Perché la poesia oggi?

Edvard Munch, Notte d'inverno.

In realtà parto subito disordinata perché prima di rispondere a questa bisognerebbe porsi un’altra domanda: è ancora possibile la poesia oggi, nel nostro mondo che è il regno del prosaico, di Amazon, del tutto e subito? E non la intendo come una critica, anzi – sono tutt’altro che ostile nei confronti della modernità, in pratica venero internet e sono felice come una bambina di sei anni a Natale quando arriva un corriere, però credo che venga spontaneo chiedersi se ci sia un posto per qualcosa di così astratto e poco immediato nel nostro mondo che si basa largamente sulle cose concrete e istantanee. Naturalmente non me lo chiedo solo io; in tanti lo hanno fatto, uno per tutti Montale, nel discorso che tenne quando gli fu conferito il Nobel, nel 1975 (se a qualcuno si interessa, lo trovate qui).

Montale era profeticamente consapevole dei rischi della contemporaneità, eppure sosteneva che la diffusione incontrollata della comunicazione in ogni sua forma e il proliferare della cultura di massa non sono in sé una condanna a morte, e che anche se siamo in un mondo in cui, oggi più che allora, tutto è sempre di più alla portata di tutti – col risultato che è facile perdersi e perdere interesse per quello che ci viene spiattellato di fronte in ogni angolo della rete – ‘non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione’.

Ecco, io credo che parte della risposta sia qui. Di fronte all’innumerevole quantità di parole scritte da cui siamo costantemente bombardati ci vuole qualcosa che faccia da argine, e per me alle fondamenta di questo argine sta la poesia. La poesia è ancora possibile perché è un anticorpo contro il dilagare della superficialità. Detto ciò, come Montale, credo che sia inutile interrogarsi ulteriormente sul destino delle arti: non possiamo indovinarlo, così come del futuro non riusciamo ad indovinare nient’altro, e va benissimo così.

Quello che credo sia importante chiedersi è: qual è il senso della poesia nel nostro mondo? Probabilmente per molti rievoca ricordi polverosi di pomeriggi spesi a parafrasare un inno di Manzoni o un canto di Dante, seguiti in età adulta da un disinteresse generico o magari da un’intolleranza vera e propria nei confronti di tutto ciò che si presenta in forma di verso. La poesia è noiosa, non va di moda, è lenta, a volte ci sono parole assurde… Credo che ogni studente, anche il più sensibile alle arti, abbia avuto di questi pensieri. Io amo la poesia con tutto il mio cuore, eppure di fronte a Tasso ho pensato ben di peggio. Quello che conta è non mettere una croce sopra ad un intero genere.

Fatto sta che, al giorno d’oggi, che sia per un retaggio dell’odio liceale, o perché anche se ci piace leggere la narrativa è più immediata, o per puro e semplice disinteresse, quasi nessuno si interessa di poesia. Perché è fuori dal quotidiano, è complessa, richiede tempo e attenzione e spesso noi siamo stanchi e di corsa. Ma è proprio perché il nostro mondo è veloce e la nostra vita non può che cercare di stare al passo che, ogni tanto, fa bene confrontarsi con qualcosa che richieda uno sforzo e una concentrazione un po’ maggiori di quelli che occorrono per scorrere distrattamente qualche articolo sul telefono mentre siamo in metro o in bus.

Il compito della poesia è di ricordarci che esiste qualcos’altro, tirarci fuori dalla quotidianità – non anestetizzandoci o offrendoci una banale via di fuga dalla realtà, ma risvegliando qualcosa che magari non ci siamo nemmeno resi conto si fosse addormentato – e metterci in contatto con la nostra anima. Ci ricorda che abbiamo un’anima, consapevolezza che troppo spesso lasciamo affondare sotto il peso delle mille cose che affollano le nostre giornate.

A volte bastano poche parole di cui magari non capiamo nemmeno bene il significato ad evocare mondi sconosciuti, a far vibrare qualche corda impolverata. La poesia ci sveglia, al contrario di quasi tutto il resto, il cui scopo sembra essere quello di narcotizzarci. Per quanto mi riguarda è la risposta alla necessità di qualcosa di alto nella nostra vita, è una divinità più vera di qualsiasi altra perché è umana, ed è creata da ponti e fusioni e passaggi tra le menti che ci hanno preceduti e quelle che ci seguiranno. Non sarà la soluzione a nessun problema, ma è un’ancora per l’esistenza. Come scrive Edward Morgan Forster:

la poesia non aveva fatto “bene” a nessuno, ma era un transitorio memento, un alito delle divine labbra della bellezza, un usignolo tra due mondi di polvere.

In più contiene una traccia vividissima del nostro passato. Tutta la poesia del mondo consiste, almeno in parte, nel prendere qualcosa in prestito da chi è venuto prima, rielaborarlo e aggiungerci qualcosa di nuovo. Ho sempre pensato che sia un concetto molto bello: in qualche modo esiste una rete sottilissima che parte da Omero e arriva fino a noi, ogni poeta è un nodo e noi che li leggiamo possiamo intravedere uno scheletro dietro le loro parole e quello scheletro è la nostra umanità. Niente, in tutta la storia dell’uomo, ha avuto una simile durata e ci rispecchia così tanto, come eravamo e some siamo cambiati e come non siamo cambiati.

Munch_Moonlight
Edvard Munch, Moonlight.

E poi, senza andare a perdersi in troppe parole, la poesia è bella, puramente e semplicemente bella – magari questo concetto è opinabile, ma vorrei provare a dimostrarlo nei prossimi giorni condividendo con voi qualche testo a cui sono particolarmente affezionata. Spero di avervi incuriositi almeno un po’ 🙂 e soprattutto sono curiosa di sapere come rispondereste voi alla domanda del titolo!

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