Ritratti di Venezia: i quadri dei grandi artisti che hanno celebrato la Serenissima

Se penso a Venezia, l’immagine che mi viene in mente è quella di una bellissima città invisibile, sospesa per magia sulla laguna, in una commistione unica tra acqua e pietra. Allo stesso tempo, mi rendo conto di come forse oggi risulti difficile cogliere la sottile atmosfera che immagino osservandola da turisti, perduti nella folla e imbottigliati tra i negozietti di souvenir.

Credo che questo sia il destino di molte delle più belle e note città, ma con Venezia abbiamo una fortuna in più: esistono numerosi grandi artisti che hanno cercato di riprodurre il suo fascino ed il suo mistero, quindi cosa aspettiamo? Facciamoci guidare da loro senza ulteriore indugio, alla scoperta della bellezza segreta e intima che non sempre si riesce a scorgere dal vivo!

Canaletto

Canaletto, 1697-1768; The Doge's Palace and Riva degli Schiavoni, Venice
Canaletto, Palazzo Ducale e la Riva degli Schiavoni, Venezia.

Non potevo che cominciare da Giovanni Antonio Canal, il vedutista che non finisce mai di incantarci nella celebrazione dei fasti della Serenissima. Scegliere alcune opere da riproporre in questo articolo è difficilissimo, perché questo artista riproduce la sua città in molteplici maniere, tutte degne di nota.

Adoro le geometrie monumentali delle sue cupole e la luce che individua sempre un confine netto tra sole e ombra, bellissimo e perfetto.

 


Joseph Mallord William Turner

Joseph_Mallord_William_Turner_Braccio superiore del Canal Grande con San Simeone Piccolo
Joseph Mallord William Turner, Braccio superiore del Canal Grande con San Simeone Piccolo.

Quella di Turner è una Venezia trasparente. Come ormai saprete io amo questo artista ed i suoi acquerelli veneziani (ne ho parlato qui, se siete curiosi: Un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner), ma qui ho voluto proporre anche qualche stupenda e dettagliata tela ad olio.

Credo che ci sia qualcosa di magico nelle sue opere e nel modo in cui l’orizzonte si fonde con il cielo in un’impercettibile susseguirsi di sfumature delicate, frammentate da vigorose pennellate.

 


Claude Monet

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Claude Monet, la chiesa di San Giorgio Maggiore al tramonto.

Anche gli impressionisti non riescono a resistere al fascino della luminosa Venezia, costituita per loro da luce e riflessi.

Claude Monet la visita e la celebra nel 1908 con una serie di opere che trovo molto interessanti e significative, dominate da una attenta scelta di colori armoniosi eppure vivaci, accostati a creare suggestivi effetti di ombra e di acqua.

 


Pierre Auguste Renoir

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Pierre Auguste Renoir, Palazzo Ducale a Venezia.

Ed ecco ora un altro impressionista affascinato da Venezia: Pierre Auguste Renoir la ritrae più volte, utilizzando le tinte che più gli sono congegnali ed il suo modo di dipingere che dà al lettore l’impressione di smarrirsi in un ricordo.

 


Paul Signac

 

Persino per il puntinista Paul Signac Venezia è una fonte di ispirazione e diventa protagonista di due quadri dominati dalla presenza delle laguna e dalle luci dell’alba e del tramonto.


John Singer Sargent

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John Singer Sargent, Lasciando la chiesa, Campo San Canciano.

Ed ecco ora l’interessante testimonianza di un americano, John Singer Sargent (per saperne di più ecco la pagina di wikipedia dedicata a lui), artista cresciuto nelle più belle città europee e sin dall’infanzia affascinato dalla bella Venezia.

Quello che apprezzo delle sue opere è il modo che ha di ritrarre anche gli angoli meno monumentali della Serenissima, in cui traspare quella che era la quotidianità, raramente raccontata da altri artisti.

 


Umberto Boccioni

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Umberto Boccioni, il Canal Grande a Venezia

Anche un giovane Umberto Boccioni, prima dell’esplosione del futurismo, ci descrive il Canal Grande a Venezia con una tela che personalmente trovo poco convenzionale e interessante nella sua composizione,


Vassily Kandinsky

 

Dovrebbero esistere quattro opere dedicate a Venezia e realizzate da Vassily Kandinsky in occasione di un suo soggiorno in questa città, ma purtroppo sono riuscita a trovarne soltanto due.

Vorrà dire che ci accontenteremo, anche perché devo dire che sono bastate ad incuriosirmi. Avete notato che belli sono i riflessi disegnati dal futuro maestro dell’astrattismo?


Oskar Kokoschka

 

 

Devo ammettere che Kokoschka non riesce a convincermi quasi mai: lo trovo spesso confusionario e più concentrato sul risultato che sul gesto creativo, però ho pensato che potesse essere un finale un po’ inaspettato. Che ve ne pare? Non si può certo dire che la sua sia una vista banale della Serenissima, vi conquista o vi lascia sbigottiti?


In conclusione, vi è piaciuta questa piccola galleria? Chi sono i vostri preferiti? Vi viene in mente qualcuno che posso avere dimenticato?

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La Tempesta di Giorgione: 500 anni di mistero in uno stupendo paesaggio

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Forse voi mi immaginate più affezionata agli artisti moderni o contemporanei, ma dovete sapere che il mio cuore batte segretamente per un pittore che spesso rimane appena un passo indietro rispetto ai grandi del passato, un uomo vissuto nella Venezia del Rinascimento. Non sto parlando del celeberrimo Tiziano Vecellio, ma piuttosto di  Giorgione, il suo misterioso maestro, difficile da capire e morto troppo giovane per permetterci di fare chiarezza.

Ovunque io mi trovi, quando so che in un museo ci sono delle sue opere le cerco sempre in maniera febbrile, come mi accade con pochissimi artisti, e devo dire che queste grandi aspettative non mi deludono mai.

Questo vale sicuramente per la Tempesta, capolavoro custodito nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Ho visto questo quadro per la prima volta quasi dieci anni fa e ancora ricordo quell’attimo, così come non riesco a dimenticare il suo fascino magnetico.

Così, per cominciare a trattare il tema “un incanto di panorama” (per chi se lo fosse perso, ecco il link per rimediare: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?) ho scelto un’opera che amo molto, anche se ci tengo a precisare che le mie ragioni non sono state (unicamente) sentimentali. Si tratta infatti di uno dei capisaldi della rappresentazione paesaggistica occidentale, in cui il mondo naturale non è più fondale ma protagonista, circondato da un alone di mistero.


La tempesta di Giorgione, 1500-1505

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Giorgione, La Tempesta.
Per prima cosa, qualche necessario cenno biografico

Giorgio di Castelfranco (1478-1510), detto Giorgione, è stato un pittore rinascimentale della scuola veneta e allo stesso tempo una delle figure più enigmatiche della storia della pittura.

La sua brutta abitudine di non firmare le opere rende piuttosto complicato anche solo capire quale sia la sua effettiva produzione, mentre allo stesso tempo il significato simbolico e iconografico delle sue tele appare spesso misterioso e incerto.

Muore intorno ai trent’anni e questo dato lo rende uno delle meteore che tanto amo, anche perché nel poco tempo che gli è stato concesso riesce a rivoluzionare la pittura veneta, aprendo le porte al tonalismo che contraddistinguerà i suoi successori ed in primo luogo Tiziano, che come ho già anticipato è stato il suo più esimio allievo, insieme a Sebastiano del Piombo.

Tutte queste informazioni che vi ho brevemente riportato contribuiscono a fare di lui una figura singolare e quasi leggendaria, apprezzata in vita e stimata e studiata ancora a cinquecento anni dalla sua morte. Per chi volesse approfondire, ecco il link alla pagina di Wikipedia dedicata a lui, nel frattempo io mi avvicino al suo capolavoro.


La Tempesta e qualcuna delle moltissime parole che ci sarebbero da spendere

Si tratta di un “semplice” dipinto a tempera e olio di noce, nemmeno troppo grande (83×73 centimetri), capace però di rivoluzionare l’approccio al paesaggio e di confondere chiunque ne cerchi un’interpretazione definitiva.

Come potete vedere, in primo piano si trovano tre figure umane: a destra una donna seminuda che allatta un neonato e a sinistra un uomo che li guarda, tenendo in mano un alto bastone. Intorno a loro sono presenti delle rovine, un fiume, delle case in lontananza immerse nella vegetazione e, infine, un lampo che squarcia il cielo.

Gli storici dell’arte si divertono da sempre ad ipotizzare un possibile significato per quest’opera, avventurandosi nella simbologia oppure raccontandosi che si tratti semplicemente di un esperimento, di figure isolate che l’artista voleva riprodurre.

Io non ho la competenza per entrare nel merito e per di più credo che a certi dilemmi sia impossibile trovare una risposta certa, specialmente dopo tutto il tempo trascorso. Quella che per me conta è la forza del paesaggio rappresentato, in cui rovine architettoniche e natura si fondono nella luce spettrale e affascinante della tempesta, simboleggiata dalla saetta che squarcia il cielo. Mi piace osservare la luce dorata delle foglie oppure la loro ombra scurissima, insieme al candore delle case contrapposte al cielo plumbeo.

Prima di Giorgione, in pochi si sono cimentati nella sfida della riproduzione del mondo naturale come rappresentazione di qualcosa di nascosto ed intimo, ed è proprio questo secondo me il grande valore della Tempesta, di questo fenomeno che incombe eppure non spaventa.


Dopo la Tempesta, il Tramonto

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Giorgione, Tramonto.

Miei cari, avrei voluto limitarmi a parlare di un’opera ma non ho resistito alla tentazione di condividere con voi anche questo secondo paesaggio di Giorgione, che secondo me mantiene un collegamento impalpabile con il primo.

Si tratta di uno scorcio selvaggio in cui sono inseriti San Giorgio a cavallo che uccide il drago sulla destra e San Rocco con il suo assistente Gottardo sulla sinistra.

In questo caso il fenomeno naturale è un tramonto sereno e dorato, unico elemento colorato in una tela quasi monocromatica. In effetti, le rocce, gli alberi e il villaggio in lontananza mantengono le tinte delle terre, mentre il cielo e lo sfondo incantano l’osservatore con la loro misteriosa vivacità.

Le differenze tra i due quadri sono molte, è vero, però non trovate anche voi alcune analogie nella composizione? Potrei andare avanti a lungo con le mie congetture, ma preferisco interrompere questo post che mi sembra già piuttosto lungo.


In un itinerario sul paesaggio, anche voi sareste partiti da qui? E soprattutto, adorate anche voi la Tempesta di Giorgione? Fatemi sapere 🙂

 

Quando un quadro diventa un gesto d’amore: come hanno celebrato le loro muse i grandi artisti?

Oggi vi voglio raccontare di come alcuni tra i più grandi pittori hanno celebrato l’amore, questo sentimento straordinario che li ha condotti verso la salvezza oppure verso la rovina, influenzando irrimediabilmente le loro vite, perché si sa, per loro natura gli artisti tendono spesso a mettere l’istinto al di sopra della ragione.

Nella produzione di molti grandi del passato più o meno recente le donne giocano spesso un ruolo fondamentale, esercitando un’influenza che va oltre a quella di un bel corpo oppure di un viso perfetto. Conoscendo le biografie dei pittori infatti alle vicende delle loro opere si mescolano quelle delle loro modelle, cortigiane o mogli rispettabili che siano, con i loro lineamenti che sembrano assorbire tutta l’attenzione.

Senza generalizzare troppo, ecco per voi cinque esempi che ho selezionato tra i più interessanti che mi sono venuti in mente.


01. Raffaello Sanzio e Margherita Luti

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Raffaello Sanzio, La Fornarina.

La prima storia a cui ho pensato è quella di Raffaello Sanzio e della misteriosissima Margherita Luti, figlia di un fornaio e dunque soprannominata Fornarina.

Di lei si sa poco, ma quello che è abbastanza certo è che sia comparsa in alcune opere dell’artista, come la Fornarina, per l’appunto, ma anche la Velata e la Madonna Sistina.

Il quadro più emblematico è sicuramente il primo che ho citato, decisamente appassionato e realistico: la ragazza è rappresentata con pennellate piene d’amore e sul braccio porta un monile su cui si può leggere la firma del suo creatore.

Da qui alla leggenda immortale il passo è breve: pare che il nostro Raffaello si fosse innamorato perdutamente di lei e che si fossero persino sposati in segreto. Le cose certe però sono due: primo, l’artista ha conservato la Fornarina nel suo studio fino all’improvvisa morte e, secondo,  Margherita Luti dal momento della sua scomparsa si è ritirata per sempre in monastero. 


02. Dante Gabriel Rossetti ed Elizabeth Siddal

Dante Gabriel Rossetti: Beata Beatrix, ca 1864-70.
Dante Gabriel Rossetti, Beata Beatrix.

Con i Preraffaelliti il dramma è sempre dietro l’angolo, e la storia di Dante Gabriel Rossetti e della sua musa non fa eccezione.

L’artista infatti si innamora perdutamente di Elizabeth Siddal, una sua modella,  l’ideale di bellezza preraffaellita: delicata, cagionevole e melanconica, per di più colta e dotata per le arti.

Dopo dieci anni di relazione e di ispirazione i due si sposano, nel 1860. Soltanto due anni dopo però Elizabeth Siddal muore a causa di un errato dosaggio di laudano (probabilmente voluto data la depressione che la attanagliava).

La morte della sua musa sconvolge Dante Gabriel Rossetti, che negli anni a venire continua ad essere ossessionato da lei e ad ispirarsi al suo ricordo in maniera ossessiva, tanto da rasentare la follia e da ricercare persino il suicidio.


03. Amedeo Modigliani e Jeanne Hèbuterne

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Amedeo Modigliani, Ritratto dei Jeanne Hèbuterne.

Anche in questo caso si parla di una storia d’amore assolutamente drammatica, capace di commuoverci con grande intensità anche ad un secolo di distanza.

Jeanne Hèbuterne è stata la musa ispiratrice di Amedeo Modigliani ed il suo grande amore, la sua salvezza e la sua maledizione. 

I due riescono a vivere insieme per tre soli anni, perché l’artista, malato di tubercolosi, muore nel 1920 a soli trentacinque anni, gettando la sua amata nello sconforto. Il giorno successivo infatti si suiciderà lanciandosi dalla finestra, pur essendo al nono mese di gravidanza.

Non vi basta questa breve sintesi sulla loro storia? Eccovi il link ad un bel post a tema: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle.


04. Egon Schiele ed Edith Harms

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Egon Schiele, Edith con un vestito a righe.

Come forse già saprete, per me Egon Schiele è sinonimo di passione ma anche di amore smisurato.

Ho un gran debole per questo ragazzo tormentato e incompreso, attratto dai lati più nascosti della natura umana. Anche lui, che finisce persino in carcere per colpa della sua pittura così esplicita, ad un certo punto trova il suo equilibrio, nelle fattezze di Edith Harms. 

Con lei l’artista arriva a conoscere un amore adulto e senza tenebre, quel sentimento quasi libresco che riesce a curare anche le anime più straziate.

Eppure la sua felicità non è destinata a durare: proprio quando il mondo si accorge di lui e sta vivendo un matrimonio felice, Egon Schiele viene ucciso dall’influenza spagnola, che pochi giorni dopo causerà anche la morte di Edith Schiele, incinta di sei mesi.

Credo che questa sia un esempio lampante di scherzi crudeli del fato e di vite segnate dalla sfortuna; ogni volta che ci penso sento il cuore che si stringe. Se invece voi volete leggere qualcos’altro su Egon Schiele, ecco il link al primo di tre post dedicati interamente a lui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (1/3).


05. Salvador Dalì e Gala

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Salvador Dalì, Leda e il cigno.

Per concludere in maniera non troppo triste, ho scelto la storia di un amore felice e duraturo, che rappresenta la salvezza e la forza.

Elena Ivanovna Diakonova, meglio conosciuta come Gala, quando ha conosciuto Salvador Dalì era ancora sposata con il poeta Paul Éluard. Tra lei ed il pittore catalano è scattato un amore che ne ha legato i destini dal 1929 sino al 1982 (anno di morte di Gala). 

Questa donna straordinaria è stata la sua maggiore fonte di ispirazione e la sua devota moglie, la modella preferita e la salvezza dalla pazzia, come Salvador Dalì stesso ha affermato.

L’idea che un amore così tradizionale abbia assorbito completamente uno degli uomini più eccentrici dello scorso secolo mi fa sempre riflettere sull’inspiegabile valore di questo sentimento, che va ben oltre le sciocche frasette che si trovano nei cioccolatini.


Senza polemizzare (proprio oggi, per giunta!), direi che è ora di concludere questo lungo post. Allora, vi sono piaciute queste storie in cui l’arte si fonde con l’amore? Qual è la musa che preferite? Sapreste dirmi se ho dimenticato qualcuno di importante per voi? Un abbraccio a tutti!

I miei buoni motivi per amare Gustave Caillebotte e la sua Parigi luminosa

Della Parigi incantata e maledetta, spietata musa ispiratrice, abbiamo già parlato in passato, ve ne ricordate?

Un esempio è sicuramente questo post: Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi), ma anche se ve lo foste perso scommetto che se vi citassi Montmartre e il Moulin Rouge vi verrebbero subito in mente alcuni artisti che tutti consideriamo i grandi protagonisti dell’epoca: Modigliani (di cui ho parlato qui: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle), il primo Picasso, Henri de Toulouse-Lautrec (di cui ho parlato qui: Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec) e prima di loro gli impressionisti.

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Gustave Caillebotte, Rue Halevy vista dal sesto piano.

Se invece vi chiedessi di pensare alle opere che riguardano principalmente gli immensi Boulevards e la vita sfavillante dei quartieri benestanti e illuminati, verrebbe subito in mente anche a voi Gustave Caillebotte (1848-1894)?

Tra tutti quelli che ho citato forse non è la figura più romantica e romanzesca, però credo che ci siano delle cose da sapere per avvicinarsi a lui e comprenderlo a fondo. Premesso questo, ho provato ad elencarle qui di seguito.


La luce bianca e i soggetti: una diversa interpretazione dell’impressionismo

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Gustave Caillebotte, i raschiatori del parquet.

Il primo motivo per amare Gustave Caillebotte secondo me è la sua originale interpretazione dell’impressionismo, che conduce spesso ad opere più dettagliate rispetto a quelle dei suoi colleghi e all’utilizzo di una tavolozza meno ricca, in cui il bianco ha un ruolo predominante. La luce per lui non si declina nei mille colori degli elementi che tocca, ma al contrario si mantiene di un candore perfetto.

Caillebotte, figlio di un imprenditore di successo e destinato a condurre una vita agiata, si differenzia in questo da molti degli artisti che si ritrovavano a Parigi in cerca di fortuna e questo aspetto emerge chiaramente nella scelta dei soggetti. Lui non ci racconta delle notti folli e degli eccessi, ma piuttosto della bellezza della città in cui vive, del progresso e della sua natura borghese.

Diciamo che a Montmartre preferisce i Boulevards Haussmanniani, e dunque assume per noi un ruolo importante di testimonianza di quello che poteva essere il mondo per chi aveva la fortuna di essere benestante o per lo meno tradizionalmente inserito nella società.


Il ruolo di mecenate e promotore

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Gustave Caillebotte, Boulevard Haussmann nella neve.

Uno degli aspetti che preferisco di Gustave Caillebotte è inoltre il suo ruolo all’interno del gruppo impressionista.

Innanzitutto la sua ricchezza personale gli permette di acquistare molte opere dei suoi colleghi ed amici, finanziandone di fatto sia il lavoro sia le successive esposizioni (dal 1879 sino alla trasferta a New York del 1885).

Cerca poi nel corso degli anni di tenere unito il gruppo impressionista, sempre diviso da gelosie e altre fonti di litigio, fino a quando, deluso, decide di abbandonare la pittura per dedicarsi alla navigazione (che praticava spesso con il fratello) e al giardinaggio nei suoi appezzamenti parigini.


La triste sorte

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Gustave Caillebotte, Autoritratto.

Come purtroppo accade un po’ troppo spesso agli artisti, anche Gustave Caillebotte è destinato a morire anzitempo: si spegne infatti nel 1894, a soli quarantasei anni.

In seguito a questo evento, è significativo scoprire quello che hanno detto di lui gli amici e colleghi del mondo dell’arte:

Ecco una persona che possiamo rimpiangere, è stato buono e generoso e, ciò che non guasta, un pittore di talento. (Camille Pissarro)

Aveva tanti doni naturali quanto buoni sentimenti e, quando l’abbiamo perso, era appena all’inizio della sua carriera. (Claude Monet)


Avete scoperto qualcosa di nuovo su Gustave Caillebotte? Spero proprio di sì e voglio concludere questo piccolo articolo con una bella galleria delle sue opere, soprattutto di quelle parigine, per celebrare al meglio questo artista forse non abbastanza noto e celebrato. Qual è la vostra preferita? Io vi confesso che subisco da sempre il fascino dei tetti 😉

Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec e le sue bellissime opere

Se nomino Parigi scommetto che vi si colorerà la mente delle Ballerine di Edgar Degas, delle luci di Montmartre e delle pennellate vigorose di Amedeo Modigliani, non è vero? Molte volte purtroppo ci si dimentica delle opere di Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) e del loro modo unico e preziosissimo di raccontare uno dei periodi storici più affascinanti dell’età contemporanea, soprattutto per quanto riguarda l’arte.

Questo artista talentuoso e sfortunato non gode della notorietà dei grandi pittori che comunemente associamo a Parigi, eppure possiede qualcosa che strega l’osservatore più attento: ci regala il valore della sua testimonianza lucida, il privilegio di poter cogliere le mille sfaccettature che hanno tutte le realtà.

Riflettendoci un po’ su, mi vengono in mente tre principali motivi che credo siano le chiavi per imparare ad apprezzarlo come merita.


01. La magia del tratto

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Come forse ormai saprete, per prima cosa a me piace parlare della tecnica, di quello che rende grande un artista a discapito del mondo in cui è immerso e delle storie che racconta.

Ecco, nel caso di Toulouse-Lautrec secondo me è quasi doveroso perdersi ad ammirare il suo tratto deciso e pulito, preciso e inclemente nei confronti del malcapitato (o soprattutto della malcapitata, date le sue preferenze) che viene ritratto. Le sue figure risultano tanto caratterizzate da avere qualcosa di caricaturale, anche se in maniera sottile, come accade soltanto alle mani più dotate e allenate.

Da appassionata di disegno, subisco totalmente il fascino di un artista che non ha bisogno di riposare la matita e che fa sembrare il ritratto un gioco facilissimo, non trovate anche voi che ci sia qualcosa di magico nei contorni e nelle campiture che realizza?


02. Uno sguardo unico sulla Belle Epoque

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Henri de Toulouse Lautrec, Al Moulin Rouge, la danza.

Le opere di Henri de Toulouse-Lautrec raccontano in maniera magistrale l’altra faccia della Belle Epoque, l’aspetto forse meno romanzato ma più autentico, sicuramente meno poetico ma più genuino.

Questo artista, nato da famiglia nobile e affetto da una malattia genetica che l’ha condannato ad un’altezza di un metro e mezzo (se vi interessa saperne di più ecco il link all’esaustiva pagina di wikipedia), è riuscito ad arrivare oltre le luci patinate dei teatri, più lontano rispetto agli altri protagonisti della scena parigina. Per lui non esistono porte chiuse, nemmeno quelle delle camere del Moulin Rouge: ama tremendamente le donne nel momento in cui dismettono gli abiti di scena e loro sembrano ricambiarlo, mantenendo con lui un rapporto speciale e profondo.

Toulouse-Lautrec arriva a dedicare nel 1896 alle ragazze di Montmartre e dei suoi bordelli una raccolta di opere chiamata Elles, un insieme di opere  che raccontano il lato più intimo della loro quotidianità.


03. La modernità

In contrapposizione alla dolce intimità di cui ho parlato, Henri de Toulouse-Lautrec realizza anche opere decisamente moderne e impietose nei confronti della realtà in cui è immerso.

Nei volti spesso i tratti somatici sono evidenziati dal bianco verdastro del trucco e dalle prime e crude illuminazioni notturne, arrivando quasi alla realizzazione di un fumetto molto sofisticato.  Diventa poi celebre per i suoi manifesti pubblicitari di grandi dimensioni, semplicissimi e coraggiosamente caratterizzati da grandi campiture monocromatiche. Siamo ben lontani dai coevi manifesti di Alfons Mucha, non trovate anche voi?

Ecco, io credo che queste tinte, insieme alla bidimensionalità che caratterizza queste opere, contribuiscano in qualche modo allo sviluppo della grafica pubblicitaria dei decenni successivi. Dopotutto stiamo parlando di forme semplici e di giochi di colori primari, due elementi che sono i punti fermi della produzione artistica europea della prima metà del Novecento.


Detto questo, mi fermo prima di diventare troppo prolissa e vi invito, se siete interessati, a  completare il quadro esplorando molte altre sue opere, visibili nella pagina di Wikimedia Commons a lui dedicata.

Sono riuscita a convincervi a dare una chance in più a questo artista sfortunato nonostante la nobile famiglia d’origine, a quest’uomo destinato a vivere in tutto e per tutto la Parigi maledetta dei bordelli e degli eccessi, fatta di piacere e sofferenza?

Non bisogna infatti dimenticare che anche lui è annoverato nella folta schiera delle menti geniali morte giovani: purtroppo si spegne infatti a 37 anni a causa della sifilide e dei danni causati dall’alcolismo.

Cartoline dalla montagna: come i migliori artisti hanno celebrato le alte vette

Cosa vi viene in mente se pensate alla montagna? Abitando ai piedi delle Alpi credo di essere di parte, però sono convinta che si tratti di un ambiente naturale unico e affascinante, mutevole, duro ed emozionante allo stesso tempo. Le alte vette evocano tante emozioni e racchiudono aspettative, e immagino che ognuno di noi risponderebbe diversamente a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre la montagna è una sfida ed un piacere per ogni pittore che la ami, così in questo post troverete una selezione di bellissimi quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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C. D. Friedrich, Nebbia sulle montagne.

Quando parlo di paesaggi, mi sembra sempre doveroso iniziare da Caspar David Friedrich, uno dei più grandi esponenti del Romanticismo e l’artista che maggiormente è stato in grado di celebrare la natura nei suoi aspetti più selvaggi e sublimi.

Le sue montagne sono quelle del Nord Europa e sembra che il ghiaccio, la nebbia e la neve siano i protagonisti, insieme alle foreste di conifere. Mi ricorda molto l’inverno e credo proprio che abbia qualcosa di speciale, non credete anche voi?

(Per i curiosi, ecco un articolo su questo tema: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Il lago di Zug.

Per Joseph Mallord William Turner, viaggiatore instancabile, le montagne hanno molte facce e sono raccontate come un ricordo e, allo stesso tempo, una suggestione.

I suoi quaderni di viaggio raccontano i paesaggi della Gran Bretagna, della Svizzera e dell’Italia, con una particolare attenzione verso gli agenti atmosferici e la forza della luce. Vanno scoperti e guardati uno alla volta, per riconoscere i diversi luoghi e immaginare quelli in cui non siamo mai stati.


Paul Cézanne

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Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Di Paul Cézanne e del suo maniacale interesse per il Monte Sainte-Victoire abbiamo già parlato (ve lo siete perso? Ecco l link: La montagna incantata di Paul Cézanne), però i colori del Mediterraneo mancavano in questa selezione.

Le sue montagne sono in assoluto le più dolci e le meno misteriose, non credete anche voi?


Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Piante di olivo in un paesaggio montagnoso.

Anche se le montagne non sono sicuramente i soggetti più ricorrenti nelle opere di Vincent Van Gogh, ho scovato questi quadri e, tanto per cambiare, mi hanno impressionata.

Come spesso accade, i suoi paesaggi diventano la chiara impressione del suo tormento interiore e del suo modo unico di vedere il mondo. I colori sono quelli delle montagne in lontananza e dei campi d’estate, mentre i cieli sembrano voler invadere il terreno sottostante.


Paul Gauguin

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Dopo aver visto luoghi vicini, ora ci spostiamo dall’altra parte del mondo, e per la precisione in Polinesia, per guardare le montagne decisamente colorate che ha dipinto Paul Gauguin.

Le palme sono molto diverse dalle conifere di Friedrich, così come l’idea di calore che ci regalano, però non si può dire che non siano ricche di fascino esotico.


Giovanni Segantini

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Giovanni Segantini, Il ritorno dal bosco.

Dopo questo piccolo viaggio oltreoceano, torniamo dalle nostre parti, per rimirare le opere del nostro Giovanni Segantini, un artista che ha saputo raccontare la realtà alpina quotidiana e allo stesso tempo renderla il fondale di affascinantissime opere simboliste. 

Entrambi i generi hanno condotto a tele bellissime, non siete d’accordo con me?


Ferdinand Hodler

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Ferdinand Hodler, Jungfrau e Schwarzmonch.

Dopo Segantini, ci spostiamo in Svizzera per vedere le opere di un altro pittore simbolista, Ferdinand Hodler, un uomo in grado di realizzare grandi tele in cui la montagna è l’unica e assoluta protagonista.

Mi piacciono i cieli gialli dei pomeriggi invernali e il blu della neve delle vette più alte, li adoro tanto perché mi ricordano i panorami che nella mia mente identificano il paesaggio della valle in cui vivo.


Vassily Kandinsky

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Vassily Kandinsky, Dunaberg.

Finalmente è arrivato anche il turno di Vassily Kandinsky, uno dei miei preferiti in assoluto.

Come per tutti i soggetti che lui riporta su tela, anche le montagne diventano per prima cosa forma e colore, dando origine a composizioni evocative e fantastiche, racconti e sogni dipinti con mano sicura.


John E. H. Macdonald

Lake O'Hara and Cathedral Mountain by the Group of Seven painter J. E. H. MacDonald
J. E. H. Macdonald, Lake O’Hara and Cathedral Mountain

Dopo la Russia di Kandinsky, ci spostiamo in Canada, per celebrare John E. H. MacDonald, uno degli artisti del Gruppo dei Sette. (Ve li siete persi? Ecco un post interamente dedicato a loro: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi)

Qui al Nord quello che riusciamo a vedere è proprio il mondo glaciale, freddo e a suo modo colorato di una terra ricca di fascino. La ricerca pittorica prende una piega diversa da quella europea, una strada che avevano aperto i romantici americani e che non perde di freschezza.


René Magritte

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René Magritte, Il dominio di Arnheim.

Dopo tutta questa carrellata, mi sono voluta concedere un finale metafisico, una montagna dipinta da René Magritte che diventa il simbolo di qualcosa di più, la custode di un segreto profondo e di un equilibrio solitario.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? Qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista

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Edward Hopper, Nighthawks.

Chiedendomi quali siano le opere che meglio rispecchiano l’America della grande depressione, mi rendo conto che la mano che le ha realizzate grossomodo è una sola: ovviamente mi riferisco a quella di Edward Hopper, l’uomo che più di tutti ha saputo immortalare lo spirito di quegli anni e le difficoltà di un continente giovane che vive in questa fase gravi squilibri.

Per di più, questo artista non è soltanto un bravo ritrattista del mondo che ha di fronte. In effetti quello che secondo me lo rende grande e sempre attuale è soprattutto la sua capacità di riportare sulla tela dei tratti della natura umana, quei caratteri profondi capaci di emergere dalle scene che dipinge, a prima vista così semplici.

Nei pochi personaggi che popolano i suoi quadri l’osservatore può vedere l’irrequietezza umana, l’insoddisfazione, la solitudine ed il desiderio di altrove. E vedendole, sicuramente una parte del suo cuore si emoziona.

Ecco, per celebrare al meglio le sue qualità vorrei dedicare questa tappa del mio viaggio attraverso la pittura americana proprio a Edward Hopper, cercando di risalire alle principali ragioni che lo rendono un pittore così importante e amato. (Per chi volesse tornare alle scorse puntate, ecco i link: Esiste una vera “arte americana”?, Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River, Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth)


1. L’atmosfera delle sue opere

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Edward Hopper, Gas.

Regina di ogni quadro di Edward Hopper secondo me è sempre l’atmosfera, studiata nei minimi dettagli con grande precisione e con un taglio che oggi definiremmo cinematografico. Effettivamente non si può negare che non sia stata ripresa in molti film, ma questa è un’altra storia di cui forse un giorno parleremo, quindi per adesso non divago.

La composizione è forse il primo elemento che rende distinguibile una sua opera e che cattura lo sguardo dell’osservatore, grazie ad una serie di ingredienti che insieme fanno una magia.

Ad esempio, il numero di personaggi è sempre limitato, mentre il loro movimento sembra essere imprigionato nella pittura. La scelta del colore ricade poi spesso nella contrapposizione di tinte complementari, a cui si sommano tocchi di colore diverso che servono a indirizzare l’occhio. Le ombre e le luci giocano poi un ruolo fondamentale, animando scene altrimenti piatte: che si tratti di lampade da interni oppure di raggi di sole radente poco importa, l’effetto è sempre quello di dare vita alle architetture, ai paesaggi e alle persone.


2. L’immagine dell’America della Grande Depressione che riesce a dare

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Edward Hopper, Early sunday morning.

Ovviamente non si può trascurare il valore delle opere di Hopper come testimonianza del delicato e difficile periodo della storia che l’America vive per tutti gli anni Trenta.

Le opere di questo artista riescono a dare voce ad un malessere comune e alla mancanza di speranze e aspettative che si vive in questi momenti. Non so, riflettendoci mi viene in mente che magari l’amore che sembra che tutti provino per Hopper nelle ultime stagioni (basti pensare alla frequenza delle mostre su di lui ad esempio in Italia) sia in parte dovuto al fatto che, data la situazione politica ed economica in cui viviamo, riusciamo facilmente ad immedesimarci nei suoi soggetti.

Dopotutto è difficile avere rosee aspettative oggi esattamente come lo era allora: si viveva nell’innegabile e onnipresente mondo patinato costruito dalla prosperità dei decenni precedenti, un mondo fragile che però non era sostenibile e nemmeno al passo con la gente. Beh, non sembra anche a voi qualcosa di familiare?  [Mi fermo qui, visto che il mio intento oggi è unicamente quello di celebrare Hopper.]


3. Il silenzio

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Edward Hopper, Morning sun.

Infine, ciò che secondo me rende così importante Edward Hopper è l’introspezione delle sue opere, la capacità che hanno di raccontare la condizione umana, spesso imprigionata nel silenzio e nella difficoltà a comunicare.

Attraverso i quadri ci viene raccontata una situazione di muta introspezione, una reazione al mondo esterno ma anche l’insoddisfazione e all’infelicità che ogni tanto tutti abbiamo dentro. In relazione a questo, condivido con voi una piccola galleria da sfogliare di sue opere su questo tema.


Bene, ora però mi fermo, prima di mettermi a filosofeggiare troppo. Spero tanto che questo articolo vi sia piaciuto e che magari abbia contribuito, anche solo in minima parte, ad un’osservazione approfondita e curiosa delle opere di Edward Hopper, un artista che amo davvero molto.

Piace anche a voi? Sono curiosa di sapere la vostra opinione in merito! 🙂

Tomas Cole e gli altri: una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River

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F. E. Church, Monte Ktaadn

Se c’è qualcosa su cui può puntare un Paese con poca storia come gli Stati Uniti del primo Ottocento, è sicuramente lo spazio vasto, selvaggio e incontaminato di cui dispone. Ed è proprio da qui che si parte per il viaggio verso l’indipendenza nel campo dell’arte, un percorso che che ha inizio poco sopra New York, nella terra che collega la città alle Cascate del Niagara. Non sono luoghi così remoti o distanti dalla civiltà, eppure in questi anni risultano ancora sconosciuti.

Sicuramente i tempi sono maturi per l’evoluzione della pittura paesaggistica, come ci racconta l’Europa nel fiore del Romanticismo: Friedrich in Germania esprime i colori e le suggestioni del Nord, mentre Turner in Inghilterra rivoluziona la pittura con le sue opere visionarie (su questo tema, ecco il link a un post che consiglio: Il mio amore per il romanticismo).

Gli Stati Uniti d’America poi sono all’inizio della loro carriera autonoma, quindi la natura, il loro punto di forza, viene in un certo senso anche utilizzata per mitizzare questa nuova terra così giovane da poter vantare poca storia.


Thomas Cole e la nascita della Hudson River School

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Thomas Cole, North mountain and Catskill Creek.

Il pioniere di questo movimento artistico è Thomas Cole (1801–1848), inglese di nascita ed emigrato dalle parti di New York City.

Prima di morire tragicamente a quarantasette anni (un altro della folta schiera degli artisti morti troppo presto), riesce a creare qualcosa di grande, imbarcandosi a ventiquattro anni su un battello, pronto ad esplorare e a risalire l’Hudson River in quella stagione autunnale che colora i paesaggi di tonalità dorate e stupende.

La serie di quadri che produce in questo viaggio è sufficiente a regalargli la fama e a costruire intorno a lui un entourage di amici e in seguito di discepoli, destinato a chiamarsi Hudson River School.

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Thomas Cole, The Connecticut River near Northampton

Questi artisti inizialmente trovano  l’ispirazione nella terra incontaminata americana, grandiosa e tranquilla, fondendo spirito d’avventura e interesse per l’esotico. Nei paesaggi la presenza umana, sempre minima, si inserisce con armonia e pace, regalando un’immagine decisamente lontana da quella che riportano i film sulla conquista del West.

Eppure l’ovest è destinato a diventare uno dei protagonisti della seconda fase della storia dell’Hudson River.


Frederic Edwin Church e gli artisti della seconda generazione

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S. R. Gifford, Morning in te Hudson, Haverstraw Bay.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento in effetti gli artisti dell’Hudson River School non si accontentano più del placido stato di New York, affiancando i pionieri nella conquista del Far West e spingendosi addirittura in Sud America.

Tra loro, Albert Bierstadt trova il successo proprio con le grandi tele dedicate ai paesaggi delle Montagne Rocciose realizzati quando, dalla fine degli anni cinquanta,  comincia a esplorare l’ovest al seguito di una spedizione governativa. Nel 1863, in California, si innamora poi della Yosemite Valley, quella che viene definito da chi la scopre un vero paradiso terrestre.

Oltre a lui, altri artisti della Hudson River School che trovate nella galleria qui sotto sono Albert Bierstadt, Thomas Moran, J. F. Kinsett, Worthington Whittredge, M. J. Heade e S. R. Giffred.

L’ultimo, ma allo stesso tempo il più noto tra i discepoli di Thomas Cole, è Frederic Edwin Church (1826–1900, di cui avevo già parlato qui: L’America selvaggia della corsa all’oro e della conquista del west: le impressioni di Frederic E. Church), artista appassionato di scienze e fenomeni naturali.

Nelle sue opere in effetti si riscontra sempre una sorta di curiosità che si unisce e va ad arricchire il gusto tardo romantico. La sua attenzione è rivolta ai vulcani, alle foreste sudamericane e, ovviamente, alla bellezza selvaggia delle cascate del Niagara.


Vorrei raccontare ancora qualcosa e mostrare altri quadri (per una volta vi posso annunciare con fierezza che sono quasi tutte fotografie scattate da me nei vari musei che ho girato negli USA), ma so che sono già stata parecchio prolissa quindi preferisco fermarmi qui. Vi piacciono queste opere? Le conoscevate già?

In ogni caso spero che la prima puntata in tema Esiste una vera “Arte americana”? vi abbia fatto venire voglia di scoprire il seguito, decisamente più vicino alle metropoli che alla natura.

Nel frattempo, se siete curiosi di approfondire, ecco il link all’interessantissima pagina che il Metropolitan Museum di New York dedica alla Hudson River School, tenendo conto che da lì ci si può collegare a molti altri saggi che non sono niente male:  http://www.metmuseum.org/toah/hd/hurs/hd_hurs.htm

Storie d’estate: come hanno elogiato il sole i grandi artisti?

Se la primavera è la stagione con i colori più saturi e variegati, l’estate è il trionfo della luce del sole, soprattutto per noi mediterranei. In realtà vi confesso che ho sempre pensato che fosse il periodo dell’anno meno interessante dal punto di vista pittorico, però in questi giorni di ricerche per il blog mi sono dovuta ricredere.

La verità è che riprodurre l’estate è una bella sfida ma anche un divertimento per ogni artista, libero di inseguire il piacere e di rappresentare quello che è più caratteristico della sua cultura. Vi invito quindi a godervi qualche bel dipinto, così posso provare a convincere anche voi. 😉


Claude Monet

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Claude Monet, Campo di papaveri in estate.

Se si parla di luce, non si può che cominciare da Claude Monet, il re del colore e dell’emozionante pittura en plein-air

La sua estate è caratterizzata dalle ombre scure e colorate che si vedono alle nostre latitudini, insieme a personaggi che passeggiano godendosi i mesi più belli dell’anno. Il cielo è azzurro e placido così come il mare, mentre i campi sono vitali e colorati.

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Claude Monet, Passeggiata sulla scogliera a Pourville.

Pierre Auguste Renoir

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Pierre Auguste Renoir, Paesaggio estivo.

Dopo Monet, ho voluto ricordare anche Renoir, un altro impressionista che fa della riproduzione della natura uno dei suoi cavalli di battaglia. Il colore dei fiori di campo ricorda molto l’estate, non lo pensate anche voi?


Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Campo di grano con cipressi

Parlando di campi di grano, il richiamo a Vincent Van Gogh è immediato. Per questo immenso artista l’estate è qualcosa che colpisce gli occhi ed il cuore, un momento dell’anno che diventa un’emozione.

Il cielo del primo dipinto ricorda i pomeriggi afosi di luglio, mentre in basso il sole divora tutto ciò che lo circonda in un caso, e nell’altro le nubi temporalesche rabbuiano il panorama, rendendolo improvvisamente fosco. (Per chi fosse interessato, ecco il link ad un bel post su Campo di grano con volo di corvi)


Paul Cézanne

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Paul Cézanne, La riviera.

Nei quadri di Paul Cézanne invece sembra quasi di percepire l’aria densa delle calde ed infinite giornate del sud della Francia. Dopotutto uno degli intenti della sua ricerca è proprio quello di riprodurre la consistenza dell’aria.

In basso, non ho resistito alla tentazione di allegare una delle versioni del Mont Sainte Victoire, parte di un ciclo che mi sta molto a cuore e di cui ho parlato in questo post.

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Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Edvard Munch

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Edvard Munch, La voce, notte d’estate

Per Edvard Munch anche questa stagione è piena di spettri.  Oltre la presenza di figure biancovestite e inquietanti, la cosa interessante è anche la sua rappresentazione dell’estate del nord Europa, in cui la notte rimane chiara e le tenebre non esistono quasi.

Non ci posso fare niente, ho un vero debole per questo artista!


Telemaco Signorini

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Telemaco Signorini, Il muro bianco.

Finalmente arriviamo in Italia e, grazie a Telemaco Signorini, abbiamo l’occasione di riconoscere quella luce che accomuna e caratterizza la nostra bellissima penisola.

Vi invito a cliccare su questi quadri e a goderveli uno per uno, perché davvero hanno dei dettagli che meritano di essere guardati con calma.


Alfons Mucha

In pieno stile Art Nouveau, l’estate diventa per Alfons Mucha il trionfo della vita dei campi. Ho scelto per voi due versioni diverse ma ugualmente belle: da una parte l’allegoria della mietitura e dall’altra il languore dei pomeriggi afosi e pigri.


Piet Mondrian

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Piet Mondrian, Notte d’estate.

Anche per Piet Mondrian, un altro nordico (per la precisione olandese), quella che solletica l’interesse è la notte estiva, carica di colori e di luci soffuse. Questi quadri ci regalano in effetti un’atmosfera fiabesca e magica, veramente lontana delle opere mediterranee.


Marc Chagall

Come sempre, Marc Chagall sceglie invece di raccontarci delle storie. L’estate non è soltanto una stagione ma piuttosto la somma di ciò che accade in questa stagione, che sia lavoro oppure piacere. Così, da una parte vediamo la mietitura sotto il sole e dall’altra la vita di mare, immersa in una luce azzurrina e fatata.


Edward Hopper

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Edward Hopper, La lunga tratta.

Per ultimo ho lasciato un artista per cui in realtà ho una grandissima stima, il portavoce dell’America della prima metà del Novecento.

Quella di Hopper è un’estate decisamente più azzurra e solitaria, atlantica molto più che mediterranea. Ricorda le ragazze vestite leggere, fresche e pronte per uscire, così come racconta la necessità di incontrarsi nelle sere estive in cui il buio porta finalmente con sé un po’ di brezza. Non vi sembra di avere vissuto almeno una delle scene che ho selezionato?


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? E qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate! 🙂

Turner e l’Italia: le nostre città nei suoi disegni

Naples: Monte St Angelo and Capri 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli, Castel dell’Ovo, sullo sfondo Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi e Capri.

Riuscite ad immaginare un viaggiatore solitario e insaziabile che per sei mesi gira l’Italia con un taccuino e una matita tra le mani, continuamente impegnato nella riproduzione di quello che ha di fronte? Ecco, in un modo decisamente più semplice (e in molti casi meno nobile), anche noi facciamo la stessa cosa quando scattiamo infinite foto in giro per il mondo.

Come vi raccontavo nello scorso post (chi se lo fosse perso può cliccare qui!), Joseph Mallord William Turner durante il suo soggiorno in Italia non si è fermato un attimo, riempiendo centinaia di pagine con i suoi disegni, oggi consultabili online a questo link.

Spesso i suoi schizzi appaiono come degli scarabocchi, un insieme di poche linee nervose e veloci che servono a fissare nella mente l’impressione di un momento. Eppure, nel momento in cui si tratta di un luogo che conosciamo, ecco che i tratti rapidi diventano precisi contorni di quella che è una chiara immagine nella nostra memoria. Non mi credete? Allora scorriamo insieme questa selezione che vi ho preparato!


Torino

Façade of S. Giovanni, the Cathedral at Turin 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, facciata del Duomo di S. Giovanni a Torino.

Ovviamente il mio spirito campanilista mi impone di iniziare dalla città che conosco meglio, dicendo come scusa che è la prima immortalata dall’artista, arrivato in Italia dal Moncenisio.

Come si può vedere, nella capitale sabauda Turner sembra essere stato affascinato in primo luogo dall’architettura, manifesto di quel barocco così poco convenzionale, una sfumatura stilistica che forse in Inghilterra era ancora poco nota. 

Non so voi, ma io ho l’idea che sia rimasto stregato in particolare dalla Cappella della Sindone (che, per chi non la conoscesse, è visibile cliccando qui, in una foto di MuseoTorino antecedente all’incendio che l’ha rovinata).


Bologna

Bologna colpisce l’osservatore per le sue torri, siano esse religiose o civili, e anche Turner non è rimasto immune al suo fascino medievale. Sullo sfondo poi è impossibile non riconoscere il landmark per eccellenza: il Santuario della Madonna di San Luca, lontano e adagiato sulle colline.


Tivoli

Tivoli 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Tivoli.

Esistono moltissimi schizzi e acquerelli che l’artista ha realizzato a Tivoli, probabilmente perché ha soggiornato poco lontano per un relativamente lungo periodo di tempo. Dovendo scegliere, ho deciso di proporvi opere che mostrano altre due interessanti tecniche utilizzate da Turner.

In primo luogo il mio adoratissimo acquarello, che gli ha permesso di immortalare non solo le linee ma anche i colori e le sfumature dell’Italia mediterranea che aveva davanti. Per seconda è molto interessante la scelta di utilizzare fogli già grigi, così da poter disegnare sia le ombre sia le luci, con lo scopo di ricreare l’atmosfera dei luoghi.


Napoli

Naples: the Castle of the Egg 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli e il Vesuvio.

Napoli si presenta come un vero trionfo di colore. Anche in questo caso ci sono molte opere tra cui scegliere, tutte meravigliose! In questo caso non è solo l’architettura a colpire l’occhio di Turner, ma piuttosto la sua integrazione con il paesaggio, come è visibile anche nell’immagine inserita all’inizio di questo articolo.


Pisa

The Duomo and Campanile, Pisa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, il duomo e la torre di Pisa.

Quello che mi diverte di Pisa è invece il grande numero di particolari che compongono lo schizzo qui in alto, come se Turner non volesse dimenticare nulla della città toscana. In effetti la mia idea è che volesse poi realizzare un quadro a partire da questi schizzi, opera mai dipinta una volta di ritorno in Inghilterra.

Quella che curiosamente è invece diventata un’illustrazione è invece la bozza della chiesa di Santa Maria della Spina, visibile in basso (e scusate per la bassa risoluzione).


Firenze

Florence from San Miniato circa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Firenze da San Miniato.

Infine, non potevo non citare Firenze. Purtroppo questo quadro, realizzato qualche anno dopo a partire dai quaderni di viaggio, è disponibile solo con una bassa risoluzione, cosa che mi spiace molto. Il capoluogo toscano sembra intrigare Turner più che per l’architettura per la sua simbiosi con l’Arno, un legame che non tutte le città hanno con i fiumi su cui si affacciano.


Detto questo, ho terminato il mio excursus per le città italiane. Vi ha incuriosito?

Se invece abitate in città che non ho nominato, potete comunque curiosare nell’archivio della Tate Gallery, visto che sono presenti moltissimi altri centri urbani che ho dovuto trascurare per mettere la parola fine a questo post che sarebbe potuto diventare potenzialmente infinito!

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Fiori che emozionano: Piet Mondrian vs Egon Schiele

Stylized flowers before decorative background, still life fbQuando pensate a quadri a tema floreale, anche a voi vengono in mente pacifiche composizioni colorate che deliziano lo sguardo? Questo è quello che succede a me, ma se si parla di Mondrian e di Schiele bisogna abbandonare ogni preconcetto.

Questi due grandissimi artisti sono la dimostrazione di come anche lo studio della realtà riesca a diventare qualcosa di soggettivo e quasi mistico, nel momento in cui chi tiene in mano il pennello possiede un animo profondo, sensibile e così forte da guidare le linee e le scelte cromatiche.


Piet Mondrian e la ricerca dell’essenziale

mondrian-crisantemo2Osservando le opere di Mondrian, ci si trova spesso davanti all’esito di una ricerca accurata e a tratti ossessiva.

Si ha quest’impressione in primo luogo quando ci si perde dietro ai suoi alberi che negli anni si trasformano in linee geometriche (su questo tema, ti consiglio un altro articolo: Gli alberi sacri di Piet Mondrian), ma anche nelle altre opere, dove però il filo che le collega è meno palese.

Persino gli schizzi che ritraggono i fiori, crisantemi in primis, sono un modo per ammirare la forza delle linee e l’intensità di questo indiscusso maestro.

Seguire le pennellate nervose è difficile ma allo stesso tempo affascinante, ci rimanda a tutti i suoi dipinti che conosciamo meglio, creando una connessione drammatica e vibrante con quella che è la sua ricerca dell’essenziale, uno studio basato sulla riproduzione continua e costante dei temi che stanno maggiormente a cuore.

Non sono meravigliosi? Stranamente, i crisantemi non compaiono mai nei maggiori dipinti di Piet Mondrian, che solitamente non lascia spazio ai fiori. In un paio di occasioni però passiflore e amarillidi diventano protagoniste, come è possibile vedere di seguito.


Egon Schiele e i fiori dell’anima

egonschiele fioriChi mi conosce sa che amo profondamente Egon Schiele. E le ragioni di questa mia adorazione sono evidenti anche in questa serie di opere a tema floreale.

Vi invito ad ingrandire le immagini per gustare il tratto drammatico e unico al mondo di questo fenomenale artista beffato dal fato crudele (su questo tema, consiglio una serie di articoli che partono da qui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (1/3)).

Quanta passione in questi fiori, e quanta immediatezza! L’apparente disordine nasconde un grande equilibrio, così come le imprecisioni se sommate portano ad un esito accurato.

Sono sempre in difficoltà quando devo commentare i suoi disegni, perché mi rendo conto che niente sarà mai come vederli dal vivo. Osservare anche il più stupido dei lavori di Egon Schiele è emozionante, quindi immaginate cosa si prova di fronte ad un capolavoro. (Voi avete già visto qualche suo disegno? Vi è capitata la stessa cosa?)

Guardate anche in questo caso un crisantemo, ci sono allo stesso tempo profonde analogie e differenze rispetto all’esempio di Piet Mondrian, non trovate?

schiele girasoli

Stylized flowers before decorative background, still life


Spero che questo excursus a tema floreale vi abbia interessato e soprattutto incuriosito, perché in fondo è proprio questo che vuol dire andare oltre la sottile linea d’ombra: scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo che valga la pena ricordare.

Vi vengono in mente altri fiori che meriterebbero di stare in questa galleria? Sono molto curiosa di sapere la vostra opinione:)

Storie di primavera: la rinascita attraverso gli occhi dei grandi artisti

Dal punto di vista cromatico la primavera è uno spettacolo continuo, non siete d’accordo con me? Nel mese di marzo gli alberi si colorano di un verde sempre più saturo, per poi lasciare lo spazio alle più incredibili fioriture nei mesi successivi, che donano alla terra un mantello vivace delle tinte dell’arcobaleno. Allo stesso tempo le giornate si fanno più lunghe e il sole più caldo e forte.

Cercare di ritrarre questa stagione è una sfida e soprattutto un piacere per ogni artista, così in questo post troverete una selezione di quadri su questo tema.


Sandro Botticelli

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Sandro Botticelli, Primavera.

Ovviamente non potevo che partire da qui. La Primavera di Botticelli, che affronta il tema dal punto di vista mitologico, è una giovane donna bellissima con un abito floreale e petali in grembo da spargere al suo passaggio. In più è impossibile non notare l’abbondanza di fiori nel prato e sulle piante, insieme alla presenza di Mercurio che scaccia via le nuvole, residuo di una stagione peggiore.


Caspar David Friedrich

Caspar David Friedrich: "Hügel und Bruchacker bei Dresden".
Caspar David Friedrich, Campagna e campi vicino a Dresda.

Caspar David Friedrich, grandissimo esponente del Romanticismo, solitamente colpisce per i suoi paesaggi solitari e selvaggi, notturni e invernali, ma in questo caso la primavera ingentilisce e scalda anche le sue pennellate generalmente ben più austere. Le sagome scheletriche degli alberi sono addolcite dalle nuove foglioline, mentre l’ombra si colora di tinte più vivaci. 


Claude Monet

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Claude Monet, Le rive del fiume Epte in primavera.
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Claude Monet, Tre alberi in primavera.

Che Claude Monet sia un mago con i colori non è sicuramente una novità, però nelle sue opere vi dirò che riesce sempre a stupirmi.

Dedicandosi al tema della primavera, riesce a riprodurre sulla tela delle sfumature incredibili e delicatissime. (Su Claude Monet e i suoi studi, ecco un altro articolo in tema: Il giardino segreto di Claude Monet)

I paesaggi si tingono di un verde acceso mentre un’atmosfera rosata riempie l’aria.

La sua grande esperienza nello studio della luce dal vivo conduce ad esiti sbalorditivi che trasformano una veduta apparentemente banale in un dipinto studiato e incisivo, in cui i blu bilanciano perfettamente i gialli e le tinte delle terre e il cielo sembra consistente e materico.

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Claude Monet, Campagna.

Pierre Auguste Renoir

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Pierre Auguste Renoir, Periferia.

Quello che rende speciali i dipinti di Renoir sulla primavera è invece l’effetto del primo sole tra le foglie. Guardando questo dipinto ad olio sembra di sentire il tepore sulla pelle e l’aria fresca che se si resta all’ombra fa ancora venire i brividi.

Questo artista arriva ad immortalare la vegetazione che rinasce e torna ad essere lussureggiante e vigorosa, celando gli edifici in secondo piano.

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Pierre Auguste Renoir, Roseto a Wargemont.

Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Albicocchi in fiore.

Anche nei lavori di Van Gogh, così come in quelli di Claude Monet, il colore è l’assoluto protagonista, insieme al tratto vigoroso, energico e drammatico.

La serie dei mandorli in fiore che vi propongo (non ho saputo escluderne nessuno!) è un insieme di incredibili capolavori, non siete d’accordo con me?

Qualunque parola in più sarebbe inutile, l’importante è osservarli e lasciarsi trasportare.

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Vincent Van Gogh, Mandorlo in fiore.
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Vincent Van Vogh, Campagna in primavera.
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Vincent Van Gogh, Mandorli in fiore.

Piet Mondrian

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Piet Mondriaan, Fattoria vicino a Duivendrecht.

Piet Mondrian ci regala invece una primavera quasi tetra, perfettamente nel suo stile (prima delle righe geometriche, intendo 😉 ). Questo angolo di mondo lontano dal Mediterraneo si sveglia più lentamente rispetto alla Francia e all’Italia, così mentre le luci sono già primaverili gli alberi sono ancora bruni e scheletrici.

Allo stesso tempo però l’erbetta dei prati è già vivace e coloratissima, tradendo la stagione che avanza e sbeffeggiando tutta l’oscurità ostentata.

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Piet Mondrian, Sole di primavera.

Alfons Mucha

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Alfons Mucha, Allegoria dell’inverno.

In pieno stile Art Nouveau, per Alfons Mucha la primavera ricorda per certi versi quella di Botticelli da da cui siamo partiti.

La stagione è simboleggiata da una ragazza bellissima che regge dei fiori.

Le tonalità dominanti sono quella del verde chiaro, del rosa e del rosso, non a caso i colori che meglio rappresentano le sfumature di questo periodo dell’anno.

Fa parte di un ciclo di allegorie delle quattro stagioni. Ne esistono anche delle altre versioni, come quella che si può vedere su Wikimedia Commons, cliccando qui.

(Perdonate la qualità scarsetta dell’immagine: non ne ho trovate di migliori ma ci tenevo comunque ad inserirla).

 


Egon Schiele

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Egon Schiele, Campo in fiore.

Sicuramente questo quadro non è uno dei primi a cui si pensa quando ci si riferisce a Egon Schiele. I fiori effettivamente non sono tra i suoi soggetti più presenti, anche se in realtà esistono numerosi dipinti e disegni che ritraggono girasoli, crisantemi o iris, per fare degli esempi che mi vengono in mente. (Se invece volete leggere altro su questo straordinario artista, ecco il link al primo di una serie di tre articoli dedicati a lui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi)

La sua non è una primavera ricca di riferimenti simbolici e di speranza, ma piuttosto l’esito di un’analisi del mondo che ci circonda, la riproduzione accurata di alcuni particolari della natura.

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Egon Schiele, Fucsia.

René Magritte

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René Magritte, Primavera.

Ultimo di questa galleria, Magritte ci mostra come sia possibile giocare anche con la primavera, trasformandola in un’illusione sofisticata e surreale. Non so voi, a me i suoi quadri fanno impazzire! (E se ne volete vedere altri, vi consiglio questo articolo: Esplorando le illusioni di René Magritte)


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? E qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate! 🙂

Giorgio de Chirico e la sua incredibile maniera di dipingere l’Italia

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Giorgio De Chirico, L’enigma dell’arrivo

Avete presente i centri storici delle nostre città, piccoli o grandi che siano? Ricordate quei momenti la mattina presto oppure prima del tramonto in cui sembrano assopite e più eterne che mai? Ecco, è in questi momenti che a me viene in mente la pittura metafisica di Giogio de Chirico. Sarà che Torino, metropoli geometrica, ordinata e irreale, si presta particolarmente bene al paragone con tutti i suoi portici e gli edifici modulari, avete presente?

Qualche tempo fa ho iniziato a parlare di pittura metafisica (te lo sei perso? Ecco il link all’articolo: Un amore metafisico), così oggi ho voglia di portare finalmente avanti il mio discorso.

Raccontare di Italia e di metafisica per me equivale a raccontare di Giorgio de Chirico, non solo perché si tratta del fondatore di questo movimento, ma soprattutto per il fatto che in molte delle sue opere si dedica alla riproduzione delle nostre città, raccontate ovviamente utilizzando quel linguaggio enigmatico e misterioso che ci affascina tanto.

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Giorgio de Chirico, Meditazione autunnale.

In effetti chiunque di fronte a un quadro di questo genere probabilmente si emoziona, percependo un senso di incanto e disincanto (perdonate il gioco di parole), rimanendo in dubbio su quello che vede. Quello che risulta più complicato è capire da cosa siano originate queste sensazioni, da cosa derivino quella ricercatezza e quella raffinatezza che sembrano irraggiungibili se ci si limita a guardare soltanto le pennellate scarne e le grandi campiture semplici e quasi banali (se viste nell’ottica di quello che nei primi anni del Novecento succede alla pittura).

Ecco, nel momento in cui ci si chiede l’origine dell’aura metafisica si comprende già che questo movimento è molto intellettuale e studiato, dietro la semplicità apparente.

Per capire i richiami all’Italia, i significati nascosti e le composizioni occorre rispolverare la tradizione pittorica del nostro Paese e insieme perdersi dietro i deliri filosofici di gente del calibro di Friedrich Nietzsche, capaci di mettere il dubbio il senso stesso della vita.


Le piazze d’Italia

Piazza d'Italia-de chirico
Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia.

Esiste effettivamente un tema ricorrente nelle opere di De Chirico, quello della piazza d’Italia. Si tratta di quel luogo metafisico in cui le prospettive rinascimentali convivono con  l’atmosfera del presente e con statue classicheggianti e abbandonate, ormai quasi dimenticate.

De Chirico Le Muse inquietanti
Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti. (con Ferrara nello sfondo)

Così, di fronte a noi si aprono scenari che partono da luoghi realmente esistenti, come Ferrara in primis ma anche Roma o Firenze, destinati a diventare qualcosa di più. C’è un’atmosfera di sogno e disincanto allo stesso tempo, l’esito di una ricerca intellettuale che utilizza le regole geometriche, compositive e prospettiche della tradizione italiana a proprio vantaggio.

In questo modo l’orizzonte pare infinitamente lontano, vuoto e desolante, mentre le statue perdono la loro umanità e i luoghi rimangono ostinatamente inanimati.

Allora guardiamo questi quadri più attentamente, alla ricerca di due persone che parlano tra loro o di una bandiera mossa dal vento, soltanto per assicurarci di non essere prigionieri in un eterno immobilismo.

(E in questo senso non mi riferisco soltanto alle piazze d’Italia dei quadri di Giorgio de Chirico.)


In conclusione, vi voglio ancora dire che non dobbiamo limitarci ad osservare la tristezza nelle opere di De Chirico, ma piuttosto ricordare il fatto che sono lo specchio del periodo storico in cui l’artista ha vissuto. Dopotutto erano gli anni del Fascismo, della prima e della seconda guerra mondiale, quindi niente di troppo allegro o stimolante. Anche il mondo della cultura risenta di un panorama fatto soltanto di propaganda e restrizioni alla libertà personale.

Credo che il mondo rarefatto e senza tempo di questi panorami sia una sorta di rifugio ed insieme un modo sottile di polemizzare con un sistema politico che della rigidezza ha fatto il suo baluardo. De Chirico vuole ricordare l’Italia di cui andare fieri e arrivare ad un punto di rottura, in un’armonia che, come dicevo, crea una somma di incanto e disincanto.

De Chirico 06 Piazza dItalia 1948-1972 cm.395X50
Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia.
G.De Chirico, La torre rossa (La Tour Rouge), 1913
Giorgio de Chirico, La Torre rossa.

Fortunato chi trova un Caravaggio in soffitta

caravaggio-giuditta-oloferne-ritrovato-tolosa2

Ci credete? Da qualche parte per Tolosa c’è una perdita d’acqua in un sottotetto e quello che salta fuori è un (presunto) Caravaggio nascosto in un’intercapedine della soffitta!

I fatti sono del 2014, ma è solo ieri che il dipinto, una seconda versione di Giuditta e Oloferne, è stato presentato ufficialmente, con tanto di critici che ne hanno sostenuto l’autenticità e stimato il valore a circa 120 milioni di euro. Ora gli studiosi hanno un limite di circa trenta mesi per studiarlo in maniera più accurata, dopodiché sarà possibile venderlo. E tra gli interessati spicca già il museo del Louvre, cosa che personalmente gradisco molto: meglio un’istituzione culturale che possiede altri tre dipinti di Michelangelo Merisi che qualche odioso riccone che lo vuole solo per il prestigio.


In ogni caso non sono qui per parlarvi dei fatti, che si possono leggere un po’ ovunque sul web, ma per confessare che questa scoperta mi ha molto emozionato, così tanto da interrompere questo periodo di silenzio stampa causato dai troppi impegni.

Non saprei spiegare il motivo, ma è da ieri mattina che se penso a questo nuovo quadro mi vengono i brividi. Ovviamente la prima ragione è che sono un grandissima ammiratrice di Caravaggio, come forse alcuni di voi sapranno già. La seconda causa credo sia la curiosità.

Sono stata curiosa per tutto il giorno di vedere le immagini da vicino, sono curiosa della storia del ritrovamento e vorrei essere in grado di capire se è autentico oppure si tratta di una burla. Le opinioni degli studiosi e dei meno studiosi si sono scatenate in questi giorni, così anche io mi sento autorizzata a dire la mia, un punto di vista che forse più che tutto si basa sull’istinto.

Per prima cosa, i fatti. L’esistenza di questa tela finora sconosciuta è in un certo senso provata dalla presenza di un dipinto di un suo emulatore, un tale Louis Finson, che nei primi anni del Seicento si dilettava a copiare Caravaggio ed era stato in Italia. Se si comparano i due lavori, è facile immaginare come l’opera ritrovata sia stata di ispirazione per la seconda.

Un ulteriore confronto deve essere fatto con l’altra Giuditta di Caravaggio, un capolavoro che probabilmente tutti avrete in mente ma che in ogni caso riporto qui in basso.

Caravaggio_-_Giuditta_che_taglia_la_testa_a_Oloferne_(1598-1599).jpg
Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne.

Che cosa vi colpisce? Per prima cosa io noto le somiglianze, il drappeggio in alto, l’orecchino di Giuditta e la scelta dei personaggi.

Eppure quelle che saltano maggiormente agli occhi sono le differenze. Mi sembra di vedere le stesse diversità che ci sono nelle due versioni della Cena in Emmaus (che più o meno corrisponderebbero cronologicamente alle due Giuditte), dove si ha la prova di come pochi anni possano avere cambiato la pittura.

Caravaggio_-_Cena_in_Emmaus.jpg
Michelangelo Merisi da Caravaggio, le due versioni de “La cena in Emmaus”.

In entrambi i casi abbiamo una seconda opera più minimalista, essenziale, cupa e riflessiva della prima. Vengono abbandonate le luci forti in favore di una penombra, così come i personaggi non sono più attori ma veri e propri uomini con un’interiorità più profonda.

Purtroppocaravaggio-giuditta-oloferne-ritrovato-tolosa3 non ho le competenze per esprimere un’opinione scientifica a proposito dell’autenticità di questa scoperta, ma quello che posso dire è che l’atmosfera magica di della scena rende il dipinto opera di un grande artista.

Forse è stato Caravaggio o forse un suo emulatore molto in gamba, ma io nel volto di Giuditta vedo ancora i tratti della modella preferita di Michelangelo Merisi, una bellezza ormai appesantita da qualche anno in più, dalla solennità del momento e forse da qualche altro particolare più personale che non sapremo mai. Ed è proprio questo ritratto che mi commuove e soprattutto mi convince, nonostante l’apparente singolarità.
Ci vuole coraggio a rendere in questa forma l’eroina biblica, trasformata da una giovane regina vittoriosa a una pensosa donna matura vestita a lutto, e devo dire che il coraggio a Caravaggio non credo sia mai mancato. Basta in questo senso vedere la sua versione de La Morte della Vergine, al tempo considerata scandolosa perché ispirata da un vero cadavere affogato che l’artista aveva visto!


Detto questo, preferisco fermarmi per non esagerare nelle congetture, lasciando spazio anche a qualcun altro. Sono curiosa di sapere cosa ne pensate voi! 

In basso allego anche il link all’articolo di Le Monde relativo a questa scoperta, che per me è stata la lettura più approfondita sull’argomento, insieme a un video che permette di scorgere qualche dettaglio in più!

http://www.lemonde.fr/arts/article/2016/04/12/un-caravage-a-t-il-ete-decouvert-dans-un-grenier-en-france_4900222_1655012.html

Rivoluzioni nell’arte

Anche voi, come me, siete convinti che l’arte progredisca attraverso continue rivoluzioni?

Per celebrare il suo primo compleanno, la rivista online Are you art? ha deciso di affrontare questo tema e ognuno dei blogger della redazione ha partecipato affrontando l’argomento dal suo punto di vista.

Non vi incuriosisce il risultato? Vi posso dire che si parla di moltissime cose, tra cui amore e passione tra artisti, Artemisia Gentileschi, Street Art, Futurismo e scultura. Visto che anche la Sottile Linea d’Ombra dà il suo contributo, troverete anche un articolo sull’architettura, dedicato alle rivoluzioni del Novecento.

Direi che adesso smetto di parlare e lascio che Are you Art? si racconti da solo. Buona lettura!