L’isola dei morti di Arnold Böcklin: cosa racconta l’emblema del simbolismo?

Che potere deve possedere secondo voi un’opera d’arte per riuscire a stregare, negli anni, personalità controverse e influenti come Sigmund Freud, Gabriele D’annunzio e Adolf Hitler? Sarebbe bello trovare una risposta semplice e chiara ma, se vogliamo per lo meno avvicinarci, non ci resta che immergerci nel simbolismo di Arnold Böcklin.

Dopo aver parlato di luce e di impressione, oggi torno al tema “un incanto di panorama” e mi decido ad affrontare con voi il regno dell’inconscio e dell’interpretazione soggettiva, l’altro aspetto saliente della pittura del secondo Ottocento europeo.

L’isola dei Morti di Arnold Böcklin, 1879-1886

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Arnold Böcklin, L’isola dei morti (terza versione)
Chi è Arnold Böcklin (1827-1901)?

Per prima cosa, è il caso di raccontare qualcosa di più sulla biografia dell’autore di questo misterioso capolavoro.

Arnold Böcklin nasce a Basilea da una famiglia di mercanti, studia all’accademia di belle arti di Düsseldorf, dove approfondisce il romanticismo tedesco, e poi va nel 1848 a Parigi, dove scopre artisti come Corot e Delacroix. Nel 1850 visita l’Italia e se ne innamora: vive a Roma fino al 1857 e qui sposa una ragazza, Angela Pascucci. Studia il mondo classico e la sua mitologia, che diventano una delle sue principali fonti di ispirazione.

Nel 1859 si trasferisce a Monaco; qui diventa insegnante della scuola d’arte di Weimar per un paio d’anni, per poi tornare nuovamente in Italia e successivamente a Basilea.

Nel 1974 si trasferisce a Firenze, dove nasce la figlia Beatrice che muore ad un anno e viene seppellita nel cimitero svizzero, una delle possibili ispirazioni per l’isola dei Morti, la cui prima versione viene realizzata proprio qui nel 1879. Rimane in Italia e più precisamente in Toscana fino alla morte nel 1901, ed è sepolto a Firenze.


Cosa raccontano le 5 versioni de L’isola dei Morti?

Ebbene sì, quando si parla dell’Isola dei morti di Arnold Böcklin si parla di cinque opere eseguite nell’arco di quasi un decennio, repliche di una prima che sin dagli inizi ha stregato autore e committenza per il suo potere evocativo.

Si conosce poco delle intenzioni dell’artista e nulla della storia che vuole raccontare, però non si può negare che questa scena abbia la forza di spingere l’osservatore all’interno di una visione onirica, di un sogno lontano eppure prossimo, pregno di riferimenti culturali e geografici.

Di seguito ho riportato le altre tre versioni che si possono ancora rimirare in vari musei in giro per il mondo, mentre la quarta è purtroppo andata perduta durante la seconda guerra mondiale.

In tutte le opere, la composizione non cambia mai in maniera sostanziale, più che altro variano le luci e i dettagli. Al centro del quadro si trova un’isola rocciosa che sembra aprirsi verso l’osservatore, selvaggia eppure costellata di piccole strutture templari, simili a sepolcri. L’unica forma di vegetazione sono invece i cipressi, alberi per tradizione associati ai cimiteri.

In primo piano c’è poi una barca che sta approdando, condotta da una sorta di Caronte e popolata da una figura ammantata di bianco, forse un’anima da traghettare nell’aldilà.

Gli elementi tutto sommato sono pochi, ma sufficienti a originare un capolavoro: sapreste dire come mai? Io credo che la risposta sia nel fatto che ognuno, guardandola, riesce ad accostarsi a qualcosa che risiede nel suo intimo. Si tratta di un’opera figurativa e realistica nel tratto, che però spalanca le porte ad una foresta di simboli. 

Sono convinta che questa sua natura così fluida, inconsistente eppure potente, sia il segreto del suo successo planetario e senza tempo, della sua originalità e della modernità che ancora oggi dimostra.

L’Isola dei morti ha ispirato molti artisti del Novecento, come Giorgio De Chirico e Salvador Dalì, per citarne alcuni, ma non soltanto: Gabriele D’Annunzio ne ha voluta una riproduzione nella camera da letto, mentre Sigmund Freud ne ha fornito una lettura in chiave psicoanalitica. Oltre a loro, anche Adolf Hitler è stato affascinato dalla spettrale bellezza di questo capolavoro di Arnold Böcklin, tanto da acquistarne la terza versione e da collocarla prima nel Berghof e poi nella cancelleria del Reich.

In conclusione, è difficile capire quali siano gli elementi che ci fanno invaghire dell’Isola dei Morti e io stessa non saprei dirvi il motivo per cui subisco sempre e completamente il fascino magnetico di quest’opera (soprattutto della terza versione e della quinta, se devo essere sincera).

Anche voi subite questo sortilegio? Qual è la vostra Isola dei Morti preferita? Perché vi piace o perché la odiate? Fatemi sapere!


Dopo L’isola dei morti, L’isola dei vivi (1888)

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Arnold Böcklin, L’isola dei vivi.

Prima di concludere, ecco ancora due parole su un altro quadro a tema.

Ad un paio d’anni di distanza, nel 1888, Arnold Böcklin dipinge un quadro diametralmente opposto all’Isola dei morti, che intitola “L’isola dei vivi”: che scarsa fantasia, non trovate?

A parte gli scherzi, i protagonisti in questo caso sono i colori luminosi, i cigni e gli innamorati, tutti segni della felicità e della vitalità. Carino, non trovate? Eppure secondo me non si può paragonare alla forza espressiva della serie che l’ha reso famoso. Siete d’accordo con me oppure sono io che ho una vena macabra? Ai posteri l’ardua sentenza 😉

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La gazza di Claude Monet: cosa rende quest’opera un capolavoro?

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Ci sono opere d’arte che mettono tutti d’accordo, quadri che, nel momento il cui li osserviamo, non lasciano spazio a dubbi: ci piacciono e non ci stanchiamo di guardarli.

Credo che un esempio sia proprio La gazza di Claude Monet, un dipinto ad olio che ho avuto la fortuna di vedere più di una volta dal vero e che trovo sia un concentrato di poesia e allo stesso tempo di maestria tecnica: non siete colpiti anche voi di fronte a tutte le sfumature che vanno a comporre la neve, incolore per definizione?

Dopo aver parlato un po’ di realismo, in tema di “un incanto di panorama” oggi è doveroso arrivare a Claude Monet e alla rivoluzione compiuta dagli impressionisti, una ventata di novità destinata a cambiare il futuro della pittura. E, tra tutti i quadri che mi sono passati per la testa, ho scelto la piccola gazza appollaiata per ragioni affettive ma anche oggettive, come cercherò di spiegarvi, partendo come sempre da qualche cenno biografico.


La gazza, 1868-69

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La gazza, Claude Monet
Chi è Claude Monet (1840-1926)?

Claude Monet vive la sua infanzia a Le Havre, perde la madre a diciassette anni e due anni dopo va a studiare arte a Parigi, grazie ai risparmi del padre. Rimane sostanzialmente nella ville lumière per molti anni (nonostante varie vicissitudini), sotto molteplici influenze dal punto di vista pittorico. Nel 1870 si sposa con Camille, sua amata e modella di molte opere e, nello stesso anno, la guerra curiosamente porta a qualcosa di buono: da soldato, viene mandato a Londra, dove può vedere le opere di J. M. W. Turner.

Tornando, passa per i Paesi Bassi dove acquista alcune stampe giapponesi, rimanendone affascinato, per poi trasferirsi a vivere vicino a Parigi.

Da qui, la rivoluzione: luce anziché linee, volumi anziché disegni; ecco che l’impressionismo, grazie anche all’effervescente clima parigino, sta venendo al mondo. Il nome di questo movimento si deve all’esposizione del 1874, a cui Monet partecipa, anche se poi lascerà presto gli altri impressionisti, per spingersi più lontano in cerca di maggiori soddisfazioni. 

Camille muore prematuramente nel 1879, e l’artista si trasferisce nel 1883 a Giverny con Alice, la sua nuova compagna, e la famiglia. In questo piccolo paese riesce a creare il suo giardino segreto, il luogo dove dipingere ininterrottamente senza stancarsi.

Ormai è un artista affermato e i decenni successivi sono un periodo in cui la sua fama si consacra e la sua passione per la pittura non si placa: Claude Monet è l’uomo che sente il dovere morale di dipingere, di esprimersi e di proseguire la sua ricerca, consapevole di stare compiendo qualcosa di grande.


Qual è la magia de La gazza?

Veniamo finalmente al vero argomento di questo post, un quadro impressionista dipinto ancora prima che il termine “impressionismo” fosse coniato: siamo infatti ben cinque anni in anticipo rispetto alla prima esposizione ufficiale.

Eppure, se osserviamo i dettagli, non possiamo negare che ci siano tutti gli ingredienti che hanno reso grande questo movimento: la luce come protagonista, la pennellata libera e la libertà nell’uso del colore.

Si tratta di un’opera dipinta en plein air che rappresenta un soggetto semplicissimo e quasi banale: una gazza appollaiata su uno steccato con alcune case e il bosco come sfondo, il tutto immerso in una neve soffice e materica, resa magistralmente grazie al sapiente gioco di luci e di ombre che caratterizza il quadro.

Quali sono i vostri particolari preferiti? I miei sono il rosso dei comignoli (necessario per bilanciare cromaticamente la composizione) e la perfetta ombra della gazza, accentuata affinché si noti e crei un punto di vista.

A parte il gusto personale, bisogna notare che il paesaggio diventa in questo caso l’impressione di un momento, e che questo viene sottolineato dalle pennellate rapide e dalla spontaneità che contraddistingue un tale capolavoro.

Capolavoro, vi dico. Eppure, sapete che per i contemporanei è stato considerato un fallimento? Come ci racconta molto bene il sito del Museo d’Orsay in una scheda dedicata, le tonalità chiare e luminose dell’opera, inconsuete per il pubblico abituato ai colori scuri utilizzati dalle accademie, non vengono assolutamente apprezzate. Incredibile, non trovate? Noi spesso storciamo il naso di fronte alle tinte buie dei monumentali quadri ottocenteschi e invece centocinquant’anni fa è successo esattamente l’opposto.

Soltanto sapendo queste cose secondo me possiamo davvero capire l’audacia e l’innovazione compiuta da Claude Monet in questa tela, che è stata persino rifiutata dalla giuria del Salon del 1869.

I tempi forse non erano ancora proprio maturi, ma sicuramente in questi anni a Parigi e dintorni la storia dell’arte ha imboccato una nuova direzione: l’invasione dei colori vivaci e luminosi, il vigore vistoso delle pennellate e la rappresentazione di un’impressione diventano elementi che influenzeranno e rivoluzioneranno il futuro.

A cosa mi riferisco? Se volete scoprirlo, non perdetevi i prossimi post!


Nel frattempo, Claude Monet non vi ha ancora stancato? Ecco allora altri articoli in cui ho parlato di lui e dell’impressionismo:

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era
Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?
Il giardino segreto di Claude Monet

Maggio 2017: le mostre d’arte da non perdere in Italia

Anche voi avreste voglia di visitare qualche bella mostra d’arte in questo maggio 2017?  

Se non siete ancora riusciti a guardarvi intorno, ecco a voi una selezione schematica delle esposizioni più interessanti (a mio avviso) che la nostra bella Italia ci regala nei prossimi tempi, suddivise per città.


Torino

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L’emozione dei colori nell’arte

Fino al 23 luglio 2017, GAM di Torino e Castello di Rivoli

Klee, Kandinsky, Munch, Matisse, Delaunay, Warhol, Fontana, Boetti, Paolini e Hirst sono alcuni dei protagonisti di un’ampia mostra collettiva che ripercorre la storia, le invenzioni, l’esperienza e l’uso del colore nell’arte. Per saperne di più, ecco il link alla pagina del sito della GAM.

Personalmente, ho visitato l’esposizione in entrambe le sedi e devo dire che ho preferito la GAM: una mostra davvero intrigante e ricca di spunti e opere importanti, forse più domande che risposte, se devo essere sincera, ma sicuramente da vedere!

Dal Futurismo al ritorno all’ordine

Fino al 18 giugno 2017, Museo Arti Decorative Accorsi–Ometto

La Fondazione Accorsi-Ometto offre una mostra che affronta e indaga la pittura italiana del decennio cruciale tra gli anni dieci e venti del Novecento, attraverso opere di grandi artisti come Boccioni, Balla, Casorati e molti altri. Per approfondire, ecco il link al sito ufficiale.

Devo aggiungere che sono una fan delle ultime mostre curate da questa fondazione e anche in questo caso sono stata assolutamente soddisfatta: si tratta di una esposizione piccola ma preziosa, da scoprire!


Milano

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Manet e la Parigi moderna

Fino al 2 luglio 2017, Palazzo Reale

La mostra celebra il percorso artistico del grande maestro che, in poco più di due decenni di intensa attività, ha prodotto 430 dipinti in grado di rivoluzionare il concetto di arte moderna. Per saperne di più, ecco il link alla pagina ufficiale.

Keith Haring. About art

Fino al 18 giugno 2017, Palazzo Reale

Finalmente una retrospettiva dedicata a Keith Haring, che siamo poco abituati a vedere nella veste di maestro protagonista di una mostra! L’esposizione presenta 110 opere, molte di dimensioni monumentali, alcune delle quali inedite o mai esposte in Italia. Se siete curiosi, ecco il link alla pagina ufficiale.

Kandinskij, il Cavaliere errante

Fino al 2 luglio 2017, Mudec

Circa cinquanta opere di Kandinskij raccontano il periodo del genio dell’artista che porta alla svolta completa verso l’astrazione, corredate da 85 tra icone, stampe popolari ed esempi di arte decorativa russa. Per saperne di più, ecco il link al sito.


Genova

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Modigliani

Fino al 16 Luglio 2017, Palazzo Ducale

Personalmente, io mi aspetto sempre molto da una mostra dedicata a Modigliani, tormentato artista che tanto amo, non succede anche a voi? Spero che le mie aspettative saranno rispettate quando andrò a vedere l’esposizione che, a detta dei curatori, illustra il percorso creativo di Modì affrontando le principali componenti della sua carriera breve e feconda. Per approfondire, ecco il link al sito ufficiale.

Elliot Erwitt. Kolor

Fino al 16 Luglio 2017, Palazzo Ducale

La mostra di Palazzo Ducale ha l’ambizione di presentare la prima grande retrospettiva di immagini a colori del celebre fotografo Elliott Erwitt, di cui sono state esposte quasi sempre opere in bianco e nero. È da poco infatti che l’artista ha affrontato il suo archivio a colori, dedicato ai suoi lavori editoriali, istituzionali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall’architettura al cinema e alla moda. Per saperne di più, ecco il link al sito ufficiale.


Bologna

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Mirò! Sogno e colore

Dall’11 aprile al 17 settembre 2017, Palazzo Albergati

La mostra espone 130 opere che raccontano la storia di questo maestro del surrealismo, insieme  alle suggestioni dell’isola di Maiorca dove Miró ha vissuto dal 1956 fino alla morte nel 1983. Se volete saperne di più, ecco il link al sito ufficiale.

Costruire il Novecento. Capolavori della Collezione Giovanardi

Fino al 25 giugno 2017, Palazzo Fava

La mostra espone una collezione molto importante del Novecento italiano: 90 opere realizzate tra le due guerre mondiali da artisti del calibro di Morandi, Licini, Carrà, De Pissis, Sironi e Tosi.

Se potessi teletrasportarmi lì, questa è un’esposizione che assolutamente non perderei. Ma per ora mi accontento di lasciarvi il link alla pagina dell’evento.


Piacenza

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Guercino tra sacro e profano

Fino al 4 Giugno 2017, Musei di Palazzo Farnese

La mostra espone 20 capolavori di Guercino, grande artista rappresentativo del Seicento italiano, unitamente alla possibilità di visitare la cupola del Duomo per ammirare gli affreschi e completare così un quadro orientativo delle potenzialità e degli esiti della ricerca di questo maestro. Per saperne di più, ecco il link al sito ufficiale.


Brescia

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Da Hayez a Boldini. Anime e volti della pittura italiana dell’Ottocento

Fino all’11 giugno 2017, Palazzo Martinengo

Canova, Hayez, i Macchiaioli, Segantini, Boldini e molti altri: questa mostra racconta al pubblico la straordinaria stagione artistica che l’Italia ha vissuto nel XIX secolo, illustrando le correnti e i movimenti pittorici che hanno reso il panorama artistico nazionale uno dei più frizzanti e dinamici a livello europeo. Per curiosare, ecco il link al sito ufficiale.


Forlì

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Art Decò. Gli anni ruggenti in Italia

Fino al 18 Giugno 2017, Musei di San Domenico

Questa poliedrica mostra celebra l’Art Déco, intesa come uno stile di vita eclettico, mondano e internazionale, caratterizzato dalla ricerca del lusso e della piacevolezza del vivere, tanto più intensi quanto effimeri. Per saperne di più ecco il link al sito.


Venezia

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LA BIENNALE DI VENEZIA 57. ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D’ARTE

Dal 13 maggio 2017 al 26 novembre 2017, Venezia

Finalmente è di nuovo tempo di Biennale! Come forse ho già accennato in passato, io adoro questa manifestazione, utilissima per immergersi nel panorama artistico contemporaneo e allo stesso tempo per curiosare in alcuni dei più nascosti e nobili palazzi e angoli veneziani.

Quest’edizione, intitolata “Viva arte viva”, vedrà la partecipazione di 85 nazioni nei padiglioni ai giardini, all’arsenale e nel centro storico. Per saperne di più, ecco il link al sito ufficiale.

Jheronimus Bosch e Venezia

Fino al 4 giugno 2017 – Palazzo Ducale, Venezia

La mostra racconta di una Venezia colta attratta, nel Cinquecento, dal mistero e da visioni oniriche. Oltre 50 opere da tutta Europa ruotano attorno ai tre capolavori “veneziani” di Bosch, restituiti al loro splendore. Questa piccola introduzione vi incuriosisce? Ecco il link al sito ufficiale!

Damien Hirst. Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Fino al 3 dicembre 2017, Palazzo Grassi e Punta della Dogana

Ed ecco a concludere il quadro veneziano uno dei maggiori esponenti dell’arte contemporanea, il geniale e controverso Damien Hirst, che ci propone un omaggio ad un antico naufragio, quello della nave ‘Unbelievable’ (Apistos in greco antico). Viene esposto il carico riscoperto, insieme ad opere dell’artista, in una maniera davvero unica. Siete curiosi? Ecco il link al sito ufficiale!


Verona

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Toulouse-Lautrec. La Belle Époque

Fino al 3 settembre 2017, AMO – Palazzo Forti

La mostra ha lo scopo di raccontare le varie sfaccettature delle opere di Toulouse-Lautrec, caratterizzate da una ricercata poetica anticonformista e provocatoria, decisamente innovativa. Per saperne di più, ecco il link al sito ufficiale.

Io ho visto questa mostra nella sua precedente tappa a Torino, quindi sono ben contenta di condividere con voi quella che è stata la mia (positiva) opinione sull’evento: Henri de Toulouse-Lautrec a Torino: 3 cose da apprezzare della mostra a Palazzo Chiablese.


Firenze

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Visioni dal NORD. PITTURA ESTONE DALLA COLLEZIONE ENN KUNILA, 1910 – 1940

4 marzo – 21 maggio 2017, Museo del Novecento

Ultime settimane per scoprire le opere della Collezione Kunila, una tra le più grandi raccolte private di pittura moderna dell’Europa nordorientale. La mostra vuole raccontare i segreti della tradizione pittorica del Baltico con una selezione di artisti del primo Novecento ancora poco noti al pubblico italiano. Per approfondire, ecco il link alla pagina ufficiale.

Bill Viola. Rinascimento elettronico

Fino al 23 luglio 2017, Palazzo Strozzi

A Palazzo Strozzi si può rimirare una retrospettiva sul maestro indiscusso della videoarte contemporanea, attraverso sue opere esposte in dialogo con grandi capolavori del Rinascimento. Ardito, non trovate anche voi? Se siete curiosi, ecco il link al sito ufficiale.


Roma

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Giovanni Boldini

Fino al 16 luglio 2017, Complesso del Vittoriano

È innegabile il fatto che questo sia l’anno di Giovanni Boldini, non trovate anche voi? In ogni caso, questa esposizione ci racconta di questo grande protagonista della Belle Époque, un pittore straordinario che ha immortalato nei suoi ritratti le donne più belle dell’alta società parigina. Per informazioni, ecco il link al sito ufficiale.

Artemisia Gentileschi e il suo tempo

Fino all’8 maggio 2017, Palazzo Braschi

Sono gli ultimi giorni per vedere questa bella mostra che ci conduce in un viaggio nell’arte della prima metà del XVII secolo seguendo le tracce di una grande, vera donna: Artemisia Gentileschi. Per informazioni, ecco il link alla sua pagina.

Colosseo. Un’icona

Fino al 7 gennaio 2018, Colosseo

Questa mostra ha l’ambizioso scopo di raccontarci del Colosseo dall’età classica sino ad oggi, celebrando il suo ruolo di ispirazione nel rinascimento, nel neoclassicismo e, più vicino a noi, nel ventennio fascista. Siete curiosi? Ecco il link al sito ufficiale.


Catania

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Escher

Fino al 17 settembre 2017, Palazzo della Cultura

La passione per Escher che sta attraversando l’Italia attraverso le molte mostre che si sono tenute ha ora raggiunto la Sicilia, isola cara al grafico fiammingo che la riteneva una regione così affascinante nell’architettura e nei tratti del paesaggio da provocargli un autentico e devoto “incantamento”, oltre a diventare un’importante fonte di ispirazione. Per informazioni, ecco il link al sito ufficiale.


Beh, non so voi ma a me è venuta una gran voglia di uscire di casa per vedere qualcuna di queste mostre (tutte, ad essere sincera)!

Apprezzate questa mia selezione oppure secondo voi ne ho dimenticata qualcuna? Fatemi sapere e, se avete avuto la fortuna di vederne almeno una, aspetto la vostra opinione! 😉

Millet e la Scuola di Barbizon: la realtà invade il mondo della pittura

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È possibile che un quadro che rappresenta delle pecore con dei covoni di fieno sullo sfondo costituisca una rivoluzione?

Oggi forse può sembrare quasi assurdo, dato il panorama dell’arte contemporanea, però non dobbiamo mai dimenticare che nemmeno duecento anni fa la questione era ben diversa, anche per quanto riguarda la pittura paesaggistica.

In tema di “un incanto di panorama”, dopo un bella parentesi sul Romanticismo (in cui si è parlato di Friedrich e Turner), oggi ci immergiamo nel realismo e per la precisione in uno degli esiti della francese Scuola di Barbizon. Prima di mettere troppe carte sul tavolo, cercherò di procedere con ordine.


Covoni di fieno: autunno, 1874

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Jean Francois Millet, Covoni di fieno: autunno (1874)
Chi è Jean Francois Millet (1814-1875)?

Nato e cresciuto in Normandia, Jean Francois Millet è il figlio di due semplici contadini, destinato in gioventù a studiare pittura senza abbandonare il lavoro nei campi. Nel 1837 una borsa di studio lo fa arrivare all’Ecole des Beaux-Arts a Parigi, dove partecipa al Salon del 1839, senza grande fortuna.

Qualche anno dopo fa ritorno in Normandia, dove ha un matrimonio sfortunato e lavora come ritrattista su commissione. Il suo interesse è però quello per il paesaggio ed in particolare per la vita contadina ed è grazie a questo che iniziano ad arrivare i primi successi ai Salon di Parigi (dal 1848).

Dal 1849 si trasferisce a Barbizon, dove insieme ad altri amici e artisti ormai esiste l’omonima scuola, culla del realismo in pittura e rivoluzione necessaria per l’avvento dei movimenti artistici successivi. Jean Francois Millet rimane qui sino alla fine della sua vita, realizzando in questo luogo le sue opere più famose, come Le Spigolatrici e l’Angelus.


Cosa racconta Covoni di fieno?

Se vivete in campagna o se vi avete anche soltanto soggiornato, sono sicura che osservando questa tela avvertirete una certa familiarità. Esiste qualcosa di eterno e imperituro nella posa della figura appoggiata al covone di fieno, nelle casette che serrano l’orizzonte e nel placido affaccendarsi delle pecore.

Eppure non è soltanto questo che si percepisce: saranno i colori, le pennellate o soprattutto la sapiente composizione, ma questo scorcio ha qualcosa di nobile che raramente si coglie semplicemente guardando un paesaggio dal finestrino.

Si tratta infatti di una veduta che non è immediata e che, anzi, racchiude una visione del mondo, unita all’affetto della quotidianità e dell’abitudine a vivere immersi nella natura. E, per la precisione, non si tratta della natura selvaggia ispiratrice dei romantici, bensì di quella più rassicurante, originata dalla simbiosi con l’uomo che se ne cura e la modella in base alle sue necessità primarie.

Nel periodo storico in cui le accademie di belle arti di tutta Europa sono piene di ninfette e scene mitologiche, Jean François Millet esprime la rivoluzione della realtà, ci dimostra come l’impronta divina sia da ricercare nella vita dei campi e non nelle algide visioni intellettuali e manieriste. 

Il suo intento è proprio quello di nobilitare e celebrare la vita quotidiana, usando un linguaggio che di fatto non si discosta da quello aulico e accademico: la tecnica pittorica è ineccepibile, così come la composizione studiata per incantare e direzionare l’occhio. In più, il riuscitissimo contrasto tra le tinte calde ed il blu temporalesco è un elemento fondamentale per l’opera, riuscendo a rendere l’idea di una luce forte e radente, minacciata però da nubi cariche di pioggia.


Due parole sulla Scuola di Barbizon

Visto che la ricerca di Millet non è quella dell’eroe solitario, credo che sia necessario chiudere questa parentesi con due parole su Barbizon, un villaggio situato circa sessanta chilometri a sud di Parigi, che è stato un importante ritrovo di artisti tra gli anni Quaranta e Settanta dell’Ottocento.

Si assiste in questo luogo speciale ad un percorso che ha radici romantiche ma che si spinge oltre all’idealizzazione della natura nei suoi impeti più sublimi, a favore di un’ispirazione più semplice ed autentica. Un semplice alberghetto diventa il punto di partenza per l’osservazione dal vero dei campi, dei boschi e di chi vi lavora, una ricerca che si traduce in una fiorente attività pittorica.

Nel corso del tempo Barbizon diventa una meta privilegiata per chi cerca l’ispirazione: insieme a Millet, personalità come Jean-Baptiste Camille Corot e Théodore Rousseau sono tra i principali promotori, mentre tra i visitatori si annoverano anche Auguste Renoir e Claude Monet.

A questo punto, credo sia inutile sottolineare come questa fase sia una sorta di preludio necessario a quella che è stata la successiva grande (e più nota) rivoluzione, un forte rinnovamento che coinvolgerà anche e soprattutto la tecnica pittorica. Detto questo, concludo dicendo che ci vediamo prossimamente per parlare un po’ di impressionismo! 😉

J. M. W. Turner: la rivoluzione del colore e della luce nella pittura del paesaggio

Se doveste scegliere una tra le opere di Turner, quale secondo voi rappresenterebbe meglio gli esiti della sua ricerca pittorica e la sua interpretazione del romanticismo?

Ad essere onesta trovo questa domanda difficilissima. Che sia per il mio troppo amore o per la sua grande versatilità, ma il risultato è che in questo post sapevo di voler parlare di questo grande artista, ma avevo troppi quadri in testa. Alla fine, per continuare in tema “un incanto di panorama” e dopo avervi raccontato dell’aspirazione al sublime di Caspar David Friedrich, oggi ho deciso di proporvi L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni, perché credo che rappresenti la sua rivoluzione in campo di paesaggi.

Il salto in avanti che Joseph Mallord William Turner compie infatti riguarda i soggetti, la tecnica, la pennellata e soprattutto la luce, che è l’indiscussa protagonista di quest’opera. La sua mano fatata apre porte destinate ad essere sfondate nei decenni successivi e racconta storie emozionanti, testimonianza di un periodo storico ma anche della natura umana.


L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni, 1835

Joseph_Mallord_William_Turner,_English_-_The_Burning_of_the_Houses_of_Lords_and_Commons,_October_16,_1834
Joseph Mallord William Turner, Incendio delle Camere dei Lords e dei Comuni del 16 ottobre 1834.
Chi era Joseph Mallord William Turner (1775-1851)?

Turner è una figura solitaria ed eccentrica e allo stesso tempo un artista dall’indubbia fama, un instancabile sperimentatore che non sazia mai la sua sete di conoscenza. Cercando di andare con ordine, per prima cosa cercherò di sintetizzare qualche cenno biografico.

Nasce a Londra nel 1775 e viene cresciuto principalmente dal padre, con cui sviluppa un legame che si mantiene saldo negli anni. A quattordici anni viene ammesso alla Royal Academy School, dove studia prospettiva e pittura, cimentandosi specialmente in soggetti architettonici e topografici. (Che dire, è proprio vero che la natura di un individuo in certi casi si manifesta ben presto)

A partire dall’anno successivo inizia a girare le campagne inglesi alla ricerca di spunti per dipinti dal vero, un viaggio destinato ad essere reiterato negli anni. La sua abilità pittorica nel frattempo non passa inosservata: la sua produzione è abbondante e dà grandi risultati, sempre accompagnata da nuovi viaggi in Gran Bretagna e poi nel continente. Nel 1811 inizia a tenere conferenze alla Royal Academy con il titolo di professore di prospettiva, mentre nel 1819 compie finalmente un lungo viaggio in Italia, Paese che, inutile dirlo, lo fa innamorare. Questo suo interesse si riflette nelle numerose opere che dedica a Roma, alle archeologie di del sud Italia e a Venezia, per esempio.

Con il tempo il suo carattere peggiora, tanto che nel 1846 si trasferisce in anonimato a Chelsea, dove rimane fino alla morte nel 1851.


Cosa racconta l’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni?

Joseph_Mallord_William_Turner,_The_Burning_of_the_Houses_of_Lords_and_Commons,_October_16,_1834-DETT

Questo dipinto di Turner immortala l’incendio delle camere dei Lord e dei Comuni nel centro di Londra, realmente accaduto il 16 ottobre del 1834.

Il primo piano troviamo la folla, poco dettagliata, che osserva la scena dall’altro lato del Tamigi. Poi c’è il fiume e dietro il palazzo del parlamento (nella veste precedente rispetto a come lo vediamo oggi) e Westminster Abbey, lambiti dalle fiamme. Le due scene sono unite dalla presenza del ponte che le collega.

Si tratta di un fatto di cronaca che diventa il pretesto per descrivere uno degli aspetti più estremi del mondo naturale: il fuoco che divampa e cresce a dismisura. Non dimentichiamo che Turner, riflettendo il gusto romantico, era un appassionato di tempeste, temporali ed eventi “sublimi” in genere.

In questo dipinto, due elementi colpiscono subito l’osservatore: i colori e le proporzioni.

Il vigore delle fiamme divora ed occupa una grande parte della tela, mentre tutt’intorno ogni superficie riflette la sua luce calda, in contrasto con l’oscurità del fiume. Questa condizione estrema porta ad una gamma cromatica originale che però allo stesso tempo riprende molte delle caratteristiche dei quadri di Turner come, in primo piano, il ponte che acquisisce solidità grazie al suo candore, giustapposto al cielo fosco dietro di lui.

Per quanto riguarda le proporzioni, è facile notare come le persone risultino minuscole e il ponte immenso, con lo scopo di dilatare le dimensioni e le distanze, affinché l’incendio troneggi ancora in più di quanto doveva essere in realtà. Questa deformazione prospettica è però creata sapientemente, senza che quasi si percepisca, ed è questo che mi stupisce sempre di Turner: fa sembrare semplici operazioni complessissime. Ad esempio, avete notato come Westminster Abbey sembra davvero arretrata rispetto alle rovine del vecchio parlamento? Questo è forse il particolare che preferisco dell’intera opera!

In conclusione, osservando e analizzando L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni non restano più dubbi: siamo di fronte ad una rivoluzione nel mondo della pittura. La luce diventa non solo protagonista ma fonte inesauribile di colore, mentre l’impeto del soggetto si riflette anche nelle pennellate, che non sono più delicate, limate e quasi impercettibili, come ci hanno abituato i quadri contemporanei e dei periodi precedenti, ma vigorose e ricche di significato. Turner non si accontenta di procedere per velature, ma accompagna le sapienti sfumature a punti in cui il colore è applicato denso e direttamente sulla tela.

In questo, non ci ricorda la successiva generazione degli Impressionisti? Non a caso, Monet in gioventù è stato a Londra, ma questa è un’altra storia. E un’altra storia merita un altro post, quindi dovrete aspettare la prossima puntata di questo lunghissimo viaggio nella pittura paesaggistica.


La seconda versione dell’opera

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Joseph Mallord William Turner, Incendio alla Camera dei Lords e dei Comuni del 16 ottobre 1834.

Ma prima di concludere davvero, come sempre non resisto alla tentazione di mostrare un altro quadro, anche se in questo caso il collegamento è quasi d’obbligo.

Si tratta di una seconda opera, eseguita nel medesimo anno, che racconta lo stesso soggetto. Oltre all’incendio, in questo caso il protagonista è il fiume, che con il suo ampio riflesso enfatizza il colore e la forza delle fiamme.

La folla è stipata sui bordi del dipinto, separata dal fuoco da un ampio spazio vuoto e silente occupato dalle acque.

Potrei procedere oltre ma sono convinta che questa bellissima opera si commenti da sola, non credete anche voi? Mi sembra che sia sufficiente perdersi ad osservarla.


Turner ha solleticato il vostro interesse? Ecco altri post dedicati a lui!

Perché il viandante sul mare di nebbia di Friedrich è considerato un inno al Romanticismo?

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Guardando il Viandante sul mare di nebbia non viene anche a voi una grande voglia di rubare il posto dell’uomo girato di schiena, o per lo meno di immedesimarvi in lui per potervi perdere in questo sconfinato paesaggio? Sarebbe bellissimo riuscire ad affacciarsi sull’abisso tra le montagne, sul mare che arriva a coprire la terra.

In tema “un incanto di panorama” (per chi se lo fosse perso, ecco il link: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?), la scelta di oggi è caduta proprio su questo capolavoro di Caspar David Friedrich, un artista per cui, come forse già sapete, nutro un certo debole.

Siamo partiti dall’origine della pittura paesaggistica in Europa, celebrando Giorgione (La Tempesta di Giorgione: 500 anni di mistero in uno stupendo paesaggio) e Pieter Bruegel il Vecchio (La Torre di Babele di Bruegel il Vecchio: quando paesaggio e architettura compongono un capolavoro), ed ora facciamo un bel salto in avanti, arrivando finalmente all’Ottocento. Sono stata indecisa per un po’: da una parte avrei voluto dedicare un post anche al Settecento, con i suoi vedutisti ed i riferimenti alla classicità, ma il mio animo romantico era troppo impaziente! Dovrete quindi perdonare la fretta, ma dopotutto sono convinta che la vera rivoluzione, nel campo del paesaggio, inizi proprio con quello che sto per raccontarvi.

Pochi quadri nella storia dell’arte hanno l’onore e la fortuna di diventare l’icona di un determinato movimento artistico, quindi mi sento davvero onorata a raccontarvi del simbolo del romanticismo tedesco, dell’apoteosi dell’idea di sturm und drang (termini piuttosto coloriti per riferirsi a “tempesta e impeto”!).


Il viandante nel mare di nebbia di Caspar David Friedrich, 1818

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Caspar David Friedrich, il viandante sul mare di nebbia.
Chi è Caspar David Friedrich (1774-1840)?

Come sempre, per prima cosa vi delizierò con qualche cenno biografico sulla sorte di questo grande artista.

Caspar David Friedrich nasce in Germania, in una cittadina (Greifswald) affacciata sul Mar Baltico. La sua infanzia è segnata da alcuni lutti familiari: la madre muore quando lui ha sei anni, perde altre due sorelle negli anni successivi e, per completare il quadro, vede sprofondare suo fratello mentre pattinano sul ghiaccio, in seguito alla rottura di una lastra che li sorreggeva.

Inizia a dipingere nel 1790 ed il suo maestro è Johann Gottfried Quistorp, un artista che lo introduce alla rappresentazione della natura dal vero. In questi anni si interessa anche ai soggetti religiosi e alla letteratura, grazie alla conoscenza di teologi e letterati.

Trasferitosi a Dresda dal 1798, nel 1818 si sposa e arriva ad avere tre figli. La serenità di questo periodo si manifesta nelle opere, che conoscono una maggiore leggerezza e tinte più luminose (come quelle, non a caso, del nostro Viandante sul mare di nebbia).

Dopo una fase di fortuna critica che lo individua come massimo esponente del Romanticismo, a partire dagli anni Venti la sua fama inizia a declinare, anche a causa di una sorta di malattia mentale che lo rende paranoico e depresso.

Se questa breve introduzione vi ha interessato, ecco il link all’esaustiva pagina di wikipedia dedicata a lui.


Cosa esprime il Viandante nel mare di nebbia?

La scena riprodotta in quest’opera mi ricorda i migliori momenti vissuti nelle passeggiate in montagna, avete presente? Nella mia mente rappresenta il momento in cui finalmente, dopo tanta fatica, ci si affaccia su un panorama sconfinato e bellissimo, che visto dall’alto riempie il cuore di una felicità pura e senza tempo.

Ma un dipinto così celebre non racconta un’unica piccola storia. Partiamo quindi dall’inizio, osservando il visibile, se così si può dire.

Il centro prospettico, geometrico e percettivo della composizione è occupato da un solitario viaggiatore che, dandoci la schiena e con tanto di capelli scompigliati dal vento, rimira un paesaggio montano e misterioso, quasi completamente nascosto dal mare di nebbia. Non è l’unico quadro in cui Friedrich utilizza l’espediente del protagonista di schiena, per favorire l’immedesimazione, così come in molti casi utilizza una prospettiva centrale molto marcata.

Per i curiosi, posso ancora aggiungere che pare che lo scorcio sia una rivisitazione in studio di un luogo reale in Boemia, l’Elbsandsteingebirge, come si dovrebbe intuire dai picchi fuori dalle nubi, i cui dettagli trovate qui sotto.

Quello della riproduzione di un luogo realmente esistente è quindi il primo livello di interpretazione.

Come già accennato, l’emozione che suscita nell’animo degli amanti della montagna è il secondo livello, quello capace di stimolare un’emozione sopita nella nostra mente, di ricondurci a momenti precisi del nostro passato.

Infine, esiste una terza dimensione, quella che trasforma le sensazioni di una singola persona nella condizione di tutta l’umanità, della civiltà che osserva incantata e pietrificata la natura in tutti i suoi momenti, dai più tragici ai più lieti, aspirando al sublime.

Questa visione racchiude tutto il sogno romantico ed il desiderio di innamorarsi del mondo intorno a noi, di quel mondo puro non ancora intaccato dal tocco umano. La fama del Viandante sul mare di nebbia risiede proprio nel suo potere evocativo e nella forza comunicativa che trasmette con immediatezza all’osservatore.

Per concludere questa breve analisi, ecco una citazione dello stesso Caspar David Friedrich, più interessante di quello che potrei dire io.

Devo stare da solo e sapere di essere solo per contemplare e sentire completamente la natura; devo abbandonarmi a ciò che mi circonda, devo fondermi con le mie nuvole e con le rocce al fine di essere quello che sono. La solitudine è indispensabile per il mio dialogo con la natura.


Dopo il viandante, le tre età dell’uomo, 1835

Caspar David Friedrich: "Lebensstufen".
Caspar David Friedrich, Le tre età dell’uomo.

Anche in questo post, non mi è bastato condividere con voi una sola opera di Friedrich: non ho resistito a mostrarvi un secondo dipinto, caratterizzato anche in questo caso dalla prospettiva centrale perfetta e dalla presenza di una figura di schiena, anche se meno evocativa.

Dovete sapere che sono una grande amante dei soggetti marinareschi, in letteratura come nell’arte (dopotutto il titolo di questo blog si ispira a Joseph Conrad!), e che di conseguenza c’è un aspetto delle opere di questo artista che amo molto: il suo legame con il Mar Baltico.

In particolare, l’interpretazione delle Tre età dell’uomo è decisamente singolare, ben diversa da altre opere con lo stesso soggetto nella storia dell’arte. Il primo piano è forse quello più convenzionale, caratterizzato da cinque personaggi che ci raccontano le tre fasi della vita umana. Dietro di loro invece si staglia il mare, placido e profondo, solcato da cinque navi, che simboleggiano i cinque protagonisti: le barche più piccole rappresentano i bambini, le due navi in lontananza gli adulti e la più vetusta imbarcazione il vecchio.

Era soltanto una curiosità, ma spero che vi sia piaciuta!


Detto questo, per oggi mi fermo e vi aspetto per la prossima puntata di “un incanto di panorama”. Nel frattempo ditemi, anche voi adorate quest’opera di Friedrich? E il vostro cuore si potrebbe definire almeno un po’ romantico?

Friedrich ha colpito il vostro interesse? Ecco un altro post dedicato a lui!

Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich

 

La Torre di Babele di Bruegel il Vecchio: quando paesaggio e architettura compongono un capolavoro

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Esistono delle particolari opere d’arte che hanno il potere di teletrasportare l’osservatore in un altro mondo, di trasformarlo in un minuto personaggio libero di perdersi nella tela e di vederla, pezzettino per pezzettino, senza mai esserne sazio. Capita mai anche a voi di avere quest’impressione?

Ecco, io credo che la Torre di Babele di Bruegel il Vecchio sia un perfetto esempio di questa sensazione che ho cercato di descrivere.

Per continuare ad indagare sull’origine della pittura paesaggistica moderna europea (in tema “un incanto di panorama”, che potete trovare qui: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?), non potevo che citare anche i Fiamminghi. Ho già menzionato lo scenario italiano rinascimentale, ma bisogna tenere conto che questo è solo uno dei due principali contesti che contribuiscono all’evoluzione di questo ambito artistico. Come mi ha fatto notare anche qualcuno di voi, i Paesi Bassi, per tradizione più attenti alla riproduzione di scene realistiche e popolari, vivono nel loro rinascimento una fase di grande interesse nei confronti del paesaggio, in un periodo in cui le influenze reciproche con l’Italia sono molteplici e innegabili.

Devo confessarvi che non mi posso considerare un’esperta di pittura fiamminga, eppure ho pensato subito di inserire in questa rassegna la Grande Torre di Babele, e non soltanto perché era sulla copertina del mio libro di tecnica delle medie (anche se è stato allora che l’ho scoperta e che ho imparato ad amarla).

L’ho scelta perché è un dipinto che, con i suoi mille dettagli e con le innumerevoli sfaccettature, rappresenta la perfetta riproduzione di un paesaggio in cui architettura e natura convivono in maniera intensa e turbolenta.


Grande Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio, 1563

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Pieter Bruegel il Vecchio, Grande Torre di Babele.
Chi era Pieter Bruegel il Vecchio (1525/30-1569)?

Per prima cosa è necessario impegnare qualche parola per raccontare dell’autore di questo capolavoro.

Pieter Bruegel il vecchio, primo di una famiglia di due generazioni di artisti, si forma a Bruxelles presso la scuola di Pieter Coecke van Aelst, pittore di corte di Carlo V. Qui ha l’occasione di conoscere le opere di Hieronymus Bosch, grande esponente della generazione precedente di artisti fiamminghi, e di sentire teorie ed idee legate sia all’Umanesimo sia all’alchimia. Negli anni Cinquanta compie anche un lungo viaggio in Italia, dove ha l’occasione di studiarne le architetture e i paesaggi.

Prima ad Anversa e dal 1563 a Bruxelles, Bruegel esercita senza sosta la professione di pittore, mostrando spesso un vivo interesse nelle scene popolari.

Per saperne di più sulla sua vita, ecco il link alla pagina a lui dedicata su wikipedia.


Cosa racconta la Grande Torre?

Pieter Bruegel in questo dipinto racconta una scena biblica: il tentativo di costruzione della Torre di Babele da parte dell’antico popolo che ha abitato pacificamente la terra, dotato di un’unica lingua e desideroso di realizzare una città che si elevasse fino al cielo, tanto da non essere dimenticato. Dico tentativo perché, come tutti saprete, questa impresa non va a buon fine: Dio interviene confondendo la loro lingua, così la costruzione si arresta e questa civiltà si disperde nel mondo, preda di incomprensioni.

La Torre di Babele è dunque il simbolo della confusione morale e spirituale dell’umanità: si erge maestosa e inarrivabile, rappresentando l’anello che congiunge gli abitanti della terra con il divino.

Questo quadro descrive un momento antecedente alla punizione divina. L’intelligente struttura prospettica ci permette di iniziare la nostra esplorazione dall’esterno, come se fossimo tranquilli su un’altura e questo fosse lo spettacolo di fronte a noi.

In primo piano troviamo il Re Nemrod intento a fare visita allo smisurato cantiere, mentre dietro di lui la grande protagonista è la torre in fase di costruzione, con una struttura che in qualche modo ci ricorda il Colosseo (visto da Bruegel nel suo viaggio in Italia), anche se con l’aggiunta di elementi di tradizione decisamente più medievale e nordeuropea.

Osservando i dettagli (dettagli che vi invito ad osservare cliccandoci sopra qui sotto), ci possiamo perdere a rimirare l’attività fervente dei costruttori e di ciò che è a loro collegato, come il porto. Il villaggio nello sfondo pare invece addormentato, come se la Torre assorbisse tutta l’energia vitale del luogo. Nello sfondo finalmente domina invece la natura verde e mite, poco disturbata dall’azione umana.

Al di là del messaggio biblico e simbolico, ciò che secondo me rende questo quadro un capolavoro è l’atmosfera che riesce a ricreare, o per meglio dire il mondo in cui, come ho detto all’inizio del post, ci immergiamo.

In questo senso la Torre di Babele di Bruegel incarna uno dei grandi valori del paesaggio: la testimonianza di un preciso momento storico, di un contesto che, reale o inventato che sia, è intriso di riferimenti culturali, geografici, politici e sociali che congelano per l’eternità lo spaccato di un’epoca unica e irripetibile.

Un panorama infatti in certi casi ci incanta per i suoi colori, per la natura che vi insiste o per la poesia dello scorcio, mentre altre volte a conquistarci è la storia che ha da raccontare, l’insieme delle vicende che si nascondono dietro le pennellate sapienti dell’artista che lo ha realizzato. 


Dopo la Grande, anche la Piccola Torre di Babele, 1563 circa

Piccola Torre Babele, Bruegel (circa 1565)
Pieter Bruegel, Piccola Torre di Babele.

Dopo aver parlato della Grande Torre di Babele, non potevo non menzionare la seconda versione realizzata sempre da Pieter Bruegel il Vecchio, in un arco di tempo piuttosto ravvicinato.

Se nel primo quadro la torre appare in costruzione, qui invece si capisce subito che la punizione divina è già avvenuta. Lo possiamo percepire dalle tinte volutamente fosche, dalla quasi totale assenza di quella vita brulicante che caratterizza la prima opera e dall’aspetto decisamente più inquietante della torre stessa, più avanti nella costruzione e avvitata su se stessa in una drammatica spirale.

Le figure umane non sono più indaffarate con il loro lavoro ma piuttosto appaiono minuscole e confuse, mentre l’omogeneità architettonica della costruzione è compromessa forse a causa delle incomprensioni linguistiche, basti vedere le aperture così diverse e la parte alta troppo scombinata.

Che ve ne pare, non sembra anche a voi di assistere al seguito della storia iniziata con il dipinto precedente? In ogni caso, credo proprio che osservare entrambe le versioni riesca ad arricchirle.


Noto soltanto ora che anche oggi mi sono dilungata parecchio, quindi mi fermo di senza proseguire oltre, anche perché credo che le cose più interessanti siano già state dette.

In un itinerario sul paesaggio, anche voi sareste passati da qui? E soprattutto, subite anche voi il fascino della Torre di Babele di Bruegel il Vecchio? Fatemi sapere 🙂:)

La Tempesta di Giorgione: 500 anni di mistero in uno stupendo paesaggio

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Forse voi mi immaginate più affezionata agli artisti moderni o contemporanei, ma dovete sapere che il mio cuore batte segretamente per un pittore che spesso rimane appena un passo indietro rispetto ai grandi del passato, un uomo vissuto nella Venezia del Rinascimento. Non sto parlando del celeberrimo Tiziano Vecellio, ma piuttosto di  Giorgione, il suo misterioso maestro, difficile da capire e morto troppo giovane per permetterci di fare chiarezza.

Ovunque io mi trovi, quando so che in un museo ci sono delle sue opere le cerco sempre in maniera febbrile, come mi accade con pochissimi artisti, e devo dire che queste grandi aspettative non mi deludono mai.

Questo vale sicuramente per la Tempesta, capolavoro custodito nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Ho visto questo quadro per la prima volta quasi dieci anni fa e ancora ricordo quell’attimo, così come non riesco a dimenticare il suo fascino magnetico.

Così, per cominciare a trattare il tema “un incanto di panorama” (per chi se lo fosse perso, ecco il link per rimediare: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?) ho scelto un’opera che amo molto, anche se ci tengo a precisare che le mie ragioni non sono state (unicamente) sentimentali. Si tratta infatti di uno dei capisaldi della rappresentazione paesaggistica occidentale, in cui il mondo naturale non è più fondale ma protagonista, circondato da un alone di mistero.


La tempesta di Giorgione, 1500-1505

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Giorgione, La Tempesta.
Per prima cosa, qualche necessario cenno biografico

Giorgio di Castelfranco (1478-1510), detto Giorgione, è stato un pittore rinascimentale della scuola veneta e allo stesso tempo una delle figure più enigmatiche della storia della pittura.

La sua brutta abitudine di non firmare le opere rende piuttosto complicato anche solo capire quale sia la sua effettiva produzione, mentre allo stesso tempo il significato simbolico e iconografico delle sue tele appare spesso misterioso e incerto.

Muore intorno ai trent’anni e questo dato lo rende uno delle meteore che tanto amo, anche perché nel poco tempo che gli è stato concesso riesce a rivoluzionare la pittura veneta, aprendo le porte al tonalismo che contraddistinguerà i suoi successori ed in primo luogo Tiziano, che come ho già anticipato è stato il suo più esimio allievo, insieme a Sebastiano del Piombo.

Tutte queste informazioni che vi ho brevemente riportato contribuiscono a fare di lui una figura singolare e quasi leggendaria, apprezzata in vita e stimata e studiata ancora a cinquecento anni dalla sua morte. Per chi volesse approfondire, ecco il link alla pagina di Wikipedia dedicata a lui, nel frattempo io mi avvicino al suo capolavoro.


La Tempesta e qualcuna delle moltissime parole che ci sarebbero da spendere

Si tratta di un “semplice” dipinto a tempera e olio di noce, nemmeno troppo grande (83×73 centimetri), capace però di rivoluzionare l’approccio al paesaggio e di confondere chiunque ne cerchi un’interpretazione definitiva.

Come potete vedere, in primo piano si trovano tre figure umane: a destra una donna seminuda che allatta un neonato e a sinistra un uomo che li guarda, tenendo in mano un alto bastone. Intorno a loro sono presenti delle rovine, un fiume, delle case in lontananza immerse nella vegetazione e, infine, un lampo che squarcia il cielo.

Gli storici dell’arte si divertono da sempre ad ipotizzare un possibile significato per quest’opera, avventurandosi nella simbologia oppure raccontandosi che si tratti semplicemente di un esperimento, di figure isolate che l’artista voleva riprodurre.

Io non ho la competenza per entrare nel merito e per di più credo che a certi dilemmi sia impossibile trovare una risposta certa, specialmente dopo tutto il tempo trascorso. Quella che per me conta è la forza del paesaggio rappresentato, in cui rovine architettoniche e natura si fondono nella luce spettrale e affascinante della tempesta, simboleggiata dalla saetta che squarcia il cielo. Mi piace osservare la luce dorata delle foglie oppure la loro ombra scurissima, insieme al candore delle case contrapposte al cielo plumbeo.

Prima di Giorgione, in pochi si sono cimentati nella sfida della riproduzione del mondo naturale come rappresentazione di qualcosa di nascosto ed intimo, ed è proprio questo secondo me il grande valore della Tempesta, di questo fenomeno che incombe eppure non spaventa.


Dopo la Tempesta, il Tramonto

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Giorgione, Tramonto.

Miei cari, avrei voluto limitarmi a parlare di un’opera ma non ho resistito alla tentazione di condividere con voi anche questo secondo paesaggio di Giorgione, che secondo me mantiene un collegamento impalpabile con il primo.

Si tratta di uno scorcio selvaggio in cui sono inseriti San Giorgio a cavallo che uccide il drago sulla destra e San Rocco con il suo assistente Gottardo sulla sinistra.

In questo caso il fenomeno naturale è un tramonto sereno e dorato, unico elemento colorato in una tela quasi monocromatica. In effetti, le rocce, gli alberi e il villaggio in lontananza mantengono le tinte delle terre, mentre il cielo e lo sfondo incantano l’osservatore con la loro misteriosa vivacità.

Le differenze tra i due quadri sono molte, è vero, però non trovate anche voi alcune analogie nella composizione? Potrei andare avanti a lungo con le mie congetture, ma preferisco interrompere questo post che mi sembra già piuttosto lungo.


In un itinerario sul paesaggio, anche voi sareste partiti da qui? E soprattutto, adorate anche voi la Tempesta di Giorgione? Fatemi sapere 🙂

 

Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?

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Vincent Van Gogh, Notte stellata.
Come è possibile trasformare in un capolavoro ciò che si vede fuori dalla finestra?

Per un artista dipingere un paesaggio è prima di tutto una sfida: equivale ad andare oltre la fotografia e la sterile riproduzione della realtà, cercando di esprimere qualcosa in più. “Qualcosa”, vi dico, senza scendere nel dettaglio, perché sono convinta che quello che un pittore vuole esprimere sia sempre diverso, in base alla sua ricerca personale, al suo vissuto e alla sua sensibilità.

La poesia sottile eppure stupenda che si nasconde dietro l’interpretazione di un panorama varia poi sicuramente anche in base al contesto storico e sociale.

Effettivamente, ci sono persino estesi periodi in cui questo tema non ha poi nemmeno una grande rilevanza e viene adoperato unicamente come fondale per soggetti più nobili, come ritratti o scenari religiosi. Basti pensare al lunghissimo medioevo, che ci regala raramente dei paesaggi, quasi mai realistici e quasi sempre allegorici.

Se poi arriviamo a parlare del Rinascimento, vengono anche a voi in mente le grandi e celebri opere in cui i personaggi che affollano le tele sono spesso inseriti in un contesto paesaggistico?  Beh, anche questi panorami che possiamo definire secondari in molti casi sono a dir poco meravigliosi, non siete d’accordo con me? In più identificano perfettamente gli artisti: come confondere ad esempio le rocce dure e affascinanti di Leonardo con la natura dolce di Botticelli?

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Leonardo da Vinci, La Vergine delle Rocce (particolare).

I secoli immediatamente seguenti in generale non ci regalano particolari sorprese in questo tema: dobbiamo arrivare al lungo Ottocento, il secolo che più di tutti rivaluta il paesaggio, attraverso le varie correnti artistiche che si susseguono e che accelerano lo scorrere del tempo.

Finalmente si compie il tuffo oltre la ormai famigerata linea d’ombra e noi ci ritroviamo estasiati di fronte al sublime, espressione della forza della natura, colpiti dalla luce vivace degli impressionisti, emozionati dall’introspezione dei simbolisti e infine spaesati nel momento in cui l’astrattismo inizia a palesarsi nella sua veste più geometrica.


Dopo questa grandiosa introduzione, vi devo confessare che muoio dalla voglia di condividere alcune delle opere a tema paesaggio che più ammiro, lavori innovativi che raccontano qualcosa della vita di chi li ha faticosamente creati. Adoro i panorami dipinti quindi non mi posso accontentare di un misero post, quindi rimanete insieme a me nei prossimi giorni per scoprire quello che vi mostrerò. 

Nel frattempo, sapreste dire quali sono i paesaggi più belli della storia dell’arte secondo voi?

Henri de Toulouse-Lautrec a Torino: 3 cose da apprezzare della mostra a Palazzo Chiablese

locandina-toulouse-lautrecAvete presente quelle abbondanti mostre monografiche in cui si ha la possibilità di conoscere molte delle sfaccettature di un artista e di immergersi nei suoi pensieri?

Ecco, vi dico subito che l’esposizione in corso a Torino a Palazzo Chiablese (Toulouse-Lautrec. La Belle Epoque) non è una di queste, vuoi per lo spazio non così ampio, vuoi per la provenienza delle opere, tutte parte della stessa collezione, quella dell’Herakleidon Museum di Atene.

Premesso ciò, vi dirò che non significa che non sia stata interessante o che non mi sia piaciuta molto, anzi ho avuto modo di apprezzare alcune cose.  In primo luogo ho trovato originale e piacevole il taglio che si è scelto di dare alla mostra, che punta molto sul ruolo di osservatore e complice di Henri de Toulouse-Lautrec, artista che si immerge nella realtà del suo tempo analizzandone implacabilmente sia le luci sia le ombre. Quest’idea si trova concentrata in una citazione riportata su una parete e pronunciata dal talentuoso pittore:

“Dipingo le cose come stanno. Io non commento, io registro”.

Dopo questa premessa, ecco le mie tre migliori ragioni per visitare questa mostra entro il 5 marzo 2017 (scusate se arrivo all’ultimo!).


01. Un tuffo nella Belle Epoque

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La prima vera ragione per spingersi fino a Palazzo Chiablese è la possibilità di immergersi nella Parigi degli artisti maledetti, in quel magico sobborgo arroccato sulla collina di Montmartre.

henri-de-toulouse-lautrec-au-concert-before-letters-1896Le prime sale sono dedicate ai personaggi di questo mondo fatto di teatri e danze sfrenate, con tanto di filmato a tema can can.

Sembra quasi troppo folcloristico detto in questo modo, però dal vivo è un ottimo modo per entrare nell’atmosfera, anche perché queste amenità sono corredate da parecchi disegni del nostro Henri de Toulouse-Lautrec, che con la sua mano fatata è riuscito ad immortalare la realtà ancora meglio che con le fotografie.

Ritrae sapientemente molti dei protagonisti di questo mondo, come cantanti (tra tutte ricordo Jane Avril e May Belfort) e organizzatori di spettacoli (tra cui Aristide Bruant, il più celebre).


02. La modernità della grafica pubblicitaria

Ed ecco che qui arriviamo alla seconda delle ragioni per visitare la mostra a Torino, che dà grande spazio alle opere di grafica pubblicitaria.

Come anticipato, vengono presentati molto bene i personaggi cardine della Parigi della Belle Epoque, anche attraverso le pubblicità che facevano realizzare e che li ritraevano.

Al di là dei soggetti, quella che è molto interessante è la composizione di queste grandi opere, semplici e caratterizzate da grandi campiture monocromatiche, decisamente all’avanguardia rispetto ai suo contemporanei. Ecco, io credo che queste tinte, insieme alla bidimensionalità che caratterizza queste opere, contribuiscano in qualche modo allo sviluppo della grafica pubblicitaria dei decenni successivi. Dopotutto stiamo parlando di forme semplici e di giochi di colori primari, due elementi che sono i punti fermi della produzione artistica europea della prima metà del Novecento.

Se volete approfondire questo tema ed in generale conoscere qualcosa in più su questo artista, ecco il link ad un articolo a tema: Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec.


03. La raccolta “Elles”

La seconda metà della mostra abbandona invece i fasti dei caffè e dei locali notturni per raccontarci qualcosa di più personale, un aspetto della produzione artistica di Toulouse-Lautrec che ci dice qualcosa in più della sua anima.

La protagonista indiscussa di questa sezione è la raccolta Elles, un insieme di opere che raccontano il lato più intimo della quotidianità delle ragazze che animavano le notti di Montmartre con i loro balli ed i loro corpi.

Ne ho già accennato in passato, ma devo confessarvi che è stata una scoperta che ho fatto visitando questa mostra. Sapevo della predilezione che Henri de Toulouse-Lautrec aveva  per le donne ed intuivo il suo affetto sincero e realistico, però Elles è un bel modo per approfondire e per innamorarsi di qualcosa di più spontaneo e genuino.

Senza dilungarmi troppo, ecco alcune immagini di questa raccolta: quasi tutte se non erro si possono vedere a Palazzo Chiablese fino al 5 marzo.


Allora, avete già visitato questa mostra oppure avete intenzione di andarci? Quali sono gli aspetti che avete preferito? E quelli che non vi sono piaciuti? Come sempre, fatemi sapere!

Quando un quadro diventa un gesto d’amore: come hanno celebrato le loro muse i grandi artisti?

Oggi vi voglio raccontare di come alcuni tra i più grandi pittori hanno celebrato l’amore, questo sentimento straordinario che li ha condotti verso la salvezza oppure verso la rovina, influenzando irrimediabilmente le loro vite, perché si sa, per loro natura gli artisti tendono spesso a mettere l’istinto al di sopra della ragione.

Nella produzione di molti grandi del passato più o meno recente le donne giocano spesso un ruolo fondamentale, esercitando un’influenza che va oltre a quella di un bel corpo oppure di un viso perfetto. Conoscendo le biografie dei pittori infatti alle vicende delle loro opere si mescolano quelle delle loro modelle, cortigiane o mogli rispettabili che siano, con i loro lineamenti che sembrano assorbire tutta l’attenzione.

Senza generalizzare troppo, ecco per voi cinque esempi che ho selezionato tra i più interessanti che mi sono venuti in mente.


01. Raffaello Sanzio e Margherita Luti

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Raffaello Sanzio, La Fornarina.

La prima storia a cui ho pensato è quella di Raffaello Sanzio e della misteriosissima Margherita Luti, figlia di un fornaio e dunque soprannominata Fornarina.

Di lei si sa poco, ma quello che è abbastanza certo è che sia comparsa in alcune opere dell’artista, come la Fornarina, per l’appunto, ma anche la Velata e la Madonna Sistina.

Il quadro più emblematico è sicuramente il primo che ho citato, decisamente appassionato e realistico: la ragazza è rappresentata con pennellate piene d’amore e sul braccio porta un monile su cui si può leggere la firma del suo creatore.

Da qui alla leggenda immortale il passo è breve: pare che il nostro Raffaello si fosse innamorato perdutamente di lei e che si fossero persino sposati in segreto. Le cose certe però sono due: primo, l’artista ha conservato la Fornarina nel suo studio fino all’improvvisa morte e, secondo,  Margherita Luti dal momento della sua scomparsa si è ritirata per sempre in monastero. 


02. Dante Gabriel Rossetti ed Elizabeth Siddal

Dante Gabriel Rossetti: Beata Beatrix, ca 1864-70.
Dante Gabriel Rossetti, Beata Beatrix.

Con i Preraffaelliti il dramma è sempre dietro l’angolo, e la storia di Dante Gabriel Rossetti e della sua musa non fa eccezione.

L’artista infatti si innamora perdutamente di Elizabeth Siddal, una sua modella,  l’ideale di bellezza preraffaellita: delicata, cagionevole e melanconica, per di più colta e dotata per le arti.

Dopo dieci anni di relazione e di ispirazione i due si sposano, nel 1860. Soltanto due anni dopo però Elizabeth Siddal muore a causa di un errato dosaggio di laudano (probabilmente voluto data la depressione che la attanagliava).

La morte della sua musa sconvolge Dante Gabriel Rossetti, che negli anni a venire continua ad essere ossessionato da lei e ad ispirarsi al suo ricordo in maniera ossessiva, tanto da rasentare la follia e da ricercare persino il suicidio.


03. Amedeo Modigliani e Jeanne Hèbuterne

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Amedeo Modigliani, Ritratto dei Jeanne Hèbuterne.

Anche in questo caso si parla di una storia d’amore assolutamente drammatica, capace di commuoverci con grande intensità anche ad un secolo di distanza.

Jeanne Hèbuterne è stata la musa ispiratrice di Amedeo Modigliani ed il suo grande amore, la sua salvezza e la sua maledizione. 

I due riescono a vivere insieme per tre soli anni, perché l’artista, malato di tubercolosi, muore nel 1920 a soli trentacinque anni, gettando la sua amata nello sconforto. Il giorno successivo infatti si suiciderà lanciandosi dalla finestra, pur essendo al nono mese di gravidanza.

Non vi basta questa breve sintesi sulla loro storia? Eccovi il link ad un bel post a tema: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle.


04. Egon Schiele ed Edith Harms

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Egon Schiele, Edith con un vestito a righe.

Come forse già saprete, per me Egon Schiele è sinonimo di passione ma anche di amore smisurato.

Ho un gran debole per questo ragazzo tormentato e incompreso, attratto dai lati più nascosti della natura umana. Anche lui, che finisce persino in carcere per colpa della sua pittura così esplicita, ad un certo punto trova il suo equilibrio, nelle fattezze di Edith Harms. 

Con lei l’artista arriva a conoscere un amore adulto e senza tenebre, quel sentimento quasi libresco che riesce a curare anche le anime più straziate.

Eppure la sua felicità non è destinata a durare: proprio quando il mondo si accorge di lui e sta vivendo un matrimonio felice, Egon Schiele viene ucciso dall’influenza spagnola, che pochi giorni dopo causerà anche la morte di Edith Schiele, incinta di sei mesi.

Credo che questa sia un esempio lampante di scherzi crudeli del fato e di vite segnate dalla sfortuna; ogni volta che ci penso sento il cuore che si stringe. Se invece voi volete leggere qualcos’altro su Egon Schiele, ecco il link al primo di tre post dedicati interamente a lui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (1/3).


05. Salvador Dalì e Gala

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Salvador Dalì, Leda e il cigno.

Per concludere in maniera non troppo triste, ho scelto la storia di un amore felice e duraturo, che rappresenta la salvezza e la forza.

Elena Ivanovna Diakonova, meglio conosciuta come Gala, quando ha conosciuto Salvador Dalì era ancora sposata con il poeta Paul Éluard. Tra lei ed il pittore catalano è scattato un amore che ne ha legato i destini dal 1929 sino al 1982 (anno di morte di Gala). 

Questa donna straordinaria è stata la sua maggiore fonte di ispirazione e la sua devota moglie, la modella preferita e la salvezza dalla pazzia, come Salvador Dalì stesso ha affermato.

L’idea che un amore così tradizionale abbia assorbito completamente uno degli uomini più eccentrici dello scorso secolo mi fa sempre riflettere sull’inspiegabile valore di questo sentimento, che va ben oltre le sciocche frasette che si trovano nei cioccolatini.


Senza polemizzare (proprio oggi, per giunta!), direi che è ora di concludere questo lungo post. Allora, vi sono piaciute queste storie in cui l’arte si fonde con l’amore? Qual è la musa che preferite? Sapreste dirmi se ho dimenticato qualcuno di importante per voi? Un abbraccio a tutti!

I miei buoni motivi per amare Gustave Caillebotte e la sua Parigi luminosa

Della Parigi incantata e maledetta, spietata musa ispiratrice, abbiamo già parlato in passato, ve ne ricordate?

Un esempio è sicuramente questo post: Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi), ma anche se ve lo foste perso scommetto che se vi citassi Montmartre e il Moulin Rouge vi verrebbero subito in mente alcuni artisti che tutti consideriamo i grandi protagonisti dell’epoca: Modigliani (di cui ho parlato qui: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle), il primo Picasso, Henri de Toulouse-Lautrec (di cui ho parlato qui: Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec) e prima di loro gli impressionisti.

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Gustave Caillebotte, Rue Halevy vista dal sesto piano.

Se invece vi chiedessi di pensare alle opere che riguardano principalmente gli immensi Boulevards e la vita sfavillante dei quartieri benestanti e illuminati, verrebbe subito in mente anche a voi Gustave Caillebotte (1848-1894)?

Tra tutti quelli che ho citato forse non è la figura più romantica e romanzesca, però credo che ci siano delle cose da sapere per avvicinarsi a lui e comprenderlo a fondo. Premesso questo, ho provato ad elencarle qui di seguito.


La luce bianca e i soggetti: una diversa interpretazione dell’impressionismo

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Gustave Caillebotte, i raschiatori del parquet.

Il primo motivo per amare Gustave Caillebotte secondo me è la sua originale interpretazione dell’impressionismo, che conduce spesso ad opere più dettagliate rispetto a quelle dei suoi colleghi e all’utilizzo di una tavolozza meno ricca, in cui il bianco ha un ruolo predominante. La luce per lui non si declina nei mille colori degli elementi che tocca, ma al contrario si mantiene di un candore perfetto.

Caillebotte, figlio di un imprenditore di successo e destinato a condurre una vita agiata, si differenzia in questo da molti degli artisti che si ritrovavano a Parigi in cerca di fortuna e questo aspetto emerge chiaramente nella scelta dei soggetti. Lui non ci racconta delle notti folli e degli eccessi, ma piuttosto della bellezza della città in cui vive, del progresso e della sua natura borghese.

Diciamo che a Montmartre preferisce i Boulevards Haussmanniani, e dunque assume per noi un ruolo importante di testimonianza di quello che poteva essere il mondo per chi aveva la fortuna di essere benestante o per lo meno tradizionalmente inserito nella società.


Il ruolo di mecenate e promotore

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Gustave Caillebotte, Boulevard Haussmann nella neve.

Uno degli aspetti che preferisco di Gustave Caillebotte è inoltre il suo ruolo all’interno del gruppo impressionista.

Innanzitutto la sua ricchezza personale gli permette di acquistare molte opere dei suoi colleghi ed amici, finanziandone di fatto sia il lavoro sia le successive esposizioni (dal 1879 sino alla trasferta a New York del 1885).

Cerca poi nel corso degli anni di tenere unito il gruppo impressionista, sempre diviso da gelosie e altre fonti di litigio, fino a quando, deluso, decide di abbandonare la pittura per dedicarsi alla navigazione (che praticava spesso con il fratello) e al giardinaggio nei suoi appezzamenti parigini.


La triste sorte

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Gustave Caillebotte, Autoritratto.

Come purtroppo accade un po’ troppo spesso agli artisti, anche Gustave Caillebotte è destinato a morire anzitempo: si spegne infatti nel 1894, a soli quarantasei anni.

In seguito a questo evento, è significativo scoprire quello che hanno detto di lui gli amici e colleghi del mondo dell’arte:

Ecco una persona che possiamo rimpiangere, è stato buono e generoso e, ciò che non guasta, un pittore di talento. (Camille Pissarro)

Aveva tanti doni naturali quanto buoni sentimenti e, quando l’abbiamo perso, era appena all’inizio della sua carriera. (Claude Monet)


Avete scoperto qualcosa di nuovo su Gustave Caillebotte? Spero proprio di sì e voglio concludere questo piccolo articolo con una bella galleria delle sue opere, soprattutto di quelle parigine, per celebrare al meglio questo artista forse non abbastanza noto e celebrato. Qual è la vostra preferita? Io vi confesso che subisco da sempre il fascino dei tetti 😉

Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec e le sue bellissime opere

Se nomino Parigi scommetto che vi si colorerà la mente delle Ballerine di Edgar Degas, delle luci di Montmartre e delle pennellate vigorose di Amedeo Modigliani, non è vero? Molte volte purtroppo ci si dimentica delle opere di Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) e del loro modo unico e preziosissimo di raccontare uno dei periodi storici più affascinanti dell’età contemporanea, soprattutto per quanto riguarda l’arte.

Questo artista talentuoso e sfortunato non gode della notorietà dei grandi pittori che comunemente associamo a Parigi, eppure possiede qualcosa che strega l’osservatore più attento: ci regala il valore della sua testimonianza lucida, il privilegio di poter cogliere le mille sfaccettature che hanno tutte le realtà.

Riflettendoci un po’ su, mi vengono in mente tre principali motivi che credo siano le chiavi per imparare ad apprezzarlo come merita.


01. La magia del tratto

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Come forse ormai saprete, per prima cosa a me piace parlare della tecnica, di quello che rende grande un artista a discapito del mondo in cui è immerso e delle storie che racconta.

Ecco, nel caso di Toulouse-Lautrec secondo me è quasi doveroso perdersi ad ammirare il suo tratto deciso e pulito, preciso e inclemente nei confronti del malcapitato (o soprattutto della malcapitata, date le sue preferenze) che viene ritratto. Le sue figure risultano tanto caratterizzate da avere qualcosa di caricaturale, anche se in maniera sottile, come accade soltanto alle mani più dotate e allenate.

Da appassionata di disegno, subisco totalmente il fascino di un artista che non ha bisogno di riposare la matita e che fa sembrare il ritratto un gioco facilissimo, non trovate anche voi che ci sia qualcosa di magico nei contorni e nelle campiture che realizza?


02. Uno sguardo unico sulla Belle Epoque

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Henri de Toulouse Lautrec, Al Moulin Rouge, la danza.

Le opere di Henri de Toulouse-Lautrec raccontano in maniera magistrale l’altra faccia della Belle Epoque, l’aspetto forse meno romanzato ma più autentico, sicuramente meno poetico ma più genuino.

Questo artista, nato da famiglia nobile e affetto da una malattia genetica che l’ha condannato ad un’altezza di un metro e mezzo (se vi interessa saperne di più ecco il link all’esaustiva pagina di wikipedia), è riuscito ad arrivare oltre le luci patinate dei teatri, più lontano rispetto agli altri protagonisti della scena parigina. Per lui non esistono porte chiuse, nemmeno quelle delle camere del Moulin Rouge: ama tremendamente le donne nel momento in cui dismettono gli abiti di scena e loro sembrano ricambiarlo, mantenendo con lui un rapporto speciale e profondo.

Toulouse-Lautrec arriva a dedicare nel 1896 alle ragazze di Montmartre e dei suoi bordelli una raccolta di opere chiamata Elles, un insieme di opere  che raccontano il lato più intimo della loro quotidianità.


03. La modernità

In contrapposizione alla dolce intimità di cui ho parlato, Henri de Toulouse-Lautrec realizza anche opere decisamente moderne e impietose nei confronti della realtà in cui è immerso.

Nei volti spesso i tratti somatici sono evidenziati dal bianco verdastro del trucco e dalle prime e crude illuminazioni notturne, arrivando quasi alla realizzazione di un fumetto molto sofisticato.  Diventa poi celebre per i suoi manifesti pubblicitari di grandi dimensioni, semplicissimi e coraggiosamente caratterizzati da grandi campiture monocromatiche. Siamo ben lontani dai coevi manifesti di Alfons Mucha, non trovate anche voi?

Ecco, io credo che queste tinte, insieme alla bidimensionalità che caratterizza queste opere, contribuiscano in qualche modo allo sviluppo della grafica pubblicitaria dei decenni successivi. Dopotutto stiamo parlando di forme semplici e di giochi di colori primari, due elementi che sono i punti fermi della produzione artistica europea della prima metà del Novecento.


Detto questo, mi fermo prima di diventare troppo prolissa e vi invito, se siete interessati, a  completare il quadro esplorando molte altre sue opere, visibili nella pagina di Wikimedia Commons a lui dedicata.

Sono riuscita a convincervi a dare una chance in più a questo artista sfortunato nonostante la nobile famiglia d’origine, a quest’uomo destinato a vivere in tutto e per tutto la Parigi maledetta dei bordelli e degli eccessi, fatta di piacere e sofferenza?

Non bisogna infatti dimenticare che anche lui è annoverato nella folta schiera delle menti geniali morte giovani: purtroppo si spegne infatti a 37 anni a causa della sifilide e dei danni causati dall’alcolismo.

Top Ten 2016: i post più letti dello scorso anno

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Ripercorrendo l’anno appena passato, non piace anche a voi perdervi nei bilanci per scoprire quali sono le cose che hanno funzionato meglio nei vari ambiti? Bene, se vi parlo dell’attività del blog vi posso dire che ho trovato molto interessanti i dieci articoli più letti del 2016, una selezione prevista in parte e inaspettata per altri versi.

Voi sapreste dire qual è stato il vostro articolo preferito de La Sottile Linea d’Ombra nel 2016? Immagino che sia una domanda difficilissima, quindi vi invito a rinfrescarvi la memoria con questa Top Ten: basterà cliccare sul titolo per aprire il post in nuovo pannello.


10. “A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”

Secessione viennese: ecco quello che succede quando in un clima di vivacità intellettuale le accademie viennesi continuano a propinare le solite discipline classicheggianti e banali.

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Al decimo posto con mia somma sorpresa e soddisfazione si piazza uno dei primissimi articoli che ho scritto (datato 10 febbraio 2015!), per di più dedicato a un tema non troppo virale, per dirla con un eufemismo. Ma si sa, il web ha delle strade tutte sue e quindi non mi pongo domande dall’ineffabile risposta.

Fatto sta che vi racconta di Vienna e di una generazione di ragazzi che cento anni fa credevano in un futuro fatto di bellezza e cultura e che immaginavano di poter vivere in una colonia di Artisti (a Darmstadt, progettata dallo stesso Olbrich), lontani dalla guerra che presto avrebbe distrutto tutto e fatto crollare un impero secolare.


09. Storie d’estate: come hanno elogiato il sole i grandi artisti?

Van Gogh, Monet, Hopper e molti altri: sfogliate questa galleria per vedere come i più grandi artisti hanno celebrato l’estate!

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Noto con piacere che quasi tutti i post che ho dedicato alle stagioni si sono piazzati in classifica (vi accorgerete che manca solo la primavera, rimasta comunque ad un onorevole 12° posto).

Ho messo in campo i più grandi artisti della storia dell’arte e le opere che in questo caso hanno dedicato all’estate, dunque è stato relativamente facile stimolare la curiosità, lo ammetto, però mi piace pensare che abbiate gradito la selezione che ho operato!


08. Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?

Anche voi avete un debole per gli impressionisti? E quale pensate che sia il segreto del loro successo planetario?

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Gli impressionisti garantiscono un intramontabile successo, ormai lo do per assodato e questa la considero una conferma.

Vi ricordate la serie dei Perché de la Sottile Linea d’Ombra? Ecco, questo è uno dei due che hanno avuto maggiore fortuna, ma se volete recuperare con gli altri ecco il link al primo della serie: Elogio alla curiosità.


07. Perché Christo ha realizzato una passerella galleggiante sul Lago d’Iseo?

Se non per provare l’ebbrezza di camminare sulle acque, quali sono le altre ragioni di un’impresa tanto ardita?

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Ed ecco invece il secondo dei perché che riguarda il grande topic dello scorso giugno: anche se ce ne siamo già quasi scordati, quanti di noi sono corsi a vedere quest’opera o ne hanno anche solo parlato (nel bene o nel male)?

Da amante del genere, anche io mi sono regalata un’alba sul Lago d’Iseo e ho condiviso con voi una riflessione a tema.


06. In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright

Cosa rende questa architettura una delle più amate e famose del Novecento? E cosa ha da insegnarci ancora oggi?

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Finalmente ritroviamo un altro post in tema architettura, dedicato per giunta ad uno dei più grandi maestri del Novecento: il mio amato Frank Lloyd Wright.

Questo articolo è stato scritto prima di vedere dal vero la bellissima Casa sulla Cascata, ma vi posso confermare che la mia opinione è rimasta la stessa anche dopo l’incontro faccia a faccia della scorsa estate.


05. Storie d’inverno: il gelo e la neve attraverso gli occhi dei grandi artisti

Come è stato celebrato dai pittori l’inverno, la stagione in cui la natura riserva i suoi colori più tenui? Per scoprirlo basta guardare queste immagini!

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Torniamo a parlare di stagioni: questa volta è il turno dell’inverno e della sua atmosfera glaciale. Senza dilungarmi oltre, vi segnalo che questo post è stato anche trasformato in un video molto carino, come potete vedere qui: 10 Momenti di… Inverno!


04. Edward Hopper, Felice Casorati e la solitudine esistenziale

Cosa hanno in comune il piemontesissimo Felice Casorati ed il celebre statunitense Edward Hopper? Vi invito a scoprirlo!

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Il fatto che questo post sia arrivato in quarta posizione mi onora e mi stupisce: anche in questo caso siamo di fronte a uno dei primi articoli che ho scritto (datato 25 marzo 2015) e ad un tema piuttosto ristretto.

Qualunque sia la ragione, se ve lo siete dimenticati dopo tanto tempo vi consiglio di dare un’occhiata!


03. Cosa decide il valore di un’opera d’arte?

Come mai la Gioconda ha così tanto valore? E perché le righe di Mondrian sono inestimabili? Un invito alla ricerca di una risposta!

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Questo eterno dilemma si è vinto una meritata medaglia di bronzo. Avreste una risposta migliore rispetta a quella che ho provato a darvi io? Siete pregati di comunicarmelo 😉


02. Turner a Roma: le meraviglie della città eterna

Immaginate l’emozione di Turner a Roma, capitale classica, per la prima volta? Ecco una serie di quadri, acquerelli e disegni da non perdere su questo tema!

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Il secondo posto appartiene invece ad uno degli articoli che io stessa riguardo più volentieri ed un artista che mi affascina davvero molto.

Turner ha ritratto la nostra Roma in una maniera che merita di essere vista e rivista, regalando fotogrammi della città di ieri, prima di tutte le vicende dei giorni nostri.


01. Storie d’autunno: i colori più belli attraverso gli occhi dei grandi artisti

Come è stato celebrato dai pittori l’autunno, la stagione in cui la natura ci riserva i suoi colori migliori? Per scoprirlo basta guardare queste immagini!

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Infine, il post più visto del 2016 è stata la galleria di quadri a tema autunno, la mia stagione preferita!

Immagino che i suoi stupendi colori abbiano impressionato anche voi e vi ricordo che anche questo post è stato trasformato a ampliato con un video che potete trovare qui: 10 momenti di autunno.


In conclusione, avete trovato l’articolo che vi è piaciuto di più nello scorso anno? Siete d’accordo con il “vincitore” di questa classifica? Aspetto la vostra opinione 😉

Cartoline dalla montagna: come i migliori artisti hanno celebrato le alte vette

Cosa vi viene in mente se pensate alla montagna? Abitando ai piedi delle Alpi credo di essere di parte, però sono convinta che si tratti di un ambiente naturale unico e affascinante, mutevole, duro ed emozionante allo stesso tempo. Le alte vette evocano tante emozioni e racchiudono aspettative, e immagino che ognuno di noi risponderebbe diversamente a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre la montagna è una sfida ed un piacere per ogni pittore che la ami, così in questo post troverete una selezione di bellissimi quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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C. D. Friedrich, Nebbia sulle montagne.

Quando parlo di paesaggi, mi sembra sempre doveroso iniziare da Caspar David Friedrich, uno dei più grandi esponenti del Romanticismo e l’artista che maggiormente è stato in grado di celebrare la natura nei suoi aspetti più selvaggi e sublimi.

Le sue montagne sono quelle del Nord Europa e sembra che il ghiaccio, la nebbia e la neve siano i protagonisti, insieme alle foreste di conifere. Mi ricorda molto l’inverno e credo proprio che abbia qualcosa di speciale, non credete anche voi?

(Per i curiosi, ecco un articolo su questo tema: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Il lago di Zug.

Per Joseph Mallord William Turner, viaggiatore instancabile, le montagne hanno molte facce e sono raccontate come un ricordo e, allo stesso tempo, una suggestione.

I suoi quaderni di viaggio raccontano i paesaggi della Gran Bretagna, della Svizzera e dell’Italia, con una particolare attenzione verso gli agenti atmosferici e la forza della luce. Vanno scoperti e guardati uno alla volta, per riconoscere i diversi luoghi e immaginare quelli in cui non siamo mai stati.


Paul Cézanne

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Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Di Paul Cézanne e del suo maniacale interesse per il Monte Sainte-Victoire abbiamo già parlato (ve lo siete perso? Ecco l link: La montagna incantata di Paul Cézanne), però i colori del Mediterraneo mancavano in questa selezione.

Le sue montagne sono in assoluto le più dolci e le meno misteriose, non credete anche voi?


Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Piante di olivo in un paesaggio montagnoso.

Anche se le montagne non sono sicuramente i soggetti più ricorrenti nelle opere di Vincent Van Gogh, ho scovato questi quadri e, tanto per cambiare, mi hanno impressionata.

Come spesso accade, i suoi paesaggi diventano la chiara impressione del suo tormento interiore e del suo modo unico di vedere il mondo. I colori sono quelli delle montagne in lontananza e dei campi d’estate, mentre i cieli sembrano voler invadere il terreno sottostante.


Paul Gauguin

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Dopo aver visto luoghi vicini, ora ci spostiamo dall’altra parte del mondo, e per la precisione in Polinesia, per guardare le montagne decisamente colorate che ha dipinto Paul Gauguin.

Le palme sono molto diverse dalle conifere di Friedrich, così come l’idea di calore che ci regalano, però non si può dire che non siano ricche di fascino esotico.


Giovanni Segantini

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Giovanni Segantini, Il ritorno dal bosco.

Dopo questo piccolo viaggio oltreoceano, torniamo dalle nostre parti, per rimirare le opere del nostro Giovanni Segantini, un artista che ha saputo raccontare la realtà alpina quotidiana e allo stesso tempo renderla il fondale di affascinantissime opere simboliste. 

Entrambi i generi hanno condotto a tele bellissime, non siete d’accordo con me?


Ferdinand Hodler

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Ferdinand Hodler, Jungfrau e Schwarzmonch.

Dopo Segantini, ci spostiamo in Svizzera per vedere le opere di un altro pittore simbolista, Ferdinand Hodler, un uomo in grado di realizzare grandi tele in cui la montagna è l’unica e assoluta protagonista.

Mi piacciono i cieli gialli dei pomeriggi invernali e il blu della neve delle vette più alte, li adoro tanto perché mi ricordano i panorami che nella mia mente identificano il paesaggio della valle in cui vivo.


Vassily Kandinsky

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Vassily Kandinsky, Dunaberg.

Finalmente è arrivato anche il turno di Vassily Kandinsky, uno dei miei preferiti in assoluto.

Come per tutti i soggetti che lui riporta su tela, anche le montagne diventano per prima cosa forma e colore, dando origine a composizioni evocative e fantastiche, racconti e sogni dipinti con mano sicura.


John E. H. Macdonald

Lake O'Hara and Cathedral Mountain by the Group of Seven painter J. E. H. MacDonald
J. E. H. Macdonald, Lake O’Hara and Cathedral Mountain

Dopo la Russia di Kandinsky, ci spostiamo in Canada, per celebrare John E. H. MacDonald, uno degli artisti del Gruppo dei Sette. (Ve li siete persi? Ecco un post interamente dedicato a loro: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi)

Qui al Nord quello che riusciamo a vedere è proprio il mondo glaciale, freddo e a suo modo colorato di una terra ricca di fascino. La ricerca pittorica prende una piega diversa da quella europea, una strada che avevano aperto i romantici americani e che non perde di freschezza.


René Magritte

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René Magritte, Il dominio di Arnheim.

Dopo tutta questa carrellata, mi sono voluta concedere un finale metafisico, una montagna dipinta da René Magritte che diventa il simbolo di qualcosa di più, la custode di un segreto profondo e di un equilibrio solitario.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? Qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!