Perché il viandante sul mare di nebbia di Friedrich è considerato un inno al Romanticismo?

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Guardando il Viandante sul mare di nebbia non viene anche a voi una grande voglia di rubare il posto dell’uomo girato di schiena, o per lo meno di immedesimarvi in lui per potervi perdere in questo sconfinato paesaggio? Sarebbe bellissimo riuscire ad affacciarsi sull’abisso tra le montagne, sul mare che arriva a coprire la terra.

In tema “un incanto di panorama” (per chi se lo fosse perso, ecco il link: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?), la scelta di oggi è caduta proprio su questo capolavoro di Caspar David Friedrich, un artista per cui, come forse già sapete, nutro un certo debole.

Siamo partiti dall’origine della pittura paesaggistica in Europa, celebrando Giorgione (La Tempesta di Giorgione: 500 anni di mistero in uno stupendo paesaggio) e Pieter Bruegel il Vecchio (La Torre di Babele di Bruegel il Vecchio: quando paesaggio e architettura compongono un capolavoro), ed ora facciamo un bel salto in avanti, arrivando finalmente all’Ottocento. Sono stata indecisa per un po’: da una parte avrei voluto dedicare un post anche al Settecento, con i suoi vedutisti ed i riferimenti alla classicità, ma il mio animo romantico era troppo impaziente! Dovrete quindi perdonare la fretta, ma dopotutto sono convinta che la vera rivoluzione, nel campo del paesaggio, inizi proprio con quello che sto per raccontarvi.

Pochi quadri nella storia dell’arte hanno l’onore e la fortuna di diventare l’icona di un determinato movimento artistico, quindi mi sento davvero onorata a raccontarvi del simbolo del romanticismo tedesco, dell’apoteosi dell’idea di sturm und drang (termini piuttosto coloriti per riferirsi a “tempesta e impeto”!).


Il viandante nel mare di nebbia di Caspar David Friedrich, 1818

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Caspar David Friedrich, il viandante sul mare di nebbia.
Chi è Caspar David Friedrich (1774-1840)?

Come sempre, per prima cosa vi delizierò con qualche cenno biografico sulla sorte di questo grande artista.

Caspar David Friedrich nasce in Germania, in una cittadina (Greifswald) affacciata sul Mar Baltico. La sua infanzia è segnata da alcuni lutti familiari: la madre muore quando lui ha sei anni, perde altre due sorelle negli anni successivi e, per completare il quadro, vede sprofondare suo fratello mentre pattinano sul ghiaccio, in seguito alla rottura di una lastra che li sorreggeva.

Inizia a dipingere nel 1790 ed il suo maestro è Johann Gottfried Quistorp, un artista che lo introduce alla rappresentazione della natura dal vero. In questi anni si interessa anche ai soggetti religiosi e alla letteratura, grazie alla conoscenza di teologi e letterati.

Trasferitosi a Dresda dal 1798, nel 1818 si sposa e arriva ad avere tre figli. La serenità di questo periodo si manifesta nelle opere, che conoscono una maggiore leggerezza e tinte più luminose (come quelle, non a caso, del nostro Viandante sul mare di nebbia).

Dopo una fase di fortuna critica che lo individua come massimo esponente del Romanticismo, a partire dagli anni Venti la sua fama inizia a declinare, anche a causa di una sorta di malattia mentale che lo rende paranoico e depresso.

Se questa breve introduzione vi ha interessato, ecco il link all’esaustiva pagina di wikipedia dedicata a lui.


Cosa esprime il Viandante nel mare di nebbia?

La scena riprodotta in quest’opera mi ricorda i migliori momenti vissuti nelle passeggiate in montagna, avete presente? Nella mia mente rappresenta il momento in cui finalmente, dopo tanta fatica, ci si affaccia su un panorama sconfinato e bellissimo, che visto dall’alto riempie il cuore di una felicità pura e senza tempo.

Ma un dipinto così celebre non racconta un’unica piccola storia. Partiamo quindi dall’inizio, osservando il visibile, se così si può dire.

Il centro prospettico, geometrico e percettivo della composizione è occupato da un solitario viaggiatore che, dandoci la schiena e con tanto di capelli scompigliati dal vento, rimira un paesaggio montano e misterioso, quasi completamente nascosto dal mare di nebbia. Non è l’unico quadro in cui Friedrich utilizza l’espediente del protagonista di schiena, per favorire l’immedesimazione, così come in molti casi utilizza una prospettiva centrale molto marcata.

Per i curiosi, posso ancora aggiungere che pare che lo scorcio sia una rivisitazione in studio di un luogo reale in Boemia, l’Elbsandsteingebirge, come si dovrebbe intuire dai picchi fuori dalle nubi, i cui dettagli trovate qui sotto.

Quello della riproduzione di un luogo realmente esistente è quindi il primo livello di interpretazione.

Come già accennato, l’emozione che suscita nell’animo degli amanti della montagna è il secondo livello, quello capace di stimolare un’emozione sopita nella nostra mente, di ricondurci a momenti precisi del nostro passato.

Infine, esiste una terza dimensione, quella che trasforma le sensazioni di una singola persona nella condizione di tutta l’umanità, della civiltà che osserva incantata e pietrificata la natura in tutti i suoi momenti, dai più tragici ai più lieti, aspirando al sublime.

Questa visione racchiude tutto il sogno romantico ed il desiderio di innamorarsi del mondo intorno a noi, di quel mondo puro non ancora intaccato dal tocco umano. La fama del Viandante sul mare di nebbia risiede proprio nel suo potere evocativo e nella forza comunicativa che trasmette con immediatezza all’osservatore.

Per concludere questa breve analisi, ecco una citazione dello stesso Caspar David Friedrich, più interessante di quello che potrei dire io.

Devo stare da solo e sapere di essere solo per contemplare e sentire completamente la natura; devo abbandonarmi a ciò che mi circonda, devo fondermi con le mie nuvole e con le rocce al fine di essere quello che sono. La solitudine è indispensabile per il mio dialogo con la natura.


Dopo il viandante, le tre età dell’uomo, 1835

Caspar David Friedrich: "Lebensstufen".
Caspar David Friedrich, Le tre età dell’uomo.

Anche in questo post, non mi è bastato condividere con voi una sola opera di Friedrich: non ho resistito a mostrarvi un secondo dipinto, caratterizzato anche in questo caso dalla prospettiva centrale perfetta e dalla presenza di una figura di schiena, anche se meno evocativa.

Dovete sapere che sono una grande amante dei soggetti marinareschi, in letteratura come nell’arte (dopotutto il titolo di questo blog si ispira a Joseph Conrad!), e che di conseguenza c’è un aspetto delle opere di questo artista che amo molto: il suo legame con il Mar Baltico.

In particolare, l’interpretazione delle Tre età dell’uomo è decisamente singolare, ben diversa da altre opere con lo stesso soggetto nella storia dell’arte. Il primo piano è forse quello più convenzionale, caratterizzato da cinque personaggi che ci raccontano le tre fasi della vita umana. Dietro di loro invece si staglia il mare, placido e profondo, solcato da cinque navi, che simboleggiano i cinque protagonisti: le barche più piccole rappresentano i bambini, le due navi in lontananza gli adulti e la più vetusta imbarcazione il vecchio.

Era soltanto una curiosità, ma spero che vi sia piaciuta!


Detto questo, per oggi mi fermo e vi aspetto per la prossima puntata di “un incanto di panorama”. Nel frattempo ditemi, anche voi adorate quest’opera di Friedrich? E il vostro cuore si potrebbe definire almeno un po’ romantico?

Friedrich ha colpito il vostro interesse? Ecco un altro post dedicato a lui!

Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich

 

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Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?

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Vincent Van Gogh, Notte stellata.
Come è possibile trasformare in un capolavoro ciò che si vede fuori dalla finestra?

Per un artista dipingere un paesaggio è prima di tutto una sfida: equivale ad andare oltre la fotografia e la sterile riproduzione della realtà, cercando di esprimere qualcosa in più. “Qualcosa”, vi dico, senza scendere nel dettaglio, perché sono convinta che quello che un pittore vuole esprimere sia sempre diverso, in base alla sua ricerca personale, al suo vissuto e alla sua sensibilità.

La poesia sottile eppure stupenda che si nasconde dietro l’interpretazione di un panorama varia poi sicuramente anche in base al contesto storico e sociale.

Effettivamente, ci sono persino estesi periodi in cui questo tema non ha poi nemmeno una grande rilevanza e viene adoperato unicamente come fondale per soggetti più nobili, come ritratti o scenari religiosi. Basti pensare al lunghissimo medioevo, che ci regala raramente dei paesaggi, quasi mai realistici e quasi sempre allegorici.

Se poi arriviamo a parlare del Rinascimento, vengono anche a voi in mente le grandi e celebri opere in cui i personaggi che affollano le tele sono spesso inseriti in un contesto paesaggistico?  Beh, anche questi panorami che possiamo definire secondari in molti casi sono a dir poco meravigliosi, non siete d’accordo con me? In più identificano perfettamente gli artisti: come confondere ad esempio le rocce dure e affascinanti di Leonardo con la natura dolce di Botticelli?

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Leonardo da Vinci, La Vergine delle Rocce (particolare).

I secoli immediatamente seguenti in generale non ci regalano particolari sorprese in questo tema: dobbiamo arrivare al lungo Ottocento, il secolo che più di tutti rivaluta il paesaggio, attraverso le varie correnti artistiche che si susseguono e che accelerano lo scorrere del tempo.

Finalmente si compie il tuffo oltre la ormai famigerata linea d’ombra e noi ci ritroviamo estasiati di fronte al sublime, espressione della forza della natura, colpiti dalla luce vivace degli impressionisti, emozionati dall’introspezione dei simbolisti e infine spaesati nel momento in cui l’astrattismo inizia a palesarsi nella sua veste più geometrica.


Dopo questa grandiosa introduzione, vi devo confessare che muoio dalla voglia di condividere alcune delle opere a tema paesaggio che più ammiro, lavori innovativi che raccontano qualcosa della vita di chi li ha faticosamente creati. Adoro i panorami dipinti quindi non mi posso accontentare di un misero post, quindi rimanete insieme a me nei prossimi giorni per scoprire quello che vi mostrerò. 

Nel frattempo, sapreste dire quali sono i paesaggi più belli della storia dell’arte secondo voi?

Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?

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La Chicago dei primi grattacieli.

Riuscite ad immaginare il momento in cui la modernità (sotto forma di grattacielo) ha preso piede e ha iniziato a trasformare le città?

Ancora nella seconda metà dell’Ottocento gli architetti si divertivano a progettare i grandi edifici pubblici con dettagli stilistici ispirati (o in molti casi scopiazzati) ai periodi storici precedenti. Mi riferisco ai vari teatri dell’opera, alle chiese di ispirazione goticheggiante oppure ai palazzi governativi in stile rinascimentale, tanto per fare alcuni esempi riscontrabili in molte nostre città. Improvvisamente poi questi stessi architetti una mattina si sono alzati e, guardandosi allo specchio, hanno deciso che era ora di smettere di vergognarsi dei prodigi dell’industria dell’acciaio e del progresso tecnologico, che bisognava invece utilizzare questi nuovi materiali. Così, bullone dopo bullone, è nata l’architettura contemporanea.

Sarebbe bello se la storia procedesse in maniera così semplice e lineare, non credete? Purtroppo, o per fortuna, la realtà del nostro mondo non è quasi mai come ho appena descritto: spesso è molto più sfaccettata e complessa, composta da passi in avanti e all’indietro che più che una strada sembrano formare un assurdo balletto.

Questo vale anche per l’invenzione dei grattacieli e dell’architettura dell’acciaio e del vetro in generale. Si tratta di una grande rivoluzione che, come spesso accade, avviene grazie ad una concomitanza di eventi ed al raggiungimento di una serie di traguardi minori, che proverò ad elencare di seguito.


1. L’evoluzione dell’industria
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I Magazzini Fair di Chicago in costruzione, 1891.

Come già accennato, questa è la condizione necessaria per l’evoluzione delle strutture a telaio: il progresso tecnologico che procede a braccetto con la rivoluzione industriale crea fabbriche in grado di produrre in serie ed in maniera relativamente economica tutti gli elementi in acciaio che trasformeranno l’arte edificatoria in un gioco delle costruzioni a larga scala.

Pensiamo alle travi e ai piedritti ma anche ai bulloni e ai rivetti, elementi che diventano basilari e che pochi decenni prima venivano realizzati soltanto in maniera artigianale, con tanto di fabbro che batteva il ferro.

L’utilizzo dell’acciaio è importante perché permette di progettare strutture molto più alte, ripetibili ad ogni piano e snelle rispetto a quelle in muratura portante: avete presente le case vecchie che ci sono da noi? Ecco, se misurate lo spessore delle pareti vi accorgete che per arrivare a quattro piani di altezza si avvicina ai 60 centimetri, figuriamoci se i piani diventassero dieci o dodici!

Con la muratura portante poi le aperture devono essere necessariamente limitate, soprattutto ai piani inferiori, quelli più ombrosi.


2. L’invenzione dell’ascensore elettrico

Una seconda invenzione da non trascurare è quella dell’ascensore (insieme alla diffusione dell’energia elettrica ovviamente), avvenuta negli anni Cinquanta dell’Ottocento. Rendendo comodamente fruibili anche i piani più alti, li trasforma in quelli  con maggiore valore, data la maggiore luminosità e la progressiva distanza dai rumori della strada. Inoltre, la possibilità di salire i piani meccanicamente permette di realizzarne di più senza che siano svalutati.


3. La crescita smisurata delle metropoli

Il periodo della Rivoluzione industriale è anche il primo momento in cui storicamente le città iniziano a crescere in maniera smisurata e rapida, trasformandosi in metropoli contemporanee, con tutto il fascino e gli squilibri che ne derivano.

Il alcune città degli Stati Uniti, poi, questo processo è ancora più evidente, dal momento che in pochi anni lungo le vie del commercio e del passaggio verso l’ovest da conquistare crescono degli enormi centri. Chicago è tra queste, come vi ho raccontato un po’ di tempo fa in questo post: Chicago, tra grattacieli, expo e case nella prateria: le cose che chi sogna l’America deve conoscere)

Senza dilungarmi troppo direi di passare oltre: come abbiamo appena visto, gli ingredienti ormai sono tutti pronti per essere usati, quello che manca ancora è un pretesto, una scintilla che inneschi il cambiamento.


L’incendio di Chicago del 1871

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Mappa di Chicago e dell’incendio del 1871.

Il pretesto è il grande incendio che colpisce e distrugge il centro e la zona nord della città di Chicago nel 1871.

I grandi studi di architettura della città riescono a trasformare questa catastrofe in una ghiotta opportunità: inizia infatti la gara per lo sfruttamento di porzioni di città nuovamente libere, decisamente appetibili. Il risultato? Grazie all’utilizzo dell’acciaio strutturare le costruzioni diventano sempre più alte, per ottimizzare lo spazio.

Dai pionieri dell’acciaio e del vetro nasce qualcosa di grande, la Scuola di Chicago, fondata dai più arditi architetti/ingegneri del tempo: Louis Sullivan e Dankman Adler (maestri di Frank Lloyd Wright tra le altre cose). Questa generazione arriva a definire quella che da questo momento diventerà l’architettura americana per eccellenza, espressa nei palazzi per uffici, nelle città verticali e ancora meglio nelle parole di Sullivan “La forma segue la funzione, decisamente rivoluzionaria se si pensa all’architettura eclettica che dominava l’Europa.

Lo scheletro in acciaio non spaventa più, quindi le decorazioni si riducono al minimo: sempre Sullivan descrive il grattacielo come un organismo costituito da tre parti funzionalmente distinte: un basamento, con funzione rappresentativa, un corpo centrale di uffici identici e indifferenziati e un coronamento contenente i locali tecnici.

Ed ecco a voi qui di seguito due tra gli esempi più famosi che si possono incontrare passeggiando per Chicago; soprattutto nel primo noterete come davvero il piano terreno è decorato in modo da essere rappresentativo e riconoscibile, mentre in alto domina la linearità.

Louis Sullivan, Grandi magazzini Schlesinger & Mayer (poi Carson, Pirie & Scott), 1885-1903

 


Daniel H. Burnham e John root, reliance Building, 1891-1896

Oltre all’importanza degli esterni, voglio condividere con voi anche l’attenzione che viene riposta nella progettazione degli interni dei luoghi pubblici, dotati di decorazioni che mi hanno a dir poco stregato:  si tratta di qualcosa che in Europa non esiste (anche se spesso vi si ispira), di uno stile squisitamente americano adottato in alto in una biblioteca e in basso in un centro commerciale e per uffici.

Shepley, Rutan and Coolidge, Chicago cultural Center, 1897

Frank Lloyd Wright, ristrutturazione del Rookery Building, 1905

Forse le fotografie non sono sufficienti e rendere l’idea, ma dovete sapere che la prima architettura del ferro è stata quella che mi ha fatto innamorare di Chicago, prima mia meta delle scorse vacanze.

Ancora oggi in giro per il centro si vedono grattacieli raffinati vecchi di più di cent’anni vicini ad altri modernissimi, un un disordine tutto sommato armonico. Questa città continua a crescere e a chiamare i migliori architetti per rinnovarsi, così da mantenere il suo ruolo di santuario per gli appassionati di architettura.

(Abbiate pazienza se le fotografie non sono il massimo ma sono tutte scattate da me, ad eccezione di quelle d’epoca ovviamente).

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Tornando però al nostro discorso, devo però ricordare che l’evoluzione dell’architettura contemporanea compie un passo in avanti e due indietro, quindi non dobbiamo aspettarci dall’illuminata Chicago soltanto la figura di capitale del modernismo, perché sarà anche qui che si potrà assistere ad un prepotente ritorno dell’eclettismo e dell’amore per le decorazioni, seppure applicate a strutture in acciaio.

Questo perché bisogna tenere a mente che i grattacieli non vestono sempre abiti minimalisti e geometrici: spesso si calano nei panni di immense strutture goticheggianti oppure classiche, come vedremo, se vi va, nella prossima puntata.

Allora, questa architettura americana vi appassiona? Spero che questo post vi sia piaciuto e che siate curiosi di scoprire qualcosa di assolutamente bizzarro che vi racconterò nei prossimi giorni. 😉

Perché Christo ha realizzato una passerella galleggiante sul Lago d’Iseo?

(Sicuramente non solo per provare l’ebbrezza di camminare sulle acque!)
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Christo, bozzetto per “The floating Piers”, Lago d’Iseo.

Quella di Christo e Jeanne-Claude (che per me rimangono entità inscindibili) è una storia lunga, romantica e lastricata di buone intenzioni.

LUNGA perché è dagli anni Sessanta che questi due artisti innamorati si dilettano con la Land Art, impacchettando monumenti oppure creando opere che enfatizzano e disegnano intere porzioni di territorio. Jeanne-Claude purtroppo è morta nel 2009, ma quest’ultima installazione sul Lago d’Iseo è ancora il frutto di un progetto comune, ideato insieme decine di anni fa, ancora prima di trovare la location perfetta e definitiva.

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1985, imballaggio del Pont Neuf a Parigi, a sinistra un esempio di bozzetto e a destra la realizzazione.

ROMANTICA perché la loro è anche la storia di un amore grande e diverso da molti altri in quest’ambito: non si parla dell’artista e della sua musa, ma piuttosto di una coppia alla pari che si rinforza reciprocamente: se Christo è l’artista che firma i bozzetti, Jeanne-Claude è stata l’organizzatrice delle loro opere, firmate sempre a nome di entrambi.

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Christo, Jeanne-Claude e l’installazione “The Gates” a Central Park, 2005.

GUIDATA DA BUONE INTENZIONI per la purezza del loro messaggio ma soprattutto per il loro rigoroso modo di procedere: i due non hanno mai cercato sponsor esterni, ma prima di ogni opera si sono sempre autofinanziati con la vendita dei bozzetti.

Vanno dunque in questo caso ad arricchire il Lago d’Iseo, senza chiedere niente in cambio se non la possibilità di usarlo come “tela”, regalando per di più del lavoro ed un richiamo turistico oltre all’opera in sé, accessibile gratuitamente e senza prenotazione dal 18 giugno al 3 luglio 2016. Tanta fatica per un tempo così breve, non sembra strano anche a voi? Eppure questa è da sempre la dinamica della coppia: pare che il loro scopo sia la creazione di un’installazione arricchita di fascino dalla sua natura effimera.


Ma qual è il messaggio della Floating Piers sul Lago d’Iseo?

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The floating Piers, work in progress.

Bisogna per prima cosa ricordare di come con la Land Art ci si affacci su un nuovo mondo (e scusate il gioco di parole): il nostro intero pianeta diventa la tela per gli artisti che la sanno riconoscere. Le forme naturali marine e montane vengono completate da un tocco decisamente umano, con lo scopo di lasciare un messaggio impossibile da ignorare.

Le opere di Christo e Jeanne-Claude, inserite in questo movimento artistico, servono effettivamente a porre l’attenzione su qualcosa che altrimenti si dà per scontato. La Floating Piers sul Lago d’Iseo è infatti un modo per evidenziare i paesi e le isole che va a sfiorare delicatamente e ad abbracciare. Ci ricorda la bellezza di questo paesaggio e permette a chiunque di viverlo in un nuovo modo decisamente più emozionante. C’è qualcosa di romantico in tutto questo, non credete?

Camminare sulla passerella vuol dire entrare in contatto con tutta una serie di sensazioni altrimenti impossibili da provare: il lieve dondolio delle onde e la brezza fresca, per fare un esempio, senza dimenticare poi la possibilità di osservare il lago sotto altre prospettive, godendo di punti di vista più unici che rari.

Non c’è niente da fare, io apprezzo molto le opere di questi artisti e ancora di più rispetto il loro modo di fare e la loro coerenza nel corso degli anni. Si tratta di due figure limpide che, forse senza nemmeno farlo apposta, riescono anche a proporre una diversa idea di valorizzazione del territorio, volta ad evidenziare la sue bellezze senza fossilizzarsi unicamente sul ritorno economico e di immagine.


Mi fermo qua perché mi sto allontanando dall’argomento originale, ovvero il tentativo di rispondere ad uno dei “perché?” che ogni tanto mi diverto a porre (Non ricordate? Ecco l’articolo in cui si introduce questo argomento: Elogio alla curiosità).

Credo che dedicherò il prossimo articolo ad altre opere di Christo e Jeanne-Claude (sapete tra l’altro che non è la prima volta che lavorano in Italia?), ma per adesso concludo con un po’ immagini per solleticare ulteriormente la curiosità.


Per altre informazioni, per vedere delle altre belle fotografie (e bozzetti) e per capire come fare per godersi quest’opera effimera, ecco il link al sito ufficiale: The Floating Piers.

Perché Piet Mondrian è finito a dipingere righe?

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Piet Mondrian, crisantemo.

Partiamo da un punto fermo: Piet Mondrian sapeva disegnare dannatamente bene e un gran bel numero dei suoi quadri lo dimostrano, come il Crisantemo che trovate qua in alto e che, pur essendo un semplice disegno, ai miei occhi è un capolavoro.

È un artista fenomenale, dotato di un tratto meraviglioso e di un incredibile abilità nella composizione.

Ma allora come mai ad un certo punto ha abbandonato completamente l’arte figurativa?

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Piet Mondrian, Chiesa di St. Jacob in inverno.

Credo che questa domanda sia una delle chiavi per interpretare l’arte del XX secolo e per imparare a leggere quello scatto, quel salto oltre la linea d’ombra che distingue la pittura del Novecento dai periodi storici che l’hanno preceduta.

L’arte in questa fase in effetti diventa qualcosa di più del mestiere che rappresenta fino all’invenzione della macchina fotografica. Non è più necessario immortalare la realtà, al contrario la tendenza è quella di andare oltre, superare la rappresentazione fedele del mondo che ci circonda.

Diventa simbolo di libertà di pensiero e di espressione, argomento di ricerca e di studio negli ambienti intellettuali.

La personale ricerca di Piet Mondrian

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Dagli alberi all’astrattismo, collage di quadri di Mondrian, raccontati e riprodotti in questo articolo: gli alberi sacri di Piet Mondrian.

Quello che Mondrian compie è uno studio rigoroso e affascinante, alimentato dall’implacabile ricerca dell’essenziale (che non è solo una canzone di Mengoni, ndr).

Le basi sono le stesse del cubismo che ha modo di conoscere in Francia, ma lo scopo è assolutamente un altro. Se Braque e Picasso si divertono a scomporre la realtà per dimostrare la sua mutevolezza nel tempo e l’impossibilità di vederla per intero, Piet Mondrian scompone gradualmente i suoi soggetti preferiti (gli alberi, per fare un esempio) per arrivare a cogliere quell’armonia matematica che è alla base dell’equilibrio e della perfezione della natura.

Non è affatto vero, secondo me, che i quadri di quest’ultimo periodo siano una scelta commerciale per guadagnare più velocemente e senza sforzo, ma piuttosto credo che siano il risultato di un’ossessione, l’esito finale di una ricerca lunga e destinata a cambiare molto nel gusto dell’arte e del design.

Onestamente, per un artista con le sue capacità non è forse più noioso tracciare linee con il righello che disegnare in maniera libera e spontanea? Ed ecco che una scelta del genere si può spiegare solo se è vissuta come una sorta di dovere quasi mistico.


 

Con il “perché” a cui ho cercato di rispondere oggi (sempre per il ciclo Elogio alla curiosità) ho voluto spingermi agli antipodi rispetto agli ultimi articoli, dedicati a Edvard Munch e a Vincent Van Gogh, proprio per mostrare i diversi percorsi compiuti dai grandi artisti.

Qui si nega e si nasconde quell’anima tormentata messa in mostra dagli altri due artisti, in favore di qualcosa più universale e tendente all’assoluto, uno studio che forse non affascina quanto l’Urlo oppure Campo di grano con volo di corvi, ma sicuramente ha un’altra storia da raccontare.

Vorrei quindi concludere con una citazione di Mondrian che ho già condiviso in passato con voi ma che trovo sempre pertinente:

Costruisco combinazioni di linee e di colori su una superficie piatta, in modo di esprimere una bellezza generale con una somma coscienza. La Natura (o ciò che ne vedo) mi ispira, mi mette, come ogni altro pittore, in uno stato emozionale che mi provoca un’urgenza di fare qualcosa, ma voglio arrivare più vicino possibile alla verità e astrarre ogni cosa da essa, fino a che non raggiungo le fondamenta (anche se solo le fondamenta esteriori!) delle cose…

Perché “Campo di grano con volo di corvi” di Van Gogh riesce ad emozionare tutti?

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Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi.

Su una cosa non ci sono dubbi: se dovessimo stilare una classifica dei quadri che ci coinvolgono di più a livello emotivo, credo proprio che quest’opera sarebbe tra le prime per la maggior parte di noi.

Sicuramente, la sua storia da sola è sufficiente a rendere unica questa tela: pare proprio che sia l’ultima dipinta da Van Gogh prima di tornare in quello stesso campo e suicidarsi con un colpo di pistola. Eppure sono convinta che non basti questo aneddoto a darle l’immenso valore che possiede, anzi,  non c’è bisogno di conoscerlo per rimanere affascinati e stregati  dalle emozioni che sprigiona.

E quindi ecco che cercherò di elencare quelle che per me sono le ragioni che rendono così speciale questo capolavoro.

Il colore e le pennellate

Nel momento in cui si osserva Campo di grano con volo di corvi, la prima cosa che colpisce è sicuramente la brillantezza dei colori utilizzati, insieme  al grandissimo contrasto tra la luce dorata dei campi e la tenebra del cielo.

Le pennellate violente e molto visibili servono poi a dare ritmo alla pittura, creando una sorta di movimento vorticante e ipnotico che cattura l’osservatore e non gli permette di rimanere indifferente. Il nero delle nubi non resta immobile, anzi pare aumentare e spingersi sino ad inghiottire il panorama, la cui luce si fa più fievole.

Il soggetto e la composizione

Perché scegliere di riprodurre proprio un campo di grano? Per Van Gogh è un tema ricorrente quello della campagna, come dimostra (a titolo di esempio) questo altro quadro che trovate di seguito, realizzato poco tempo prima.

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Vincent Van Gogh, Campo di grano sotto un cielo nuvoloso.

Eppure, c’è qualcosa che rende Campo di grano con volo di corvi decisamente unico e diverso.

Una prima caratteristica è il fatto che il cielo ha decisamente meno spazio rispetto alla campagna, una predominanza che nei paesaggi non è così comune. In più, in sentiero centrale che si perde tra le spighe sembra un invito da parte di Van Gogh a seguire il filo dei suoi pensieri, a entrare in quell’opera che in realtà rappresenta, in maniera conscia o inconscia, uno spaccato della sua mente stanca e indebolita.


Al di là dei motivi che ho appena elencato, vi dirò che sono convinta che ci sia ancora qualcosa di impalpabile che non riesco a definire.

Come sempre, in realtà non mi piacciono molto le interpretazioni troppo contorte e ricercate, quelle che si limitano a cercare di trovare un senso ad ogni singola pennellata e ad ogni sfumatura impiegata. Questo perché io credo che il dono dei grandi artisti sia quello di non pianificare la loro opera, ma piuttosto di lasciarsi trasportare dall’istinto per raggiungere un determinato risultato.

Non penso proprio che, mentre dipingeva, Van Gogh stesse lì a meditare su quello che significavano i corvi oppure sul valore simbolico delle nubi nere che inghiottivano la luce del sole.

Semplicemente, a me piace immaginare che lui stesse dipingendo con ardore e sentimento, come tutti i veri artisti dovrebbero fare. E le sue emozioni sono state trasferite dai pensieri alla tela in una maniera così semplice e spontanea da essere ancora leggibile da tutti.

Ed è per questo forse che Campo di grano con volo di corvi è un altro di quei quadri che colpiscono e seducono chiunque li osservi, senza differenze in base all’età, agli interessi, alle conoscenze o agli studi.

Perché Munch ha dipinto un quadro “brutto” come l’Urlo?

Edvard Munch, L'Urlo.
Edvard Munch, L’Urlo.

Siamo onesti: se ci limitiamo a guardare la tecnica, la composizione e la qualità del tratto non possiamo certo definire L’Urlo di Edvard Munch quel grande capolavoro che i libri d’arte sostengono che sia.

Le pennellate sono grossolane e impulsive, i colori irreali e la prospettiva quasi deformata, per non parlare del volto che sembra una sorta di caricatura abbozzata. 

Allora, in tema di elogio alla curiosità, il perché di oggi è proprio questo.


Perché quest’opera ha un immenso valore? Cosa la rende così importante?

Per capire davvero la grandezza dell’Urlo bisogna fare un salto in avanti oppure, come piace dire a me, un tuffo oltre la linea d’ombra. È necessario oltrepassare i limiti dell’estetica e del gusto, comprendere la rivoluzione causata da un quadro del genere nel panorama pittorico di fine Ottocento (per la precisione nel 1893).  Edvard Munch infatti riesce a portare la pittura ad un livello personale, a tradurre in pennellate e colore quelli che per lui sono dei sentimenti intimi.

Facciamo un esperimento per immedesimarci: non avete mai provato la sensazione di non poterne più, di odiare tutto o di essere soffocati dal mondo esterno che nonostante tutto va avanti senza fare una piega, senza ascoltare la nostra pena?

Ecco, io credo che questo quadro esprima esattamente questa sensazione. Esprime la profonda sofferenza di un uomo solo e tormentato che non riesce più a tollerare l’indifferenza dell’universo intorno a lui. Le coppie felici vanno a passeggio senza vederlo, il sole tramonta sciogliendosi nell’acqua come tutte le sere nell’estate del Nord Europa. Allora l’uomo solitario è assordato e schiacciato dal frastuono della natura, tanto infelice da tradurre il tutto in un urlo senza fine.

Per completare il quadro (in tutti sensi), vi lascio le parole riportate dallo stesso Edvard Munch su un diario come descrizione dell’Urlo.

Una serata piacevole, con il bel tempo, insieme a due amici all’ora del tramonto. […] Cosa mai avrebbe potuto succedere? Il sole stava calando sul fiordo, le nuvole erano color rosso sangue. Improvvisamente, ho sentito un urlo che attraversava la natura. Un grido forte, terribile, acuto, che mi è entrato in testa, come una frustata. D’improvviso l’atmosfera serena si è fatta angosciante, simile a una stretta soffocante: tutti i colori del cielo mi sono sembrati stravolti, irreali, violentissimi. […]

Anch’io mi sono messo a gridare, tappandomi le orecchie, e mi sono sentito un pupazzo, fatto solo di occhi e di bocca, senza corpo, senza peso, senza volontà, se non quella di urlare, urlare, urlare… Ma nessuno mi stava ascoltando: ho capito che dovevo gridare attraverso la pittura, e allora ho dipinto le nuvole come se fossero cariche di sangue, ho fatto urlare i colori. Non mi riconoscete, ma quell’uomo sono io.


Per concludere, vi dirò che a me per tutte queste ragioni l’Urlo di Munch piace, perché trovo che incarni qualcosa di universale, una sorta di specchio della fragilità e della debolezza della natura umana. Mi trovo vicina a questo artista, forse perché riesco a interpretare le sue pennellate o forse perché sono sempre affascinata dalla strada più difficile e dalle immagini più complesse.

Non mi accontento di bei colori sulla tela, la mia curiosità mi spinge sempre a cercare oltre. Spero che non penserete che sia pazza e nel frattempo vi aspetto prossimamente per un nuovo perché. 😉

Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?

Claude Monet, Donna con l'ombrellino, Mme Monet e suo figlio.
Claude Monet, Donna con l’ombrellino, Madame Monet e suo figlio.

Non ci sono dubbi: l’impressionismo è il movimento artistico che riscuote maggiore successo. I quadri di Monet, Degas, Manet e Renoir riescono sempre a riempire le mostre e ad affollare i musei, molto più di altri pittori che sicuramente hanno avuto la stessa importanza nel corso dell’arte.

Quindi, sul tema dell’elogio alla curiosità iniziato l’altro giorno (per chi se lo fosse perso, lascio il link: Elogio alla curiosità), ecco che il primo dei perché che vi vorrei proporre, cercando di analizzare le possibili risposte.


Il colore

Per prima cosa, quello che colpisce e affascina di molti quadri impressionisti è l’utilizzo del colore. Rispetto ai grandi giochi di luce e soprattutto di ombre dei periodi precedenti, in cui le cromie sono estremamente studiate e la vivacità è spesso smorzata, in queste opere realizzate all’aria aperta i colori sembrano esplodere.

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.

Se penso a Caravaggio, ad esempio, oppure a Jacques Louis David (più vicino nel tempo e nello spazio agli impressionisti), per prima cosa mi viene in mente quella lotta tra la luce e l’ombra che ha un sapore barocco o classicheggiante e che soprattutto si avvale di un forte senso iconografico. Le tonalità assumono un valore simbolico, allontanandosi da ogni pretesa di realtà. A partire da Turner e dalla Scuola di Barbizon, quello che conta invece è cogliere l’atmosfera di un attimo nella vita reale, anziché il tentativo di raccontare qualcosa di eterno e immobile.

Così, il colore diventa il protagonista, perché è l’elemento che differenzia un momento dall’altro, una stagione dalle altre. Viene usato in abbondanza e in maniera spontanea, accostando toni energici e saturi per creare sapientemente quella gradevolezza che è capace di affascinare quasi chiunque vi capiti di fronte. In questo senso, non vi vengono in mente le ninfee di Monet oppure le scene di Renoir?


L’immediatezza

La seconda caratteristica che rende l’impressionismo un movimento incredibilmente amato è sicuramente la sua immediatezza, ovvero la facilità che hanno le opere appartenenti a questo movimento di essere apprezzate. Per farla breve, si può dire che non ci vuole necessariamente una cultura fuori dalla media oppure un grande allenamento per ammirare e sentirsi coinvolti dai quadri di questi maestri.

Pierre Auguste Renoir, Boulevard di Parigi.
Pierre Auguste Renoir, Boulevard di Parigi.

Sono dipinti che si spiegano da soli, che ci mostrano senza simbolismi o elucubrazioni l’emozione di chi li ha creati. Esprimono concetti semplici e universali come la bellezza dei pomeriggi estivi, la magia della luce del sole e  lo strano fascino di Parigi (proprio sulla capitale francese, ecco una galleria di opere da non perdere: Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi). Evocano la bellezza della modernità ma anche della natura, celebrando la vita come qualcosa di piacevole e degno di essere riprodotto su tela. Scalzano dal podio le figure mitologiche e religiose che per secoli hanno monopolizzato la scena artistica, in favore di una realtà che irrompe nelle tele e che non ha bisogno di intermediari per essere compresa.

E probabilmente è proprio questa immediatezza così sfrontata la ragione per cui, al loro tempo, gli impressionisti sono stati tanto rivoluzionari. Oggi ci sembrano artisti molto per bene, ma dobbiamo tenere conto del fatto che siamo abituati a ben altro, e per rendercene conto basta fare un giro ad una qualunque esposizione di arte contemporanea. Ma nella seconda metà dell’Ottocento sono questi i quadri che scandalizzano chi li vede per la prima volta. Ma come hanno osato quei poveretti ritrarre qualcosa di così biecamente reale? – si saranno chiesti in molti.

Immagino che alle loro mostre ci sarà un sacco di gente decisamente curiosa e sicuramente un po’ piccata: perché ritrarre le stazioni ferroviarie e i porti industriali? Perché dipingere le prostitute anziché le sante? E perché mai di Parigi si mostrano i caotici boulevards e non gli spazi più celebrativi e monumentali?

Secondo me in sintesi la risposta è una sola: gli artisti sono stufi di perdersi nelle stupidaggini delle accademie e hanno capito che sono la modernità e la realtà quelle che meritano di essere celebrate. Da qui, direi che la sottile linea d’ombra è superata, quindi si salvi chi può perché le Avanguardie ormai sono in arrivo.


Che dire, vi è piaciuto il primo dei perché della Sottile Linea d’Ombra? Spero proprio di sì, anche perché ne ho altri in serbo e spero proprio che non vi annoierò. Nel frattempo, se a voi ne viene in mente qualcuno non esitate a farmi sapere e io prometto che cercherò di rispondervi! 😉

Elogio alla curiosità

Salvador Dalì, Sogno causato dal volo di un'ape.
Salvador Dalì, Sogno causato dal volo di un’ape.

Non ho mai capito il motivo per cui un sacco di gente vede nella curiosità qualcosa di negativo.

Sul serio, io credo invece che sia uno dei migliori motori per l’apprendimento delle nozioni e per lo sviluppo dell’interesse in quello che succede in questo maledetto mondo.

Ovviamente non mi riferisco al semplice gusto per il pettegolezzo, ma quella vocina che mi ronza in testa e che si chiede continuamente il perché di quello che vedo. La sentite anche voi? Ecco un esempio.

Perché mi ostino a dire che la curiosità è importante? E perché scriverlo in questo blog?

Per farla breve, come spesso sostengo io sono pienamente convinta che il desiderio di indagare sulle cose sia uno dei presupposti fondamentali per andare oltre a quello che ci propinano e per veramente arrivare a conoscere qualunque disciplina.

Questo discorso vale certamente anche per l’arte e per l’architettura, o per lo meno per me è stato così. Trovare sempre dei perché a cui rispondere è stato il modo migliore per imparare senza annoiarmi, per approfondire quello che studiavo e per fare miei dei concetti inizialmente più distanti. Cercare la storia dietro ai quadri, alle architetture o alle teorie è qualcosa che rende il tutto un po’ più divertente.

Perché Van Gogh si è tagliato un orecchio? E perché non ha mai venduto un quadro in vita sua?Perché la Gioconda è più importante di altre opere di Leonardo che a me magari piacciono anche di più? Perché i Romani creavano delle costruzioni così fenomenali e dopo di loro nel medioevo se le sono dimenticate? Perché Salvador Dalì si è messo a dipingere i suoi sogni e i suoi deliri?

Queste domande sono potenzialmente infinite, mentre la ricerca delle risposte è un processo stimolante che riserva sempre qualche sorpresa.

Si potrebbero impostare degli interi corsi di storia dell’arte alla ricerca dei perché più svariati tirati fuori degli studenti,  chissà, scommetto che salterebbe fuori qualcosa di interessante! Se penso a queste che sono le mie materie preferite, anche a me vengono in mente un sacco di domande che potrebbero alimentare una bella discussione, a voi non capita?


Proprio per questa ragione, credo proprio che nei prossimi giorni cercherò di rispondere a qualche perché: secondo me sarà un bello stimolo, spero che vi interesserà e che anche voi avrete qualche bella domanda da sottoporre 😉


Aggiornamento: Elenco dei perché de La Sottile Linea d’Ombra