Frank Lloyd Wright: 5 opere per amare il più grande architetto americano

Sono assolutamente convinta che le opere di Frank Lloyd Wright abbiano il potere di incarnare perfettamente lo spirito degli Stati Uniti. In effetti racchiudono la parte migliore di questo continente sconfinato: il legame con la natura, gli affacci su panorami sconfinati e infine il caldo conforto del focolare domestico.

Se fino ad ora vi ho raccontato soprattutto dell’evoluzione della pittura americana (vi siete persi il discorso? Ecco dove inizia: Esiste una vera “arte americana”?), credo che sia anche doveroso spendere almeno un articolo per parlare dell’architettura, un ambito interessante e sicuramente importante. Quindi mi auguro che siate pronti ad immergervi in una serie di opere fondamentali per capire e apprezzare quello che Frank Lloyd Wright continua ad avere da raccontare, anche a 150 anni dalla sua nascita.


01. La Casa e Studio ad Oak Park, Chicago (1893-1898)

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Tra tutte le opere di Frank Lloyd Wright, paradossalmente la prima casa/studio che ha progettato per se stesso è tra le meno rappresentative e immediatamente identificabili.

Allora perché inserirla in questo elenco?

Principalmente mi vengono in mente due motivi. In primo luogo, questo progetto ci dice qualcosa dell’architetto prima della trasformazione nel grande maestro, quando ancora seguiva gli insegnamenti di Louis Sullivan ed in generale della Scuola di Chicago. (Per saperne di più, ecco il link ad un articolo dedicato a Chicago e allo sviluppo della sua architettura)

Ma non fraintendetemi: nonostante le influenze visibili la casa e studio di Frank Lloyd Wright non ha niente in comune con le altre coeve che si affacciano sulle stradine del signorile sobborgo di Oak Park (Chicago). I prospetti sono caratterizzati da originalità e spontaneità, mentre all’interno si vede una versione sfocata delle scelte che caratterizzeranno tutta la sua carriera.

Ad esempio il camino gioca un ruolo centrale, anche se non rappresenta ancora il cuore della casa, mentre i locali di abitazione si avvicinano ad un unico open space (punto cardine dei suoi successivi progetti), anche se ci sono ancora ampi tendaggi per dividere gli ambienti all’occorrenza.  Si può poi notare ovunque una grande attenzione nei confronti dell’illuminazione naturale o comunque diffusa, sensibilità che crea sempre una certa gradevolezza nella sue realizzazioni.

La seconda ragione per apprezzare questo edificio è la bellezza dello studio di progettazione di Wright, l’atelier di un attento professionista che a fine Ottocento era assolutamente all’avanguardia. So che da “collega” sono di parte, ma vedere uno spazio così ampio e luminoso a disposizione dei collaboratori e degli apprendisti mi ha davvero fatto un certo effetto.


02. La Robie House, Chicago (1910)

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La Casa Robie è invece l’emblema della prima celeberrima fase delle architetture di Frank Lloyd Wright, quella delle Prairie Houses, o per meglio dire case della prateria, pur essendo situate nella prima periferia della città, in quelle zone destinate a diventare sobborghi residenziali con l’avvento della rete metropolitana e ferroviaria.

Questi progetti sono caratterizzati da prospetti con un forte andamento orizzontale, chiusi dall’esterno ma curiosamente permeabili alla luce e al verde dall’interno. Gli ambienti ruotano intorno ad un grande open space (nella fotografia in basso), a sua volta sviluppato intorno ad un grande camino.

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In particolare, Casa Robie si distingue e merita di essere citata per la ricercatezza dei dettagli. È sufficiente osservare le lampade o le decorazioni delle vetrate e del soffitto per capire che ci troviamo di fronte ad una vera opera d’arte.

wright-casa-robie-chicago-muroSe volete sorridere, guardate l’ingrandimento del muro perimetrale: notate come l’andamento orizzontale sia sottolineato non soltanto dai mattoni larghi e piatti realizzati su misura ma anche dal diverso impiego della malta?

La separazione orizzontale dei corsi è enfatizzata da uno spessore notevole e da un colore bianco, mentre la divisione verticale tra un mattone e l’altro è annullata da un sottile strato di malta di colore più rosato.

Questa cura per i dettagli la dice sicuramente lunga sulla genialità di Wright, anche se  bisogna anche ricordare che questa casa all’epoca è costata quanto circa 17 case normali!


03. La Casa sulla Cascata, Mill Run (1936-1939)

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La Casa sulla Cascata mostra invece una sfaccettatura più modernista dell’architettura di Wright, che sicuramente aveva visto quello che aveva combinato in Europa gente del calibro di Mies Van Der Rohe e Le Corbusier.

La sua bellezza è sicuramente nella posizione paesaggistica, ma sarebbe errato fermarsi qui, visto che si tratta di un ardito esperimento strutturale, come vi ho già raccontato in un altro articolo; se ve lo siete persi vi invito a curiosare, anche perché non mi ripeto in questo elenco già bello corposo: In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright)


04. Kentuck Knob, Chalk Hill (1953-1956)

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Tra le case che ho avuto la fortuna di vedere la scorsa estate vi posso dire che Kentuck Knob è forse stata quella che mi ha sorpreso di più. Si tratta di un’abitazione un po’ successiva alla Casa sulla Cascata ma situata a venti minuti di macchina, appartenente alla serie delle Usonian Houses.

Se vi state chiedendo di cosa si tratti, vi posso dire che ho scoperto che le Usonian Houses sono le abitazioni americane dell’America post grande depressione. Se le Prairie Houses avevano come modello le capanne dei pionieri e gli spazi sconfinati, queste si riducono di dimensioni e fanno della funzionalità il loro cavallo di battaglia.

Il risultato è sconvolgente, dal momento che conduce a cucine modernissime, a comode sale da pranzo con penisola e allo sfruttamento dell’irraggiamento solare e delle correnti d’aria per rendere confortevoli gli ambienti.

Siamo negli anni Cinquanta e le opere di Wright sono studiate per favorire la circolazione dell’aria, il riparo dal sole d’estate e il passaggio della luce calda in inverno. Un po’ come succede da noi negli ultimi anni, non vi pare incredibile?


05. Il Guggenheim Museum, New York (1959)

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Non potevo che chiudere questa sbrigativa carrellata con il Guggenheim Museum di New York, commissionato dallo stesso Solomon Guggenheim a Frank Lloyd Wright, che a Manhattan non aveva ancora avuto l’onore di progettare niente.

Qui il concetto di architettura organica, corrente ideata dallo stesso Wright per indicare l’attenzione progettuale nei confronti del rapporto con la natura e del mantenimento di una scala “umana”, viene realizzato su larga scala.

L’edificio, che ricorda per certi versi una conchiglia, assume una forma che dipende soltanto dalla migliore fruizione delle opere al suo interno. La grande rampa, con tanto di lucernario che fa piovere la luce dall’alto, è il modo migliore per passeggiare tra le sale e soprattutto presenta dimensioni tali da far sentire il visitatore a sua agio. Nonostante l’eccentricità apparente, questo museo non sovrasta che lo guarda per la prima volta, ma al contrario lo guida passo dopo passo attraverso il percorso espositivo.

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Vi confesso che vederlo dal vivo è stato bellissimo: mi è piaciuto molto notare come ogni scelta sia ragionata e tutto sommato semplice, non come accade a certe mediocri stravaganze che oggi ci siamo troppo spesso abituati a vedere, soprattutto quando si parla di archistar.


Bene, mi sono accorta di avere scritto più di mille parole, quindi credo proprio che sia giunto il momento di fermarmi. Che dite, vi è piaciuto leggere un po’ di Frank Lloyd Wright? Sono riuscita a farvi venire voglia di approfondire questa sommaria carrellata? Mi auguro proprio di sì 😉

P.S. Spero che le fotografie vi siano piaciute, visto che sono quasi tutte opera mia (o del mio compagno di viaggio!)

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In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright

FallingWaterPerspectiveFrank Lloyd Wright, Prospettiva di Casa Kaufmann.

Se foste chiamati a stilare una classifica delle architetture più amate e più celebri del Novecento, voi non inserireste nei primi posti questo capolavoro di Frank Lloyd Wright?

Io non avrei alcun dubbio ed è proprio per questo che il terzo e ultimo esempio sul tema “architetture che hanno cambiato la storia” non poteva essere che lei, la Casa sulla Cascata. Si tratta del manifesto di quella che viene definita Architettura organica, un movimento classicamente statunitense che credo non dovrebbe essere dimenticato anche dalle nostre parti.


Cosa vuol dire architettura organica?

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Il poche parole, l’architettura organica promuove una sorta di armonia tra l’uomo e la natura in cui è immerso, una simbiosi ottenuta a livello compositivo ma anche concreto mediante l’utilizzo di materiali naturali locali e l’integrazione degli edifici nel paesaggio.

Quasi tutti i lavori di Wright seguono effettivamente questa corrente e a questo si deve l’incredibile varietà dei suoi progetti, che non partono da un’idea comune e da un modello astratto, ma al contrario sono il frutto di ciò che un determinato ambiente ha da offrire.

Siamo ben lontani dalla geometria perfetta di Le Corbusier e del Bauhaus, realizzabile uguale in qualunque luogo al mondo, non credete anche voi?


La Casa sulla Cascata a Mill Run

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In questo caso siamo nel 1935 nei boschi vicino a Pittsburgh (Pennsylvania), quindi geograficamente distanti ma storicamente vicini agli ultimi due esempi di cui ho parlato negli scorsi articoli.

Frank Lloyd Wright viene chiamato dalla miliardaria famiglia Kaufmann a progettare un edificio in corrispondenza di una piccola cascata tra i boschi, destinato a diventare la loro seconda casa per il tempo libero.

Casa cascata Wright Planimetria generaleOsservando il territorio, l’architetto disegna un’abitazione composta da tre piani con grandi terrazze a sbalzo sovrapposte tra loro, in maniera da richiamare le vicine rocce sedimentarie stratificate.

La sua attenzione nel limitare l’altezza della casa, nella composizione in generale e nella scelta delle tinte riesce a creare una simbiosi tra l’uomo e la sua creazione. Il rivestimento in pietra locale poi contribuisce a rendere la casa una specie di continuazione della natura, integrata e rispettosa del contesto.

(Per chi volesse vedere altre fotografie dell’esterno, generali e di dettaglio, ecco il link alle immagini di wikimedia commons.)

Anche gli interni seguono la linea dei prospetti, rimanendo semplici ed eleganti, con tanto di pavimento in pietra che si fonde con le rocce affioranti sul sito. Come si può notare, non esiste una precisa attenzione alla geometria, favorendo invece gli scorci e le scelte legate all’orografia del luogo.

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(Anche per quanto riguarda i fantastici interni, ecco il link alle immagini di wikimedia commons, che vi consiglio con tutto il cuore di guardare!)


Composizione raffinata e tecnica avanzata

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Oltre a quello che ho già detto, non bisogna dimenticare una cosa fondamentale: quando si parla di Wright, la ricercatezza compositiva è sempre accompagnata da una grande capacità e sperimentazione tecnica. 

Un esempio? Nel 1936 la dimensione degli sbalzi in cemento armato era considerata così impressionante che nessuno dei lavoratori del cantiere aveva il coraggio di togliere i puntelli dai solai appena gettati! Eppure la struttura ha tenuto e oggi possiamo ammirare quella che è stata definita la migliore architettura americana dall’American Institute of Architects.

Dopotutto, Frank Lloyd Wright ha imparato a costruire a Chicago, nello studio di Sullivan e Adler, gli inventori del moderno grattacielo.  (Per gli interessati, ecco il link ad un articolo in cui ho parlato di questo!)

Se devo però essere del tutto sincera, non posso omettere qualche problema strutturale: ci sono stati infatti dei cedimenti che hanno portato a delle pendenze irregolari nelle terrazze, uniti ad una prevedibile condizione di umidità generalizzata dell’edificio.


Un pensiero per finire in bellezza

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Frank Lloyd Wright, Prospettiva di Casa Kaufmann.

Malgrado le problematiche legate alla natura di pioniere dell’architettura del progettista, non si può negare che si tratti di una costruzione unica nel suo genere e affascinante da morire.

In conclusione, vi dirò infatti che secondo me Wright, seppure lontano dalla cultura europea, è uno dei maestri del Novecento che ha più da insegnare ancora oggi, beffandosi tutto il tempo che è passato. Se i concetti di purezza e geometria del Movimento Moderno ci hanno stancato, insieme all’uso smodato del cemento armato e dei sistemi a telaio regolare, il suo approccio non passerà mai di moda.

Dopotutto se guardiamo i paesini di cui è costellata la nostra bella Italia, sia al mare che in montagna, quello che li rende unici è suggestivi è esattamente quello che questo strambo architetto americano ricercava. La bellezza delle case in pietra delle Alpi è data dal colore delle pietre locali e dalla loro struttura che sembra integrare la roccia, così come la calce e i laterizi delle colline ricordano le tinte della terra fertile e argillosa. Allo stesso modo, i palazzi storici di molte città di mare sembrano realizzati nella sabbia.

Vi invito a girare nei vostri luoghi del cuore e a cercare questi legami con il territorio, anche se ormai sono più difficili da vedere in certi casi, data l’immensa quantità di scadente architettura che trionfa ormai nei nostri paesaggi.

Frank Lloyd Wright ancora oggi ci invita a riflettere e a guardarci intorno, per mettere in dubbio sia quello che abbiamo fatto sia quello che avremmo intenzione di fare. Saremo capaci a tornare ad un’architettura più “organica”, ovvero più vicina ai territori e integrata nel paesaggio? Solo in questo modo riusciremo davvero a tutelare il nostro patrimonio.

Mi piacerebbe essere sicura della risposta, o per lo meno vorrei essere più speranzosa, ma credo proprio che sarà una difficile scommessa sul futuro.

 

Un gioco di volumi assemblati nella luce: perché gli architetti adorano Villa Savoye di Le Corbusier?

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Il movimento moderno nei suoi picchi di perfezionismo può piacere oppure no, però allo stesso tempo una perla come villa Savoye è riprodotta in tutti i libri di storia dell’arte. Vi siete mai chiesti perché?

Dopotutto Le Corbusier è un po’ il Picasso dell’architettura: se da una parte è innegabile il suo genio, dall’altra a molti tende a stare un po’ antipatico. Voi da che parte state? Io oscillo da un estremo all’altro, ma soprattutto negli ultimi tempi ho imparato a coglierne la grandezza.

Come sapete, in questi giorni vi sto parlando di architettura e per la precisione di tre costruzioni destinate a cambiare la storia contemporanea, oltre a creare una trasformazione in quello che è il gusto (vi siete persi l’inizio? Ecco da dove partire: Quando un edificio è destinato a cambiare il mondo). Quindi, per secondo ho ben pensato di affrontare questo progetto che personalmente amo, con le sue luci e con le innegabili ombre.


Villa Savoye: la residenza contemporanea

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Siamo a Poissy, nel nord della Francia, ed è il 1929, per puro caso, ma forse non solo per quello, nello stesso anno del celeberrimo Padiglione di Mies a Barcellona (di cui si parla diffusamente qui: Il padiglione più bello (e famoso) mai progettato per un’Expo).

Le Corbusier viene invitato dai signori Savoye a progettare per loro una casa di campagna, immersa nella natura, dove rifugiarsi principalmente nei finesettimana. Quello che viene progettato è qualcosa destinato a stravolgere il concetto di “casa di villeggiatura”. Con questo termine non vi vengono in mente le casette tipo chalet delle borgate di montagna, oppure i castelletti sul mare in Liguria o Costa Azzurra, tanto per fare degli esempi?

Non potremmo essere più lontani, non credete? Villa Savoye diventa il manifesto del pensiero di Le Corbusier, usando tutti i suoi principi compositivi: la facciata libera, la pianta libera, le finestre a nastro, il tetto giardino il piano terreno a pilotis. Questo in pratica vuol dire che, utilizzando il cemento armato, non esistono più vincoli a livello di muri maestri e di aperture limitate in facciata.

Eppure questo suo essere all’avanguardia si rivela un’arma a doppio taglio: da una parte l’impermeabilizzazione insufficiente del tetto piano causa da subito infiltrazioni, mentre dall’altra i grandi serramenti con vetro singolo disperdono il calore e favoriscono le correnti d’aria e gli spifferi.

Ed ecco che i signori Savoye non sono molto contenti e la villa vede un periodo decisamente buio. Se volete saperne di più, ecco il link a wikipedia: Villa Savoye, intanto io vi dico i due principali aspetti che la rendono così speciale.


La completa astrazione…

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La prima cosa che colpisce l’osservatore è la purezza delle forme della casa e del bianco che viene impiegato. La pianta è un quadrato e si eleva in altezza della metà rispetto al lato, così da sembrare come una metà di cubo, anche se poi esternamente la pianta si sviluppa diversamente, con riportato poco sotto. La forza degli spigoli viene contrastata ed equilibrata dalle due grandi superfici curve, al piano terreno e sul tetto giardino.

La composizione rispecchia in pieno le idee del suo creatore che, nel 1923, aveva già scritto queste parole, nel saggio Verso una nuova architettura:

L’Architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico, dei volumi assemblati nella luce. 

I nostri occhi sono fatti per vedere le forme sotto la luce; ombre e luci rivelano le forme; i cubi, i coni, le sfere, i cilindri o le piramidi sono le grandi forme originarie che la luce rivela; la loro immagine ci appare netta, tangibile, senza ambiguità. 

È per questo che sono belle forme, le più belle forme. Tutti concordano su questo, il bambino, il selvaggio, il metafisico.”


…e la concreta funzionalità

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Dall’altra parte, alla rigidezza compositiva si contrappone una scelta estremamente moderna e lungimirante a livello di pianta e di scelte funzionali.

Ad esempio, al piano terreno si prevede un’autorimessa per tre automobili, cosa assolutamente avanguardista se si tiene conto che siamo nel 1929, soprattutto se si pensa che certi condomini anche di cinque piani delle nostre città, costruiti ben dopo, non ne hanno mica di più!

Al primo piano, la vera e propria residenza, abbiamo poi un ampio living ed una grande terrazza all’interno del quadrato, riservata e ombreggiata.

Se poi guardate nell’immagine sottostante, vi fate un’idea della dimensione del bagno padronale (non unico dell’appartamento), direttamente collegato ad uno spogliatoio (che oggi chiameremmo cabina armadio) e alla camera da letto. Direi che nel 2016 non ci siamo ancora inventati niente di di più nuovo di questo, non siete d’accordo con me?

Nel tetto giardino poi ci sono spazi destinati al servizio ma non soltanto: anche quest’area è pensata per il tempo libero di una famiglia in cerca di svago e di relax.

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Ogni volta che mi perdo nei dettagli di questo progetto mi rendo conto della sua grandissima modernità e, visitando molti dei palazzi costruiti dalle nostre parti dagli anni Cinquanta in avanti, mi accorgo di quanto sia stata dannosa la seconda guerra mondiale anche per la storia dell’abitazione. I nuovi materiali sono stati quasi esclusivamente utilizzati per costruire opere economiche e di vecchia concezione, prive di servizi e carenti dal punti di vista impiantistico ed igienico sanitario.

Con questo non dico che avremmo dovuto costellare il mondo di ville come questa, ma mi rendo conto che molte delle idee di Le Corbusier erano davvero lungimiranti. Negli anni Venti parlava infatti dell’importanza della salubrità e della dimensioni degli spazi destinati a bagno e a cucina, per non parlare della questione autorimesse. 

Ed è vero che questa casa ha avuto un bel po’ di problemi legati alla troppa sperimentazione, ma forse questo è il prezzo da pagare per chi anticipa di troppo i tempi, proponendo soluzioni tecnologiche che saranno messe a punto soltanto nei decenni a venire.


Potrei ancora continuare a parlare ma direi che faccio meglio a smettere, per non diventare troppo prolissa 😉

Il padiglione più bello (e famoso) mai progettato per un’Expo

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Barcellona, anno 1929. L’esposizione universale realizzata nell’area di Montjuic e di Piazza di Spagna si configura come un evento di grandissima portata e di richiamo internazionale. (Per i curiosi su Barcellona, ecco il link ad un bell’articolo per preparare un viaggetto: Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana)

Ma, a livello di architettura, riuscite ad immaginare quale stile fosse predominante? Nonostante le classiche promesse di modernità a innovazione legate ad eventi del genere, quello che domina nella scelta dei catalani che allestiscono un’intera porzione di città e in molti degli stati europei che partecipano è un eclettismo piuttosto kitsch, decisamente sorpassato per i tempi che corrono e volto ad attirare l’attenzione delle masse.

A cosa mi riferisco? Ecco qualche esempio per chiarire le idee. Per prima cosa, la fotografia qui sotto rappresenta il fulcro dell’esposizione, un enorme palazzo ora sede del più grande museo di Barcellona. Sobrio direi, non siete d’accordo?

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Piazza di Spagna e la sistemazione urbanistica progettata in occasione dell’Expo del ’29.

Ed ecco poi qualche esempio di padiglioni, come Italia (in equilibrio tra l’Art Déco e il regime fascista), Danimarca, Belgio, Ungheria e Spagna (appena dietro il museo sopra fotografato).

 

Ecco, sembra difficile da credere ma proprio in questa fiera di stravaganze architettoniche, appena girato l’angolo, si trova un padiglione destinato a cambiare la storia dell’architettura contemporanea in Europa e non soltanto, data l’influenza anche negli Stati Uniti.


Il padiglione della Germania di Mies Van Der Rohe

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La Germania chiede a uno dei suoi architetti più influenti di rappresentarla, così Ludwig Mies Van Der Rohe progetta un padiglione che sembra precedere un un secolo i suoi vicini. Dobbiamo tenere conto che siamo ancora in un periodo relativamente dorato del Bauhaus, anche se poco prima della fine, così questa costruzione diventa il manifesto del Movimento Moderno. (sul Bauhaus, ecco un altro articolo che forse vi interesserà: Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità)

Lo schema semplice e geometrico della pianta è il frutto della nuova libertà che si raggiunge con le strutture in acciaio: niente più muri portanti, soltanto una maglia di pilastri indipendenti dai tramezzi.

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Oltre all’equilibrio in pianta, quello che è straordinaria è la composizione geometrica, figlia degli studi sull’astrattismo e sul neoclassicismo, per non parlare della ricercatezza dei materiali (vetro, acciaio cromato e lastre di pietra naturale) e della raffinatezza del design degli oggetti al suo interno. In effetti sono state progettate proprio per questa occasione le intramontabili poltrone Barcellona, sempre frutto del genio di Mies Van Der Rohe.


Noia o perfezione?

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Sicuramente bisogna ammettere che una tale compostezza (direi molto tedesca) stupisce molto nel contesto di una esposizione universale, che rimane poi sempre una colossale fiera.

Questo approccio sobrio e lineare senza la possibilità di scendere a compromessi è però tipico di Mies Van Der Rohe, che da questo momento in poi è destinato a realizzare i suoi migliori capolavori. Io vi dirò che lo apprezzo moltissimo, eppure dopo la Seconda Guerra Mondiale il suo celeberrimo motto “Less is more” (meno è più) stufa a tal punto da essere storpiato in “Less is a bore” (meno è una noia).

Detto questo, il mio amore per il Movimento Moderno rimane immutato (anche se cerco di incentivare il pensiero critico).


Un contenitore che divora il contenuto

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Ultima osservazione: cosa avranno mai potuto esporre qui dentro i Tedeschi, senza che risultasse incredibilmente secondario?

Forse la risposta a questo dilemma è che la Germania non voleva mostrare i suoi prodotti tipici o la sua cultura tradizionale, ma piuttosto il livello di avanzamento culturale e tecnologico che la rendeva probabilmente il Paese più vivace del mondo.

Purtroppo questo primato è destinato a durare poco, dato che i Nazisti incombono e nel giro di pochi anni riescono ad annientare tutto ciò che di bello possiede e incarna questa nazione.

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Detto questo, siamo arrivati alla fine della storia di oggi, vi aspetto prossimamente per raccontarvi di altre due costruzioni destinare a cambiare la storia dell’architettura contemporanea. Spero di non annoiare nessuno! 😉

Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità

Il cortile del Bauhaus, a Dessau.
Il cortile del Bauhaus, a Dessau.

Riconoscete questo posto? Credo che molti appassionati di architettura e design lo considerino come una meta di pellegrinaggio, una specie di Mecca per chi cerca le origini della modernità. Ma partiamo dall’inizio.

Sicuramente non si può negare il fatto che la Prima Guerra Mondiale abbia cambiato le carte in tavola, anche se nel caso dell’architettura la ricerca di forme geometriche essenziali si è sviluppata già a partire dagli anni Dieci.

In ogni caso è dopo il 1918 che prende piede, introducendo vere e proprie innovazioni nella cultura dell’abitare. Grandi intellettuali come Le Corbusier e Mies Van Der Rohe ristudiano completamente gli spazi degli edifici residenziali e non, individuando quelli che sono requisiti ancora decisamente attuali, come la presenza di autorimesse, di bagni spaziosi, di ambienti confortevoli e di dotazioni impiantistiche. I progetti adesso non riguardano soltanto i ceti più abbienti: per la prima volta si pensa ad un’architettura e all’arredamento per le masse.

La rivoluzione del Movimento Moderno è proprio incentrata su questa nuova attenzione a livello sociale, unita ad idee avanguardiste.

Così, proprio in un Paese momentaneamente povero e maltrattato come la Germania, nasce una scuola di architettura e arti applicate destinata a cambiare tutto, con l’ambizioso intento di insegnare la progettazione “dal cucchiaino alla città”. Ed è questa la prossima ed inevitabile tappa del mio Grand Tour 2015.


| III Tappa |   La scuola perfetta per l’architettura perfetta

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Ovviamente mi riferisco al Bauhaus, fondato a Weimar nel 1919, trasferito a Dessau nel 1925 e a Berlino nel 1932, fino alla definitiva chiusura nel 1933. Di cosa si tratta a livello pratico? Cercherò di dare una breve spiegazione.

L’architetto e intellettuale Walter Gropius fonda questa specie di accademia con l’intento di dare ai ragazzi i mezzi per una progettazione funzionale, economica e standardizzata. Vi viene in mente l’Ikea? Ecco, diciamo che potrebbe considerarsi come una sorta di erede! Negli anni è caratterizzata da insegnanti prestigiosi e dalla grande apertura mentale, tanto da spaventare i Nazisti che pensano bene di farla chiudere, dopo anni di opposizione.

Oggi, se si va a Dessau si può vedere il complesso, progettato dallo stesso Walter Gropius, che ospitava i laboratori, le aule, i dormitori e gli spazi comuni della scuola. Io sono stata lì un paio di settimane fa e credo proprio che meriti il viaggio.

Per me, vedere il Bauhaus infatti non ha significato semplicemente la visita delle stanzette e dei laboratori aperti ai turisti, ma piuttosto l’affaccio su un mondo utopico che sarebbe potuto esistere, se solo non si fossero messi in mezzo quegli idioti dei Nazisti con la loro soppressione della libertà.

Quello in cui si viveva qui era infatti un mondo per prima cosa libero, al di sopra dei clientelismi, delle rigidezza delle accademie e dei luoghi comuni.

Sto parlando di una scuola che nel 1925 era frequentata quasi al 40% da ragazze, una specie di università dove insegnavano i massimi intellettuali e artisti dell’epoca (Kandinsky, Klee, Gropius e Mies Van Der Rohe, giusto per fare qualche nome!) e dove si viveva in un clima di totale rispetto reciproco e di condivisione. Poco importa in realtà che si studiassero architettura, design e arte: sarebbero potuti esistere  Bauhaus anche di altri settori, perché quello che veramente conta è l’approccio rivoluzionario e ineguagliato. (per lo meno che io sappia, ndr)

A Dessau la scuola viene progettata attentamente su misura degli studenti, che si ritrovano lì per passione e sicuramente si godono a pieno l’esperienza di lavorare al fianco di gente come coloro che ho elencato prima.

La bellezza di questo luogo è proprio l’atmosfera surreale che ancora oggi aleggia, un’idea di equilibrio ed armonia che raramente si prova (soprattutto in una scuola). Il Bauhaus mi fa pensare ad un’altra grande perdita subita a causa di un regime totalitario e di una guerra mondiale. Osteggiata, la scuola è infatti costretta a chiudere i battenti, mettendo così fine ad un periodo sicuramente unico nella storia recente.

Tutte queste menti geniali, se possono, se ne volano in America. Le ragazze rimaste da studentesse diventano “giovani hitleriane”, scambiando la scuola con i vestiti tradizionali e la grande ambizione di diventare madri solide per piccoli ariani. E ai maschi non va molto meglio, visto che la strada che si delinea è quella di diventare soldatini.

Addio modernità, quel che rimane è la triste architettura di regime. Così, l’Europa si è giocata qualcosa che avrebbe potuto cambiare la storia, a partire dalle prime ricostruzioni postbelliche. E forse persino noi poveri italiani, finiti nel boom della speculazione, saremmo riusciti a non deturpare meticolosamente quasi tutti i nostri bei paesaggi.


Mi sono dilungata troppo, solo adesso mi rendo conto che in pratica non vi ho raccontato molto di questo posto. Spero di avervi incuriosito, anche perché il prossimo articolo parlerà ancora di Bauhaus, lasciando da parte i miei pensieri e raccontando la realtà.

Che fine hanno fatto i grandi intellettuali che l’hanno frequentata o che vi hanno insegnato? Dove si deve andare per seguire le tracce di questa scuola? Concretamente, che cosa si studiava? …Lo scoprirete nella prossima puntata! 😉