Europe Top 10: Vienna e Barcellona, 50 sfumature di Art Nouveau

Vienna e Barcellona: due città tra le più turistiche d’Europa e due mete per gli appassionati di architettura, dell’arte e non solo. Un abbinamento forse a prima vista un po’ bislacco, non vi pare?

Cos’hanno infatti in comune un porto mediterraneo e la ex-capitale dell’Impero Austroungarico? La risposta è nella storia del loro stesso sviluppo, che vede un’attività fervente, insieme ad un’espansione programmata e vasta nel periodo che io preferisco: gli anni cruciali in bilico tra Otto e Novecento.

E in entrambi questi luoghi la grande crescita ha condotto ad effetti simili: una forma urbana caratteristica (i quartieri ottagonali di Cerdà in Spagna e lo sviluppo intorno al Ring in Austria) e il proliferare di movimenti artistici avanguardisti dal sapore Art Nouveau (come non citare la Secessione Viennese e il Modernismo Catalano?). Il passionale e turbato Gustav Klimt contro il fiabesco Antoni Gaudi, insomma, per semplificare.

Da bravo architetto non ho potuto che assegnare a queste due belle città i posti 5 e 6, come adesso vi esporrò meglio. (Per tornare a scoprire le posizioni 9 e 10 e 7 e 8 basta cliccare sui numeri).


#6 Barcellona – il paradiso degli architetti

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Come ho anticipato, secondo me il fascino di Barcellona va ben oltre a quello di città catalana festaiola dove è possibile fare il bagno nel mare e nella sangria.

Questa città è infatti una specie di mecca dell’architettura, a partire dal gotico fino a Gaudi ma non soltanto, perché qui si trova il celeberrimo padiglione di Mies Van Der Rohe per l’Expo del ’29 (di cui parlerò più in basso) e tutta una serie di interventi contemporanei realizzati in occasione e sullo strascico delle Olimpiadi del 1992. Tra questi cito in primis il MACBA di Richard Meier, nel bel mezzo del difficile quartiere Raval: un ardito museo d’arte contemporanea che agisce da calamita per risollevare le sorti del tessuto urbano in cui è inserito.

Non voglio però ripetermi troppo, quindi vi lascio il link a un post in cui ho parlato in maniera più diffusa del mio amore per questa città: Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana.

Per una visita
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Barcellona, Barrio gotico: il museo Picasso.

A Barcellona scegliere è molto difficile, ci sono troppe meraviglie! Da amante dei musei monografici, vi dico i miei preferiti di questo genere: il Museo Picasso nel centro storico, la Fondazione Joan Mirò nel parco della cittadella e, anche se sono un po’ un’altra cosa, una delle case progettate da Gaudi (La Pedrera o Casa Battlò direi), perché dopotutto l’architettura è il gioco degli spazi e non basta un’occhiata da fuori per capire tutto.

Per una passeggiata e un po’ di svago
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Antoni Gaudì, ingresso di Parc Guell.

Se il tempo è soleggiato, non c’è niente di meglio che passeggiare per i parchi che arricchiscono questa città già così bella.

Mi riferisco al Parc Guell, giardino progettato da Antoni Gaudi a dir poco favoloso (e panoramico) e al Parco della Cittadella, emblema della Barcellona dell’Expo del 1929. Troverete infatti qui il Padiglione di Mies Van Der Rohe e il Poble espanol poco lontano, due luoghi emblematici di cui ho parlato diffusamente in questo post: Il padiglione più bello (e famoso) mai progettato per un’Expo.


#5 Vienna – l’imperatrice dell’Art Nouveau

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Come forse ormai avrete immaginato, non mi stanco mai di parlare della bellissima e complessa città di Vienna, austera in certe inquadrature e infinitamente dolce in altre.

È la città europea dove meglio si respira indisturbato il clima di fine Ottocento, fatto di salotti letterari, artisti arditi e coraggiosi, palazzi imperiali e architetture avanguardiste che si scrutano sottecchi.

Non so se ricordate ancora, ma di tutti questi argomenti ho già parlato, così vi allego il link a un post che può completare il discorso: Sulle tracce della “Vienna fin du siècle”: quattro mete da non perdere!.

Per una visita
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Vista del quartiere dei musei dal Leopold Museum.

Il museo del mio cuore a Vienna è un luogo tranquillo anche nei periodi più trafficati, situato in un quartiere pedonale dedicato tutto ai musei e alle gallerie, come si vede dall’immagine in alto. Sto parlando del Leopold Museum, un gioiello che contiene molti capolavori di Egon Schiele e che è a dir poco fantastico.

Visitarlo significa conoscere davvero questo grande e controverso artista, andando oltre i preconcetti e imparando ad apprezzare il suo tratto purissimo e le emozioni che esprime. (Su Schiele, ecco il link al primo di tre post per approfondire: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi).

Per una passeggiata e un po’ di svago
Otto Wagner - Majolica Haus
Otto Wagner, Majolica Haus.

Secondo me, le più belle passeggiate per Vienna non sono quelle all’interno delle viuzze del centro storico, ma piuttosto quelle che si compiono a partire dal Ring. Qui si può trovare il trionfo dell’eclettismo e della grandiosità sia borghese sia imperiale, ma non solo.

Ad un certo punto si incontrano infatti la prima delle fermate della metro disegnate da Otto Wagner e il Palazzo della Secessione Viennese progettato da Olbrich, due piccole meraviglie del più puro e originale stile liberty. Di qui, girando per Linke Wienzeile, ci si ritrova in una Vienna più vivace e originale, caratterizzata da un mercato e dall’onnipresente modernismo (è qui che si può ammirare la casa fotografata qui in alto, nuovamente opera di Otto Wagner).

Non credo che vi stupirò se vi dico che è il mio posto preferito!

Se Vienna vi appassiona, ecco altri due post che potranno fare al caso vostro: Metropolitane verdi e guerre contro le decorazioni: anche questa è la Vienna fin du siècleQuando il troppo stroppia: dall’eclettismo più sfrenato alla rivoluzione in stile floreale.


Allora…Vi piace l’avanzare di questa classifica? Anche voi avete dei ricordi legati a questi luoghi fiabeschi? Fatemi sapere e, soprattutto, non perdetevi le prossime puntate 😉

P.S. Come ho già detto, sappiate che in realtà per me è difficile stilare una classifica e che per ragioni diverse ho amato tutte le città di cui ho parlato e parlerò, quindi non date troppo peso alle posizioni che indico!

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Il padiglione più bello (e famoso) mai progettato per un’Expo

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Barcellona, anno 1929. L’esposizione universale realizzata nell’area di Montjuic e di Piazza di Spagna si configura come un evento di grandissima portata e di richiamo internazionale. (Per i curiosi su Barcellona, ecco il link ad un bell’articolo per preparare un viaggetto: Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana)

Ma, a livello di architettura, riuscite ad immaginare quale stile fosse predominante? Nonostante le classiche promesse di modernità a innovazione legate ad eventi del genere, quello che domina nella scelta dei catalani che allestiscono un’intera porzione di città e in molti degli stati europei che partecipano è un eclettismo piuttosto kitsch, decisamente sorpassato per i tempi che corrono e volto ad attirare l’attenzione delle masse.

A cosa mi riferisco? Ecco qualche esempio per chiarire le idee. Per prima cosa, la fotografia qui sotto rappresenta il fulcro dell’esposizione, un enorme palazzo ora sede del più grande museo di Barcellona. Sobrio direi, non siete d’accordo?

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Piazza di Spagna e la sistemazione urbanistica progettata in occasione dell’Expo del ’29.

Ed ecco poi qualche esempio di padiglioni, come Italia (in equilibrio tra l’Art Déco e il regime fascista), Danimarca, Belgio, Ungheria e Spagna (appena dietro il museo sopra fotografato).

 

Ecco, sembra difficile da credere ma proprio in questa fiera di stravaganze architettoniche, appena girato l’angolo, si trova un padiglione destinato a cambiare la storia dell’architettura contemporanea in Europa e non soltanto, data l’influenza anche negli Stati Uniti.


Il padiglione della Germania di Mies Van Der Rohe

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La Germania chiede a uno dei suoi architetti più influenti di rappresentarla, così Ludwig Mies Van Der Rohe progetta un padiglione che sembra precedere un un secolo i suoi vicini. Dobbiamo tenere conto che siamo ancora in un periodo relativamente dorato del Bauhaus, anche se poco prima della fine, così questa costruzione diventa il manifesto del Movimento Moderno. (sul Bauhaus, ecco un altro articolo che forse vi interesserà: Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità)

Lo schema semplice e geometrico della pianta è il frutto della nuova libertà che si raggiunge con le strutture in acciaio: niente più muri portanti, soltanto una maglia di pilastri indipendenti dai tramezzi.

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Oltre all’equilibrio in pianta, quello che è straordinaria è la composizione geometrica, figlia degli studi sull’astrattismo e sul neoclassicismo, per non parlare della ricercatezza dei materiali (vetro, acciaio cromato e lastre di pietra naturale) e della raffinatezza del design degli oggetti al suo interno. In effetti sono state progettate proprio per questa occasione le intramontabili poltrone Barcellona, sempre frutto del genio di Mies Van Der Rohe.


Noia o perfezione?

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Sicuramente bisogna ammettere che una tale compostezza (direi molto tedesca) stupisce molto nel contesto di una esposizione universale, che rimane poi sempre una colossale fiera.

Questo approccio sobrio e lineare senza la possibilità di scendere a compromessi è però tipico di Mies Van Der Rohe, che da questo momento in poi è destinato a realizzare i suoi migliori capolavori. Io vi dirò che lo apprezzo moltissimo, eppure dopo la Seconda Guerra Mondiale il suo celeberrimo motto “Less is more” (meno è più) stufa a tal punto da essere storpiato in “Less is a bore” (meno è una noia).

Detto questo, il mio amore per il Movimento Moderno rimane immutato (anche se cerco di incentivare il pensiero critico).


Un contenitore che divora il contenuto

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Ultima osservazione: cosa avranno mai potuto esporre qui dentro i Tedeschi, senza che risultasse incredibilmente secondario?

Forse la risposta a questo dilemma è che la Germania non voleva mostrare i suoi prodotti tipici o la sua cultura tradizionale, ma piuttosto il livello di avanzamento culturale e tecnologico che la rendeva probabilmente il Paese più vivace del mondo.

Purtroppo questo primato è destinato a durare poco, dato che i Nazisti incombono e nel giro di pochi anni riescono ad annientare tutto ciò che di bello possiede e incarna questa nazione.

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Detto questo, siamo arrivati alla fine della storia di oggi, vi aspetto prossimamente per raccontarvi di altre due costruzioni destinare a cambiare la storia dell’architettura contemporanea. Spero di non annoiare nessuno! 😉

Il pensiero che diventa pietra. Perché noi tutti amiamo Antoni Gaudì?

Antoni Gaudì, ingresso di Parc Guell.
Antoni Gaudì, ingresso di Parc Guell.

Antoni Gaudì è l’architetto che, proprio nel periodo delle Avanguardie che tanto adoro, è riuscito a dare alla città di Barcellona quel qualcosa in più che ancora oggi la rende unica, favolosa e magica, un insieme di colori vivacissimi e forme smussate che non si possono vedere in nessun altro luogo al mondo.

Ed è proprio l’unicità probabilmente il primo motivo che rende questo genio creativo uno dei più amati e celebrati di sempre. In effetti il fatto che nessuno si sia più azzardato ad imitare le forme ardite della Pedrera, per fare un esempio, oppure i rivestimenti in ceramica di casa Batllò fa si che questi abbiano mantenuto la freschezza ed il carattere innovativo che ci stupiscono sempre.

Antoni Gaudì, la facciata di casa Batllò.
Antoni Gaudì, la facciata di casa Batllò.

Se pensiamo all’età contemporanea, solitamente i grandi architetti sono stati figure controverse.  Primo tra tutti cito l’eccentrico Le Corbusier e le sue Unités d’habitation a Marsiglia: non si può certo dire che siano state considerate un gran successo dal principio! Persino il sobrissimo maestro Mies Van Der Rohe negli anni ha stufato la critica, che è arrivata a scimmiottare il celeberrimo imperativo Less is more trasformandolo in Less is a bore (da Meno è più a Meno è una noia).

Invece per Gaudì questo non accade. La forza narrativa ed espressiva che caratterizza le sue opere (secondo motivo per amarlo) fa sì che nessuno possa sentirsi estraneo alle sue architetture visionarie e romanzate. In ogni costruzione racconta una storia affascinante e fuori dal tempo, pregna di riferimenti e di particolari nascosti. Così, visitando casa Batllò ci smarriamo in un fondale marino, immersi in innumerevoli tinte di blu e in spazi che sembrano modellati dall’acqua, mentre in casa Milà ci sembra di essere in una serie di grotte raffinatissime e scavate in una roccia che ricorda vagamente il colore delle ossa.

Gaudì viene annoverato tra i modernisti catalani, che sarebbero gli esponenti del liberty sulla costa spagnola, anche se negli esiti arriva a discostarsi completamente da ogni lessico architettonico, superando ogni possibile etichetta. La sua ispirazione spazia ma si concentra soprattutto nel medioevo, o per meglio dire in una ricostruzione fiabesca di questo periodo storico, comprensiva di draghi, mostri e torri incantate.

Antoni Gaudì, il drago posto all'ingresso di Parc Guell.
Antoni Gaudì, il drago posto all’ingresso di Parc Guell.

Per questa ragione quindi non ci stupisce la scelta di realizzare in una scala così smisurata la Sagrada Familia, che nei fatti ha numerose analogie con il cantiere di una cattedrale gotica, prima tra tutti la durata pressoché infinita dei lavori. Non mi dilungherò a polemizzare su questo tema, anche se non riesco a fare a meno di chiedermi se sia possibile continuare oggi a costruire senza perdere proprio quella forza innovativa che rende Antoni Gaudì così grande.

Antoni Gaudì, le volte della Sagrada Familia.
Antoni Gaudì, le volte della Sagrada Familia.

Un ultimo motivo per cui credo sia impossibile non amare questo architetto è il legame del tutto speciale che riesce ad innescare con la natura e con il paesaggio in generale. Questa caratteristica è evidente in primo luogo in Parc Guëll, dove Gaudì modella la collina perché possa convivere al meglio con le architetture che vi inserisce e che sembrano emergere direttamente dalle viscere della terra. Questa sensibilità straordinaria tuttavia fuoriesce anche nel momento in cui progetta opere all’interno della città: non vi vengono in mente a questo proposito i bellissimi tetti percorribili di edifici come casa Milà o casa Batllò? Ecco, io credo che siano tra gli elementi che preferisco, proprio per la cura nel disegnare comignoli e tubazioni, fino a trasformarli in qualcosa di simile a rocce erose dal vento.

Antoni Gaudì, il tetto dell Pedrera (casa Mila).
Antoni Gaudì, il tetto dell Pedrera (casa Mila).

In conclusione, posso dire che in fondo noi tutti amiamo Antoni Gaudì perché è stato un uomo forte e profondamente spirituale, quasi mistico, che ha saputo seguire il suo percorso senza curarsi dell’opinione e del giudizio degli altri, consapevole dell’impegno e della magia che scaturisce ancora oggi nelle sue favolose architetture, così incredibili da raccontarci parte della sua storia. 

Per chi fosse interessato a guardarsi altre immagini sui lavori di Gaudì, ecco il link alla pagina di wikimedia commons dove sono raccolte numerose fotografie.

Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana

barcelona-gaudì-battlo Tutti abbiamo in mente la chiassosa e vivissima via principale di Barcellona, con il continuo viavai di gente e gli artisti di strada, eppure secondo me il grande fascino di questa città è nella sua atmosfera incantevole, fiabesca e ricca di cultura, che la rende un paradiso sia per gli appassionati di arte e architettura, sia per i curiosi e i viaggiatori. Nell’elencare i miei luoghi del cuore, credo che per non fare ingiustizie andrò in ordine cronologico.

1. Barrio gotico e Raval: un cuore medievale pulsante e fascinoso
Barcellona, Barrio gotico: il museo Picasso.
Barcellona, Barrio gotico: il museo Picasso.

Perdersi nel intrico di viuzze mediterranee e arabeggianti del centro storico non significa soltanto apprezzare le bellezze architettoniche (due tra tutte la cattedrale e l’altra bellissima chiesa gotica di Santa maria del Mare), ma anche seguire le tracce di un incontrastato e geniale protagonista di questo città: Pablo Picasso.

Infatti è in questa zona che si colloca il caffè dove si rintanavano ed esponevano gli intellettuali  e gli artisti del tempo, Els Quatre Gats, ed è qui che ci si può imbattere in una sua pittura murale (di fronte alla cattedrale) e soprattutto in un museo interamente dedicato a lui, molto interessante e sito in un bellissimo palazzo medievale.

2. L’eixample, ovvero l’ampliamento di Ildefonso Cerdà
Barcellona, il piano di ampliamento di Ildefonso Cerdà.
Il piano di ampliamento di Ildefonso Cerdà.

Cerdà, altrimenti noto come l’inventore dell’urbanistica moderna, forse non è un personaggio così noto, pur essendo stato lui a disegnare l’espansione dell’intera città, dopo l’abbattimento delle mura. È l’inventore degli originali e coreografici quartieri ottagonali (le manzanas), della maglia regolare potenzialmente infinita, dei tagli della diagonale e della collocazione delle aree verdi.

L’impressione di geometria, equilibrio e razionalità che si prova girando per il quartiere Eixample, ad esempio (scusando il gioco di parole), è rara e notevole, specialmente se si viene dal disordinatissimo Barrio gotico!

3. Le fantasie di Antoni Gaudì
Barcellona, casa Milà di Antoni Gaudi.
Casa Milà di Antoni Gaudi.

Un’altra icona della città è sicuramente quest’uomo geniale e creativo, che, oltre ad essere apprezzatissimo per le sue decorazioni simboliche e bellissime, dimostra delle grandi e pionieristiche capacità ingegneristiche.

Il modernismo catalano è la risposta spagnola al Liberty che investe a macchia di leopardo tutta l’Europa, assumendo precise connotazioni geografiche: in questo senso azzarderei un paragone con la mia adorata Vienna fin du siècle, per vedere come le differenze tra le due città saltino all’occhio. Antoni Gaudì, come gli altri esponenti di questo movimento, non è guidato dall’intento di tagliare con il passato, anzi si ispira al medioevo fantastico delle fiabe e delle leggende, andando oltre al modernismo e superando ogni possibile etichetta.

A Barcellona ci regala veri e propri capolavori, come Casa Battlò, Casa Milà (la Pedrera), Palau e Parc Guëll e infine la Sagrada Familia, che meriterebbe un articolo ad hoc, data la complessità della sua realizzazione e le polemiche che ancora oggi si sprecano.

4. Expo 1929: “less is more” con Il padiglione della Germania di Mies Van Der Rohe
Il padiglione della Germania di Ludwig Mies Van Der Rohe.
Il padiglione della Germania di Ludwig Mies Van Der Rohe.

A proposito di expo non si sprecano parole e cantieri soltanto nel 2015 a Milano, al contrario Barcellona è una città che in molti punti è segnata urbanisticamente da questi eventi, in maniera più o meno affascinante. Quella del 1929 vede come location il parco del Mont Juïc, dove vengono realizzati tutta una serie di edifici in stile tardoeclettico magnificenti ed obsoleti, oltre alla ricostruzione di un tipico Poble Español dall’aria fintamente medievale.

In mezzo a tutta quest’opulenza vagamente kitsch, si staglia una sorte di astronave, ovvero il padiglione della Germania realizzato dall’architetto e designer Ludwig Mies Van Der Rohe, al momento quasi-direttore del Bauhaus.

Ecco, si tratta di una strutturina minimalista ed essenziale, composta da due dita d’acqua, un paio di pilastri e una manciata di setti, assemblati così bene da far brillare gli occhi degli studenti di architettura di tutto il mondo. Se ci passate, per favore visitatela e amatela, se non altro per la modernità sfacciata e rivoluzionaria che la distingue dal contesto e che la eleva a capolavoro.

5. Architettura contemporanea: la rinascita post olimpica
Il mercato di Santa Caterina.
Il mercato di Santa Caterina di Miralles e Tagliabue.

Come sanno bene soprattutto gli abitanti di città che hanno ospitato le Olimpiadi, il difficile arriva dopo, quando finisce l’effetto di richiamo e ci si ritrova con tutta una nuova serie di strutture realizzate e di possibilità che non si sa bene come si potranno gestire.

Barcellona in questo è un esempio da seguire: sfruttando i giochi olimpici del 1992, ha saputo cancellare la fama di città industriale e malfamata per darsi un nuovo vestito colorato e accattivante, permettendo all’architettura contemporanea di invadere il centro storico e di donargli nuova linfa. Questo perché nelle opere che vengono realizzate non conta soltanto l’estetica del progetto o l’entità dell’appalto da far vincere ai soliti nomi, anzi quello che importa è il beneficio sociale che si otterrà dalle nuove costruzioni.

Così si prevedono musei, biblioteche e università nelle zone più malfamate che di conseguenza gradualmente cambiano (si pensi al MACBA di Meier nel Raval), oppure si restaurano mercati e zone adiacenti senza scacciare gli abitanti più poveri, ma al contrario creando residenze sovvenzionate. Ecco, io sono convinta che questa logica vincente sia quella che praticamente sempre manca a noi in Italia, dove gli architetti stellari vengono chiamati soltanto per esercizi di stile; ma questa è un’altra storia, visto che è di Barcellona che stiamo parlando.

Ed è dell’aria di Barcellona che avrei voglia in questo momento, impreziosita da un compagno di viaggio speciale, da una polleria malfamatissima dove ho mangiato la migliore paella di sempre e dalle eterne camminate che ci siamo concessi un anno fa, inseguendo la bellezza e la felicità.