Jorge Luis Borges e 5 poesie contro la malinconia

Giorgio de Chirico, Meditazione autunnale.

Per combattere la malinconia – per me abbastanza inevitabile – di questi primi giorni di novembre, non c’è molto di meglio delle parole di un grande poeta e grande visionario, Jorge Luis Borges. Le sue poesie hanno il potere di aprire davanti ai nostri occhi scenari un po’ misteriosi e anche un po’ mistici, magari non chiarissimi ma sicuramente vitali e vividissimi.

Siccome si tratta di un autore molto prolifico, è difficile scegliere le poesie più belle tra tutte quelle che ha scritto, perciò mi sono limitata ad una sola delle sue raccolte, dal titolo L’altro, lo stesso, pubblicata da Borges in età avanzata. Dopo tre raccolte giovanili (di una di queste, Fervore di Buenos Aires, abbiamo parlato qui), aveva lasciato passare una trentina d’anni senza pubblicare poesia, mentre nei suoi ultimi anni questa torna ad essere una delle sue occupazioni principali.

Di seguito trovate la selezione delle mie poesie preferite, l’ultima è molto lunga ma si legge in fretta 🙂

Giorgio De Chirico, L’enigma dell’arrivo

Una bussola

Tutte le cose sono parole della
lingua in cui Qualcuno o Qualcosa, notte e giorno,
scrive quell’infinito garbuglio
che è la storia del mondo. Nel suo vortice
passano Cartagine e Roma, io, tu, lui,
la mia vita che non capisco, questa agonia
di essere enigma, caso, crittografia,
e tutta la discordia di Babele.
Dietro il nome c’è ciò che non si nomina;
oggi ho sentito gravitare la sua ombra
su quest’ago azzurro, lucido e lieve,
che verso il confine di un mare tende il suo zelo
con qualcosa di un orologio visto in sogno
e qualcosa di un uccello addormentato che si muove.

Se mi dovessero chiedere esattamente di cosa parla questa poesia non sono sicura che saprei esattamente cosa dire, soprattutto riguardo alla fine, però saprei rispondere che mi piace molto – trovo che gli ultimi due versi siano splendidi.

In linea di massima, credo che si parli dell’opposizione tra da una parte l’uomo, coi suoi tentativi di mettere ordine nel mondo dando un nome alle cose – senza però riuscire a dominare il tempo o a spiegare il senso della propria esistenza – e dall’altra l’entità misteriosa che ci controlla tutti, che non si può nominare né descrivere eppure è il motore inarrestabile del mondo.

G.De Chirico, La torre rossa (La Tour Rouge), 1913
Giorgio de Chirico, La Torre rossa.

Odissea, libro ventitreesimo

Già la spada di ferro ha eseguito
l’opera dovuta di vendetta;
già i dardi crudeli e la lancia
hanno versato il sangue del malvagio.
A dispetto di un dio e dei suoi mari
Ulisse è tornato al suo regno e alla sua regina,
a dispetto di un dio e dei grigi
venti e dello strepito di Ares.
Già nell’amore del letto condiviso
dorme la famosa regina sopra il petto
del suo re, ma dov’è quell’uomo
che nei giorni e notti dell’esilio
errava per il mondo come un cane
e diceva che Nessuno era il suo nome?

Mi piace molto in questa poesia il rovesciamento della prospettiva classica su Ulisse. Tradizionalmente è l’eroe che non vuole altro che tornare a casa e che fa di tutto per ottenere il suo scopo, ma Borges in questa poesia si chiede: è ancora lo stesso adesso che è tornato? Non sente la mancanza della sua vita vagabonda e disperata e solitaria, ma libera e avventurosa?

Giorgio de Chirico, Ulisse
Giorgio de Chirico, Ulisse

Composizione scritta su un esemplare del Beowulf

A volte mi domando quali ragioni
mi spingono a studiare senza speranza
di precisione, mentre la mia notte avanza, 
la lingua degli aspri sassoni.
Consumata dagli anni la memoria
lascia cadere la invano ripetuta
parola ed è così che la mia vita
tesse e disfa la sua stanca storia.
Sarà (mi dico allora) che in un modo
segreto e sufficiente l’anima sa
che è immortale e che il suo vasto e grave
cerchio abbraccia tutto e può tutto.
Al di là di questa brama e di questo verso
mi aspetta inesauribile l’universo.

Borges era un grande amante della letteratura anglosassone delle origini, al punto da avere dedicato molto tempo a studiare la lingua che parlavano i Sassoni, prima che si evolvesse nell’inglese moderno – tempo ancora più prezioso perché, con l’avanzare dell’età, Borges è gradualmente diventato cieco (come accenna al terzo verso).

Eppure, proprio in questo sforzo che è consapevole non lo porterà mai a padroneggiare perfettamente la lingua, Borges vede il riflesso della vita stessa, come se le parole scritte da qualcuno secoli fa potessero metterlo in comunicazione, spiritualmente, con il ciclo infinito della vita e della morte.

Giorgio-de-chirico-enigma-pomeriggio-autunno
Giorgio de Chirico, L’Enigma d’un pomeriggio d’autunno, 1912.

1964

I
Non è più magico il mondo. Ti han lasciato.
Non condividerai più la chiara luna
né i lenti giardini. Non c’è più una
luna che non sia specchio del passato,
cristallo di solitudine, sole di agonie.
Addio alle mutue mani e alle tempie
che l’amore avvicinava. Oggi hai soltanto
la fedele memoria e i deserti giorni.
Nessuno perde (ripeti vanamente)
niente tranne ciò che non ha e non ha avuto
mai, ma non basta essere forte
per imparare l’arte dell’oblio.
Un simbolo, una rosa ti straziano
e può ucciderti una chitarra.
II
Non sarò più felice. Forse non importa. 
Ci sono tante altre cose nel mondo;
un istante qualsiasi è più profondo
e diverso del mare. La vita è corta
e sebbene le ore sian tanto lunghe, una
oscura meraviglia ci perseguita,
la morte, quell’altro mare, quell’altra freccia
che ci libera dal sole e dalla luna
e dall’amore. La gioia che mi hai dato
e tolto deve essere cancellata;
quel che era tutto deve essere niente.
Soltanto mi resta il gusto di essere triste, 
questa vana abitudine che mi inclina
a sud, a una certa porta, a un certo angolo.

Questa poesia non è propriamente contro la malinconia, ma se vogliamo è una specie di inno alla malinconia. Il poeta ci racconta della sua tristezza dopo essere stato lasciato da una donna e, per sua esplicita dichiarazione, l’unica forma di felicità che gli resta è quella di crogiolarsi nei ricordi – perché a volte anche la malinconia ha una sua funzione nel processo di guarigione di un’anima.

De Chirico Le Muse inquietanti
Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti. (con Ferrara nello sfondo)

Un’altra poesia dei doni

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta,
per l’algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro, che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos,
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

Questa è una poesia sulla gratitudine, in primo luogo, per la grandezza che lo spirito umano può raggiungere, e poi per la bellezza del mondo. C’è poco da aggiungere, ha già detto tutto lui 😊

De Chirico 06 Piazza dItalia 1948-1972 cm.395X50
Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia.