Oltre il Futurismo: cosa rimane dopo la guerra?

metafisica, fascismo o grafica pubblicitaria dagli influssi Art Déco
Fortunato Depero, grattacieli e tunnel.
Fortunato Depero, grattacieli e tunnel.

Nella mia mente, la prima guerra mondiale è come un gigantesco uragano: spazza via milioni di vite e insieme a loro si porta via convinzioni, ideologie e sciocchi sogni di supremazia. Le innovazioni e i manifesti delle Avanguardie quindi seguono questo destino tempestoso, diventando in quattro anni in molti casi obsoleti e fuori dal tempo, come se all’improvviso non riuscissero più a rappresentare le ambizioni e i sogni del genere umano.

Così, anche ai nostri Futuristi (ormai sfoltiti dagli eventi) tocca raccogliere i cocci di ciò che si è frantumato e cercare di rimetterli insieme come si riesce.

Carlo Carrà, Paesaggio - Laguna.
Carlo Carrà, Paesaggio – Laguna.

C’è chi ormai non vuole più sentire parlare di questo movimento, rigettando la guerra dopo averla vissuta e cercando qualcosa di più intimo ed adatto a rappresentare i tormenti dell’animo ed il desiderio di alienazione. Un esempio? Mi viene in mente Carlo Carrà, che dopo il fronte necessita di cure psichiatriche e si butta, insieme a De Chirico, nella metafisica, decisamente più contemporanea e vicina ad esempio alle coeve tematiche surrealiste.

Giacomo Balla, Genio futurista.
Giacomo Balla, Genio futurista.

Tra i futuristi, c’è anche chi non vuole demordere e continua ad operare in questa direzione, anche se il rischio è quello di essere privati dei contenuti e quindi di perdere quello che di concettuale c’era dietro le opere.

Un movimento artistico ancora sotto i riflettori, imperniato sulla fierezza di una nazione calpestata e sulla forza violenta, diventa in breve tempo il bersaglio di un’ideologia nuova e sicuramente vicina nelle basi: il fascismo.

Ed ecco allora che un artista come Giacomo Balla diventa l’esponente del fascismo per eccellenza, continuando così a godere di grande fama e avendo l’opportunità di produrre moltissimo.

Sempre nella sfera del regime, esiste un altro pittore che riesce ad andare oltre gli stereotipi, portando grandissime innovazioni in quel campo in pieno sviluppo che è la grafica pubblicitaria. Sto parlando di Fortunato Depero, che negli anni Venti assapora in pieno il clima ruggente stabilendosi a New York e collaborando, tra il resto, per la grafica di riviste come Vanity Fair e Vogue.

Non stupisce quindi che le sue opere possiedano quel fascino Art Déco che va oltre il futurismo, anche se lui stesso non si priva mai dell’appellativo “futurista”, dal momento che fa parte del suo brand.

Tornato in Italia dopo l’esperienza newyorkese, Depero non riesce a condividere l’attrazione per le metropoli e per le città industriali che provano i suoi colleghi, e anzi si va a rintanare in Trentino per lavorare in tutta tranquillità. (E come dargli torto!)

Dalla sua mano innovativa e moderna nascono simboli di grandi prodotti italiani, come la bottiglia e i manifesti del Campari, oltre alle pubblicità del liquore Strega e di vini e di molto altro.

Per concludere questo discorso, ho condiviso una serie di sue immagini pubblicitarie, che ormai dell’iniziale idea di futurismo hanno ben poco, se si ripensa al manifesto di Marinetti oppure alle utopie di Boccioni. Oltre ad essere un modo per apprezzare questo movimento, una delle chiavi di lettura per capirlo più a fondo forse può proprio essere l’analisi delle sfaccettature che ha avuto, insieme alla valutazione dell’influenza nel medio e lungo periodo che ha avuto nei diversi settori che compongono quel magnifico calderone che è l’arte.


Vi siete persi l’inizio del discorso su questo tema? Ecco il link alle scorse giornate futuriste: Oltre la linea d’ombra: l’Italia e i Futuristi. Luci e ombre L’Italia e i Futuristi: per primi vennero i guerrafondai e gli avanguardisti.

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L’Italia e i Futuristi: per primi vennero i guerrafondai e gli avanguardisti

Boccioni_carica

Come ho introdotto lunedì, oggi sono alle prese con la seconda delle mie “giornate futuriste”.

Per arrivare a comprendere in maniera meno superficiale e più completa questo movimento artistico, è necessario secondo me individuare due correnti successive: il primo futurismo, risoluto e ribelle, che finisce con il termine della prima guerra mondiale, e il secondo futurismo, più contenuto e solitamente meno considerato.

La prima fase è sicuramente maggiormente legata alle tematiche espresse dal manifesto (te le sei perse? clicca qui, troverai lo scorso articolo Oltre la linea d’ombra: l’Italia e i Futuristi. Luci e ombre) e per questo motivo le grandi protagoniste sono: velocità, modernità, industria, guerra, treni e chi più ne ha più ne metta.

Questo primo momento di enfasi si scontra ben presto con una realtà che è decisamente meno rosea delle aspettative: la guerra di trincea fa schifo e alla fine si rivela anche piuttosto inutile, visto che in pratica sul fronte italiano si conclude poco o niente. Per giunta alcuni dei principali esponenti del movimento muoiono proprio prima del 1918, talmente entusiasti del tanto agognato ingresso in guerra da arruolarsi e finire ammazzati sul campo.

Umberto Boccioni: emblema del primo futurismo

Tra tutti questi giovani morti prematuramente, vorrei soffermarmi su Umberto Boccioni, che è sicuramente il primo nome che viene in mente a tutti quando si parla di futurismo. In realtà lui, essendo morto nel 1916, rappresenta soltanto la prima corrente, e a parer mio ne diventa l’emblema. Per curiosità, ci tengo a precisare che il destino gli ha riservato una fine piuttosto beffarda, perché proprio nel bel mezzo della prima guerra mondiale semplicemente cade da cavallo in un’esercitazione.

In un modo o nell’altro, forse è anche l’alone di fascino che riveste gli artisti morti giovani a renderlo un po’ il preferito di tutti.

Se si osservano i suoi quadri, che nel corso del tempo partono dalla lezione di Pelizza da Volpedo e del divisionismo sino ad arrivare al cubismo più astratto, sono numerose le tematiche sopracitate: città nuove, cavalli fumanti, dinamismo, movimento e guerra.

Si coglie da queste opere come il tempo stia accelerando, come la realtà non basti più a questi giovani che aspirano ad un mondo nuovo e vincente, forse perché in Europa imperversa la politica di potenza o forse perché Nietzsche in questi anni sta invadendo i circoli intellettuali con la sua teoria del superuomo.

Di fatto questi argomenti vengono superati in fretta, dal momento che la prima guerra mondiale spazza via un’intera epoca, eppure Boccioni non viene dimenticato. Ancora oggi lo apprezziamo perché, aldilà del futurismo nel senso stretto del termine, ha saputo compiere ricerche innovative e interessanti, che erano al passo non soltanto con i cubisti ma anche con gli astrattisti (per saperne di più sull’astrattismo, clicca qui per leggere l’articolo Il salto oltre la linea d’ombra: la nascita dell’Astrattismo in Europa).

Condivido infatti con voi una serie di quadri che appartengono alla corrente “stati d’animo“, dove Boccioni dimostra di essere in grado di esprimere e di trattare anche argomenti decisamente più emotivi.

Sostanzialmente è proprio a causa di questa ricerca che nonostante tutto mi dispiace molto che sia morto a trentaquattro anni, perché posso immaginare un’infinità di strade che avrebbe potuto prendere, di nuove rotte a cui far tendere la pittura italiana tra le due guerre mondiali.

Non c’è niente da fare, che si tratti di Caravaggio, Schiele o Boccioni, per i morti prematuri io ho proprio un debole! E mentre mi perdo in fantasie, vi invito a ripassare a trovarmi nei prossimi giorni per le prossime giornate futuriste!

Oltre la linea d’ombra: l’Italia e i Futuristi, nel bene e nel male

Umberto Boccioni, la risata.
Umberto Boccioni, la risata.

Era da molto che aspettavo e rimandavo allo stesso tempo il momento in cui mi sarei finalmente messa a parlare del Futurismo. Questo perché si tratta di un movimento artistico e culturale che ha aspetti fortemente negativi e altrettanto fortemente positivi, tanto da affascinarmi e allo stesso tempo riempirmi di dubbi.

Il Futurismo ci tocca da vicino in quanto italiani, e forse è proprio a causa di ciò che lo vediamo più complesso e che diventa difficile valutare le opere d’arte in quanto tali, superando il contesto storico, politico e ideologico.

Quindi, per questi motivi, prima di parlare degli artisti e di condividere i loro dipinti e le loro idee personali, vorrei prendermi un articolo per parlare del movimento in generale, delle ragioni per cui è stato così importante e delle ombre che lo rendono tanto controverso.

La bellezza della modernità
Giacomo Balla, velocità.
Giacomo Balla, velocità.

Il primo punto a favore dei Futuristi è senza dubbio la loro modernità. Si tratta infatti della risposta italiana alle avanguardie che imperversano un po’ dappertutto in Europa, senza anacronismi o stonature.

Rappresentano la voce di un popolo di giovani esaltati dalla rivoluzione industriale e da un Paese che, finalmente unito, cerca la sua strada verso la grandezza. Se si leggono i primi articoli del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul Figarò, ecco che emergono queste sensazioni.

  1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
  2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
  3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, I’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
  4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…. un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
  5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini davanti a Le Figaro, Parigi 1912.
Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini davanti a Le Figaro, Parigi 1912.

L’intento di profondo rinnovamento fino a qui è chiarissimo e assolutamente comprensibile, se si pensa anche solo all’effetto che dovevano fare le prime automobili, oppure i prototipi di aereo. È il seguito del manifesto che trovo purtroppo meno condivisibile.

L’esaltazione della guerra e la cesura con il passato
Fortunato Depero, guerra festa.
Fortunato Depero, guerra festa.

Subito dopo infatti si possono leggere questi punti:

9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo,  il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

E subito dopo questi stralci:

In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei, delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani calvarii di sogni crocifissi, registri di slanci troncati !…) è, per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa.

Per i moribondi, per gl’infermi, pei prigionieri sia pure: -I’ammirabile passato è forse un balsamo ai loro mali, poichè per essi l’avvenire è sbarrato…. Ma noi non vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani e forti futuristi! E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli !…

Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!… Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!… Oh, la gioia di veder galleggiare alla derive, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!… Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite, demolite senza pietà le città venerate!

Credo che queste affermazioni non abbiamo bisogno di grandi commenti. Sicuramente si sta parlando di un estremismo provocatorio, apertamente critico nei confronti delle accademie e delle università che nei primi anni del Novecento mantengono linee assolutamente conservatrici e tradizionali, però affermazioni del genere diventano pericolose quando finiscono nelle mani di ragazzi giovani o facilmente influenzabili.

In realtà poi lo stesso Boccioni, tra i maggiori esponenti del movimento, nel momento in cui conosce la guerra da vicino, soffrendo la vita delle trincee e morendo nel 1916, scrive che la guerra «quando si attende di battersi, non è che questo: insetti + noia = eroismo oscuro….».

Il legame con il fascismo

C’è da dire infatti che questo movimento culturale non dura soltanto l’anno del manifesto, ma nel tempo si evolve.

Alcuni suoi esponenti dopo la fine della Prima Guerra Mondiale si staccano e abbracciano la pittura metafisica, altri muoiono al fronte e altri ancora sposano il fascismo. Il legame ideologico con il regime totalitario è qualcosa che penalizza nuovamente il Futurismo, anche perché, nel momento in cui deve sottostare al volere di un dittatore, l’arte perde il suo primo valore: la libertà.

Vorrei approfondire anche questo argomento, ma per oggi voglio limitarmi ad un’introduzione. Prima di concludere vorrei però sottolineare quella che in mia opinione è un’ultima contraddizione: se è vero che il fascismo tende a svuotare il futurismo dei suoi contenuti, è anche vero che è in questi anni che nasce la grafica pubblicitaria moderna in Italia, abbracciando proprio il lessico di questo movimento.

Dichiarazione di intenti

In conclusione, si tratta quindi di una questione complessa e sfaccettata che cercherò di sviscerare nei prossimi giorni, quindi se siete interessati vi invito a prendere parte alle prossime giornate futuriste!

(E buon inizio di settimana a tutti con quest’ultimo disegno che a me piace moltissimo!)

Antonio Sant'Elia, Centrale elettrica.
Antonio Sant’Elia, Centrale elettrica.

I mille volti della città contemporanea

“Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Italo Calvino, Le città invisibili

Oltre ad amare Le città invisibili, adoro questa frase: mi ha sempre affascinato, anche quando ancora non ne avevo colto il significato che credo di capire ora. Sono convinta che racchiuda in sé una grande verità, la chiave di lettura per interpretare e varie raffigurazioni di quello che dall’Ottocento in poi diventa un tema centrale nell’arte e nella letteratura: il paesaggio urbano. La città assume nuove dimensioni e nuovo rilievo, ma quello che emoziona non è soltanto la geometria dei suoi palazzi, e nemmeno il groviglio di strade che la compone, ma sono le illusioni e gli ideali che le metropoli contemporanea incarna.  Vorrei procedere con ordine, iniziando da un punto di partenza che è il miraggio a cui tutte le città tendono: la Parigi della metà dell’Ottocento, che Hausmann e Napoleone III devastano e allo stesso tempo trasformano in ville lumière, con i suoi boulevards ed il trionfo dei luoghi della borghesia.

Gustave Caillebotte, Strada parigina.
Gustave Caillebotte, Strada parigina.

Qui il positivismo prende piede, nel momento in cui finalmente ci si trova davanti una città di cui andare fieri, con tanto di fognature, scarichi per l’acqua, strade lastricate e vetrine illuminate. Finalmente passeggiare per le vie diventa un piacere oltre che un’occupazione, tra il profumo di caffè e l’intrattenimento del teatro. Quindi ecco che Gustave Caillebotte ci racconta l’immagine di una città che non perde il suo smalto nemmeno sotto la pioggia, lasciando trapelare un orgoglio che oggi quasi ci riempie di ossequiosa invidia. Poi però il tempo passa e arriviamo al terribile crollo di questa fiducia prima inossidabile, nel momento in cui ci si rende conto che la realtà non segue le rosee aspettative, che i controsensi sono sempre più forti. E allora ci si aggrappa strenuamente alla chimera del progresso industriale, dell’avanzare della modernità come fine e non come mezzo per arrivare al benessere. In Italia l’emblema di questa esasperazione è il Futurismo, che ci propone una città in cui si elimina tutto ciò che è borghese e a misura d’uomo, vedendo la città come un’insaziabile macchina per l’avanzamento di una nazione sbruffona e guerrafondaia.

Umberto Boccioni, La città che sale.
Umberto Boccioni, La città che sale.

La prima guerra mondiale se non altro ha l’unico pregio di zittire i futuristi, lasciando però spazio ad un profondo e logorante senso di estraneità. Il povero essere umano si rifugia oltre la realtà, non riuscendo più ad identificarsi nel vuoto culturale e intellettuale di una città inquinata dai fascismi. Ed ecco che Giorgio De Chirico diventa la voce di questa triste epoca storica, o più che la voce posso dire che sia l’occhio ammutolito. Nei suoi numerosissimi paesaggi urbani in effetti fornisce l’immagine di una città geometrica e deserta, silente e maestosa, ma allo stesso tempo inaccessibile a qualsiasi forma di contatto.

Giorgio De Chirico, L'enigma dell'arrivo
Giorgio De Chirico, L’enigma dell’arrivo

Potrei proseguire con altri esempi, ma in fondo mi sembra che la storia si ripeta, senza grandi cambiamenti, se si va sotto la superficie delle cose. Dopo la seconda guerra mondiale la ricostruzione si pone infatti come un nuovo positivismo, sicuramente più contemporaneo e ferito, ma che anche questa volta non raggiunge le aspettative e si lascia dietro tanta insoddisfazione. E allora si arriva all’esasperazione e al caos più totale, superando ogni limite e arrivando a questi anni Zero (e ormai Dieci) che ci rendono di nuovo estranei, persi in quest’aria di crisi che non è solo economica ma anche interiore ed endemica.