La nuova sede del Chicago Tribune: storia di un concorso da 50.000 dollari

Chicago, 1922: un ambizioso bando di concorso invita tutti i più importanti architetti del mondo a progettare il più bell’edificio per uffici immaginabile, con tanto di cospicuo premio in denaro.

Con queste premesse, quali risultati vi immaginereste? Dato il periodo, io punterei su un trionfo del funzionalismo o mal che vada dell’Art Déco, e dovete sapere che mi sbaglierei.

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Lewis Edward Hickmott, la corte d’onore dell’esposizione Colombiana, 1894.

Infatti, come anticipato nello scorso post (ve lo siete perso? Ecco il link per rimediare: Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?), le basi del Movimento Moderno gettate dalla Scuola di Chicago presto vengono sommerse da un’ondata di nuovo eclettismo: le strutture realizzate in maniera ormai nuova, con scheletro in acciaio, vengono mascherate da decorazioni ispirate a lessici architettonici del passato europeo, come il gotico oppure il barocco.

Un esempio in questa direzione è sicuramente l’Esposizione Universale del 1893 che, pur dovendo mostrare la grandezza architettonica di Chicago, sceglie edifici pomposi e assai poco moderni.

Ma torniamo a noi e al concorso sopra citato che, per farla breve, è un bando del 1922 per la realizzazione del progetto di una nuova sede per il Chicago Tribune (al tempo il secondo giornale per importanza degli Stati Uniti), che sarebbe letteralmente dovuta essere “il più bel palazzo per uffici del mondo”. 

Una campagna pubblicitaria forte, insieme al primo premio di 50.000 $ (l’equivalente di circa 690.000 $ odierni!) garantisce a questo concorso una grandissima attrattiva ed un notevole interesse, ulteriormente enfatizzato dalla scelta di invitare direttamente alcuni tra gli architetti più prestigiosi del mondo, pagando i loro progetti 2.000 $ l’uno.


I progetti presentati

Il concorso per la nuova sede del Chicago Tribune vede circa 260 studi partecipanti da una trentina Paesi del mondo, diventando un punto importante di confronto per l’architettura contemporanea e per il suo sviluppo. Se si guardano i progetti presentati, si può riscontrare una grandissima varietà. In linea di massima, gli Europei mantengono linee più moderne rispetto agli Americani, ad eccezione ad esempio del trionfo eclettico dell’italiano Saviero Dioguardi.

Qui di seguito trovate alcuni dei progetti da scorrere, tanto per farvi un’idea di quelle che sono state alcune proposte interessanti.

Una menzione speciale per Gropius e Meyer…

Non posso che spendere qualche parola per Walter Gropius, fondatore del Bauhaus, e per il suo socio Adolf Meyer.

Le linee geometriche pure e la composizione equilibrata fanno brillare gli occhi degli appassionati di architettura di tutto il mondo, così come l’assenza di inutili esercizi di stile o di ostentata originalità. Se penso a come questo grattacielo starebbe bene a Chicago, affacciato sul Loop e sul fiume, mi dispiace proprio che non siano stati i vincitori.

…E per Adolf Loos

Quello di Adolf Loos è un progetto a dir poco assurdo, se guardato con gli occhi di oggi, ma che tuttavia merita di essere conosciuto. Questo architetto è noto per la sua vena polemica, per il senso dell’umorismo e soprattutto per la sua lotta alle decorazioni (non per niente è l’autore di un saggio intitolato “Ornamento e delitto”), quindi a prima vista la scelta di una gigantesca colonna dorica ci sembra un gran bello scherzo.

Eppure la descrizione dell’opera è effettuata in maniera seria e rigorosa e, una volta saputo della sua sconfitta, pare abbia commentato così:

“La grande colonna dorica greca verrà costruita. Se non a Chicago in un’altra città. Se non per il Chigago Tribune, per qualcun altro. Se non da me, da qualche altro architetto.”

Che dire, se non che Loos rimane una figura piuttosto misteriosa? A me piace pensare che si tratti del frutto di un ragionamento squisitamente intellettuale: l’ordine architettonico dorico può diventare un simbolo ed essere usato come sintesi concettuale, così da condurre all’interpretazione di un’idea tradizionale usata in modo nuovo nel progetto di un grattacielo.


Il progetto vincitore

Il titolo di vincitore spetta ad uno studio di architetti americani, John Mead Howells e Raymond M. Hood, che propongono un progetto non molto innovativo, consistente in un parallelepipedo decorato in stile goticheggiante e piuttosto arzigogolato soprattutto nella parte alta.

La direzione del Chicago Tribune è così contenta che inizia la costruzione di questo sofisticato palazzo nel 1923 e lo completa nel giro di due anni, realizzando quello che diventa senza ombra di dubbio un nuovo e significativo landmark cittadino.

Ancora oggi, passeggiando tra il Loop ed il Magnificent Mile, è impossibile non notarlo e non fermarsi per osservarlo incuriositi, o per lo meno questo è quello che è capitato a me (che pure non sono propriamente un’appassionata di grattacieli neogotici, ve lo posso garantire).


Per finire ho un’ultima domanda: in fondo in fondo non avreste preferito anche voi il progetto di grattacielo-colonna ideato da quell’eccentrico di Adolf Loos, che per un motivo o per l’altro ha sempre uno spazio speciale nel mio arido cuore di architetto?

Fatemi sapere, se vi va, chi avreste fatto vincere voi! 😉

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Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?

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La Chicago dei primi grattacieli.

Riuscite ad immaginare il momento in cui la modernità (sotto forma di grattacielo) ha preso piede e ha iniziato a trasformare le città?

Ancora nella seconda metà dell’Ottocento gli architetti si divertivano a progettare i grandi edifici pubblici con dettagli stilistici ispirati (o in molti casi scopiazzati) ai periodi storici precedenti. Mi riferisco ai vari teatri dell’opera, alle chiese di ispirazione goticheggiante oppure ai palazzi governativi in stile rinascimentale, tanto per fare alcuni esempi riscontrabili in molte nostre città. Improvvisamente poi questi stessi architetti una mattina si sono alzati e, guardandosi allo specchio, hanno deciso che era ora di smettere di vergognarsi dei prodigi dell’industria dell’acciaio e del progresso tecnologico, che bisognava invece utilizzare questi nuovi materiali. Così, bullone dopo bullone, è nata l’architettura contemporanea.

Sarebbe bello se la storia procedesse in maniera così semplice e lineare, non credete? Purtroppo, o per fortuna, la realtà del nostro mondo non è quasi mai come ho appena descritto: spesso è molto più sfaccettata e complessa, composta da passi in avanti e all’indietro che più che una strada sembrano formare un assurdo balletto.

Questo vale anche per l’invenzione dei grattacieli e dell’architettura dell’acciaio e del vetro in generale. Si tratta di una grande rivoluzione che, come spesso accade, avviene grazie ad una concomitanza di eventi ed al raggiungimento di una serie di traguardi minori, che proverò ad elencare di seguito.


1. L’evoluzione dell’industria
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I Magazzini Fair di Chicago in costruzione, 1891.

Come già accennato, questa è la condizione necessaria per l’evoluzione delle strutture a telaio: il progresso tecnologico che procede a braccetto con la rivoluzione industriale crea fabbriche in grado di produrre in serie ed in maniera relativamente economica tutti gli elementi in acciaio che trasformeranno l’arte edificatoria in un gioco delle costruzioni a larga scala.

Pensiamo alle travi e ai piedritti ma anche ai bulloni e ai rivetti, elementi che diventano basilari e che pochi decenni prima venivano realizzati soltanto in maniera artigianale, con tanto di fabbro che batteva il ferro.

L’utilizzo dell’acciaio è importante perché permette di progettare strutture molto più alte, ripetibili ad ogni piano e snelle rispetto a quelle in muratura portante: avete presente le case vecchie che ci sono da noi? Ecco, se misurate lo spessore delle pareti vi accorgete che per arrivare a quattro piani di altezza si avvicina ai 60 centimetri, figuriamoci se i piani diventassero dieci o dodici!

Con la muratura portante poi le aperture devono essere necessariamente limitate, soprattutto ai piani inferiori, quelli più ombrosi.


2. L’invenzione dell’ascensore elettrico

Una seconda invenzione da non trascurare è quella dell’ascensore (insieme alla diffusione dell’energia elettrica ovviamente), avvenuta negli anni Cinquanta dell’Ottocento. Rendendo comodamente fruibili anche i piani più alti, li trasforma in quelli  con maggiore valore, data la maggiore luminosità e la progressiva distanza dai rumori della strada. Inoltre, la possibilità di salire i piani meccanicamente permette di realizzarne di più senza che siano svalutati.


3. La crescita smisurata delle metropoli

Il periodo della Rivoluzione industriale è anche il primo momento in cui storicamente le città iniziano a crescere in maniera smisurata e rapida, trasformandosi in metropoli contemporanee, con tutto il fascino e gli squilibri che ne derivano.

Il alcune città degli Stati Uniti, poi, questo processo è ancora più evidente, dal momento che in pochi anni lungo le vie del commercio e del passaggio verso l’ovest da conquistare crescono degli enormi centri. Chicago è tra queste, come vi ho raccontato un po’ di tempo fa in questo post: Chicago, tra grattacieli, expo e case nella prateria: le cose che chi sogna l’America deve conoscere)

Senza dilungarmi troppo direi di passare oltre: come abbiamo appena visto, gli ingredienti ormai sono tutti pronti per essere usati, quello che manca ancora è un pretesto, una scintilla che inneschi il cambiamento.


L’incendio di Chicago del 1871

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Mappa di Chicago e dell’incendio del 1871.

Il pretesto è il grande incendio che colpisce e distrugge il centro e la zona nord della città di Chicago nel 1871.

I grandi studi di architettura della città riescono a trasformare questa catastrofe in una ghiotta opportunità: inizia infatti la gara per lo sfruttamento di porzioni di città nuovamente libere, decisamente appetibili. Il risultato? Grazie all’utilizzo dell’acciaio strutturare le costruzioni diventano sempre più alte, per ottimizzare lo spazio.

Dai pionieri dell’acciaio e del vetro nasce qualcosa di grande, la Scuola di Chicago, fondata dai più arditi architetti/ingegneri del tempo: Louis Sullivan e Dankman Adler (maestri di Frank Lloyd Wright tra le altre cose). Questa generazione arriva a definire quella che da questo momento diventerà l’architettura americana per eccellenza, espressa nei palazzi per uffici, nelle città verticali e ancora meglio nelle parole di Sullivan “La forma segue la funzione, decisamente rivoluzionaria se si pensa all’architettura eclettica che dominava l’Europa.

Lo scheletro in acciaio non spaventa più, quindi le decorazioni si riducono al minimo: sempre Sullivan descrive il grattacielo come un organismo costituito da tre parti funzionalmente distinte: un basamento, con funzione rappresentativa, un corpo centrale di uffici identici e indifferenziati e un coronamento contenente i locali tecnici.

Ed ecco a voi qui di seguito due tra gli esempi più famosi che si possono incontrare passeggiando per Chicago; soprattutto nel primo noterete come davvero il piano terreno è decorato in modo da essere rappresentativo e riconoscibile, mentre in alto domina la linearità.

Louis Sullivan, Grandi magazzini Schlesinger & Mayer (poi Carson, Pirie & Scott), 1885-1903

 


Daniel H. Burnham e John root, reliance Building, 1891-1896

Oltre all’importanza degli esterni, voglio condividere con voi anche l’attenzione che viene riposta nella progettazione degli interni dei luoghi pubblici, dotati di decorazioni che mi hanno a dir poco stregato:  si tratta di qualcosa che in Europa non esiste (anche se spesso vi si ispira), di uno stile squisitamente americano adottato in alto in una biblioteca e in basso in un centro commerciale e per uffici.

Shepley, Rutan and Coolidge, Chicago cultural Center, 1897

Frank Lloyd Wright, ristrutturazione del Rookery Building, 1905

Forse le fotografie non sono sufficienti e rendere l’idea, ma dovete sapere che la prima architettura del ferro è stata quella che mi ha fatto innamorare di Chicago, prima mia meta delle scorse vacanze.

Ancora oggi in giro per il centro si vedono grattacieli raffinati vecchi di più di cent’anni vicini ad altri modernissimi, un un disordine tutto sommato armonico. Questa città continua a crescere e a chiamare i migliori architetti per rinnovarsi, così da mantenere il suo ruolo di santuario per gli appassionati di architettura.

(Abbiate pazienza se le fotografie non sono il massimo ma sono tutte scattate da me, ad eccezione di quelle d’epoca ovviamente).

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Tornando però al nostro discorso, devo però ricordare che l’evoluzione dell’architettura contemporanea compie un passo in avanti e due indietro, quindi non dobbiamo aspettarci dall’illuminata Chicago soltanto la figura di capitale del modernismo, perché sarà anche qui che si potrà assistere ad un prepotente ritorno dell’eclettismo e dell’amore per le decorazioni, seppure applicate a strutture in acciaio.

Questo perché bisogna tenere a mente che i grattacieli non vestono sempre abiti minimalisti e geometrici: spesso si calano nei panni di immense strutture goticheggianti oppure classiche, come vedremo, se vi va, nella prossima puntata.

Allora, questa architettura americana vi appassiona? Spero che questo post vi sia piaciuto e che siate curiosi di scoprire qualcosa di assolutamente bizzarro che vi racconterò nei prossimi giorni. 😉

New York City: 5 luoghi imperdibili per un appassionato d’arte

Prima che vi avventuriate nella lettura, lasciate che vi confessi una cosa: non mi considero un’esperta di New York e nemmeno mi vanterò di esserlo, anche se ho studiato questa città sotto vari aspetti e ho trascorso lì un’intensa settimana in cui ho cercato di immergermi il più possibile nel suo spirito caratteristico ma fuggevole. Esistono realtà troppo grandi e troppo mutevoli per essere comprese al primo sguardo e questo vale secondo me per la Grande Mela: lasciandola sapevo già che non mi è davvero appartenuta, avevo l’impressione di aver captato soltanto qualcuna delle sue mille sfaccettature.

Posso però confermarvi che io sono il prototipo dell’appassionata d’arte, quindi in questo post cercherò di condividere con voi i consigli che mi sembrano più utili e di descrivervi quei luoghi che, nel momento in cui ci si ritrova a scegliere tra mille attrazioni, vanno secondo me assolutamente messi ai primi posti.


Il Guggenheim: un matrimonio tra pittura e architettura

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Da vera fan di Wright (e anche della famiglia Guggenheim) non potevo che partire da qui. Vedere dal vivo questa architettura prima dall’esterno e successivamente poterla girare liberamente è stata una vera emozione, e come se non bastasse la collezione di opere d’arte custodita al suo interno è a dir poco strepitosa.

Il Guggenheim Museum si trova all’angolo tra la 5th Avenue (la via dei musei) e l’88th strada, affacciato su Central Park. Il progetto è del 1959 ed è stato pensato come il contenitore perfetto per l’inestimabile raccolta dei quadri di Solomon Guggenheim, ricco industriale e lungimirante collezionista.

Una parte del percorso espositivo è costituita da una rampa a spirale discendente, dedicata spesso alle mostre temporanee, e illuminata dalla luce naturale che piove dall’alto e da quelli che dall’esterno sembrano dei tagli nella facciata. Esiste poi tutta un’altra porzione di edificio più tradizionale, dove l’attenzione per l’illuminazione si dimostra sempre una scelta vincente e dove si possono ammirare capolavori soprattutto del periodo delle Avanguardie.

In poche stanza si concentrano opere di una qualità altissima: Georges Braque, Paul Cézanne, Marc Chagall, Edgar Degas, Paul Gauguin, Vassily Kandinsky, Piet Mondrian, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir e Henri de Toulouse-Lautrec sono infatti solo alcuni dei grandi artisti che si possono incontrare. Con questo spero di avervi convinti!


Chelsea: il paradiso delle gallerie d’arte

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Chelsea secondo me è il classico quartiere che ci si aspetta di trovare a New York appena al di fuori dei grandi grattacieli: è estremamente fotogenico, brulica di vita mondana e ha un passato industriale che fa mostra di sé negli edifici industriali tutti ormai rifunzionalizzati a dovere. L’arte contemporanea ed il rinnovamento urbano sembrano essere il motore che porta avanti la continua trasformazione di quest’area sita nella porzione sud di Manhattan.

Passeggiare tra le sue strade (soprattutto tra l’Hudson River, la 10th Avenue, la 18th e la 28h strada) è a dir poco fantastico: può capitare di varcare la soglia di una galleria d’arte e di trovarsi di fronte opere di Warhol, Koons, Haring e Lichtenstein, come è successo a me alla Tagliatella Galleries, oppure di capitare in mezzo a futuristiche opere contemporanee d’avanguardia.

Certo, bisogna apprezzare il genere, ma in ogni caso vi assicuro che l’atmosfera che si respira è molto bella!


Whitney Musem e High Line: tra pittura, architettura e paesaggio

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Siamo di nuovo a Chelsea, lo so, ma non potevo non citare due luoghi che per me sono stati molto importanti.

Il primo è il Whitney Museum of American Art, il tempio dell’arte contemporanea statunitense. Se siete stati anche voi a New York vi sarete sicuramente accorti di come gli Americani tendano a valorizzare più la pittura europea rispetto alla loro, che lasciano spesso in posizione quasi marginale nei grandi musei. Probabilmente la vedono come un modello, ma io credo che se si è in viaggio in un certo luogo è la cultura locale che bisogna inseguire prima di tutto. Al Whitney troverete opere di Edward Hopper, di George Bellows, di Jasper Johns e di Georgia O’Keeffe, insieme a fotografie bellissime e a opere probabilmente sconosciute che susciteranno la vostra curiosità, il tutto in un contenitore d’eccezione, progettato dal nostro connazionale Renzo Piano.

Proprio di fianco al Whitney ha inizio quella che è una delle più celebri passeggiate della città, famosa soprattutto per gli amanti dell’architettura: si tratta della High Line, una ferrovia sopraelevata che correva per un bel pezzo di Manhattan, dismessa a partire dagli anni Ottanta e trasformata dal 2009 in un parco pedonale. Si tratta di un’idea geniale, di un punto di vista privilegiato per osservare la città e di un’oasi di relax dove tutto è curato nel minimo dettaglio: l’arredo urbano, la scelta delle piante e la loro disposizione.

Una delle mie cose preferite di tutta New York, credo di poterla definire imperdibile!


MoMA e MET: gli immancabili

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Ovviamente non potevo dimenticare i due templi dell’arte di New York, favolosi contenitori di opere d’arte inestimabili.

Potrei dilungarmi sia sul MoMA – Museum of Modern Art, mecca per gli amanti dell’arte contemporanea, sia sul MET – Metropolitan Museum of Arts, immenso contenitore di opere d’arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi del mondo, ma ho preferito inserire i link al loro sito ufficiale che sicuramente si saprà raccontare meglio di me. Posso soltanto aggiungere che si tratta di due luoghi assolutamente all’altezza della loro fama, commoventi e gestiti in maniera davvero ammirevole. 

Un’ultima cosa, per gli amanti dell’arte medievale: non dimenticate che il biglietto di ingresso al MET comprende anche l’accesso ad una sua speciale sezione distaccata, The Cloisters, un monastero realizzato a partire dal 1927 con parti di chiese e abbazie di tutta Europa, smontate, trasportate e rimontate all’estremità nord di Manhattan.


DUMBO: quello che succede oltre il Ponte di Brooklyn

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DUMBO (acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass) è il primo quartiere che si incontra se si decide di avventurarsi per Brooklyn. Si tratta di una zona portuale e industriale, caratterizzata un tempo dalla presenza di magazzini di stoccaggio e di manifatture. Oggi questi edifici conoscono una seconda vita fatta di arte e design, in quanto sono diventati la nuova casa di galleristi e creativi in fuga dalla troppo cara Manhattan.

Passeggiare per questo piccolo quartiere dove Street Art è un po’ dappertutto è davvero bello: la vista verso il ponte di Brooklyn è una specie di cartolina vivente che caratterizza il panorama, mentre si respira un’aria vivace nei caffè, nei negozi e nei locali.

Se il tempo accompagna, vi garantisco che non vi pentirete di questa piccola fuga dal caos di Manhattan!


In conclusione, sapete che vi dico? Soltanto a ripensarci e a cercare qualche immagine mi è venuta una grandissima voglia di tornare a New York e di riprendere le mie esplorazioni esattamente dove le ho interrotte, in modo da arrivare più in profondità.

Voi invece ci siete già stati? Condividete quelle che sono state le mie impressioni?


Nel caso invece che vi siate persi un po’ di puntate precedenti, vi ricordo che questo è solo l’ultimo di una serie di post dedicata agli Stati Uniti, l’ultima tappa di un ragionamento che ha avuto inizio da qui: Esiste una vera “arte americana”?. Se siete curiosi di saperne di più, vi auguro una buona lettura! 🙂

Frank Lloyd Wright: 5 opere per amare il più grande architetto americano

Sono assolutamente convinta che le opere di Frank Lloyd Wright abbiano il potere di incarnare perfettamente lo spirito degli Stati Uniti. In effetti racchiudono la parte migliore di questo continente sconfinato: il legame con la natura, gli affacci su panorami sconfinati e infine il caldo conforto del focolare domestico.

Se fino ad ora vi ho raccontato soprattutto dell’evoluzione della pittura americana (vi siete persi il discorso? Ecco dove inizia: Esiste una vera “arte americana”?), credo che sia anche doveroso spendere almeno un articolo per parlare dell’architettura, un ambito interessante e sicuramente importante. Quindi mi auguro che siate pronti ad immergervi in una serie di opere fondamentali per capire e apprezzare quello che Frank Lloyd Wright continua ad avere da raccontare, anche a 150 anni dalla sua nascita.


01. La Casa e Studio ad Oak Park, Chicago (1893-1898)

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Tra tutte le opere di Frank Lloyd Wright, paradossalmente la prima casa/studio che ha progettato per se stesso è tra le meno rappresentative e immediatamente identificabili.

Allora perché inserirla in questo elenco?

Principalmente mi vengono in mente due motivi. In primo luogo, questo progetto ci dice qualcosa dell’architetto prima della trasformazione nel grande maestro, quando ancora seguiva gli insegnamenti di Louis Sullivan ed in generale della Scuola di Chicago. (Per saperne di più, ecco il link ad un articolo dedicato a Chicago e allo sviluppo della sua architettura)

Ma non fraintendetemi: nonostante le influenze visibili la casa e studio di Frank Lloyd Wright non ha niente in comune con le altre coeve che si affacciano sulle stradine del signorile sobborgo di Oak Park (Chicago). I prospetti sono caratterizzati da originalità e spontaneità, mentre all’interno si vede una versione sfocata delle scelte che caratterizzeranno tutta la sua carriera.

Ad esempio il camino gioca un ruolo centrale, anche se non rappresenta ancora il cuore della casa, mentre i locali di abitazione si avvicinano ad un unico open space (punto cardine dei suoi successivi progetti), anche se ci sono ancora ampi tendaggi per dividere gli ambienti all’occorrenza.  Si può poi notare ovunque una grande attenzione nei confronti dell’illuminazione naturale o comunque diffusa, sensibilità che crea sempre una certa gradevolezza nella sue realizzazioni.

La seconda ragione per apprezzare questo edificio è la bellezza dello studio di progettazione di Wright, l’atelier di un attento professionista che a fine Ottocento era assolutamente all’avanguardia. So che da “collega” sono di parte, ma vedere uno spazio così ampio e luminoso a disposizione dei collaboratori e degli apprendisti mi ha davvero fatto un certo effetto.


02. La Robie House, Chicago (1910)

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La Casa Robie è invece l’emblema della prima celeberrima fase delle architetture di Frank Lloyd Wright, quella delle Prairie Houses, o per meglio dire case della prateria, pur essendo situate nella prima periferia della città, in quelle zone destinate a diventare sobborghi residenziali con l’avvento della rete metropolitana e ferroviaria.

Questi progetti sono caratterizzati da prospetti con un forte andamento orizzontale, chiusi dall’esterno ma curiosamente permeabili alla luce e al verde dall’interno. Gli ambienti ruotano intorno ad un grande open space (nella fotografia in basso), a sua volta sviluppato intorno ad un grande camino.

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In particolare, Casa Robie si distingue e merita di essere citata per la ricercatezza dei dettagli. È sufficiente osservare le lampade o le decorazioni delle vetrate e del soffitto per capire che ci troviamo di fronte ad una vera opera d’arte.

wright-casa-robie-chicago-muroSe volete sorridere, guardate l’ingrandimento del muro perimetrale: notate come l’andamento orizzontale sia sottolineato non soltanto dai mattoni larghi e piatti realizzati su misura ma anche dal diverso impiego della malta?

La separazione orizzontale dei corsi è enfatizzata da uno spessore notevole e da un colore bianco, mentre la divisione verticale tra un mattone e l’altro è annullata da un sottile strato di malta di colore più rosato.

Questa cura per i dettagli la dice sicuramente lunga sulla genialità di Wright, anche se  bisogna anche ricordare che questa casa all’epoca è costata quanto circa 17 case normali!


03. La Casa sulla Cascata, Mill Run (1936-1939)

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La Casa sulla Cascata mostra invece una sfaccettatura più modernista dell’architettura di Wright, che sicuramente aveva visto quello che aveva combinato in Europa gente del calibro di Mies Van Der Rohe e Le Corbusier.

La sua bellezza è sicuramente nella posizione paesaggistica, ma sarebbe errato fermarsi qui, visto che si tratta di un ardito esperimento strutturale, come vi ho già raccontato in un altro articolo; se ve lo siete persi vi invito a curiosare, anche perché non mi ripeto in questo elenco già bello corposo: In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright)


04. Kentuck Knob, Chalk Hill (1953-1956)

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Tra le case che ho avuto la fortuna di vedere la scorsa estate vi posso dire che Kentuck Knob è forse stata quella che mi ha sorpreso di più. Si tratta di un’abitazione un po’ successiva alla Casa sulla Cascata ma situata a venti minuti di macchina, appartenente alla serie delle Usonian Houses.

Se vi state chiedendo di cosa si tratti, vi posso dire che ho scoperto che le Usonian Houses sono le abitazioni americane dell’America post grande depressione. Se le Prairie Houses avevano come modello le capanne dei pionieri e gli spazi sconfinati, queste si riducono di dimensioni e fanno della funzionalità il loro cavallo di battaglia.

Il risultato è sconvolgente, dal momento che conduce a cucine modernissime, a comode sale da pranzo con penisola e allo sfruttamento dell’irraggiamento solare e delle correnti d’aria per rendere confortevoli gli ambienti.

Siamo negli anni Cinquanta e le opere di Wright sono studiate per favorire la circolazione dell’aria, il riparo dal sole d’estate e il passaggio della luce calda in inverno. Un po’ come succede da noi negli ultimi anni, non vi pare incredibile?


05. Il Guggenheim Museum, New York (1959)

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Non potevo che chiudere questa sbrigativa carrellata con il Guggenheim Museum di New York, commissionato dallo stesso Solomon Guggenheim a Frank Lloyd Wright, che a Manhattan non aveva ancora avuto l’onore di progettare niente.

Qui il concetto di architettura organica, corrente ideata dallo stesso Wright per indicare l’attenzione progettuale nei confronti del rapporto con la natura e del mantenimento di una scala “umana”, viene realizzato su larga scala.

L’edificio, che ricorda per certi versi una conchiglia, assume una forma che dipende soltanto dalla migliore fruizione delle opere al suo interno. La grande rampa, con tanto di lucernario che fa piovere la luce dall’alto, è il modo migliore per passeggiare tra le sale e soprattutto presenta dimensioni tali da far sentire il visitatore a sua agio. Nonostante l’eccentricità apparente, questo museo non sovrasta che lo guarda per la prima volta, ma al contrario lo guida passo dopo passo attraverso il percorso espositivo.

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Vi confesso che vederlo dal vivo è stato bellissimo: mi è piaciuto molto notare come ogni scelta sia ragionata e tutto sommato semplice, non come accade a certe mediocri stravaganze che oggi ci siamo troppo spesso abituati a vedere, soprattutto quando si parla di archistar.


Bene, mi sono accorta di avere scritto più di mille parole, quindi credo proprio che sia giunto il momento di fermarmi. Che dite, vi è piaciuto leggere un po’ di Frank Lloyd Wright? Sono riuscita a farvi venire voglia di approfondire questa sommaria carrellata? Mi auguro proprio di sì 😉

P.S. Spero che le fotografie vi siano piaciute, visto che sono quasi tutte opera mia (o del mio compagno di viaggio!)

Cape Cod: il luogo dove i quadri di Hopper diventano realtà

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Esiste un posto negli Stati Uniti in cui l’atmosfera e la luce hanno qualcosa di familiare: se si fa attenzione, non possono che venire in mente i quadri di Edward Hopper. (Sempre su di lui, ecco il link ad un altro articolo: Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista)

Non mi riferisco alle grandi città come New York, che cambiano aspetto troppo velocemente e sono invase da una frenesia fuori controllo, ma piuttosto a Cape Cod, la sottile penisola affacciata sull’Atlantico dove per quarant’anni, a partire dal 1930, questo artista ha trascorso il suo tempo libero insieme alla moglie Josephine. Possedevano una casa dalle parti di Truro e ancora oggi esiste il tour organizzato che prevede la visita della sua abitazione e di altri scorci dei suoi dipinti.

Vi dirò però che io ho preferito scoprire per caso i riferimenti alle opere di Hopper e soprattutto perdermi nell’atmosfera di questo particolare luogo di mare. Dopotutto, tra colori ad olio e acquerelli esistono più di cento sue opere che raccontano di Cape Cod, quindi non è stata una ricerca troppo difficile.

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Edward Hopper, Ottobre a Cape Cod.

I luoghi che più amiamo ci influenzano, è inutile negarlo.

Effettivamente, io non credo che sia solo suggestione se vi dico che secondo me esiste una sorta di connessione tra questo posto ancora oggi in parte solitario, luminoso e fosco allo stesso tempo, e la ricerca pittorica di Edward Hopper, frutto dell’introspezione e della rielaborazione del mondo esterno. Dalla contemplazione di un paesaggio derivano sicuramente la sua semplificazione e la comprensione dell’essenza, ma allo stesso tempo la sua rappresentazione è qualcosa di filtrato dalla mente dell’artista.

Potrei continuare a cercare di convincervi, ma credo sia molto meglio mostrarvi qualcosa anziché continuare con le parole, non lo pensate anche voi?


Ecco quindi una serie di quadri realizzati a Cape Cod…

…e una galleria di fotografie che io stessa ho fatto in giro per la penisola

(Purtroppo ho beccato un po’ di brutto tempo, quindi ho potuto vedere solo in poche occasioni la celeberrima luce dorata che avvolge questo lembo di terra).


Che ve ne pare? Anche secondo voi lo spirito di Edward Hopper è presente in questi luoghi? So che vi ho proposto soltanto poche foto, ma spero che vi saranno sufficienti per farvi un’idea!

Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista

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Edward Hopper, Nighthawks.

Chiedendomi quali siano le opere che meglio rispecchiano l’America della grande depressione, mi rendo conto che la mano che le ha realizzate grossomodo è una sola: ovviamente mi riferisco a quella di Edward Hopper, l’uomo che più di tutti ha saputo immortalare lo spirito di quegli anni e le difficoltà di un continente giovane che vive in questa fase gravi squilibri.

Per di più, questo artista non è soltanto un bravo ritrattista del mondo che ha di fronte. In effetti quello che secondo me lo rende grande e sempre attuale è soprattutto la sua capacità di riportare sulla tela dei tratti della natura umana, quei caratteri profondi capaci di emergere dalle scene che dipinge, a prima vista così semplici.

Nei pochi personaggi che popolano i suoi quadri l’osservatore può vedere l’irrequietezza umana, l’insoddisfazione, la solitudine ed il desiderio di altrove. E vedendole, sicuramente una parte del suo cuore si emoziona.

Ecco, per celebrare al meglio le sue qualità vorrei dedicare questa tappa del mio viaggio attraverso la pittura americana proprio a Edward Hopper, cercando di risalire alle principali ragioni che lo rendono un pittore così importante e amato. (Per chi volesse tornare alle scorse puntate, ecco i link: Esiste una vera “arte americana”?, Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River, Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth)


1. L’atmosfera delle sue opere

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Edward Hopper, Gas.

Regina di ogni quadro di Edward Hopper secondo me è sempre l’atmosfera, studiata nei minimi dettagli con grande precisione e con un taglio che oggi definiremmo cinematografico. Effettivamente non si può negare che non sia stata ripresa in molti film, ma questa è un’altra storia di cui forse un giorno parleremo, quindi per adesso non divago.

La composizione è forse il primo elemento che rende distinguibile una sua opera e che cattura lo sguardo dell’osservatore, grazie ad una serie di ingredienti che insieme fanno una magia.

Ad esempio, il numero di personaggi è sempre limitato, mentre il loro movimento sembra essere imprigionato nella pittura. La scelta del colore ricade poi spesso nella contrapposizione di tinte complementari, a cui si sommano tocchi di colore diverso che servono a indirizzare l’occhio. Le ombre e le luci giocano poi un ruolo fondamentale, animando scene altrimenti piatte: che si tratti di lampade da interni oppure di raggi di sole radente poco importa, l’effetto è sempre quello di dare vita alle architetture, ai paesaggi e alle persone.


2. L’immagine dell’America della Grande Depressione che riesce a dare

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Edward Hopper, Early sunday morning.

Ovviamente non si può trascurare il valore delle opere di Hopper come testimonianza del delicato e difficile periodo della storia che l’America vive per tutti gli anni Trenta.

Le opere di questo artista riescono a dare voce ad un malessere comune e alla mancanza di speranze e aspettative che si vive in questi momenti. Non so, riflettendoci mi viene in mente che magari l’amore che sembra che tutti provino per Hopper nelle ultime stagioni (basti pensare alla frequenza delle mostre su di lui ad esempio in Italia) sia in parte dovuto al fatto che, data la situazione politica ed economica in cui viviamo, riusciamo facilmente ad immedesimarci nei suoi soggetti.

Dopotutto è difficile avere rosee aspettative oggi esattamente come lo era allora: si viveva nell’innegabile e onnipresente mondo patinato costruito dalla prosperità dei decenni precedenti, un mondo fragile che però non era sostenibile e nemmeno al passo con la gente. Beh, non sembra anche a voi qualcosa di familiare?  [Mi fermo qui, visto che il mio intento oggi è unicamente quello di celebrare Hopper.]


3. Il silenzio

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Edward Hopper, Morning sun.

Infine, ciò che secondo me rende così importante Edward Hopper è l’introspezione delle sue opere, la capacità che hanno di raccontare la condizione umana, spesso imprigionata nel silenzio e nella difficoltà a comunicare.

Attraverso i quadri ci viene raccontata una situazione di muta introspezione, una reazione al mondo esterno ma anche l’insoddisfazione e all’infelicità che ogni tanto tutti abbiamo dentro. In relazione a questo, condivido con voi una piccola galleria da sfogliare di sue opere su questo tema.


Bene, ora però mi fermo, prima di mettermi a filosofeggiare troppo. Spero tanto che questo articolo vi sia piaciuto e che magari abbia contribuito, anche solo in minima parte, ad un’osservazione approfondita e curiosa delle opere di Edward Hopper, un artista che amo davvero molto.

Piace anche a voi? Sono curiosa di sapere la vostra opinione in merito! 🙂

Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth

Oggi torniamo a parlare di Stati Uniti, seguendo il sottile filo rosso che si dipana dalle origini della pittura americana fino all’arte contemporanea. (Vi siete persi le scorse puntate? Ecco i link: Esiste una vera “arte americana”? e Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River)

Eravamo rimasti dalle parti dell’Hudson River o vicino al Canada, smarriti nei grandi paesaggi monumentali che caratterizzano la fine dell’Ottocento in questo continente. L’idillio bucolico che celebra il territorio incontaminato e fiero del Nord America tuttavia non è destinato a durare. 

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Charles Sheeler, River Rouge plant.

A partire dall’inizio del Novecento infatti l’attenzione degli artisti si sposta verso i luoghi in cui fermentano febbrili attività, ovvero le grandi città, New York prima di tutte. Siamo infatti in anni in cui la crescita economica e lo sviluppo dell’industria sono alle stelle, quindi anche nella pittura si assiste all’urbanizzazione degli Stati Uniti e all’importanza che assumono le metropoli.

Come se non bastasse, in Europa scoppia la Prima Guerra Mondiale, evento catastrofico per noi e occasione ghiotta per il giovane continente, che vede arrivare artisti emigrati e aumentare ulteriormente le sue ricchezze e opportunità. Da tutto questo caos e dal fermento continuo nasce una corrente chiamata Modernismo americano, che proclama New York, anziché Parigi, nuovo centro dell’avanguardia artistica e che si muove in due direzioni distanti tra loro e ben definite.

Da una parte abbiamo il trionfo dell’astrattismo, sulle orme del Cubismo europeo, guidato da artisti del calibro di Stuart Davis, Man Ray e Patrick Henry Bruce.

Dall’altra invece il corso dell’arte prende una strada che si allontana molto dalla scuola del vecchio continente e che per questo mi sembra estremamente affascinante, conducendo nelle gallerie d’arte newyorkesi di Alfred Stieglitz (su di lui, ecco la biografia tratta da Wikipedia). Questo brillante fotografo di origini ebreo tedesche riesce a creare intorno a sé un entourage di artisti che si impegnano a sintetizzare la realtà sino a coglierne l’essenziale, senza mai perdere il legame con le forme organiche.

Ed è proprio a loro che dedico questo articolo, dal momento che l’esito della loro ricerca risulta davvero affascinante e, allo stesso tempo, forse poco noto dalle nostre parti.


Georgia O’Keeffe

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Georgia O’Keeffe,

Parlando di Alfred Stieglitz, è doveroso iniziare questa galleria con Georgia O’Keeffe (1887 – 1986), talentuosa pittrice destinata a diventare moglie del celebre fotografo, che la aiuterà a raggiungere la fama grazie a numerose esposizioni. (Questa è una veloce carrellata, ma per i curiosi ecco il link alla biografia di Georgia O’Keeffe, sempre grazie a Wikipedia)

Negli anni Venti diventa una delle artiste più importanti d’America, anche grazie ad una serie di opere di grande formato ispirate proprio agli edifici di New York. Ed ecco che qui ne condivido con voi una piccola parte.


Charles Demuth

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Charles Demuth, Buildings Lancaster.

Anche Charles Demuth (1883 – 1935) è un pittore membro del Gruppo Stieglitz, associabile alla corrente del precisionismo. (Anche su di lui, ecco il link alla biografia di Wikipedia)

Vi confesso che, prima di vedere alcune sue opere negli Stati Uniti, non avevo idea di chi fosse. E a volte credo che il bello sia proprio nello stupore, nella bellezza di una scoperta inaspettata.

Mi piacciono molto le sue opere, paragonabili per certi versi ad alcuni esiti del futurismo (penso ad esempio ad Antonio Sant’Elia), ma allo stesso tempo diversissimi nell’intento e nell’armonia senza tempo.

Apprezzo poi i soggetti tipicamente americani come le grandi scritte sui muri e le cisterne sopra i tetti, insieme all’utilizzo dei colori primari sempre utilizzati in maniera equilibrata.


Charles Sheeler

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Charles Sheeler, fugue.

Ultimo di questa piccola selezione, Charles Sheeler (1883-1965) non è direttamente riconducibile al circolo di Alfred Stieglitz ma gli è molto vicino negli esiti della sua ricerca. (Anche su di lui, ecco il link alla biografia di Wikipedia)

Si tratta infatti di un grande esponente della corrente pittorica del precisionismo e di un fotografo molto celebre, che ha testimoniato la crescita dell’America industriale, tanto che è persino stato assunto negli anni Venti dalla Ford per ritrarre le proprie strutture.

Che ve ne pare? A me affascina molto anche per la sua freddezza.


Allora, vi sono piaciuti questi ritratti della metropoli americana? Spero proprio di sì e spero anche che vi interesserà la prossima puntata del mio viaggio attraverso l’arte statunitense, oltre la rappresentazione oggettiva: sapreste indovinare chi sarà il grande protagonista della prossima puntata?

Nell’attesa vi allego, a titolo di indizio, una sua opera in tema di città:

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Tomas Cole e gli altri: una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River

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F. E. Church, Monte Ktaadn

Se c’è qualcosa su cui può puntare un Paese con poca storia come gli Stati Uniti del primo Ottocento, è sicuramente lo spazio vasto, selvaggio e incontaminato di cui dispone. Ed è proprio da qui che si parte per il viaggio verso l’indipendenza nel campo dell’arte, un percorso che che ha inizio poco sopra New York, nella terra che collega la città alle Cascate del Niagara. Non sono luoghi così remoti o distanti dalla civiltà, eppure in questi anni risultano ancora sconosciuti.

Sicuramente i tempi sono maturi per l’evoluzione della pittura paesaggistica, come ci racconta l’Europa nel fiore del Romanticismo: Friedrich in Germania esprime i colori e le suggestioni del Nord, mentre Turner in Inghilterra rivoluziona la pittura con le sue opere visionarie (su questo tema, ecco il link a un post che consiglio: Il mio amore per il romanticismo).

Gli Stati Uniti d’America poi sono all’inizio della loro carriera autonoma, quindi la natura, il loro punto di forza, viene in un certo senso anche utilizzata per mitizzare questa nuova terra così giovane da poter vantare poca storia.


Thomas Cole e la nascita della Hudson River School

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Thomas Cole, North mountain and Catskill Creek.

Il pioniere di questo movimento artistico è Thomas Cole (1801–1848), inglese di nascita ed emigrato dalle parti di New York City.

Prima di morire tragicamente a quarantasette anni (un altro della folta schiera degli artisti morti troppo presto), riesce a creare qualcosa di grande, imbarcandosi a ventiquattro anni su un battello, pronto ad esplorare e a risalire l’Hudson River in quella stagione autunnale che colora i paesaggi di tonalità dorate e stupende.

La serie di quadri che produce in questo viaggio è sufficiente a regalargli la fama e a costruire intorno a lui un entourage di amici e in seguito di discepoli, destinato a chiamarsi Hudson River School.

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Thomas Cole, The Connecticut River near Northampton

Questi artisti inizialmente trovano  l’ispirazione nella terra incontaminata americana, grandiosa e tranquilla, fondendo spirito d’avventura e interesse per l’esotico. Nei paesaggi la presenza umana, sempre minima, si inserisce con armonia e pace, regalando un’immagine decisamente lontana da quella che riportano i film sulla conquista del West.

Eppure l’ovest è destinato a diventare uno dei protagonisti della seconda fase della storia dell’Hudson River.


Frederic Edwin Church e gli artisti della seconda generazione

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S. R. Gifford, Morning in te Hudson, Haverstraw Bay.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento in effetti gli artisti dell’Hudson River School non si accontentano più del placido stato di New York, affiancando i pionieri nella conquista del Far West e spingendosi addirittura in Sud America.

Tra loro, Albert Bierstadt trova il successo proprio con le grandi tele dedicate ai paesaggi delle Montagne Rocciose realizzati quando, dalla fine degli anni cinquanta,  comincia a esplorare l’ovest al seguito di una spedizione governativa. Nel 1863, in California, si innamora poi della Yosemite Valley, quella che viene definito da chi la scopre un vero paradiso terrestre.

Oltre a lui, altri artisti della Hudson River School che trovate nella galleria qui sotto sono Albert Bierstadt, Thomas Moran, J. F. Kinsett, Worthington Whittredge, M. J. Heade e S. R. Giffred.

L’ultimo, ma allo stesso tempo il più noto tra i discepoli di Thomas Cole, è Frederic Edwin Church (1826–1900, di cui avevo già parlato qui: L’America selvaggia della corsa all’oro e della conquista del west: le impressioni di Frederic E. Church), artista appassionato di scienze e fenomeni naturali.

Nelle sue opere in effetti si riscontra sempre una sorta di curiosità che si unisce e va ad arricchire il gusto tardo romantico. La sua attenzione è rivolta ai vulcani, alle foreste sudamericane e, ovviamente, alla bellezza selvaggia delle cascate del Niagara.


Vorrei raccontare ancora qualcosa e mostrare altri quadri (per una volta vi posso annunciare con fierezza che sono quasi tutte fotografie scattate da me nei vari musei che ho girato negli USA), ma so che sono già stata parecchio prolissa quindi preferisco fermarmi qui. Vi piacciono queste opere? Le conoscevate già?

In ogni caso spero che la prima puntata in tema Esiste una vera “Arte americana”? vi abbia fatto venire voglia di scoprire il seguito, decisamente più vicino alle metropoli che alla natura.

Nel frattempo, se siete curiosi di approfondire, ecco il link all’interessantissima pagina che il Metropolitan Museum di New York dedica alla Hudson River School, tenendo conto che da lì ci si può collegare a molti altri saggi che non sono niente male:  http://www.metmuseum.org/toah/hd/hurs/hd_hurs.htm

Esiste una vera “arte americana”?

Dopo la prolungata pausa estiva, esordisco con questa domanda complessa ma affascinante (o almeno spero), un interrogativo che mi è rimasto in testa durante tutte le ultime tre settimane.

Sono assolutamente convinta che si possa risalire ad un momento, vago o preciso che sia, in cui la cultura americana prende una sua deriva caratteristica, facendosi timidamente forza ed arrivando finalmente a scostarsi da quelli che sono i binari dettati dalla vecchia Europa, fulcro fino alla metà del Novecento di tutta la cultura mondiale.

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Edward Hopper, la casa lungo la ferrovia.

Esistono poi luoghi dove la storia sembra impazzire, punti precisi nello spazio e nel tempo in cui gli eventi si susseguono e le menti geniali hanno il loro spazio, divorandosi tutto quello che c’è intorno. Per fare un grande esempio, avete presente Firenze nel Rinascimento, la piccola città che in qualche decennio riesce a stravolgere completamente il destino della pittura?

Ecco, io credo che anche la ricerca dell’origine dell’arte e dell’architettura americana conduca in due luoghi precisi, due città con una grandissima personalità ed un fascino innegabile.

Come forse saprete (se avete seguito il blog e il profilo Instagram), negli scorsi giorni sono riuscita a esplorare un pezzetto di Stati Uniti, e più precisamente quella porzione che forse è la più cruciale dal punto di vista storico, artistico e architettonico, senza nulla togliere a tutto il resto che ancora non ho potuto vedere.

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Grant Wood, Fall plowing.

Mi riferisco a tre settimane tra Chicago, New York e tutta l’immensità che si trova in mezzo, alla ricerca di meraviglie naturali e di tracce che mi raccontassero qualcosa in più sullo sviluppo dell’arte e dell’architettura americana.

Ho visto incredibili musei, vere e proprie città nella città, palazzi, paesaggi ispiratori e capolavori a livello mondiale. Non voglio annoiarvi raccontando tutto adesso (e a dire la verità devo ancora ragionarci un po’ sopra), ma prometto che condividerò tutto con voi e arriverò a trovare la risposta della domanda che intitola questo articolo.

Sono riuscita ad incuriosirvi? Allora non perdetevi i prossimi articoli, perché ogni tanto salterà sicuramente fuori qualche bella storia su Frank Lloyd Wright, su Edward Hopper e sulla Hudson River School, solo per fare qualche esempio.


Aggiornamento: ecco i link ai post che continuano questo viaggio alla ricerca della bellezza
  1. Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River
  2. Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth
  3. Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista
  4. Cape Cod: il luogo dove i quadri di Hopper diventano realtà
  5. Frank Lloyd Wright: 5 opere per amare il più grande architetto americano
  6. New York City: 5 luoghi imperdibili per un appassionato d’arte
  7. Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?
  8. La nuova sede del Chicago Tribune: storia di un concorso da 50.000 dollari

Aspettando New York

Aggiornamenti dall’altro lato dell’oceano.

Miei cari amici, per prima cosa vi devo dire che non mi sono dimenticata del blog, soltanto questo viaggio che sto vivendo sta assorbendo tutte le mie energie. Vi devo confessare che sono felicissima: ho pianificato per quasi un anno queste tappe e allo stesso tempo ho realizzato un po’ dei miei sogni d’infanzia (come mettere piede in Canada, anche se solo per un’ora, oppure vedere con i miei occhi i grandi laghi).

Ormai la mia dolce metà ed io siamo arrivati oltre la metà e davvero non ci possiamo lamentare, visto che persino le minacce di uragano finalmente si stanno placando.

Tra un paio di giorni raggiungeremo quella che sarà la tappa finale: New York, la leggendaria Grande Mela. Sapete che tra tutto è quello che mi preoccupa di più?

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Uno dei primi grattacieli a Chicago, progettato da Louis Sullivan, la Robie House di F. L. Wright e un qualche imprecisato punto della Pennsylvania.

Abbiamo iniziato il nostro lungo giro da Chicago e personalmente vi dirò che me ne sono un po’ innamorata, con la sua spontanea aria da dura e la natura così poco turistica, nonostante sia una specie di mecca per gli amanti dell’architettura. Abbiamo esplorato i tesori di Frank Lloyd Wright e apprezzato l’evoluzione dei grattacieli, che è proprio qui che sono nati.

Dopo la Windy City, abbiamo conosciuto i vasti spazi pianeggianti e ondulati dell’Ohio, della Pennsylvania e dello Stato di New York, scoprendo una grande tranquillità e un altro volto della mitica America.

Adesso temo che lo scontro con la vivacissima e caotica New York City possa non soddisfare a pieno le mie rosee aspettative; sono un po’ pazza vero? Una parte di me teme che Manhattan ormai abbia venduto la sua anima ai turisti e che ormai nel mio cuore non ci sia posto per tutti. In realtà credo e spero di sbagliarmi, ma nel frattempo sapete cos’è che mi consola e che rimane come punto fermo nella mia insaziabile curiosità? Vi svelo la risposta: quello che mi tranquillizza e mi fa morire dall’impazienza è più di tutto la presenza di ben 5 musei che non vedo l’ora di vedere, 5 paradisi che sono certa mi faranno commuovere.

E allora avanti tutta, senza pregiudizi o problemi inesistenti.

Voi invece come state? Spero che per tutto settembre sia un mese bellissimo 🙂

Verso nuovi orizzonti

USA-PartenzaBuongiorno a tutti miei cari, mentre state leggendo queste parole io sono finalmente partita per il mio tanto agognato viaggio di quest’estate.

Gli Stati Uniti mi hanno attirato nelle loro spire, o per meglio dire sono io che volo verso di loro in classe turistica. Con il mio innamorato ho pianificato un gran vagabondaggio nella parte orientale, alla ricerca delle origini della cultura, dell’arte e dell’architettura statunitensi. (Ormai sapete che le mie ossessioni non mi lasciano mai in pace 🙂 )

Starò via per un po’ e non so se riuscirò ad aggiornare il blog, però se siete curiosi e vi ricordate della vostra Sottile Linea d’Ombra potete sempre dare un’occhiata su Instagram o su Facebook, dove pubblicherò qualche foto.

Spero di tornare con tante storie affascinanti da raccontare, per regalare a tutti un autunno all’insegna della curiosità. Intanto, buon inizio di settembre, io me lo godrò dall’altra parte dell’Atlantico!