Europe Top 10: Vienna e Barcellona, 50 sfumature di Art Nouveau

Vienna e Barcellona: due città tra le più turistiche d’Europa e due mete per gli appassionati di architettura, dell’arte e non solo. Un abbinamento forse a prima vista un po’ bislacco, non vi pare?

Cos’hanno infatti in comune un porto mediterraneo e la ex-capitale dell’Impero Austroungarico? La risposta è nella storia del loro stesso sviluppo, che vede un’attività fervente, insieme ad un’espansione programmata e vasta nel periodo che io preferisco: gli anni cruciali in bilico tra Otto e Novecento.

E in entrambi questi luoghi la grande crescita ha condotto ad effetti simili: una forma urbana caratteristica (i quartieri ottagonali di Cerdà in Spagna e lo sviluppo intorno al Ring in Austria) e il proliferare di movimenti artistici avanguardisti dal sapore Art Nouveau (come non citare la Secessione Viennese e il Modernismo Catalano?). Il passionale e turbato Gustav Klimt contro il fiabesco Antoni Gaudi, insomma, per semplificare.

Da bravo architetto non ho potuto che assegnare a queste due belle città i posti 5 e 6, come adesso vi esporrò meglio. (Per tornare a scoprire le posizioni 9 e 10 e 7 e 8 basta cliccare sui numeri).


#6 Barcellona – il paradiso degli architetti

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Come ho anticipato, secondo me il fascino di Barcellona va ben oltre a quello di città catalana festaiola dove è possibile fare il bagno nel mare e nella sangria.

Questa città è infatti una specie di mecca dell’architettura, a partire dal gotico fino a Gaudi ma non soltanto, perché qui si trova il celeberrimo padiglione di Mies Van Der Rohe per l’Expo del ’29 (di cui parlerò più in basso) e tutta una serie di interventi contemporanei realizzati in occasione e sullo strascico delle Olimpiadi del 1992. Tra questi cito in primis il MACBA di Richard Meier, nel bel mezzo del difficile quartiere Raval: un ardito museo d’arte contemporanea che agisce da calamita per risollevare le sorti del tessuto urbano in cui è inserito.

Non voglio però ripetermi troppo, quindi vi lascio il link a un post in cui ho parlato in maniera più diffusa del mio amore per questa città: Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana.

Per una visita
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Barcellona, Barrio gotico: il museo Picasso.

A Barcellona scegliere è molto difficile, ci sono troppe meraviglie! Da amante dei musei monografici, vi dico i miei preferiti di questo genere: il Museo Picasso nel centro storico, la Fondazione Joan Mirò nel parco della cittadella e, anche se sono un po’ un’altra cosa, una delle case progettate da Gaudi (La Pedrera o Casa Battlò direi), perché dopotutto l’architettura è il gioco degli spazi e non basta un’occhiata da fuori per capire tutto.

Per una passeggiata e un po’ di svago
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Antoni Gaudì, ingresso di Parc Guell.

Se il tempo è soleggiato, non c’è niente di meglio che passeggiare per i parchi che arricchiscono questa città già così bella.

Mi riferisco al Parc Guell, giardino progettato da Antoni Gaudi a dir poco favoloso (e panoramico) e al Parco della Cittadella, emblema della Barcellona dell’Expo del 1929. Troverete infatti qui il Padiglione di Mies Van Der Rohe e il Poble espanol poco lontano, due luoghi emblematici di cui ho parlato diffusamente in questo post: Il padiglione più bello (e famoso) mai progettato per un’Expo.


#5 Vienna – l’imperatrice dell’Art Nouveau

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Come forse ormai avrete immaginato, non mi stanco mai di parlare della bellissima e complessa città di Vienna, austera in certe inquadrature e infinitamente dolce in altre.

È la città europea dove meglio si respira indisturbato il clima di fine Ottocento, fatto di salotti letterari, artisti arditi e coraggiosi, palazzi imperiali e architetture avanguardiste che si scrutano sottecchi.

Non so se ricordate ancora, ma di tutti questi argomenti ho già parlato, così vi allego il link a un post che può completare il discorso: Sulle tracce della “Vienna fin du siècle”: quattro mete da non perdere!.

Per una visita
quartiere-musei-vienna
Vista del quartiere dei musei dal Leopold Museum.

Il museo del mio cuore a Vienna è un luogo tranquillo anche nei periodi più trafficati, situato in un quartiere pedonale dedicato tutto ai musei e alle gallerie, come si vede dall’immagine in alto. Sto parlando del Leopold Museum, un gioiello che contiene molti capolavori di Egon Schiele e che è a dir poco fantastico.

Visitarlo significa conoscere davvero questo grande e controverso artista, andando oltre i preconcetti e imparando ad apprezzare il suo tratto purissimo e le emozioni che esprime. (Su Schiele, ecco il link al primo di tre post per approfondire: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi).

Per una passeggiata e un po’ di svago
Otto Wagner - Majolica Haus
Otto Wagner, Majolica Haus.

Secondo me, le più belle passeggiate per Vienna non sono quelle all’interno delle viuzze del centro storico, ma piuttosto quelle che si compiono a partire dal Ring. Qui si può trovare il trionfo dell’eclettismo e della grandiosità sia borghese sia imperiale, ma non solo.

Ad un certo punto si incontrano infatti la prima delle fermate della metro disegnate da Otto Wagner e il Palazzo della Secessione Viennese progettato da Olbrich, due piccole meraviglie del più puro e originale stile liberty. Di qui, girando per Linke Wienzeile, ci si ritrova in una Vienna più vivace e originale, caratterizzata da un mercato e dall’onnipresente modernismo (è qui che si può ammirare la casa fotografata qui in alto, nuovamente opera di Otto Wagner).

Non credo che vi stupirò se vi dico che è il mio posto preferito!

Se Vienna vi appassiona, ecco altri due post che potranno fare al caso vostro: Metropolitane verdi e guerre contro le decorazioni: anche questa è la Vienna fin du siècleQuando il troppo stroppia: dall’eclettismo più sfrenato alla rivoluzione in stile floreale.


Allora…Vi piace l’avanzare di questa classifica? Anche voi avete dei ricordi legati a questi luoghi fiabeschi? Fatemi sapere e, soprattutto, non perdetevi le prossime puntate 😉

P.S. Come ho già detto, sappiate che in realtà per me è difficile stilare una classifica e che per ragioni diverse ho amato tutte le città di cui ho parlato e parlerò, quindi non date troppo peso alle posizioni che indico!

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Sulle tracce della “Vienna fin du siècle”: quattro mete da non perdere!

klimt ritratto adele bloch bauer
Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer, la regina dei salotti viennesi fin du siècle.

Per quel che mi riguarda, raramente viaggiare significa riposare (nel senso più comune del termine), anzi ripensare alle vacanze passate mi fa tornare in mente tutta una serie di levatacce alle ore più incredibili, sommate a camminate infinite verso stazioni irraggiungibili e a zaini pesantissimi a causa dei libri e degli acquerelli. Per qualche oscura ragione sono convinta che la fatica sia parte del viaggio, così come la stanchezza e l’ossessione di voler vedere ogni cosa, il tutto per avere in cambio la grandissima soddisfazione di essermi presa cura della mia anima, di avere vissuto in totale libertà a caccia di una qualche chimera o ispirazione. Per me un viaggio è la ricerca di un’atmosfera nascosta, di uno spicchio di mondo o di una finestra nel tempo.

Per questi motivi ho amato moltissimo la Vienna fin du siècle, grandiosa parentesi in un interrail tutto mitteleuropeo, quando mia sorella ed io ci sentivamo ancora forever21 ed eravamo rimaste affascinate da questo tema, a causa di un corso di storia dell’architettura contemporanea che mi aveva fatto innamorare di Joseph Maria Olbrich.

Così, ecco le mete che non sacrificherei se volessi inseguire di nuovo le orme lasciate dalla secessione viennese, dalla psicoanalisi di Freud e dall’espressionismo sfrenato di Schiele.

(Come ormai avrete capito non parlerò di locali, piatti tipici o posti per lo shopping, perché per quello basta comprare una Lonely Planet, che su questi argomenti mi batte della grossa; il mio intento è invece quello di fornire uno scorcio di questo incredibile e animatissimo periodo).

1. Ovviamente il Ring, punto di partenza non casuale. Si tratta della porzione di città dove fino al XIX secolo si ergevano le possenti e ingombrantissime mura della città, demolite intorno alla metà del secolo, liberando tutta una cospicua serie di terreni che diventeranno il regno della borghesia cittadina. Sede del teatro, dell’università, dei musei e del municipio, esprime tutta la confusione di un grande impero che, architettonicamente parlando, non trova il suo linguaggio, accostando in quest’area stili e tecnologie costruttive davvero diverse tra loro, che in comune hanno la pesantezza e la vicinanza alla tradizione accademica. Eppure è qui che si innesta la novità ed è da qui che le idee della secessione si espanderanno, come si può vedere nei prossimi punti.

2. Leopold Museum, affacciato sul lato esterno del Ring, il tempio di Egon Schiele, di cui ho già parlato diffusamente. Questo museo per me è stata una vera e propria rivelazione, ospitando innumerevoli opere di questo artista ma anche di Kokoschka e Klimt. Insomma, per gli amanti del genere è un paradiso, ma saprà convincere anche i meno affezionati.

3. Palazzo Secessione Viennese e Linke Wienzeile: sempre passeggiando sul Ring, ad un certo punto si incontra il fiabesco palazzo della secessione viennese di Joseph Maria Olbrich, gioiello architettonico e decorativo, simbolo di questo meraviglioso periodo. Di qui ci si trova sulla strada che corre sul sedime della prima linea della metropolitana, progettata divinamente da Otto Wagner, sia per quanto riguarda gli edifici sia le infrastrutture. Oltre ad osservarla, si ha l’occasione di camminare in un’animata ed autentica arteria cittadina, su cui si affacciano facciate art nouveau di altissimo valore, di cui ho già parlato nell’articolo su Otto Wagner.

4. Il Belvedere superiore, contenitore d’eccezione di moltissimi quadri di Gustav Klimt, tra cui il celeberrimo Bacio. Sempre passeggiando sul Ring, ad un certo punto si arriva a questa enorme serie di edifici baroccheggianti, che esprimono la grandezza della Vienna imperiale. Al loro interno però si esprime tutto il fascino della città più moderna, affascinante e visionaria, grazie alla presenza di moltissime opere di Gustav Klimt, tra cui anche i paesaggi di cui parlavo qualche giorno fa.

Che dire, a forza di scrivere mi è venuta una grandissima voglia di ripartire e spero di non essere l’unica, perché davvero credo ne valga la pena, dal momento che percorrere le strade che ho citato significa seguire i passi di coloro che davvero sono arrivati a svecchiare una società rigida e poco flessibile, sino a questo momento più adatta ai vecchi aristocratici che alle giovani avanguardie.

Articoli correlati:

Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi 123  –  “A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”  –  Metropolitane verdi e guerre contro le decorazioni: anche questa è la Vienna fin du siècle  –  Per andare oltre il bacio: l’altro lato di Klimt.

Per andare oltre il bacio: i paesaggi di Gustav Klimt

Gustav Klimt, tranquil Pond.
Gustav Klimt, tranquil Pond.
Gustav Klimt, Attersee..
Gustav Klimt, Attersee..
Gustav Klimt, tempesta in arrivo.
Gustav Klimt, tempesta in arrivo.
Gustav Klimt, the park.
Gustav Klimt, the park.
Gustav Klimt, Kirche in Cassone.
Gustav Klimt, Kirche in Cassone.

Perché scegliere di parlare dei paesaggi di Gustav Klimt, se universalmente è noto per i suoi incredibili ritratti e per le figure simboliche e spettrali immerse in mosaici d’oro?

Un motivo c’è, fidatevi, ed è che a me, come sempre, interessa il percorso: Klimt non si è svegliato una mattina decidendo di stupire il mondo di punto in bianco, ma è stato un grande intellettuale, prima ancora il figlio di una cantante lirica e di un orafo (forse non è un caso!), ed è diventato un uomo che in parallelo alla Secessione Viennese, ma anche prima e dopo, ha condotto una lunga ricerca sul paesaggio. È questo cammino che oggi mi strega, con le sue radici impressioniste ma anche vedutiste (Venezia infatti non è così lontana), che si spinge fino a sfiorare l’espressionismo, pur mantenendo sempre la consueta grazia che lo contraddistingue.

Di Egon Schiele ho già parlato, ma è proprio osservando questi panorami di Klimt che ci si accorge dell’eredità che ha ricevuto dall’ammiratissimo maestro. Se anche nei ritratti di Schiele, specialmente i primi, si riscontra un certo legame tra i due artisti, è nei paesaggi che si può persino passare dall’uno all’altro senza un’apparente soluzione di continuità, perdendosi nelle tinte fosche e nelle sagome degli alberi nodosi, rimanendo imprigionati in queste tele piene all’inverosimile, tanto da arrivare in certi casi a soffocare l’osservatore con i colori e le pennellate.

Gustav Klimt segue in misura assolutamente minore gli stilemi dell’art nouveau nei suoi paesaggi e proprio per questo è qui che possiamo leggere qualcosa in più della sua anima. È qui che possiamo andare oltre alle suggestioni della psicoanalisi che andava tanto di moda, oltre ai salotti in cui era necessario far parlare di sé e oltre al mito secessionista che riesce a creare delle sue opere.

Gustav Klimt, albero di mele.
Gustav Klimt, albero di mele.

Metropolitane verdi e guerre contro le decorazioni: anche questa è la Vienna fin du siècle

Otto Wagner, Karlsplatz pavillon
Otto Wagner, stazione della metropolitana di Karlsplatz

Se si è parlato fino ad ora di pittura (mi riferisco agli articoli su Egon Schiele), non si può trascurare però quella che tra le arti è più concreta, l’unica che riesce davvero a trasformare il filo dei pensieri e delle teorie in solide strutture di pietra, oppure in ponti o intere città. L’architettura è la disciplina che sta sempre davanti agli occhi, quella che non bisogna cercare nei musei protetta da teche di vetro, anche se forse questa sua onnipresenza paradossalmente la rende tante volte la più bistrattata e la meno apprezzata.

Digressioni a parte, tra il 1890 e il 1918 il panorama viennese è dominato da due titani indiscussi e celebratissimi, Otto Wagner da una parte e Adolf Loos in direzione ostinata e contraria, più giovane di trent’anni e annoverato dai posteri nel pantheon dei maestri dell’architettura contemporanea.

Otto Wagner è il perfetto ritratto dell’uomo di successo, del colto e capace accademico che rivoluziona senza farsi prendere la mano e allo stesso tempo sa sempre essere un professionista dinamico e al passo con i tempi. A Vienna arriva ad occuparsi di tutto: del piano regolatore, della prima linea metropolitana (che per inciso diventerà un assoluto capolavoro), di edifici pubblici e religiosi e, per non farsi mancare niente, di una cattedra all’Accademia di Belle Arti.

Nel 1898, trovandosi in conflitto con quest’ultima istituzione, prende parte alla Secessione Viennese, dato che influenza grandemente la sua progettazione, sia nella composizione geometrica sia nella decorazione. Si tuffa quindi in un liberty espressivo e genuino, moderno e innovativo, si pensi a realizzazioni come la Majolica Haus oppure la sua vicina, al numero 38 di Linke Wienzeile.

Otto Wagner, Majolica Haus.
Otto Wagner, Majolica Haus.
Otto Wagner, Linke Wienzeile.
Otto Wagner, Linke Wienzeile 38.

Quando anche la Secessione inizia a perdere il suo smalto, vira verso un maggiore funzionalismo, riducendo al minimo le decorazioni ed arrivando a opere come la Banca Postale imperial-regia, progettata nel 1903. La sua modernità è proprio la capacità di tradurre nella pratica le teorie espresse nelle numerose pubblicazioni, insieme all’abilità nel perseguire i propri obiettivi senza essere fagocitato dalle prese di posizione o da un’immagine pubblica da mantenere.

Dall’altra parte della linea d’ombra troviamo invece Adolf Loos, sempre di un passo troppo avanti, di quel tanto che basta a renderlo una figura sicuramente più discussa e spregiudicata, che apprezziamo sicuramente più noi rispetto ai suoi coetanei. Questo classico dandy è un damerino pieno di debiti con il suo sarto che invece nelle costruzioni ostenta la più rigorosa sobrietà. Conoscitore ed amatore dell’architettura americana, apprezza Louis Sullivan ed il suo concetto di funzionalismo (La forma segue la funzione).

Nel 1898 aderisce con entusiasmo alla Secessione Viennese, per poi andarsene risentito e pieno di critiche subito dopo, lamentando anche il questo movimento un’assenza di contenuti, ma forse a causa dell’assegnazione a Olbrich del Palazzo della Secessione.

Nemico giurato delle decorazioni e del concetto di opera d’arte totale tanto caro ai secessionisti, arriva nel suo saggio Ornamento e Delitto ad affermare fieramente che l‘architettura non è un’arte, poiché qualsiasi cosa serva a uno scopo va esclusa dalla sfera dell’arte.  Nei fatti, realizza edifici geometrici ed essenziali che anticipano il movimento moderno, e riesce persino a sconvolgere l’opinione pubblica viennese con l’assenza di orpelli della Looshaus in Michaelerplatz, esattamente di fronte all’ingresso del palazzo reale, che sarà costretto a mimetizzare aggiungendo i gerani alle finestre, in perfetto stile tirolese.

Adolf Loos, Looshaus in Michaelerplatz.
Adolf Loos, Looshaus in Michaelerplatz.

È sicuramente affascinate analizzare come la grande modernità di questi maestri risieda nel loro percorso individuale e nella testimonianza lasciata attraverso le opere, che ci indica come abbiano saputo gestire le esigenze del tempo che scorreva ad una velocità impressionante, senza scendere a compromessi.

La vivacità intellettuale della Secessione Viennese si dimostra dunque innovativa e avanguardista non solo in campo pittorico, ma anche nella realtà materiale dell’architettura, poiché è qui che si gettano le basi per le ricerche condotte dai grandi del Novecento, come Le Corbusier o Mies Van Der Rohe.

Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (3/3)

Egon Schiele, ragazza nuda accovacciata.
Egon Schiele, Ragazza nuda accovacciata.

Il significato universale

Ultimo ma non meno importante, è finalmente il momento di citare la qualità forse più affascinante e complessa, ovvero la capacità che hanno alcune opere d’arte di essere universali, di andare oltre a ciò che strettamente rappresentano per aprirsi a mondi sconfinati.

Schiele_-_Selbstbildnis_mit_Hemd_-_1910Nei suoi autoritratti, Egon Schiele non trasmette soltanto la sua immagine, ma riesce a catturare tutto il tormento di un ragazzo turbato e ansioso, che non arriva ad incarnare l’ideale che vorrebbe rappresentare.

Allo stesso modo, le sue modelle non sono la moglie, la sorella o l’amante, ma la donna in generale, seppure a volte nella concezione un po’ morbosa che non è assolutamente rara da incontrare nei primi anni del Novecento. Molto spesso sono anche ragazze sicure di sé, certe dell’influenza e del potere che possono arrivare ad avere sugli uomini.

Persino gli alberi, le case e i paesaggi si allontano da quello che è un luogo geografico, diventando l’espressione concreta di stati d’animo tra i più differenti, dalla speranza allo sconforto più totale.

Egon_Schiele_079Darei moltissimo per poter immaginare la vette a cui Egon Schiele sarebbe potuto arrivare, se si considera che a ventotto anni, finalmente libero dagli spettri dell’adolescenza, possedeva già una maturità tale da trasmettere attraverso la pittura una gamma tanto vasta di emozioni. Mi piacerebbe sapere immaginare l’influenza che avrebbe potuto esercitare sul panorama culturale europeo, austriaco ma anche viennese, dal momento che questa grande città non riuscirà più a garantire un clima culturale così vivo, dimenticando gli smodati anni fin du siècle.

Eterno è Dio, che l’uomo lo chiami Buddha, Zarathustra, Osiride, Zeus o Cristo ed eterno come lui è ciò che vi è di più divino dopo Dio: l’arte. L’arte non può essere moderna, l’arte appartiene all’eternità.

Egon Schiele, Diario dal Carcere

Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (2/3)

Egon Schiele, Alte Hauser in Krumau.
Egon Schiele, Alte Hauser in Krumau.

Intensità e modernità: due ragioni per interessarsi

Per quale motivo Egon Schiele viene inserito nei libri di storia dell’arte, nonostante la morte prematura e l’apprezzamento altalenante di cui gode?

Egon_Schiele_-_Mother_and_Daughter_-_Google_Art_ProjectPer cominciare, il suo fantastico tratto, le linee sicure e precise che costruiscono i suoi disegni senza esitazioni, sbavature o esigenze correttive. Avete mai visto da vicino una sua opera? Soltanto guardando da vicino potete capire la sensazione di perfezione che traspare, come se la matita fosse guidata da un irrefrenabile spirito di bellezza e armonia.

Tuttavia non è sufficiente la tecnica a rendere grande un artista, dopotutto in giro quanta gente c’è che disegna benissimo ma non arriva a trasmettere? Quello che, almeno ai miei occhi, è un elemento essenziale è l’intensità, intesa come la capacità di trasmettere all’ignaro osservatore tutto il bagaglio emotivo che si cela dietro a ogni soggetto, dal più elaborato al più banale. In questo senso, Egon Schiele è un maestro, nel momento in cui riesce a far parlare persino gli alberi scheletrici, oppure gli edifici stanchi e foschi, addossati l’uno all’altro, dei borghi austriaci.

Schiele_-_Landschaft_mit_zwei_Bäumen_-1913Infine, un’altra grande caratteristica è l’estrema modernità delle sue opere, che rientrano alla perfezione nel dibattito culturale del periodo e allo stesso tempo non ne sono fagocitate, anzi, ne diventano la personalissima interpretazione. Nei lavori di questo artista si riconoscono elementi cubisti, espressionisti, art nouveau e simbolisti ad esempio, ma non per questo i soggetti sono meno riconoscibili, meno legati al loro creatore. La grandezza dei maestri come Egon Schiele è proprio la capacità di non rimanere imbrigliati nelle etichette, ma di perseguire le loro ricerche, di esprimere le loro idee, senza finire a somigliare a nessuno, ma allo stesso tempo senza perdere il legame con il contesto in cui si vanno inevitabilmente ad inserire.

Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (1/3)

Egon Schiele, Quattro alberi, 1917.
Egon Schiele, Quattro alberi.

Il dramma di morire a 28 anni

Egon Schiele, Autoritratto.
Egon Schiele, Autoritratto.

Non posso che iniziare raccontando, seppure brevemente, alcuni cenni biografici, perché ritengo siano necessari per capire veramente questo artista geniale, che prima di tutto è stato un ragazzo tormentato e insicuro, in bilico tra voglia di vivere e gli spettri che lo inseguivano. Cercherò comunque di stare nelle 300 parole, in modo da non iniziare ad annoiare.

Così, veniamo a noi: Egon Schiele nasce vicino a Vienna nel 1890 (convenzionale inizio della stagione fin du siècle), ha una famiglia normalissima e a scuola non ottiene buoni voti, per dirla con un eufemismo. Fino a qui tutto normale, trattiamo allora dei primi due fattori straordinari che lo riguardano: da una parte, la morte del padre quando ha appena 14 anni, evento che minerà la sua personalità adolescenziale, e dall’altra, la incredibile abilità che gli permette di essere ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna a soli 16 anni.

Da qui iniziano gli alti e bassi: l’approvazione da parte di maestri del calibro di Otto Wagner e Gustav Klimt, e allo stesso tempo le critiche da parte degli insegnanti universitari, che non sono aperti ad una tale innovazione. In questi anni Schiele è un ragazzo insoddisfatto ed incompreso, che non apprezza l’accademia e cerca l’ispirazione fuori, tra gli echi Art Nouveau e i colori dell’Espressionismo. Così, nel 1909 lascia la scuola e si dedica ad esporre a a creare utilizzando ragazze e bambini come modelli. Finalmente emergono linguaggi e temi caratteristici: un’angoscia esistenziale tutta novecentesca insieme ad un desiderio di introspezione, sicuramente legato a temi modernissimi come la psicoanalisi, che sono i protagonisti delle sue opere. Tuttavia la fama è ancora lontana, anzi nel 1912 viene addirittura incarcerato con l’accusa di avere sedotto una minorenne e di produrre arte pornografica.

Tra in 1913 e il 1914 finalmente si avverte una notevole inversione di tendenza. Anche Egon Schiele è destinato ad attraversare la linea d’ombra, che per lui assume le fattezze del successo e dell’amore finalmente adulto e senza tenebre, che conduce al matrimonio con Edith Harms. Così inizia una nuova fase di pittura più consapevole e di maggiore equilibrio, che rende Schiele la figura di maggiore spicco nel panorama viennese del momento.

Ora, è inutile chiedersi a quale vette possa portare questa nuova direzione, quali influenze possa creare negli anni Egon Schiele, perché nel 1918 muore per colpa dell’influenza spagnola, tre giorni dopo la moglie, incinta di sei mesi.

Ovviamente ho superato il numero di parole prefissate (sono arrivata a 340) ma spero di avervi incuriosito per i prossimi articoli, dove spero di entrare nel vivo.

“A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”

Oggi esordisco con lo slogan di un movimento artistico che ormai ha più di un secolo, che è nato per aspirare all’eterno ma è finito per essere superato nell’arco di pochi anni.

J. M. Olbrich, il Palazzo della Secessione a Vienna.
J. M. Olbrich, il Palazzo della Secessione a Vienna.

Sto parlando della Secessione viennese, ovvero quello che succede quando in un clima di vivacità intellettuale le accademie di arte e architettura della capitale dell’Impero Asburgico continuano a propinare le solite discipline classicheggianti e banali. Una tale rigidità convince menti brillanti come Gustav Klimt e Otto Wagner a separarsi per fondare una secessione di artisti indipendenti e capaci, volti alla creazione dell’opera d’arte totale.

Come gli Impressionisti a Parigi nei Salons des Indipendents insomma, soltanto decisamente più visionari. Sulla questione dell’opera d’arte totale oggi non mi dilungherò, tralasciando gli esiti catastrofici in architettura e il sarcasmo di un signorino come Adolf Loos (scrittore de Ornamento e Delitto, per capirci) perché voglio parlare di un altro artista, di un altro architetto per la precisione: il giovane Joseph Maria Olbrich (dico giovane perché anche lui fa parte del club dei geni morti piuttosto giovani, a 41 anni per la precisione).

Nel Palazzo della Secessione si esprime tutto il simbolismo e l’ossessione di questa generazione, che nonostante tutto soffriva della crisi fin du siècle e iniziava ad accusare un po’ di stanchezza della vita su una giostra tra la belle époque e l’imperialismo con le sue politiche di potenza.

Ci sono i riferimenti alla cultura classica, leggibili tra le civette, gli allori e le Gorgoni, i particolari fiabieschi costituiti dagli animali riprodotti e infine le scritte: Ver Sacrum (Primavera sacra) e, per l’appunto, il titolo del mio pensiero di oggi. Esiste poi la modernità dei volumi e del loro assemblaggio, insieme alla freschezza di un lessico architettonico che non è ancora vincolato a regole stilistiche.

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Se andate a Vienna, fermatevi a vederlo e fotografatelo su tutti i lati, perché garantisco che ne vale la pena.

E pensate a Olbrich, a questi ragazzi che cento anni fa credevano in un futuro fatto di bellezza e cultura, che immaginavano di poter vivere in una colonia di Artisti (a Darmstadt, progettata dallo stesso Olbrich), lontani dalla guerra che presto avrebbe distrutto tutto e fatto crollare quello che allora era un impero secolare.

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