Cartoline dalla montagna: come i migliori artisti hanno celebrato le alte vette

Cosa vi viene in mente se pensate alla montagna? Abitando ai piedi delle Alpi credo di essere di parte, però sono convinta che si tratti di un ambiente naturale unico e affascinante, mutevole, duro ed emozionante allo stesso tempo. Le alte vette evocano tante emozioni e racchiudono aspettative, e immagino che ognuno di noi risponderebbe diversamente a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre la montagna è una sfida ed un piacere per ogni pittore che la ami, così in questo post troverete una selezione di bellissimi quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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C. D. Friedrich, Nebbia sulle montagne.

Quando parlo di paesaggi, mi sembra sempre doveroso iniziare da Caspar David Friedrich, uno dei più grandi esponenti del Romanticismo e l’artista che maggiormente è stato in grado di celebrare la natura nei suoi aspetti più selvaggi e sublimi.

Le sue montagne sono quelle del Nord Europa e sembra che il ghiaccio, la nebbia e la neve siano i protagonisti, insieme alle foreste di conifere. Mi ricorda molto l’inverno e credo proprio che abbia qualcosa di speciale, non credete anche voi?

(Per i curiosi, ecco un articolo su questo tema: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Il lago di Zug.

Per Joseph Mallord William Turner, viaggiatore instancabile, le montagne hanno molte facce e sono raccontate come un ricordo e, allo stesso tempo, una suggestione.

I suoi quaderni di viaggio raccontano i paesaggi della Gran Bretagna, della Svizzera e dell’Italia, con una particolare attenzione verso gli agenti atmosferici e la forza della luce. Vanno scoperti e guardati uno alla volta, per riconoscere i diversi luoghi e immaginare quelli in cui non siamo mai stati.


Paul Cézanne

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Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Di Paul Cézanne e del suo maniacale interesse per il Monte Sainte-Victoire abbiamo già parlato (ve lo siete perso? Ecco l link: La montagna incantata di Paul Cézanne), però i colori del Mediterraneo mancavano in questa selezione.

Le sue montagne sono in assoluto le più dolci e le meno misteriose, non credete anche voi?


Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Piante di olivo in un paesaggio montagnoso.

Anche se le montagne non sono sicuramente i soggetti più ricorrenti nelle opere di Vincent Van Gogh, ho scovato questi quadri e, tanto per cambiare, mi hanno impressionata.

Come spesso accade, i suoi paesaggi diventano la chiara impressione del suo tormento interiore e del suo modo unico di vedere il mondo. I colori sono quelli delle montagne in lontananza e dei campi d’estate, mentre i cieli sembrano voler invadere il terreno sottostante.


Paul Gauguin

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Dopo aver visto luoghi vicini, ora ci spostiamo dall’altra parte del mondo, e per la precisione in Polinesia, per guardare le montagne decisamente colorate che ha dipinto Paul Gauguin.

Le palme sono molto diverse dalle conifere di Friedrich, così come l’idea di calore che ci regalano, però non si può dire che non siano ricche di fascino esotico.


Giovanni Segantini

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Giovanni Segantini, Il ritorno dal bosco.

Dopo questo piccolo viaggio oltreoceano, torniamo dalle nostre parti, per rimirare le opere del nostro Giovanni Segantini, un artista che ha saputo raccontare la realtà alpina quotidiana e allo stesso tempo renderla il fondale di affascinantissime opere simboliste. 

Entrambi i generi hanno condotto a tele bellissime, non siete d’accordo con me?


Ferdinand Hodler

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Ferdinand Hodler, Jungfrau e Schwarzmonch.

Dopo Segantini, ci spostiamo in Svizzera per vedere le opere di un altro pittore simbolista, Ferdinand Hodler, un uomo in grado di realizzare grandi tele in cui la montagna è l’unica e assoluta protagonista.

Mi piacciono i cieli gialli dei pomeriggi invernali e il blu della neve delle vette più alte, li adoro tanto perché mi ricordano i panorami che nella mia mente identificano il paesaggio della valle in cui vivo.


Vassily Kandinsky

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Vassily Kandinsky, Dunaberg.

Finalmente è arrivato anche il turno di Vassily Kandinsky, uno dei miei preferiti in assoluto.

Come per tutti i soggetti che lui riporta su tela, anche le montagne diventano per prima cosa forma e colore, dando origine a composizioni evocative e fantastiche, racconti e sogni dipinti con mano sicura.


John E. H. Macdonald

Lake O'Hara and Cathedral Mountain by the Group of Seven painter J. E. H. MacDonald
J. E. H. Macdonald, Lake O’Hara and Cathedral Mountain

Dopo la Russia di Kandinsky, ci spostiamo in Canada, per celebrare John E. H. MacDonald, uno degli artisti del Gruppo dei Sette. (Ve li siete persi? Ecco un post interamente dedicato a loro: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi)

Qui al Nord quello che riusciamo a vedere è proprio il mondo glaciale, freddo e a suo modo colorato di una terra ricca di fascino. La ricerca pittorica prende una piega diversa da quella europea, una strada che avevano aperto i romantici americani e che non perde di freschezza.


René Magritte

Renè Magritte
René Magritte, Il dominio di Arnheim.

Dopo tutta questa carrellata, mi sono voluta concedere un finale metafisico, una montagna dipinta da René Magritte che diventa il simbolo di qualcosa di più, la custode di un segreto profondo e di un equilibrio solitario.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? Qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

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Tomas Cole e gli altri: una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River

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F. E. Church, Monte Ktaadn

Se c’è qualcosa su cui può puntare un Paese con poca storia come gli Stati Uniti del primo Ottocento, è sicuramente lo spazio vasto, selvaggio e incontaminato di cui dispone. Ed è proprio da qui che si parte per il viaggio verso l’indipendenza nel campo dell’arte, un percorso che che ha inizio poco sopra New York, nella terra che collega la città alle Cascate del Niagara. Non sono luoghi così remoti o distanti dalla civiltà, eppure in questi anni risultano ancora sconosciuti.

Sicuramente i tempi sono maturi per l’evoluzione della pittura paesaggistica, come ci racconta l’Europa nel fiore del Romanticismo: Friedrich in Germania esprime i colori e le suggestioni del Nord, mentre Turner in Inghilterra rivoluziona la pittura con le sue opere visionarie (su questo tema, ecco il link a un post che consiglio: Il mio amore per il romanticismo).

Gli Stati Uniti d’America poi sono all’inizio della loro carriera autonoma, quindi la natura, il loro punto di forza, viene in un certo senso anche utilizzata per mitizzare questa nuova terra così giovane da poter vantare poca storia.


Thomas Cole e la nascita della Hudson River School

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Thomas Cole, North mountain and Catskill Creek.

Il pioniere di questo movimento artistico è Thomas Cole (1801–1848), inglese di nascita ed emigrato dalle parti di New York City.

Prima di morire tragicamente a quarantasette anni (un altro della folta schiera degli artisti morti troppo presto), riesce a creare qualcosa di grande, imbarcandosi a ventiquattro anni su un battello, pronto ad esplorare e a risalire l’Hudson River in quella stagione autunnale che colora i paesaggi di tonalità dorate e stupende.

La serie di quadri che produce in questo viaggio è sufficiente a regalargli la fama e a costruire intorno a lui un entourage di amici e in seguito di discepoli, destinato a chiamarsi Hudson River School.

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Thomas Cole, The Connecticut River near Northampton

Questi artisti inizialmente trovano  l’ispirazione nella terra incontaminata americana, grandiosa e tranquilla, fondendo spirito d’avventura e interesse per l’esotico. Nei paesaggi la presenza umana, sempre minima, si inserisce con armonia e pace, regalando un’immagine decisamente lontana da quella che riportano i film sulla conquista del West.

Eppure l’ovest è destinato a diventare uno dei protagonisti della seconda fase della storia dell’Hudson River.


Frederic Edwin Church e gli artisti della seconda generazione

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S. R. Gifford, Morning in te Hudson, Haverstraw Bay.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento in effetti gli artisti dell’Hudson River School non si accontentano più del placido stato di New York, affiancando i pionieri nella conquista del Far West e spingendosi addirittura in Sud America.

Tra loro, Albert Bierstadt trova il successo proprio con le grandi tele dedicate ai paesaggi delle Montagne Rocciose realizzati quando, dalla fine degli anni cinquanta,  comincia a esplorare l’ovest al seguito di una spedizione governativa. Nel 1863, in California, si innamora poi della Yosemite Valley, quella che viene definito da chi la scopre un vero paradiso terrestre.

Oltre a lui, altri artisti della Hudson River School che trovate nella galleria qui sotto sono Albert Bierstadt, Thomas Moran, J. F. Kinsett, Worthington Whittredge, M. J. Heade e S. R. Giffred.

L’ultimo, ma allo stesso tempo il più noto tra i discepoli di Thomas Cole, è Frederic Edwin Church (1826–1900, di cui avevo già parlato qui: L’America selvaggia della corsa all’oro e della conquista del west: le impressioni di Frederic E. Church), artista appassionato di scienze e fenomeni naturali.

Nelle sue opere in effetti si riscontra sempre una sorta di curiosità che si unisce e va ad arricchire il gusto tardo romantico. La sua attenzione è rivolta ai vulcani, alle foreste sudamericane e, ovviamente, alla bellezza selvaggia delle cascate del Niagara.


Vorrei raccontare ancora qualcosa e mostrare altri quadri (per una volta vi posso annunciare con fierezza che sono quasi tutte fotografie scattate da me nei vari musei che ho girato negli USA), ma so che sono già stata parecchio prolissa quindi preferisco fermarmi qui. Vi piacciono queste opere? Le conoscevate già?

In ogni caso spero che la prima puntata in tema Esiste una vera “Arte americana”? vi abbia fatto venire voglia di scoprire il seguito, decisamente più vicino alle metropoli che alla natura.

Nel frattempo, se siete curiosi di approfondire, ecco il link all’interessantissima pagina che il Metropolitan Museum di New York dedica alla Hudson River School, tenendo conto che da lì ci si può collegare a molti altri saggi che non sono niente male:  http://www.metmuseum.org/toah/hd/hurs/hd_hurs.htm

Turner e l’Italia: le nostre città nei suoi disegni

Naples: Monte St Angelo and Capri 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli, Castel dell’Ovo, sullo sfondo Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi e Capri.

Riuscite ad immaginare un viaggiatore solitario e insaziabile che per sei mesi gira l’Italia con un taccuino e una matita tra le mani, continuamente impegnato nella riproduzione di quello che ha di fronte? Ecco, in un modo decisamente più semplice (e in molti casi meno nobile), anche noi facciamo la stessa cosa quando scattiamo infinite foto in giro per il mondo.

Come vi raccontavo nello scorso post (chi se lo fosse perso può cliccare qui!), Joseph Mallord William Turner durante il suo soggiorno in Italia non si è fermato un attimo, riempiendo centinaia di pagine con i suoi disegni, oggi consultabili online a questo link.

Spesso i suoi schizzi appaiono come degli scarabocchi, un insieme di poche linee nervose e veloci che servono a fissare nella mente l’impressione di un momento. Eppure, nel momento in cui si tratta di un luogo che conosciamo, ecco che i tratti rapidi diventano precisi contorni di quella che è una chiara immagine nella nostra memoria. Non mi credete? Allora scorriamo insieme questa selezione che vi ho preparato!


Torino

Façade of S. Giovanni, the Cathedral at Turin 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, facciata del Duomo di S. Giovanni a Torino.

Ovviamente il mio spirito campanilista mi impone di iniziare dalla città che conosco meglio, dicendo come scusa che è la prima immortalata dall’artista, arrivato in Italia dal Moncenisio.

Come si può vedere, nella capitale sabauda Turner sembra essere stato affascinato in primo luogo dall’architettura, manifesto di quel barocco così poco convenzionale, una sfumatura stilistica che forse in Inghilterra era ancora poco nota. 

Non so voi, ma io ho l’idea che sia rimasto stregato in particolare dalla Cappella della Sindone (che, per chi non la conoscesse, è visibile cliccando qui, in una foto di MuseoTorino antecedente all’incendio che l’ha rovinata).


Bologna

Bologna colpisce l’osservatore per le sue torri, siano esse religiose o civili, e anche Turner non è rimasto immune al suo fascino medievale. Sullo sfondo poi è impossibile non riconoscere il landmark per eccellenza: il Santuario della Madonna di San Luca, lontano e adagiato sulle colline.


Tivoli

Tivoli 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Tivoli.

Esistono moltissimi schizzi e acquerelli che l’artista ha realizzato a Tivoli, probabilmente perché ha soggiornato poco lontano per un relativamente lungo periodo di tempo. Dovendo scegliere, ho deciso di proporvi opere che mostrano altre due interessanti tecniche utilizzate da Turner.

In primo luogo il mio adoratissimo acquarello, che gli ha permesso di immortalare non solo le linee ma anche i colori e le sfumature dell’Italia mediterranea che aveva davanti. Per seconda è molto interessante la scelta di utilizzare fogli già grigi, così da poter disegnare sia le ombre sia le luci, con lo scopo di ricreare l’atmosfera dei luoghi.


Napoli

Naples: the Castle of the Egg 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli e il Vesuvio.

Napoli si presenta come un vero trionfo di colore. Anche in questo caso ci sono molte opere tra cui scegliere, tutte meravigliose! In questo caso non è solo l’architettura a colpire l’occhio di Turner, ma piuttosto la sua integrazione con il paesaggio, come è visibile anche nell’immagine inserita all’inizio di questo articolo.


Pisa

The Duomo and Campanile, Pisa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, il duomo e la torre di Pisa.

Quello che mi diverte di Pisa è invece il grande numero di particolari che compongono lo schizzo qui in alto, come se Turner non volesse dimenticare nulla della città toscana. In effetti la mia idea è che volesse poi realizzare un quadro a partire da questi schizzi, opera mai dipinta una volta di ritorno in Inghilterra.

Quella che curiosamente è invece diventata un’illustrazione è invece la bozza della chiesa di Santa Maria della Spina, visibile in basso (e scusate per la bassa risoluzione).


Firenze

Florence from San Miniato circa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Firenze da San Miniato.

Infine, non potevo non citare Firenze. Purtroppo questo quadro, realizzato qualche anno dopo a partire dai quaderni di viaggio, è disponibile solo con una bassa risoluzione, cosa che mi spiace molto. Il capoluogo toscano sembra intrigare Turner più che per l’architettura per la sua simbiosi con l’Arno, un legame che non tutte le città hanno con i fiumi su cui si affacciano.


Detto questo, ho terminato il mio excursus per le città italiane. Vi ha incuriosito?

Se invece abitate in città che non ho nominato, potete comunque curiosare nell’archivio della Tate Gallery, visto che sono presenti moltissimi altri centri urbani che ho dovuto trascurare per mettere la parola fine a questo post che sarebbe potuto diventare potenzialmente infinito!

Turner a Roma: le meraviglie della città eterna

Rome: The Forum with a Rainbow 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma: il foro con arcobaleno.

Senza dubbio Roma è stata una grande fonte di ispirazione per Joseph Mallord William Turner, inglesissimo maestro abituato alla pioggerellina fine di Londra. La città eterna è infatti la protagonista di numerose tele e di molti acquerelli, tutti accomunati dall’attenzione per i dettagli e dalla luce dorata del Mediterraneo.

Riuscite ad immaginare l’emozione di un appassionato di archeologia ed architettura classica giunto in Italia per la prima volta?Teniamo conto che stiamo parlando della Gran Bretagna dei primi dell’Ottocento, una società che ha il mito della classicità e della cultura romana e greca. Quindi un viaggio di sei mesi verso Roma e oltre deve essere un vero premio per il quarantatreenne Turner, ormai ai vertici del panorama artistico inglese.


J. M. W. Turner in Italia

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J.M.W. Turner, Roma moderna da Campo Vaccino.

Nei primi giorni dell’agosto 1819 Joseph Mallord William Turner parte da Dover verso sud. Attraversa la Francia e arriva in Italia attraverso il Moncenisio, per poi scoprire Torino e Milano. Di qui si dirige a Venezia, dove soggiorna alcune settimane e si innamora dei colori e dell’inconsistenza della laguna. (Sulle impressioni di Venezia, ecco un articolo da non perdere: Un atto d’amore per J. M. W. Turner)

Dopo Venezia, è la volta di Bologna e Rimini, per poi giungere finalmente a Roma all’inizio di ottobre. Eppure il grande artista non è ancora sazio, così si permette ancora una tappa a Napoli, Pompei ed Ercolano, per godersi quelle che al momento sono le più belle rovine ritrovate.

Di ritorno alla città eterna vi soggiorna per quasi tre mesi, un periodo che nutre la sua mente ed i suoi occhi, al punto da originare una serie di quadri fenomenali, una volta rientrato in patria.

La Roma di Turner è un luogo dove il passato si fonde con il presente, creando una mescolanza tra la precisione di un rilevatore e l’aura di leggenda che circonda anche il presente decaduto. Anche i quadri qui di seguono esprimono questo dualismo: da una parte la visione di Roma antica, immaginata a partire dagli studi archeologici, dall’altra la città moderna, intrisa di una luce senza tempo.

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J. M. W. Turner, Antica Roma: Agrippina che approda con le ceneri di Germanico.
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J. M. W. Turner, Roma dall’Aventino.

Gli album di viaggio

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J. M. W. Turner, Roma, quaderni di viaggio.

Vi siete chiesti come abbia fatto Turner a dipingere quadri tanto dettagliati una volta rientrato a Londra? Il suo era il mondo prima delle macchine fotografiche, quindi la risposta è che bisognava sgobbare continuamente.

Il nostro grande artista è partito con una serie di album da disegno da riempire con i dati che gli servivano e con le meraviglie che aveva davanti agli occhi.

Ecco, vi confesso che io adoro questi quaderni meticolosamente compilati: con pochi tratti Turner è riuscito a riprodurre immagini dettagliate e fedeli della realtà, fornendoci un preciso spaccato di com’era Roma nel 1819 senza nessun errore o imprecisione.

In certi casi poi questi appunti diventano la base per preziosi quadri futuri, come si può notare nelle due immagini di seguito.

Study for 'Rome from the Vatican' 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Studio per “Roma dal Vaticano”.
Rome, from the Vatican. Raffaelle, Accompanied by La Fornarina, Preparing his Pictures for the Decoration of the Loggia exhibited 1820 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma dal Vaticano.

Non trovate anche voi che siano opere incredibili? Il bello è che Joseph Mallord William Turner non si è limitato a ritrarre Roma, ma si è dedicato a una grande parte dell’Italia. Siete curiosi di scoprire come ha disegnato la vostra città? Allora vi invito a non perdere il prossimo articolo 😉

Quasi dimenticavo: se volete guardare altri lavori di Turner, sul sito della Tate Gallery di Londra sono presenti tantissime opere, tutte commentate e catalogate. In particolare, questo è il link alla sezione dedicata al viaggio in Italia (Non c’è niente da fare, io amo gli Inglesi e la loro cura per il patrimonio e per i visitatori, reali o virtuali che siano!)

L’America selvaggia della corsa all’oro e della conquista del west: le impressioni di Frederic E. Church

Frederic Edwin Church, Tramonto nella landa selvaggia.
Frederic Edwin Church, Crepuscolo nella landa selvaggia.

Comincerò dall’inizio. In principio, ci sono stati gli avventurieri: gruppi di persone piccoli o meno piccoli suddivisi in base alla lingua e all’etnia, approdati sulla costa est di quell’immensa prateria che erano gli Stati Uniti. Eccoli, i veri padri fondatori, sicuramente non troppo eruditi e nemmeno troppo amanti della legalità, scappati dall’Europa alla ricerca di un’occasione.

Gente affamata, insomma, affamata di terra oltre che di cibo, ed assetata di avventura. Nella mia mente i pionieri sono come dei corsari o dei pellegrini, anche se in realtà non ci è voluto molto prima che si formassero le prime città, sui porti e sulle principali vie di comunicazione. Chiamarle città potrebbe essere un eufemismo, dato che al momento dell’indipendenza nel 1783 soltanto cinque nuclei urbani superano i 10.000 abitanti, e ancora nel 1833 Chicago conta circa 350 abitanti.

Frederic Edwin Church, Gli iceberg.
Frederic Edwin Church, Gli iceberg.

Ecco, la loro dimensione rimane per lungo tempo quasi ridicola, se paragonata alla grandezza del territorio. Cosa si trovava davanti un pioniere che partiva alla conquista dell’oro? E un cercatore d’oro che dalle montagne rocciose si spingeva a nord?

Credo di poter trovare la risposta nei dipinti di Frederic Edwin Church, un americano, prettamente romantico, che riesce a ritrarre questo territorio incontaminato, grazie ad una pittura dettagliata e ad un uso dei colori che non risulta essere quello europeo, differenziandosi ben presto in modo microscopico ma percettibile.

Frederic Edwin Church, Cascate del Niagara (lato americano).
Frederic Edwin Church, Cascate del Niagara (lato americano).
Frederic Edwin Church, Tramonto lungo la Hudson Valley (New York).
Frederic Edwin Church, Tramonto lungo la Hudson Valley (New York).
Frederic Edwin Church, Nuvole sopra Olana.
Frederic Edwin Church, Nuvole sopra Olana.
Frederic Edwin Church, Crepuscolo invernale in Olana.
Frederic Edwin Church, Crepuscolo invernale in Olana.

Si tratta di un viaggiatore senza tregua, pienamente ottocentesco, nato benestante, che gira in lungo e in largo l’intero continente americano alla ricerca dell’ispirazione, e che di ritorno a New York ogni volta fa faville. Cerca di catturare il fascino della natura selvaggia illuminata al tramonto, raramente inquinata dalla presenza umana, soffermandosi sui grandi specchi d’acqua, sui blocchi di ghiaccio e sui boschi lussureggianti. 

Si tratta di uno dei primi pittori statunitensi a riscuotere un grande successo a New York, dove vive per molti anni, e adesso vorrei perdermi dietro ad alcune sue immagini insieme a voi, per entrare in questo mondo ancora inesplorato e giovanissimo.

Frederic Edwin Church ci mostra tutto ciò che gli esploratori ed i pionieri hanno probabilmente avuto davanti agli occhi. Ci racconta dei grandi spazi vuoti che lasciano la natura come unica protagonista, mentre per noi europei è difficile da immaginare un mondo così vasto e selvaggio.

Per chi non fosse ancora sazio di queste immagini, consiglio di cliccare su questo link: la pagina di Frederic Edwin Church su Wikimedia Commons che raccoglie moltissime sue opere.

Frederic Edwin Church, Cotopaxi.
Frederic Edwin Church, Cotopaxi.
Frederic Edwin Church, Segnale luminoso di Mount Desert.
Frederic Edwin Church, Segnale luminoso di Mount Desert.

Un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner

J. M. W. Turner, Arrivo a Venezia.
J. M. W. Turner, Arrivo a Venezia.

Sinceramente mi interessa davvero poco che il recentissimo film su Turner abbia reso il ritratto di un uomo rude, sociopatico, grezzo e davvero poco in sintonia con le opere che realizza, perché tanto per me quello che conta infinitamente più che ogni altro pettegolezzo o ricostruzione è la mano incantata. E siccome da sole le mani non possono produrre niente, i suoi quadri sono la dimostrazione che dietro alla facciata c’è soprattutto un grande cuore, insieme ad una mente geniale. Ho apprezzato il film per le ambientazioni che ricrea e per l’attenzione che dà alle opere, ma non credo che sia sufficiente uno spaccato del genere, che non indaga sulle cause o sulle radici di determinate condizioni, a fornire la visione completa di un uomo. Come dico sempre, per me sono il percorso di vita insieme alla ricerca personale gli indici per misurare il valore di un artista e, prima ancora, di un individuo.

Eppure oggi non sto scrivendo per recensire il film, e nemmeno per difendere il mio beniamino, ma per pubblicare quelli che per me sono stata una immensa fonte di ispirazione qualche anno fa, ovvero i meravigliosi e affascinantissimi acquerelli di Venezia.

J. M. W. T., Venice, moonrise.
J. M. W. Turner, Venice, moonrise.
J. M. W. T., Venice, storm.
J. M. W. Turner, Venice, storm.
J. M. W. T., Venice looking east from the Giudecca sunrise.
J. M. W. Turner, Venice looking east from the Giudecca sunrise.
J. M. W. T., Venice at the mouth of the grand canal.
J. M. W. Turner, Venice at the mouth of the grand canal.
J. M. W. T., Venezia, San Giorgio Maggiore.
J. M. W. Turner, Venezia, San Giorgio Maggiore.

Immaginate una sedicenne che si aggira per una Feltrinelli un pomeriggio dopo la scuola e che si ferma a guardare i libri in offerta. Ecco, quella ero io e la mia scelta, un po’ per caso e un po’ per desiderio, è caduta proprio su “Venezia. Acquerelli di Turner”, volumino snello che è ancora custodito gelosamente vicino al mio letto. Che sorpresa incredibile, avevo scovato una modernità che mai avrei immaginato.

Turner in effetti dimostra che negli acquerelli si può essere liberi, si può lasciare che il pennello corra sul foglio interpretando le macchie di colore senza pretendere di controllare tutto. Se paragonato con gli oli impeccabili che produce negli stessi anni, ci rendiamo conto che esiste un abisso tra l’artista di corte, membro della prestigiosa Royal Academy of Arts, e il viaggiatore instancabile, l’uomo che non si accontenta mai di ciò che vede e insegue il mito romantico di solitario titano che si scontra contro i segreti della natura, riuscendo in molti casi ad uscirne vincitore.

Quello che impressiona infatti è la grande semplicità e spontaneità di questi schizzi, caratteristica a cui noi siamo abituati ma che nella prima metà dell’Ottocento era davvero poco usuale, utilizzata in questi casi in viaggio, per produrre schizzi rapidi che hanno lo scopo di cogliere un’impressione, di fissare un’immagine e ancora di più un’atmosfera da tradurre in un quadro una volta di ritorno a Londra.

Copiarli e ricopiarli al liceo tutte le mattine mi ha avvicinato in maniera inaspettata al mondo dell’arte e della bellezza, perché la complessità di questi lavori all’apparenza così semplici si coglie proprio nel momento in cui si entra nel vivo, quando si cerca di riprodurre quelle che sembrano due pennellate, o una normalissima sfumatura.

Per concludere, posso dire che quello per Joseph Mallord William Turner è stato un amore destinato a durare, visto che la stessa sedicenne di cui ho parlato circa cinque anni dopo, in un mercatino dell’usato di Stoccolma, ancora non è riuscita a resistere all’ennesimo libro su questo artista, questa volta sugli schizzi dei quaderni di viaggio, per la seduzione del tratto di questo incredibile maestro.

J. M. W. Turner, Venezia: San Giorgio maggiore.
J. M. W. Turner, Venezia: San Giorgio maggiore.

Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich

Io le ho viste, le luci del Nord Europa. Quanto avevo vent’anni ho avuto l’occasione di compiere un viaggio di ventuno giorni per inseguire il sole nella maniera meno convenzionale, ovvero risalendo in treno il continente, andando verso le latitudini in cui non tramonta mai. Ero insieme a mia sorella, la mia compagna di avventure di sempre, ed abbiamo visto sia dai finestrini sia dall’entrata della nostra tendina dei colori spettacolari che sono sicura che non dimenticheremo.

Ma non è di noi che voglio parlare, il punto è che le northern lights sono davvero incredibili e mi fanno sempre venire in mente due artisti che, seppure con un secolo di distanza, sono riusciti secondo me a catturarle in pieno.

Caspar David Friedrich, evening.
Caspar David Friedrich, evening.
Caspar David Friedrich, Nordic landscape.
Caspar David Friedrich, Nordic landscape.
Caspar David Friedrich, Tageszeitenzyklus, in the morning.
Caspar David Friedrich, Tageszeitenzyklus, in the morning.

Per primo, non si può certamente trascurare Caspar David Friedrich (1774-1840), genio romantico, pienamente ottocentesco e appassionato ricercatore del sublime. Come ho già sostenuto in precedenza (si veda Il mio amore per il romanticismo), io sono una seguace di questo movimento e quello che mi cattura è proprio il nuovo e rivoluzionario atteggiamento nei confronti della natura, che finalmente non è più vista come fondale per quadri a tema, ma diventa la vera  incontrastata protagonista.

Così, finalmente ci si libera di tutte quelle figure mitiche o mitologiche che ormai alla fine del Settecento hanno un po’ stancato e appaiono ormai vuote di contenuti, in favore di un’assoluta novità. Il mondo sta cambiando, ci sono rivoluzioni e nuove scoperte, così è giusto che anche gli artisti rinnovino il repertorio dei soggetti.

Friedrich, appassionato di paesaggi e di rovine, è per me un grande maestro nella rappresentazione delle atmosfere nordiche, uno dei primi che si impegna così tanto nell’esplorare la vastissima gamma cromatica necessaria per rappresentare l’alba o il tramonto.

Edvard Much, Train smoke.
Edvard Much, Train smoke.
Edvard Much, Summer night by the beach.
Edvard Much, Summer night by the beach.
Edvard Much, Moonlight.
Edvard Much, Moonlight.

Il secondo artista che sono in dovere di citare è Edvard Munch (1863-1944), uomo geniale ed angosciato che esprime in pieno il mondo della fine dell’Ottocento, secolo lungo per antonomasia, fino alle avanguardie novecentesche.

Simbolista, espressionista e visionario, dimostra anche una grande sensibilità nella rappresentazione del paesaggio, che per lui diventa un tramite per descrivere emozioni e stati d’animo.

Se a prima vista le sue opere sembrano completamente differenti rispetto a quelle di Friedrich, a causa del linguaggio formale diversissimo, scendendo ad osservare i colori e l’ampiezza dei cieli si possono secondo me riscontrare delle analogie, somiglianze dovute all’utilizzo della musa ispiratrice, la luce del nord.

Ecco, io ritengo che la bellezza e la grandezza di questi due artisti risieda proprio nel modo personalissimo e allo stesso tempo universale in cui sono riusciti a trasmettere l’impressione degli infiniti tramonti sul mare e della selvaggia natura in generale.

Il mio amore per il romanticismo

Senza dubbio io amo i romantici. Non fraintendetemi, non intendo il tipo di persone smielate che si manifestano con rose e baci Perugina, ma piuttosto le anime solitarie alla ricerca del sublime.

J. M. W. Turner, Snow storm.
J. M. W. Turner, Snow storm.

Non so spiegarmi, ma dai tempi del liceo subisco il fascino di quest’epoca confusa che è il lungo Ottocento, e da amante della cultura inglese non posso che commuovermi per la bellezza di alcuni testi e di molti quadri, soprattutto se si parla di un certo Joseph Mallord William Turner, longevo e prolifico artista di corte, viaggiatore e disegnatore d’eccezione, mano che ha saputo rappresentare meglio di chiunque altro il Regno Unito prima che diventasse un vero e proprio impero, prima di Vittoria insomma. Impressionista prima degli Impressionisti, in certi tratti astratto prima delle Avanguardie, il primo che in maniera del tutto compassata ha socchiuso quello che poi diventerà circa cinquant’anni dopo il vaso di Pandora, ovvero il vortice di sperimentazione fino all’informale.

Prometto che un giorno parlerò di lui in maniera più completa e pertinente, per adesso però mi accontento di vagare con la mente all’insegna dei romantici in generale, affascinanti e seducenti creature che hanno cambiato la poesia e hanno contribuito a creare una nuovaa visione della natura e della persona.

Concludo così questo articolo forse un po’ confuso con la prima poesia che ho incontrato sul libro di inglese del liceo (di P.B. Shelley), e che ricordo ancora proprio perché, anche se allora non conoscevo molto del romanticismo, mi era entrata nel cuore.

A dirge
Rough wind, that moanest loud
Grief too sad for song;
Wild wind, when sullen cloud
Knells all the night long;
Sad storm whose tears are vain,
Bare woods, whose branches strain,
Deep caves and dreary main,–
Wail, for the world’s wrong!

Un canto funebre
Brusco vento, che lamenti forte
un dolore troppo triste per una canzone;
Selvaggio vento, quando una nube fosca
rintocca per tutta la notte;
Triste tempesta, che lui lacrime sono vane
Boschi spogli, i cui rami sforzi,
Grotte profonde e mare tetro,
gemete, perché il mondo è sbagliato!

Perdonatemi se non ho soddisfatto la vostra curiosità, ma quest’oggi proprio non riesco ad essere ordinata.