altri spunti, visto che avrei potuto parlare di tanti altri bei posti.


| I TAPPA | VIENNA E IL RING: CAOS E MODERNITÀ NELLA CAPITALE ASBURGICA

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Come ormai credo che sappiate, per me il periodo della Secessione Viennese è fondamentale per comprendere l’architettura del XX secolo, proprio perché costituisce una soluzione di continuità tra l’Ottocento e il Novecento.

Bisogna ammettere che il liberty, nelle sue diverse accezioni, imperversa in varie città europee, come Bruxelles, Parigi, Barcellona e persino Torino, Palermo e Milano, nel loro piccolo. Allora cosa rende diverso lo sviluppo della sua versione viennese? Sicuramente il forte impatto nel mondo culturale del tempo (come ho già più volte detto), ma per me il suo fascino è anche un altro.

La sua bellezza è che il movimento secessionista non si limita alla capitale austriaca ma raggiunge tutto l’impero asburgico, quell’impero vastissimo che nel 1918 viene disgregato e che ora è composto da innumerevoli realtà diverse, più o meno complesse, vincolate a diversi destini. Ma le tracce del passato comune sono presenti: girando per le vie centrali di bellissimi centri come Budapest, Lubiana o Praga si percepisce un filo che le lega insieme, una base comune leggibile nei ponti cittadini, negli edifici art nouveau e negli elementi di arredo urbano. Sono differenti le lingue parlate e le fisionomie dei volti che si incontrano, eppure permane un’aura immortale che le fa confondere nella memoria e le tiene unite.

Per rivedere l’articolo che parla della prima tappa del Grand Tour, vi invito a cliccare qui: Quando il troppo stroppia: dall’eclettismo più sfrenato alla rivoluzione in stile floreale.


| II TAPPA | LA COLONIA DEGLI ARTISTI A DARMSTADT

darmstadt-colonia-artisti3La Colonia degli Artisti rappresenta l’immediata evoluzione della Secessione, che si trasforma da argomento dei salotti a vera e proprio accademia per l’arte, l’architettura e l’arredamento.

Per rivedere questo articolo, vi invito a cliccare qui: Alla ricerca dell’Opera d’arte totale: intensità e follia in equilibrio tra due secoli.


| III TAPPA | LA SCUOLA PERFETTA PER L’ARCHITETTURA PERFETTA

Il cortile del Bauhaus, a Dessau.

Con il Bauhaus, da accademia di matrice ottocentesca si arriva a università in chiave moderna, un luogo di sperimentazione dove si possono ammirare i capisaldi dell’architettura e dell’arte contemporanea, grazie ai grandi maestri che vi hanno insegnato. Ma in altri casi anche le opere degli stessi professori diventano manifesti delle loro idee. 

Ecco, io in un moderno Grand Tour inserirei anche Vila Tugendhat a Brno di Ludwig Mies Van Der Rohe, visitabile e tutelata dall’Unesco. Si tratta di una villa situata sulla collina della città morava che si riesce a comprendere a pieno soltanto guardandola dal vivo, perché è proprio vero che l’architettura è soprattutto una questione di percezione degli spazi, oltre che di estetica del costruito.

Un’altra città da vedere su questo tema è certamente Stoccarda (che non ho ancora avuto l’occasione di visitare, quindi in questo caso vi parlo basandomi solo su ciò che ho studiato), dove nel 1927 viene organizzata un’esposizione sul Movimento Moderno, curata di nuovo da Mies Van Der Rohe. Qui, con lo scopo di esaltare la modernità, viene realizzato un intero quartiere da 16 grandi architetti e ancora oggi sono visitabili 14 dei 21 edifici originali.

Per rivedere i due articoli sui temi del Bauhaus e del Movimento Moderno, vi invito a cliccare qui: Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità, oppure qui: Bauhaus: seguendone le tracce tra Berlino e Dessau


| IV TAPPA | LA CITTÀ CHE RISORGE DALLE SUE CENERI

Berlino

Infine, il nostro viaggio virtuale ci ha condotti a Berlino, per ammirare la sua atmosfera decadente da ex-città sovietica insieme alla grande volontà di rinascita che le sta cambiando il volto.

Vi dirò che a me questo mix di percezioni e di contrasti piace molto, infatti sono un’appassionata viaggiatrice in un altro paese che condivide un destino per certi versi comune, la Polonia. Effettivamente, in tema di vere e proprie “resurrezioni”, potrei parlare di città come Varsavia e Danzica, luoghi in cui sono stata più di una volta  e che ho amato sin da subito. Le avete mai viste? Non posso mettermi a descriverle ora, aprirei una specie di vaso di Pandora, piuttosto aspetterò il momento per mettermi a raccontare di questo Paese così complesso e affascinante.

Nel frattempo, per rivedere l’articolo su questa tappa, vi invito a cliccare qui: Berlino oltre il muro: la grandezza di una città ferita.


tirando le somme

Per finire (e direi proprio che è giunta l’ora di concludere), vi riporto nuovamente la frase di Milan Kundera che ho scritto prima di iniziare questo viaggio virtuale, sperando che dopo tutte queste parole si sia almeno un po’ arricchita di significato.

La Mitteleuropa non è uno Stato. E’ una cultura o un destino. I suoi confini sono immaginari e devono essere ridisegnati al formarsi di ogni nuova situazione storica.

Forse adesso si tratta di una realtà meno viva rispetto al passato, ma non per questo la sua memoria perde di importanza, visto che quello che vediamo oggi nei quartieri più recenti delle nostre città è il frutto, nel bene e nel male, di quello che è esistito prima e di cui ho cercato di scrivere sino ad ora.

Berlino oltre il muro: la grandezza di una città ferita

Berlino

Il prezzo che Berlino ha dovuto pagare, al termine della II Guerra Mondiale, è stato l’annientamento, sia a livello fisico sia simbolico.

La follia nazista ha condotto alla distruzione quasi totale di quella che era una delle più grandi metropoli del mondo, seguita dalla suddivisione (o, per meglio dire, lacerazione) in quattro spicchi di influenza delle nazioni vincitrici. Le foto che seguono servono a rendere un’idea dello sfacelo: riconoscete le porte di Brandeburgo e l’oggi scintillante palazzo del parlamento?

Nonostante questo destino tragico, la capitale tedesca non può che essere la IV ed ultima tappa del mio Grand Tour alla ricerca delle radici del contemporaneo. Dopotutto, chi perde molto ha tanto da fare per ricostruire, nel bene e nel male. Così, vediamo di andare con ordine.


|  IV tappa  |   La città che risorge dalle sue ceneri
Alexander Platz.
Alexanderplatz.

Prima della guerra, Berlino è una città moderna, dinamica e avanguardista, culla di movimenti artistici e sede di grandi istituzioni. Dopo il 1945 tutto è destinato a cambiare: alla distruzione fisica segue un periodo di grande povertà, insieme alla sottomissione alle potenze vincitrici.

Il marchio sovietico è forse quello che ancora oggi si legge maggiormente: basta passeggiare per Alexanderplatz per notare l’antenna della televisione (difficile non vederla!) e i grandi palazzi in stile sovietico. Questa porzione di città ricorda altri centri sparsi nella Mitteleuropa, dove gli anni d’oro di Stalin hanno lasciato in eredità blocchi di edifici grigi e altissime antenne, ci avete mai fatto caso?

Per queste ragioni, vedere oggi Berlino non è un’esperienza paragonabile all’esplorazione di Parigi o Londra, soprattutto per il fatto che ancora oggi si percepisce qualcosa di disomogeneo, qualche controsenso. Le tracce della storia recente sono visibili allo stesso modo nei monumenti commemorativi e nei vuoti urbani, quegli immensi isolati che sembrano cicatrici nel tessuto cittadino.

Per di più, la contemporaneità ha un grande spazio. Non per niente sto parlando di una città giovane su misura dei giovani, dove l’arte e l’architettura contemporanea giocano un ruolo di rilievo.

Nel momento in cui il muro è crollato, sono successe due cose importantissime (dal punto di vista architettonico ma non soltanto):

1. Berlino è tornata ad essere la capitale unita di un grande stato, che necessita nuovamente di tutta una serie di edifici e infrastrutture sino a questo momento trascurati (il parlamento primo tra tutti)

2. i terreni su cui prima correva il muro (per una lunghezza di chilometri), diventano cicatrici nel tessuto urbano, spazi vuoti da riempire con operazioni immobiliari e sociali (un esempio? Potsdamer Platz!).

Così, la capitale tedesca diventa una sorta di città dei sogni per gli architetti e i progettisti di tutto il mondo, diventando la metropoli in cui i cantieri non finiscono mai. (Vorreste un riepilogo degli interventi più interessanti? Vi chiedo scusa ma credo che dovrete aspettare il prossimo articolo!)

berlino-potsdamer-platz
Potsdamer Platz.
In sintesi, perché concludere proprio qui il mio viaggio virtuale?

Per prima cosa, se il mio scopo è quello di scoprire le radici della modernità, questa è la modernità, il frutto delle rivoluzioni culturali che investono l’Europa intera nel ventesimo secolo.

Qui si vedono applicate le lezioni dei maestri dell’architettura e qui si sta scrivendo il prossimo capitolo dei libri di storia dell’arte, senza forse che ci si faccia troppo caso.

Tutte le volte che ho lasciato Berlino mi è rimasta come l’impressione di non averne colto lo spirito al 100%, come se mi mancasse qualcosa, un dettaglio che servisse ad incorniciare il tutto. E sapete una cosa? Credo che quello che tutte le volte mi è mancato sia dovuto al fatto che molte caratteristiche della città non sono ancora assimilate o storicizzate, al contrario, vivono ancora in una fase di completo movimento, cambiano ogni giorno senza un’idea precisa di quello che riserverà il futuro, indondando il presente di un’intensità che in altre città d’Europa è davvero difficile trovare.

Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità

Il cortile del Bauhaus, a Dessau.
Il cortile del Bauhaus, a Dessau.

Riconoscete questo posto? Credo che molti appassionati di architettura e design lo considerino come una meta di pellegrinaggio, una specie di Mecca per chi cerca le origini della modernità. Ma partiamo dall’inizio.

Sicuramente non si può negare il fatto che la Prima Guerra Mondiale abbia cambiato le carte in tavola, anche se nel caso dell’architettura la ricerca di forme geometriche essenziali si è sviluppata già a partire dagli anni Dieci.

In ogni caso è dopo il 1918 che prende piede, introducendo vere e proprie innovazioni nella cultura dell’abitare. Grandi intellettuali come Le Corbusier e Mies Van Der Rohe ristudiano completamente gli spazi degli edifici residenziali e non, individuando quelli che sono requisiti ancora decisamente attuali, come la presenza di autorimesse, di bagni spaziosi, di ambienti confortevoli e di dotazioni impiantistiche. I progetti adesso non riguardano soltanto i ceti più abbienti: per la prima volta si pensa ad un’architettura e all’arredamento per le masse.

La rivoluzione del Movimento Moderno è proprio incentrata su questa nuova attenzione a livello sociale, unita ad idee avanguardiste.

Così, proprio in un Paese momentaneamente povero e maltrattato come la Germania, nasce una scuola di architettura e arti applicate destinata a cambiare tutto, con l’ambizioso intento di insegnare la progettazione “dal cucchiaino alla città”. Ed è questa la prossima ed inevitabile tappa del mio Grand Tour 2015.


| III Tappa |   La scuola perfetta per l’architettura perfetta

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Ovviamente mi riferisco al Bauhaus, fondato a Weimar nel 1919, trasferito a Dessau nel 1925 e a Berlino nel 1932, fino alla definitiva chiusura nel 1933. Di cosa si tratta a livello pratico? Cercherò di dare una breve spiegazione.

L’architetto e intellettuale Walter Gropius fonda questa specie di accademia con l’intento di dare ai ragazzi i mezzi per una progettazione funzionale, economica e standardizzata. Vi viene in mente l’Ikea? Ecco, diciamo che potrebbe considerarsi come una sorta di erede! Negli anni è caratterizzata da insegnanti prestigiosi e dalla grande apertura mentale, tanto da spaventare i Nazisti che pensano bene di farla chiudere, dopo anni di opposizione.

Oggi, se si va a Dessau si può vedere il complesso, progettato dallo stesso Walter Gropius, che ospitava i laboratori, le aule, i dormitori e gli spazi comuni della scuola. Io sono stata lì un paio di settimane fa e credo proprio che meriti il viaggio.

Per me, vedere il Bauhaus infatti non ha significato semplicemente la visita delle stanzette e dei laboratori aperti ai turisti, ma piuttosto l’affaccio su un mondo utopico che sarebbe potuto esistere, se solo non si fossero messi in mezzo quegli idioti dei Nazisti con la loro soppressione della libertà.

Quello in cui si viveva qui era infatti un mondo per prima cosa libero, al di sopra dei clientelismi, delle rigidezza delle accademie e dei luoghi comuni.

Sto parlando di una scuola che nel 1925 era frequentata quasi al 40% da ragazze, una specie di università dove insegnavano i massimi intellettuali e artisti dell’epoca (Kandinsky, Klee, Gropius e Mies Van Der Rohe, giusto per fare qualche nome!) e dove si viveva in un clima di totale rispetto reciproco e di condivisione. Poco importa in realtà che si studiassero architettura, design e arte: sarebbero potuti esistere  Bauhaus anche di altri settori, perché quello che veramente conta è l’approccio rivoluzionario e ineguagliato. (per lo meno che io sappia, ndr)

A Dessau la scuola viene progettata attentamente su misura degli studenti, che si ritrovano lì per passione e sicuramente si godono a pieno l’esperienza di lavorare al fianco di gente come coloro che ho elencato prima.

La bellezza di questo luogo è proprio l’atmosfera surreale che ancora oggi aleggia, un’idea di equilibrio ed armonia che raramente si prova (soprattutto in una scuola). Il Bauhaus mi fa pensare ad un’altra grande perdita subita a causa di un regime totalitario e di una guerra mondiale. Osteggiata, la scuola è infatti costretta a chiudere i battenti, mettendo così fine ad un periodo sicuramente unico nella storia recente.

Tutte queste menti geniali, se possono, se ne volano in America. Le ragazze rimaste da studentesse diventano “giovani hitleriane”, scambiando la scuola con i vestiti tradizionali e la grande ambizione di diventare madri solide per piccoli ariani. E ai maschi non va molto meglio, visto che la strada che si delinea è quella di diventare soldatini.

Addio modernità, quel che rimane è la triste architettura di regime. Così, l’Europa si è giocata qualcosa che avrebbe potuto cambiare la storia, a partire dalle prime ricostruzioni postbelliche. E forse persino noi poveri italiani, finiti nel boom della speculazione, saremmo riusciti a non deturpare meticolosamente quasi tutti i nostri bei paesaggi.


Mi sono dilungata troppo, solo adesso mi rendo conto che in pratica non vi ho raccontato molto di questo posto. Spero di avervi incuriosito, anche perché il prossimo articolo parlerà ancora di Bauhaus, lasciando da parte i miei pensieri e raccontando la realtà.

Che fine hanno fatto i grandi intellettuali che l’hanno frequentata o che vi hanno insegnato? Dove si deve andare per seguire le tracce di questa scuola? Concretamente, che cosa si studiava? …Lo scoprirete nella prossima puntata! 😉

Quando il troppo stroppia: dall’eclettismo più sfrenato alla rivoluzione in stile floreale

L'edificio della Secessione Viennese, simbolo del movimento.
L’edificio della Secessione Viennese, simbolo del movimento.

Se voglio indagare sulle radici del pensiero e del gusto contemporaneo, non posso che iniziare parlando di quello che c’era prima, quindi dovrete perdonare una piccola digressione.

Se è vero che ogni salto oltre la linea d’ombra è una reazione a una condizione precedente, allora per capire il primo Novecento bisogna spingersi nel buio, fare almeno qualche passo nella mentalità eclettica e ostinatamente positivista. 

Nel corso dell’Ottocento, complici della rivoluzione industriale ma non solo, i borghesi si ritrovano ad avere conquistato il mondo, o per lo meno raggiungono le vette della vita mondana e sociale. Come bandierine, ecco che nelle città fioriscono teatri, parlamenti, musei, università, caffè e centri commerciali, simboli del potere di questo nuovo ceto in folle crescita. 

Ma quale può essere lo stile architettonico destinato ad accomunare tutti questi dominatori e a mostrarne l’importanza? Questa sì che è una bella domanda, un vero dilemma che fatica a trovare una risposta. Il barocco ormai ha stufato, così come il neoclassicismo, ma allo stesso tempo le nuove idee stentano ad arrivare. Di conseguenza, ecco che per questi edifici cardine della vita pubblica si sceglie un linguaggio che diventa un miscuglio di caratteri del passato, accostando senza timore le arcate gotiche ai fregi del Partenone.

Come non è difficile da immaginare, una tale confusione è destinata a condurre ad una rivoluzione innovativa e severa, che in ogni città d’Europa assume diversi caratteri.

Ed ecco che finalmente veniamo alla nostra prima meta.


| I tappa |   Vienna e il ring: caos e modernità nella capitale asburgica
Il parlamento austriaco in stile neogreco, con i pinnacoli neogotici del municipio sullo sfondo.
Il parlamento austriaco in stile neogreco, con i pinnacoli neogotici del municipio sullo sfondo.

Sarò ripetitiva ma questo moderno Grand Tour non poteva che iniziare qui.

Di Vienna ho già parlato e anche del Ring (non ricordate? Ecco l’articolo: Sulle tracce della “Vienna fin du siècle”: quattro mete da non perdere!), però la confusione architettonica degli edifici che si trovano in quest’immensa porzione borghese-aristocratica della città è esemplare. Sulla stessa piazza, ad esempio, insistono il teatro, l’università, il parlamento e il municipio, realizzati negli stessi anni ma assolutamente diversi, ricalcando linguaggi come  il gotico, il barocco, il greco e il rinascimentale.

Passeggiare per la Ringstrasse permette di comprendere a pieno qual è la tipologia di città ottocentesca, dominata da una parte dall’opulenza dei grandi edifici per i servizi e dall’altra dalla grande modernità delle prime linee tramviarie e metropolitana, per non parlare delle prime illuminazioni pubbliche notturne.

Insomma, è in questo periodo che le città diventano un posto splendido e perfetto per passeggiare ed approfittare del tempo libero, cambiando completamente di aspetto rispetto al passato.

Oltre a Vienna, questo processo investe quasi tutte le città europee, basti pensare ai boulevards parigini oppure all’ardito intervento di Andrassy Ut a Budapest (per saperne di più, consiglio questo articolo: Quattro motivi per scegliere Budapest come meta per il prossimo viaggio, per la precisione nel punto 2), per fare un paio di esempi.

Allora perché parlare proprio di Vienna? La ragione è semplice: perché è in questa città che si possono vedere, proprio sul ring, i segni di quello che è stato il movimento che ha rotto con la tradizione accademica dell’eclettismo.

In pratica, un gruppo di artisti e di intellettuali, capeggiato niente meno che da Gustav Klimt, si è letteralmente separato dagli insegnamenti delle pompose e poco aggiornate università, creando quella meraviglia che è stata la Secessione Viennese, un movimento di rottura che ha portato alla ribalta la versione austriaca del liberty, applicato sia in pittura sia in architettura.

Come dicevo, proprio sul Ring si vede il palazzo che i secessionisti edificano come per le loro esposizioni. Si tratta di un progetto di Joseph Maria Olbrich, vicino a Karlsplatz, una meraviglia architettonica di cui ho parlato in questo articolo: “A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”. Ed è sempre in questo articolo che racconto in maniera più diffusa dell’origine e della diffusione della Secessione, quindi vi invito a non perderlo!

J. M. Olbrich, il Palazzo della Secessione a Vienna.
J. M. Olbrich, il Palazzo della Secessione a Vienna.

Già solo questo edificio merita il viaggio virtuale, non credete?

In ogni caso preparatevi, perché questo è soltanto l’inizio. Da questo momento, collocato per la precisione nel 1898, la modernità prende piede e le idee simboliste e secessioniste si diffondono per tutta la Mitteleuropa e non solo, creando a un bel po’ di scompiglio.

Ma questa è un’altra storia oppure, per meglio dire, un’altra tappa, quindi rimanderò al prossimo articolo. A presto!