L’Italia e i Futuristi: per primi vennero i guerrafondai e gli avanguardisti

Boccioni_carica

Come ho introdotto lunedì, oggi sono alle prese con la seconda delle mie “giornate futuriste”.

Per arrivare a comprendere in maniera meno superficiale e più completa questo movimento artistico, è necessario secondo me individuare due correnti successive: il primo futurismo, risoluto e ribelle, che finisce con il termine della prima guerra mondiale, e il secondo futurismo, più contenuto e solitamente meno considerato.

La prima fase è sicuramente maggiormente legata alle tematiche espresse dal manifesto (te le sei perse? clicca qui, troverai lo scorso articolo Oltre la linea d’ombra: l’Italia e i Futuristi. Luci e ombre) e per questo motivo le grandi protagoniste sono: velocità, modernità, industria, guerra, treni e chi più ne ha più ne metta.

Questo primo momento di enfasi si scontra ben presto con una realtà che è decisamente meno rosea delle aspettative: la guerra di trincea fa schifo e alla fine si rivela anche piuttosto inutile, visto che in pratica sul fronte italiano si conclude poco o niente. Per giunta alcuni dei principali esponenti del movimento muoiono proprio prima del 1918, talmente entusiasti del tanto agognato ingresso in guerra da arruolarsi e finire ammazzati sul campo.

Umberto Boccioni: emblema del primo futurismo

Tra tutti questi giovani morti prematuramente, vorrei soffermarmi su Umberto Boccioni, che è sicuramente il primo nome che viene in mente a tutti quando si parla di futurismo. In realtà lui, essendo morto nel 1916, rappresenta soltanto la prima corrente, e a parer mio ne diventa l’emblema. Per curiosità, ci tengo a precisare che il destino gli ha riservato una fine piuttosto beffarda, perché proprio nel bel mezzo della prima guerra mondiale semplicemente cade da cavallo in un’esercitazione.

In un modo o nell’altro, forse è anche l’alone di fascino che riveste gli artisti morti giovani a renderlo un po’ il preferito di tutti.

Se si osservano i suoi quadri, che nel corso del tempo partono dalla lezione di Pelizza da Volpedo e del divisionismo sino ad arrivare al cubismo più astratto, sono numerose le tematiche sopracitate: città nuove, cavalli fumanti, dinamismo, movimento e guerra.

Si coglie da queste opere come il tempo stia accelerando, come la realtà non basti più a questi giovani che aspirano ad un mondo nuovo e vincente, forse perché in Europa imperversa la politica di potenza o forse perché Nietzsche in questi anni sta invadendo i circoli intellettuali con la sua teoria del superuomo.

Di fatto questi argomenti vengono superati in fretta, dal momento che la prima guerra mondiale spazza via un’intera epoca, eppure Boccioni non viene dimenticato. Ancora oggi lo apprezziamo perché, aldilà del futurismo nel senso stretto del termine, ha saputo compiere ricerche innovative e interessanti, che erano al passo non soltanto con i cubisti ma anche con gli astrattisti (per saperne di più sull’astrattismo, clicca qui per leggere l’articolo Il salto oltre la linea d’ombra: la nascita dell’Astrattismo in Europa).

Condivido infatti con voi una serie di quadri che appartengono alla corrente “stati d’animo“, dove Boccioni dimostra di essere in grado di esprimere e di trattare anche argomenti decisamente più emotivi.

Sostanzialmente è proprio a causa di questa ricerca che nonostante tutto mi dispiace molto che sia morto a trentaquattro anni, perché posso immaginare un’infinità di strade che avrebbe potuto prendere, di nuove rotte a cui far tendere la pittura italiana tra le due guerre mondiali.

Non c’è niente da fare, che si tratti di Caravaggio, Schiele o Boccioni, per i morti prematuri io ho proprio un debole! E mentre mi perdo in fantasie, vi invito a ripassare a trovarmi nei prossimi giorni per le prossime giornate futuriste!

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Quando l’arte diventa ricerca dell’origine comune del mondo: alla scoperta dell’essenziale insieme a Paul Klee

Se l’altro giorno mi sono persa dietro le composizioni di Kandinsky (per chi se lo fosse perso, ecco il link all’articolo Cavalieri azzurri e cupole a mosaico: un invito a perdersi nella geniale fantasia di Vassily Kandinsky), oggi non posso che parlare di Paul Klee.

Anche se sono nati con una decina d’anni di distanza e in un contesto geografico, politico e sociale diversissimo (la Russia tra zar e rivoluzioni contro la neutralissima Svizzera), il destino riserva loro un percorso comune a partire dal 1911, anno in cui questi due artisti geniali si conoscono e l’astrattismo non è che una vaga e acerba idea. Insieme contribuiscono alla nascita e all’evoluzione del Blaue Reiter, fino ad insegnare nel Bauhaus, questa fucina di menti geniali che spesso cito e di cui un giorno forse parlerò.

Tra i due, forse Paul Klee è quello meno noto e sicuramente meno immediato, anche se non per questo ha meno da raccontare.

Se si vuole tradurre il suo linguaggio per renderlo più comprensibile ai nostri occhi, qui di seguito proverò ad individuare le chiavi di lettura che per me sono più importanti.

Il fondamento stesso dell’astrattismo

Per capire la concezione dell’arte che ha Paul Klee, bisogna tenere in mente questa frase, scritta da lui: L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.

Da qui all’astrattismo il passo è breve. Il salto oltre la linea d’ombra in questo caso è proprio lo svincolarsi dal concetto di pittura come riproduzione meccanica di ciò che si ha di fronte. Fino all’Ottocento inoltrato l’arte consiste nella trasposizione sulla tela di un mondo idealizzato e ingentilito, poi la riproduzione della realtà è il traguardo che raggiungono gli impressionisti. All’inizio del Novecento poi le Avanguardie aprono la strada a qualcosa di nuovo, che in questo caso è la pretesa di riprodurre qualche cosa che si può annidare sia nelle viscere dell’animo umano sia alla base del nostro universo.

L’utilizzo del colore

Nei dipinti di Paul Klee si oscilla tra le luci del Mediterraneo e le ombre dell’origine del mondo, o forse delle tenebre della profondità del nostro inconscio. La scelta dei colori assume quindi una valenza quasi simbolica: le gradazioni accese e calde riprendono il sud dell’Europa, che si identifica con la purezza e la perfezione della civiltà classica, mentre le tinte cupe sono qualcosa di decisamente più intimo e personale. All’interno di queste opere infatti compaiono schematici paesaggi allegorici, mostri, occhi spalancati ed enormi che ci fissano e animali marini.

Per farla breve, i quadri foschi significano introspezione, avvicinandosi al discorso della psicoanalisi e alle idee secessioniste che nell’Europa mitteleuropea continuano a essere protagonisti. Al contrario, i dipinti luminosi sono caratterizzati da una maggiore geometria e da composizioni più rigorose, come in una continua ricerca dell’essenza. Anche la scelta di una tecnica pittorica che ricorda il mosaico serve a ricordare il mondo classico ai cui valori ci si continua ad ispirare. In questo caso, nella mia mente questo artista si avvicina moltissimo, seppure con esiti molto diversi, a Piet Mondrian e alla sua ricerca della geometria che si nasconde nella natura.

La sperimentazione

Paul Klee è infine un grande sperimentatore. Si evolve continuamente nei temi e nei soggetti che tratta e, oltre a questo, elabora numerose tecniche pittoriche e scultoree per arrivare ad esprimersi sfruttando in una maniera tutta nuova il supporto cartaceo o la tela. Alcuni anni fa al Zentrum Paul Klee di Berna (di cui parlerò prossimamente) mi sono innamorata delle marionette che questo artista realizzava per il figlio e per collezione, perché anche se possono sembrare frivole, nascondono una grandissima innovazione nei materiali e nel loro assemblaggio, dal momento che utilizza oggetti della più svariata natura.

Senza perdermi in sentimentalismi, per concludere questo articolo vi dirò che a me il confusionario Paul Klee piace moltissimo, perché è l’uomo scatenato che non si ferma mai, incurante della salute, del tempo che passa e della noia che è sempre in agguato.

Cavalieri azzurri e cupole a mosaico: un invito a perdersi nella fantasia di Kandinsky, il migliore di tutti

Vassiliy Kandinsky, St. George IV.
Vassiliy Kandinsky, St. George IV.

Se voglio parlare di astrattismo, sicuramente Vassily Kandinsky è la mia prima scelta, per il fatto che tra gli artisti di questo periodo è quello che secondo me ha maggiormente cambiato il corso della storia dell’arte. Con spontaneità, senza ricerche geometriche e ossessive in stile Mondrian e senza i simboli oscuri di Schiele e Munch, riesce a parlarci delle fiabe della tradizione russa che gli appartengono, sino ad arrivare alle composizioni più astratte e libere che si possano immaginare.

Vassily Kandinsky, la vita variopinta.
Vassily Kandinsky, la vita variopinta.
Vassily Kandinsky, composizione IV.
Vassily Kandinsky, composizione IV.

Ma non basta il percorso espressivo a fare di lui uno dei più grandi maestri del Novecento: Kandinsky infatti è il teorico di questo movimento, oltre ad essere tra i fondatori della rivista Der Blaue Reiter (fondamentale nel passaggio da espressionismo a arte informale), e soprattutto è uno degli insegnanti della prestigiosa e avanguardista scuola del Bauhaus, avendo così l’occasione di plasmare le nuove generazioni.

Oltre a questo, il grande fascino di Kandinsky è la capacità che hanno le sue opere di trasmettere  sensazioni e raccontare una storia che non vive solo sulla tela, ma mette in comunicazione la nostra mente e la sua mano, permettendoci di cogliere ciò che desideriamo vedere.

I suoi quadri hanno molteplici sfaccettature e sono un rincorrersi di fantasie e temi ricorrenti, legati in certi aspetti all’infanzia, come le città con le cupole ortodosse, le navi e gli immancabili cavalieri, anche se non sono sempre azzurri.

Se si ha la fortuna di andare a una sua mostra, il mio consiglio è proprio quello di farsi stregare dalle opere, permettendo all’immaginazione di farsi strada e di provare a interpretare quelle linee che non sono mai messe a caso.

In un surreale pomeriggio di un anno fa io sono stata in una personale di Kandinsky all’Arca di Vercelli, insieme a due persone che adoro, ed è stato grazie a loro che ho trovato un nuovo modo di vedere il filo sottile che unisce anche quadri all’apparenza diversissimi e realizzati in periodi diversi. Ci siamo appassionati alle barche che in un modo o nell’altro ci parevano sempre presenti, così le abbiamo cercate ovunque, ricercandone le forme stilizzate e trovando battaglie navali, approdi e partenze da città (quasi) invisibili.

Per questo motivo qui di seguito posto una serie i quadri che mi incantano, sperando di riuscire a condividere quello che io provo. Vassily Kandinsky è uno dei miei preferitissimi, quindi non riesco a selezionare molto, perché credo che ogni dipinto meriti di essere guardato, e che meritino di essere cercate navi nascoste, figure leggendarie e tetti colorati.

E credo anche che questo artista meriti di essere riconosciuto come uno dei migliori di sempre, insomma, attraverso le immagini che a me sono più care. 

Vassily Kandinsky per me è come un amico lontano conosciuto forse per caso, con cui magari si parla di rado ma con cui si mantiene un rapporto unico, personale ed esclusivo; un ascoltatore e una narratore allo stesso tempo, lontano mille miglia ma immediato e affascinante.

Il salto oltre la linea d’ombra: la nascita dell’Astrattismo in Europa

Vassilij Kandinsky, Segmento blu.
Vassilij Kandinsky, Segmento blu.

Introdurre l’astrattismo per me equivale a spalancare una finestra su un nuovo mondo fatto di colori più puri e di forme più essenziali: basta fare un giro in una galleria d’arte per accorgersi dell’incredibile cesura che si riscontra nei primi anni del Novecento.

Mai prima, sicuramente a partire dal Medioevo, sono avvenuti cambiamenti così radicali in Europa, novità che hanno introdotto l’uso di differenti tecniche, contenuti e mezzi espressivi.

Perché una tale rivoluzione?

Il salto oltre la linea d’ombra è la prova di come l’arte sia la testimonianza diretta del mondo in cui è immersa, di una società che accelera vertiginosamente e che vede acuirsi i contrasti e il divario sociale.

Se ci si pensa, l’arrivo all’astrattismo è un passaggio graduale se si considera il percorso individuale dei grandi artisti di questi anni, come Paul Klee, Vassilij Kandinsky, Kasimir Malevich o Piet Mondrian, ma allo stesso tempo è improvviso, considerando che avviene per quasi tutti in contemporanea, a partire dagli anni Dieci del Novecento.

Sicuramente tra le possibili cause abbiamo l’invenzione della macchina fotografica, che priva la pittura dello scopo di rappresentare la realtà, ma anche le ricerche condotte da Cézanne (sintetizzate in questo articolo), dagli impressionisti (in questo articolo si parla delle innovazioni di Claude Monet) e da Turner prima di loro (di cui ho parlato in questo articolo pieno di ammirazione).

Che dire, forse semplicemente i tempi sono maturi! O forse nel clima delle politiche di potenza europee gli artisti e gli intellettuali sono piuttosto stufi e delusi del clima in cui vivono, tanto da inventare un nuovo mondo immaginario.

Non è in effetti un caso che le culle dell’astrattismo siano la Russia tormentata dalle rivoluzioni e la Germania annientata dopo la Prima Guerra Mondiale, luoghi dove solo l’ingegno permette di non sprofondare in una grigia realtà con poche aspettative. Questi Paesi sono molto instabili a livello politico, ma allo stesso tempo vivono un momento molto frizzante dal punto di vista artistico, soprattutto per quanto riguarda la Germania: sono infatti gli anni del trionfo del Bauhaus, la prima scuola contemporanea di architettura e design, dove andranno ad insegnare geni del calibro di Kandinsky, Klee e Mies Van Der Rohe.

Piet Mondrian, senza titolo.
Piet Mondrian, senza titolo.

Sperimentare, quindi, diventa la nuova parola d’ordine. Sperimentare sempre, perché l’arte è soprattutto libertà. Libertà e innovazione, parole che non piacciono tanto ai regimi totalitari. Così l’astrattismo viene presto bollato come arte degenerata e i più grandi esponenti se ne vanno per preservare la loro libertà.

La migliore arte contemporanea entro il 1940 salpa verso gli Stati Uniti d’America, dove verrà accolta a braccia aperte, mentre in Europa non rimane che una cupa aria di guerra.

PER CELEBRARE QUESTI ANNI GLORIOSI, ECCO Una settimana molto astratta

Credo proprio che nei prossimi giorni cercherò di esplorare il passaggio all’astrattismo di grandi artisti come Vassilij Kandinsky e Paul Klee, quindi se siete interessati vi invito a passare di qui!

Per andare oltre l’Urlo: due giorni di Munch (2/2)

Edvard Munch, Madonna.
Edvard Munch, Madonna.

La bellezza e la donna vampira

Edvard Munch, Madonna, incisione.
Edvard Munch, Madonna.

Se ieri ho introdotto le principali tematiche che interessano la ricerca di Edvard Munch, oggi voglio dare spazio a quelle che sono le principali rappresentazioni di una di esse, ovvero lo studio del genere femminile.

Guidato da uno spirito inquieto e senza pace, Munch non trova rifugio nemmeno nel calore di una compagna, anzi, risulta in un certo senso intimorito e schiacciato dalle sue muse, che ai suoi occhi appaiono troneggianti e austere. In questo senso precede e sposa il concetto nient’affatto raro, tutto decadente e scapigliato, di donna-vampira che logora e consuma gli uomini che la circondano.

Edvard Munch, Vampiro.
Edvard Munch, Vampiro.

Una caratteristica che invece è sicuramente meno comune e azzarderei a dire del tutto unica è la totale assenza di armonia e fiducia. Anche quando riesce a mettere da parte le tematiche prettamente simboliste, nel suo mondo non esiste l’amore che migliora la vita, ma permangono le angosce, il concetto di rapporto guidato da impulsi come la passione, la gelosia o il timore dell’abbandono.

Persino quando ritrae due figure che si baciano, Edvard Munch non riesce a trasmettere dolcezza o abbandono sentimentale, al contrario sembra distogliere lo sguardo, volgendosi verso la finestra spalancata che domina la maggior parte del quadro. Pare per certi versi che voglia ritrarre un universo che non gli appartiene, il cui accesso gli è negato: per questi motivi rimane sulla soglia ad osservare quello che gli altri stupidamente danno per scontato.

Edvard Munch, bacio dalla finestra.
Edvard Munch, bacio dalla finestra.

Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich

Io le ho viste, le luci del Nord Europa. Quanto avevo vent’anni ho avuto l’occasione di compiere un viaggio di ventuno giorni per inseguire il sole nella maniera meno convenzionale, ovvero risalendo in treno il continente, andando verso le latitudini in cui non tramonta mai. Ero insieme a mia sorella, la mia compagna di avventure di sempre, ed abbiamo visto sia dai finestrini sia dall’entrata della nostra tendina dei colori spettacolari che sono sicura che non dimenticheremo.

Ma non è di noi che voglio parlare, il punto è che le northern lights sono davvero incredibili e mi fanno sempre venire in mente due artisti che, seppure con un secolo di distanza, sono riusciti secondo me a catturarle in pieno.

Caspar David Friedrich, evening.
Caspar David Friedrich, evening.
Caspar David Friedrich, Nordic landscape.
Caspar David Friedrich, Nordic landscape.
Caspar David Friedrich, Tageszeitenzyklus, in the morning.
Caspar David Friedrich, Tageszeitenzyklus, in the morning.

Per primo, non si può certamente trascurare Caspar David Friedrich (1774-1840), genio romantico, pienamente ottocentesco e appassionato ricercatore del sublime. Come ho già sostenuto in precedenza (si veda Il mio amore per il romanticismo), io sono una seguace di questo movimento e quello che mi cattura è proprio il nuovo e rivoluzionario atteggiamento nei confronti della natura, che finalmente non è più vista come fondale per quadri a tema, ma diventa la vera  incontrastata protagonista.

Così, finalmente ci si libera di tutte quelle figure mitiche o mitologiche che ormai alla fine del Settecento hanno un po’ stancato e appaiono ormai vuote di contenuti, in favore di un’assoluta novità. Il mondo sta cambiando, ci sono rivoluzioni e nuove scoperte, così è giusto che anche gli artisti rinnovino il repertorio dei soggetti.

Friedrich, appassionato di paesaggi e di rovine, è per me un grande maestro nella rappresentazione delle atmosfere nordiche, uno dei primi che si impegna così tanto nell’esplorare la vastissima gamma cromatica necessaria per rappresentare l’alba o il tramonto.

Edvard Much, Train smoke.
Edvard Much, Train smoke.
Edvard Much, Summer night by the beach.
Edvard Much, Summer night by the beach.
Edvard Much, Moonlight.
Edvard Much, Moonlight.

Il secondo artista che sono in dovere di citare è Edvard Munch (1863-1944), uomo geniale ed angosciato che esprime in pieno il mondo della fine dell’Ottocento, secolo lungo per antonomasia, fino alle avanguardie novecentesche.

Simbolista, espressionista e visionario, dimostra anche una grande sensibilità nella rappresentazione del paesaggio, che per lui diventa un tramite per descrivere emozioni e stati d’animo.

Se a prima vista le sue opere sembrano completamente differenti rispetto a quelle di Friedrich, a causa del linguaggio formale diversissimo, scendendo ad osservare i colori e l’ampiezza dei cieli si possono secondo me riscontrare delle analogie, somiglianze dovute all’utilizzo della musa ispiratrice, la luce del nord.

Ecco, io ritengo che la bellezza e la grandezza di questi due artisti risieda proprio nel modo personalissimo e allo stesso tempo universale in cui sono riusciti a trasmettere l’impressione degli infiniti tramonti sul mare e della selvaggia natura in generale.

Metropolitane verdi e guerre contro le decorazioni: anche questa è la Vienna fin du siècle

Otto Wagner, Karlsplatz pavillon
Otto Wagner, stazione della metropolitana di Karlsplatz

Se si è parlato fino ad ora di pittura (mi riferisco agli articoli su Egon Schiele), non si può trascurare però quella che tra le arti è più concreta, l’unica che riesce davvero a trasformare il filo dei pensieri e delle teorie in solide strutture di pietra, oppure in ponti o intere città. L’architettura è la disciplina che sta sempre davanti agli occhi, quella che non bisogna cercare nei musei protetta da teche di vetro, anche se forse questa sua onnipresenza paradossalmente la rende tante volte la più bistrattata e la meno apprezzata.

Digressioni a parte, tra il 1890 e il 1918 il panorama viennese è dominato da due titani indiscussi e celebratissimi, Otto Wagner da una parte e Adolf Loos in direzione ostinata e contraria, più giovane di trent’anni e annoverato dai posteri nel pantheon dei maestri dell’architettura contemporanea. Otto Wagner è il perfetto ritratto dell’uomo di successo, del colto e capace accademico che rivoluziona senza farsi prendere la mano e allo stesso tempo sa sempre essere un professionista dinamico e al passo con i tempi. A Vienna arriva ad occuparsi di tutto: del piano regolatore, della prima linea metropolitana (che per inciso diventerà un assoluto capolavoro), di edifici pubblici e religiosi e, per non farsi mancare niente, di una cattedra all’Accademia di Belle Arti. Nel 1898, trovandosi in conflitto con quest’ultima istituzione, prende parte alla Secessione Viennese, dato che influenza grandemente la sua progettazione, sia nella composizione geometrica sia nella decorazione. Si tuffa quindi in un liberty espressivo e genuino, moderno e innovativo, si pensi a realizzazioni come la Majolica Haus oppure la sua vicina, al numero 38 di Linke Wienzeile.

Otto Wagner, Majolica Haus.
Otto Wagner, Majolica Haus.
Otto Wagner, Linke Wienzeile.
Otto Wagner, Linke Wienzeile 38.

Quando anche la Secessione inizia a perdere il suo smalto, vira verso un maggiore funzionalismo, riducendo al minimo le decorazioni ed arrivando a opere come la Banca Postale imperial-regia, progettata nel 1903. La sua modernità è proprio la capacità di tradurre nella pratica le teorie espresse nelle numerose pubblicazioni, insieme all’abilità nel perseguire i propri obiettivi senza essere fagocitato dalle prese di posizione o da un’immagine pubblica da mantenere.

Dall’altra parte della linea d’ombra troviamo invece Adolf Loos, sempre di un passo troppo avanti, di quel tanto che basta a renderlo una figura sicuramente più discussa e spregiudicata, che apprezziamo sicuramente più noi rispetto ai suoi coetanei. Questo classico dandy è un damerino pieno di debiti con il suo sarto che invece nelle costruzioni ostenta la più rigorosa sobrietà. Conoscitore ed amatore dell’architettura americana, apprezza Louis Sullivan ed il suo concetto di funzionalismo (La forma segue la funzione). Nel 1898 aderisce con entusiasmo alla Secessione Viennese, per poi andarsene risentito e pieno di critiche subito dopo, lamentando anche il questo movimento un’assenza di contenuti, ma forse a causa dell’assegnazione a Olbrich del Palazzo della Secessione. Nemico giurato delle decorazioni e del concetto di opera d’arte totale tanto caro ai secessionisti, arriva nel suo saggio Ornamento e Delitto ad affermare fieramente che l‘architettura non è un’arte, poiché qualsiasi cosa serva a uno scopo va esclusa dalla sfera dell’arte.  Nei fatti, realizza edifici geometrici ed essenziali che anticipano il movimento moderno, e riesce persino a sconvolgere l’opinione pubblica viennese con l’assenza di orpelli della Looshaus in Michaelerplatz, esattamente di fronte all’ingresso del palazzo reale, che sarà costretto a mimetizzare aggiungendo i gerani alle finestre, in perfetto stile tirolese.

Adolf Loos, Looshaus in Michaelerplatz.
Adolf Loos, Looshaus in Michaelerplatz.

È sicuramente affascinate analizzare come la grande modernità di questi maestri risieda nel loro percorso individuale e nella testimonianza lasciata attraverso le opere, che ci indica come abbiano saputo gestire le esigenze del tempo che scorreva ad una velocità impressionante, senza scendere a compromessi. La vivacità intellettuale della Secessione Viennese si dimostra dunque innovativa e avanguardista non solo in campo pittorico, ma anche nella realtà materiale dell’architettura, poiché è qui che si gettano le basi per le ricerche condotte dai grandi del Novecento, come Le Corbusier o Mies Van Der Rohe.

Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (3/3)

Egon Schiele, ragazza nuda accovacciata.
Egon Schiele, Ragazza nuda accovacciata.

Il significato universale

Ultimo ma non meno importante, è finalmente il momento di citare la qualità forse più affascinante e complessa, ovvero la capacità che hanno alcune opere d’arte di essere universali, di andare oltre a ciò che strettamente rappresentano per aprirsi a mondi sconfinati.

Schiele_-_Selbstbildnis_mit_Hemd_-_1910Nei suoi autoritratti, Egon Schiele non trasmette soltanto la sua immagine, ma riesce a catturare tutto il tormento di un ragazzo turbato e ansioso, che non arriva ad incarnare l’ideale che vorrebbe rappresentare.

Allo stesso modo, le sue modelle non sono la moglie, la sorella o l’amante, ma la donna in generale, seppure a volte nella concezione un po’ morbosa che non è assolutamente rara da incontrare nei primi anni del Novecento. Molto spesso sono anche ragazze sicure di sé, certe dell’influenza e del potere che possono arrivare ad avere sugli uomini.

Persino gli alberi, le case e i paesaggi si allontano da quello che è un luogo geografico, diventando l’espressione concreta di stati d’animo tra i più differenti, dalla speranza allo sconforto più totale.

Egon_Schiele_079Darei moltissimo per poter immaginare la vette a cui Egon Schiele sarebbe potuto arrivare, se si considera che a ventotto anni, finalmente libero dagli spettri dell’adolescenza, possedeva già una maturità tale da trasmettere attraverso la pittura una gamma tanto vasta di emozioni. Mi piacerebbe sapere immaginare l’influenza che avrebbe potuto esercitare sul panorama culturale europeo, austriaco ma anche viennese, dal momento che questa grande città non riuscirà più a garantire un clima culturale così vivo, dimenticando gli smodati anni fin du siècle.

Eterno è Dio, che l’uomo lo chiami Buddha, Zarathustra, Osiride, Zeus o Cristo ed eterno come lui è ciò che vi è di più divino dopo Dio: l’arte. L’arte non può essere moderna, l’arte appartiene all’eternità.

Egon Schiele, Diario dal Carcere

Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (2/3)

Egon Schiele, Alte Hauser in Krumau.
Egon Schiele, Alte Hauser in Krumau.

Intensità e modernità: due ragioni per interessarsi

Per quale motivo Egon Schiele viene inserito nei libri di storia dell’arte, nonostante la morte prematura e l’apprezzamento altalenante di cui gode?

Egon_Schiele_-_Mother_and_Daughter_-_Google_Art_ProjectPer cominciare, il suo fantastico tratto, le linee sicure e precise che costruiscono i suoi disegni senza esitazioni, sbavature o esigenze correttive. Avete mai visto da vicino una sua opera? Soltanto guardando da vicino potete capire la sensazione di perfezione che traspare, come se la matita fosse guidata da un irrefrenabile spirito di bellezza e armonia.

Tuttavia non è sufficiente la tecnica a rendere grande un artista, dopotutto in giro quanta gente c’è che disegna benissimo ma non arriva a trasmettere? Quello che, almeno ai miei occhi, è un elemento essenziale è l’intensità, intesa come la capacità di trasmettere all’ignaro osservatore tutto il bagaglio emotivo che si cela dietro a ogni soggetto, dal più elaborato al più banale. In questo senso, Egon Schiele è un maestro, nel momento in cui riesce a far parlare persino gli alberi scheletrici, oppure gli edifici stanchi e foschi, addossati l’uno all’altro, dei borghi austriaci.

Schiele_-_Landschaft_mit_zwei_Bäumen_-1913Infine, un’altra grande caratteristica è l’estrema modernità delle sue opere, che rientrano alla perfezione nel dibattito culturale del periodo e allo stesso tempo non ne sono fagocitate, anzi, ne diventano la personalissima interpretazione. Nei lavori di questo artista si riconoscono elementi cubisti, espressionisti, art nouveau e simbolisti ad esempio, ma non per questo i soggetti sono meno riconoscibili, meno legati al loro creatore. La grandezza dei maestri come Egon Schiele è proprio la capacità di non rimanere imbrigliati nelle etichette, ma di perseguire le loro ricerche, di esprimere le loro idee, senza finire a somigliare a nessuno, ma allo stesso tempo senza perdere il legame con il contesto in cui si vanno inevitabilmente ad inserire.

Quando il mondo era giovane e servivano ancora le Avanguardie

Vassily Kandinskij, Composition 6.
Vassily Kandinskij, Composition 6.

Se voglio parlare della linea d’ombra nell’accezione più universale del termine, allora non posso che parlare delle Avanguardie, la prima risposta ad un universo in trasformazione, all’inizio del caos e della febbrilità che da allora caratterizza il nostro modo di vivere. In effetti nessuno più di questi geni ha saputo saltare in avanti e squarciare il tutt’altro che sottile velo di tenebra che li avrebbe separati da tutto ciò che è convenzionale, banale o già noto.

Se si pensa bene, cos’altro hanno in comune maestri del calibro di Schiele, Munch, Boccioni, Kandinskij o Braque, se non la loro insaziabile ricerca oltre al reale, per tendere all’assoluto?

Ovviamente non si può giustificare come una congiunzione astrale una tale concentrazione di talento in un così breve periodo storico, ma si deve sicuramente parlare delle nuove committenze borghesi, di ferventi movimenti culturali, della diffusione di discipline come la psicanalisi, e della sempre maggiore facilità di comunicazione in ogni angolo del globo. Rimane comunque il fatto che nessuno si sarebbe aspettato un esito del genere, un’esplosione tale di novità in tutta Europa, e lo si può capire da quanto fossero considerati scandalosi questi artisti, spesso ostacolati ed incompresi. Eppure grazie a loro si è generato un nuovo modo di intendere l’arte, una nuova sfida, ci si è avvicinato a una concezione che è quella di oggi.

Dichiarazione di intenti

Nel prossimo futuro voglio esplorare insieme a chi mi leggerà questo periodo così affascinante e seducente. Voglio conoscere, comunicare e vivere le impressioni, le conquiste e le lotte di questi artisti che mi fanno sempre innamorare di loro. Voglio anche immaginare i teatri di queste vite avventurose, i fulcri della cultura come Vienna, Parigi o Londra. Voglio parlare di chi amo, insomma.

Piccola nota polemica che non riesco a trattenere

E ora che questo mondo è invecchiato, dopo che il secolo breve ha scavato fosse e crateri sulla sua superficie meno liscia?

Io credo che ormai abbiano stufato coloro che si sforzano di ricercare stravaganze e forzate novità, perché essere un’avanguardia senza un esercito destinato a seguirti è insensato e futile. Ormai il mondo è stanco, forse sarebbe meglio riuscire a tirare le fila dell’immenso caos in cui siamo immersi, piuttosto che continuare a tendere all’entropia.