Due poesie d’amore di J.L. Borges, un po’ strane e molto belle

René Magritte, Amore a distanza, 1930

Vista l’incombente ricorrenza di San Valentino, vi proponiamo due poesie d’amore non proprio convenzionali – un po’ come tutto il resto dell’opera del loro autore, Jorge Luis Borges, poeta argentino molto famoso in tutto il mondo.

Le due poesie sono collegate, anche se in realtà si possono leggere autonomamente, perciò se avete poco tempo passate direttamente alla seconda, perché secondo me è più bella.

Jorge Luis Borges, Due poesie inglesi

 

A Beatriz Bibiloni Webster de Bullrich

 

I

 

L’alba vana mi coglie sull’angolo deserto di una strada; sono sopravvissuto alla notte.
Le notti sono onde altere: onde di tenebra blu, dalle cime incombenti, cariche d’ogni sfumatura del bottino abissale, di cose incredibili e desiderabili.
Le notti offrono sempre misteriosi regali e rifiuti, cose metà cedute, metà trattenute, gioie con un emisfero cupo. È così che si comportano le notti, te lo giuro.
I flutti, quella volta, mi hanno lasciato i soliti relitti, i consueti detriti: qualche amico aborrito per parlare, musica per i sogni, e il fumo di ceneri amare. Cose del tutto inutili per un cuore affamato.
La grande ondata ha portato te.
Parole, parole qualsiasi, la tua risata; e tu così pigramente, così incessantemente bella. Abbiamo parlato e tu hai dimenticato le parole.
L’alba disastrosa mi coglie in una strada deserta della mia città.
Il tuo profilo che si volta e si allontana, i suoni che compongono il tuo nome, la cadenza della tua risata: ecco gli splendenti giocattoli che mi hai lasciato.
Li osservo nella luce nascente, li perdo, li ritrovo; li descrivo ai pochi cani randagi, alle poche stelle randagie dell’alba.
La tua vita ricca e oscura…
Devo raggiungerti in qualche maniera: metto via gli splendenti giocattoli che mi hai lasciato, voglio il tuo sguardo nascosto, il tuo vero sorriso, quel sorriso beffardo e solitario che il tuo impassibile specchio conosce.      
                                                    
II

 

Con cosa posso trattenerti?
Ti offro povere strade, tramonti disperati, la luna dei laceri sobborghi.
Ti offro l’amarezza di un uomo che ha guardato a lungo, molto a lungo, la luna solitaria.
Ti offro i miei antenati, i miei morti, i fantasmi che i vivi hanno onorato oggi col bronzo: il padre di mio padre ucciso ai confini di Buenos Aires con due pallottole dentro i polmoni, morto barbuto che i suoi soldati avvolsero in una pelle di vacca; il nonno di mia madre, ventiquattrenne appena quando guidò la carica dei suoi trecento uomini in Perù, ormai spettri su cavalli svaniti.
Ti offro ogni intuizione racchiusa nei miei libri e quanta virilità o buon umore ha la mia vita.
Ti offro la lealtà di un uomo che non fu mai leale.
Ti offro la mia essenza, salvata non so come, quel centro del cuore che non tratta parole, non traffica coi sogni e non è mai toccato dal tempo, dalla gioia o dalle avversità.
Ti offro il ricordo di una rosa gialla vista anni fa al tramonto, prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni di te stessa, teorie su di te, notizie vere e sorprendenti al tuo riguardo.
Ti posso dare la mia solitudine, le mie tenebre, la fame del mio cuore; cerco di allettarti con l’incertezza, il pericolo, la sconfitta.

 

Traduzione di Ilide Carmignani

Queste sono tra le pochissime poesie scritte non in spagnolo da Borges, che comunque conosceva benissimo l’inglese. Per gli anglofili, io trovo bellissimo un termine che usa nel quartultimo verso, che è kernel; in traduzione è reso con essenza, resa bellissima, ma che inevitabilmente sfronda un po’ della ricchezza che questa parola ha nella lingua inglese.

Il kernel è l’essenza, il cuore, il nocciolo, inteso anche in senso vegetale: è la parte morbida del seme, quella contenuta all’interno del guscio – da qui è poi passato ad indicare la parte più importante di qualcosa.

Ecco, io trovo che questa sia un’immagine bellissima dell’amore: il donare la nostra vera essenza, protetta dal guscio che le costruiamo intorno, e che scegliamo di mostrare solo talvolta, mettendo completamente a nudo la parte più preziosa e vulnerabile di noi.