Le opere figurative di Piet Mondrian: la geometria invade i paesaggi

Scommetto che, nel momento in cui viene nominato Piet Mondrian, a quasi tutti vengono in mente le righe geometriche che compongono le sue tele più famose, non è vero?

Dopotutto è giusto che sia così, dal momento che quello è l’esito della sua lunghissima e ossessiva ricerca, ma credo che questa non sia una giustificazione per trascurare quello che è venuto prima. Come in tutte le cose, non conta unicamente la meta ma anche il viaggio, il percorso tortuoso e imperfetto che in questo caso ha condotto un grande artista a superare la famigerata linea d’ombra che separa ciò che si sa dall’ignoto e dalla rivoluzione.

I paesaggi di Piet Mondrian

Da brava amante dei paesaggi e della geometria, ho sempre avuto un debole per le opere figurative di questo grande artista, tanto da andare apposta fino al Gemente Museum dell’Aja per poi scoprire che erano esposti quattro quadri in croce. Una bella delusione, ma questa è un’altra storia (che ben ricorderà il mio povero innamorato).

Oggi ho raccolto per voi alcuni bellissimi paesaggi di Mondrian trovati setacciando il web, perchè credo che possano essere davvero belli da vedere, in special modo tutti insieme.

 

Allora, che ve ne pare? Anche voi vi siete smarriti all’interno di questi paesaggi, dove i rami degli alberi seguono un andamento preciso e le dune compongono una assennata geometria?

Osservandoli bene nell’insieme, mi pare di cogliere i presupposti di quella che è stata la sua ricerca, di intravedere il processo che ha trasformato gli elementi naturali in figure geometriche. Trovo interessante notare come le linee si facciano via via più precise e schematiche, mentre i colori invece si fanno sempre più essenziali e saturi, abbandonando ogni pretesa di realismo in favore della sperimentazione sui colori primari.

Con questa selezione di opere figurative non voglio infatti sminuire quelli che sono i suoi quadri più famosi, ma piuttosto contestualizzare l’esito della ricerca dell’essenziale di Piet Mondrian, di cui ho già parlato più diffusamente in questo post, se siete curiosi: Perché Piet Mondrian è finito a dipingere righe?


Per il resto, non voglio aggiungere altre parole superflue, dal momento che credo che queste opere si commentino da sole. Piacciono anche a voi quanto a me? Sono curiosa di saperlo! 😉

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Dagli alberi all’astrattismo, collage di quadri di Mondrian, raccontati e riprodotti in questo articolo: Gli alberi sacri di Piet Mondrian.
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La Casa vicino alla ferrovia di Edward Hopper: perché ci affascina questo paesaggio inanimato?

Dopo le rivoluzioni dell’astrattismo e del cubismo, come riusciamo a considerare interessante ed innovativo un quadro figurativo, tecnicamente tradizionalissimo, come La casa vicino alla ferrovia di Edward Hopper?

Come ormai saprete, mi piace pormi domande e cercare di trovare una risposta così oggi,  per il ciclo Un incanto di panorama, ci allontaniamo da Kandinsky (che ci ha deliziato nello scorso post) e ci dedichiamo a uno degli incontrastati maestri dell’arte americana. In particolare, ho scelto quest’opera perché la adoro e soprattutto perché la trovo significativa e rappresentativa delle idee che cercherò di esprimere. Ma direi di partire con ordine.


Edward Hopper, La casa vicino alla ferrovia, 1925

House by the Railroad, by Edward Hopper
Edward Hopper, Casa vicino alla ferrovia.
Chi è Edward Hopper (1882-1967)?

Edward Hopper nasce a Nyack, una cittadina sul fiume Hudson (sempre qui si torna, o si parte, parlando d’arte americana!), dopo qualche anno frequenta la New York School of Art e successivamente inizia a lavorare come illustratore pubblicitario. Tra il 1906 e il 1907 viaggia per la prima volta alla scoperta dell’Europa, conoscendo Parigi, Londra, Berlino e Bruxelles.

Inizia ad esporre a New York e nel 1918 è tra i primi a far parte del Whitney Studio Club, un vitalissimo ritrovo per gli artisti indipendenti.

Inizia ad ottenere un successo notevole con mostre nel 1923 e nel 1924, confermandosi uno dei punti di riferimento per il realismo americano.  Nel 1933 il MoMA (Museum of Modern Art di New York) dedica a lui una prima retrospettiva, seguita da una seconda nel 1950 presso il Whitney Museum, focalizzato sull’arte statunitense.

Negli anni Cinquanta partecipa alla rivista Reality, a sostegno dell’arte figurativa, in contrapposizione all’informale, sempre più diffuso.


Come mai la casa vicino alla ferrovia è un’opera che ci incanta e che sembra avere un’anima?

Credo che questa domanda si possa ripetere per molti dei quadri di Hopper: osserviamo i suoi paesaggi e le figure silenziose e ci chiediamo cosa li rende così speciali, così affascinanti nella loro semplicità.

In questo caso, vediamo un villino con finestre eclettiche, tetto a mansarda in stile francese e portico davanti all’ingresso, delineato perfettamente dalla studiata contrapposizione tra le luci e le ombre. Non troviamo abitanti e nemmeno la porta d’ingresso, mentre la linea dei binari, che compone un inusuale primo piano, ci separa da questo edificio. I colori sono quelli primari: il giallo dei raggi di sole contrapposto all’azzurro del cielo e delle ombre, spezzati dal magistrale rosso acceso dei comignoli e da quello, più sporco, della linea ferroviaria.

Semplice ed equilibrato, minimale eppure d’impatto. Ecco, questo è il segreto del ritorno al figurativo che investe il mondo tra le due guerre mondiali.

Siamo nel 1925 e Edward Hopper in qualche modo ci ricorda la pittura metafisica, anche se è meno cerebrale e più diretto, quasi cinematografico: infatti emoziona molto lo spettatore, mentre artisti come De Chirico e i suoi colleghi piuttosto fanno riflettere e ragionare con i loro rimandi al passato.

Di fatto La casa vicino alla ferrovia è un quadro puramente figurativo, eppure ci trasporta ad un livello superiore di interpretazione, percepibile ma difficile da definire. Dopotutto la modernità non equivale unicamente a spingersi sempre più lontano o a forzare la sperimentazione; ci sono momenti in cui si compiono arditi passi in avanti e periodi in cui ci si torna a confrontare con il passato e con quello che già si conosce, interpretandolo con occhio contemporaneo.

È così da sempre e nemmeno il nostro turbinoso Novecento cambia le carte in tavola, così non è inusuale incontrare un ritorno al figurativo in questa fase, dopo l’esplosione di movimenti come il cubismo e l’astrattismo.

Eppure, quanto sono diversi i paesaggi di Hopper da quelli di Church (per rimanere nello stesso contesto) o quelli di De Chirico rispetto a Segantini?

Non siamo più nell’Ottocento, le illusioni romantiche e del positivismo ormai si sono infrante, per colpa della guerra, delle città industriali che mostrano una triste umanità e delle crisi economiche e politiche che si stanno delineando. Gli squilibri sono forti e gli artisti si chiudono inevitabilmente in se stessi, descrivendo un’interiorità caratterizzata dalla disillusione.

Di seguito riporto le parole dello stesso Edward Hopper, che descrivono quanto sto cercando di dire anche io:

Il mio scopo in pittura è sempre, usando la natura come mezzo, cercare di fissare sulla tela le mie reazioni più intime di fronte al soggetto, così come mi appare quando lo amo di più; quando il mio interesse e il mio modo di vedere riescono a dare unità alle cose. Perché scelgo alcuni soggetti piuttosto che altri, non lo so precisamente, a meno che non sia che… Io creda che possano essere il migliore mezzo per la mia esperienza interiore.

Edward Hopper, Lettera a C. H. Sawyer, 1939


Che dire, se non che le parole degli artisti sono sempre un bel modo per arrivare a comprenderli?

Mi sono dilungata abbastanza, così ora chiudo questo post con un paio di altri articoli su questo artista, nel caso non vi siate ancora stufati:

 

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La Piazza Rossa di Vassily Kandinsky: il paesaggio che diventa astratto

Come si può riuscire, secondo voi, a trasformare in un capolavoro lo scorcio di una città?

Quando cammino per le strade dei posti che mi appartengono mi capita spesso di essere colpita da determinati angoli (che magari agli altri non dicono molto) e di provare un innato desiderio di immortalarli in qualche modo, che sia una fotografia oppure un disegno.

Nel mio piccolo, mi piace pensare che ad animare le pennellate del giovane Vassily Kandinsky fosse un istinto simile, seppure tradotto in inestimabili capolavori. La sua insaziabile ricerca nel tema del paesaggio lo accompagna sin dai tempi dell’università e si evolve fino a trasformarlo in un grande maestro e ad arrivare al puro astrattismo.

Proprio per questa ragione, ho deciso di riprendere con lui una sorta di rubrica abbandonata da troppo tempo: Un incanto di panorama, perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?, ve la ricordate?

Spero di sì, e se vi ricordate bene l’ultima volta abbiamo parlato di Van Gogh (La notte stellata di Van Gogh: perché tutti consideriamo speciale questo artista e i suoi paesaggi?, per chi se lo fosse perso), così oggi ho deciso di tuffarmi oltre la linea d’ombra, nel meraviglioso mondo delle Avanguardie.


Mosca II – La Piazza Rossa di Vassily Kandinsky, 1916

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Vassily Kandinsky, Mosca – La piazza Rossa (1916)
CHI È Vassily Kandinsky (1866-1944)?

Per prima cosa, credo sia come sempre il caso di perdere qualche minuto indagare sulla biografia dell’indiscusso maestro russo dell’astrattismo.

Nasce a Mosca e nella sua infanzia vive tra Monaco di Baviera e Odessa, dove prende le prime lezioni di disegno, dopo essersi innamorato di Venezia in un viaggio. Studia legge all’università di Mosca e nel 1896 rifiuta il ruolo di professore universitario a Dorpat per dedicarsi allo studio dell’arte a Monaco, dove il suo insegnante è Franz von Stuck.

Trascorre questi anni immerso nel fervore creativo ed intellettuale e nel 1912 fonda insieme a Franz Marc il Cavaliere Azzurro, la cui prima esposizione ha luogo nel 1912: è in questo stesso periodo che si compie il salto verso l’astrattismo. Fino al 1921, la sua vita è tra Mosca e molte altre nazioni europee, come Germania, Svizzera, Svezia e Finlandia. Nel 1917 sposa Nina Andreevsky, figlia di un generale e nello stesso anno nasce il figlio Volodia, che morirà nel 1920.

Walter Gropius lo chiama ad insegnare al Bauhaus e Vassily Kandinsky resterà nella scuola, tra Weimar, Dessau e Berlino, fino al 1933, quando l’avvento del nazismo metterà al bando l’arte libera e “degenerata”. Questi anni sono però fondamentali: l’esperienza dell’insegnamento si rivela molto importante per lui e l’amicizia con Paul Klee è uno stimolo anche per la sua ricerca. (Sul Bauhaus, ecco un approfondimento per i curiosi: Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità)

Abbandonata la Germania, si trasferisce a Neuilly-sur-Seine, un sobborgo di Parigi, dove trascorre gli ultimi anni di vita.


Cosa esprime Mosca I – La Piazza Rossa?

Per capire questo quadro, credo che la prima e più importante cosa da fare sia fermarsi ad osservarlo, a cercare id individuare i riferimenti figurativi e ad immaginare quale sia la storia che lo ha ispirato. Per questo, ho ritagliato due dei miei particolari preferiti dell’opera: i personaggi che osservano e, sotto, le cupole nel vorticare degli uccelli e nella luce decisa.

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L’atmosfera di questa Mosca è fiabesca ma tangibile, come secondo me si percepisce ad un primo contatto con questo capolavoro. Del rapporto di Kandinsky con la capitale russa è possibile scoprire di più attraverso i suoi stessi scritti, quindi ecco per voi un primo esempio:

“Mia madre era nata a Mosca e incarnava tutte le caratteristiche di questa città: una bellezza seria e severa, una semplicità di razza, un’energia naturale, una sensibilità forte e personale, una calma solenne e maestosa, un dominio di sè quasi eroico, un misto di convenzioni tradizionali e di vera libertà spirituale. In una parola, sotto forma umana: Nostra Madre Mosca dalle pietre bianche e dalle cupole d’oro. Mosca…La sua complessità, la sua dualità, la sua straordinaria mobilità, le contraddizioni e il guazzabuglio di quegli aspetti esteriori formano in definitiva la peculiarità e l’unità del suo volto.”

Ed un secondo (entrambi sono raccolti nello stesso libro):

“Mosca, nel complesso della sua vita interiore ed esteriore, è stata il punto di partenza delle mie ispirazioni di pittore, è stata il mio diapason di pittore. Mi sembra che sia sempre stato così, che con il tempo, grazie ai progressi realizzati nella mia forma, io abbia dipinto questo stesso ‘modello’ con sempre più espressione, in modo più perfetto, più essenziale, e ancora lo dipinga attualmente.

W. Kandinsky, Sguardi sul passato, a cura di Milena Milani, SE, Milano 1999.

Una volta colta l’intenzione e la trama (che lascio sia raccontata più dalle parole dell’artista che dalle mie), possiamo disquisire sulla questione tecnica e sul valore universale di quest’opera, che lo conduce ben oltre la raffigurazione, per quanto animata, di una città che per lui rappresenta molto.

Partiamo dall’uso del colore: sono convinta che la tavolozza di Vassily Kandinsky sia una delle più interessanti, varie e coraggiose di questo periodo storico. Da grande teorico, lascia ai colori primari il ruolo principale, regalandoci accenti purissimi di giallo, di rosso e di blu, ma non cade nel banale accostando anche sfumature rosa e azzurre che alleggeriscono la composizione e lo rendono spesso così facile da riconoscere.

Dopo il colore, si possono osservare la tecnica e la scelta organizzativa della tela. Sembra quasi che tutte le figure e gli avvenimenti siano attirati magneticamente verso il centro dell’opera, in un eterno movimento che non è frenetico ma semplicemente (si fa per dire) vivo ed eterno. Le pennellate sono rapide ma studiate: onestamente non credo si tratti di un dipinto realizzato di getto, ma piuttosto l’esito di un ragionamento che punta ad un’armonia superiore e quasi musicale.


Non vorrei annoiarvi troppo e quindi per oggi mi fermo, sperando di poter tornare presto a dialogare con voi di paesaggi, con la contemporaneità che incombe su di noi. Nel frattempo, che ne pensate voi di quest’opera di Kandinsky? La amate quanto me? E soprattutto qual è il vostro particolare preferito del dipinto?


Un incanto di panorama: ecco gli articoli che compongono questo lungo percorso

Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?
La Tempesta di Giorgione: 500 anni di mistero in uno stupendo paesaggio
La Torre di Babele di Bruegel il Vecchio: quando paesaggio e architettura compongono un capolavoro
Perché il viandante sul mare di nebbia di Friedrich è considerato un inno al Romanticismo?
J. M. W. Turner: la rivoluzione del colore e della luce nella pittura del paesaggio
Millet e la Scuola di Barbizon: la realtà invade il mondo della pittura
La gazza di Claude Monet: cosa rende quest’opera un capolavoro?
L’isola dei morti di Arnold Böcklin: cosa racconta l’emblema del simbolismo?
La notte stellata di Van Gogh: perché tutti consideriamo speciale questo artista e i suoi paesaggi?

 

 

La notte stellata di Van Gogh: perché tutti consideriamo speciale questo artista e i suoi paesaggi?

Se doveste immortalare le emozioni che si agitano dentro di voi, non vorreste raggiungere un risultato vagamente simile alla Notte Stellata di Vincent Van Gogh, o di qualche altro suo capolavoro?

Negli ultimi tempi mi sono ripromessa di indagare insieme a voi sulle trasformazioni che ha subito nei secoli la pittura paesaggistica (per chi si fosse perso l’inizio, ecco il link per rimediare: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?), quindi non potevo che rendere omaggio anche a questo grande e unico artista che non ha seguito nessuna corrente, ma semplicemente è riuscito a dipingere il tormento e le sensazioni che hanno colorato la sua anima.

Per parlare del suo singolare modo di riprodurre gli scorci naturali, ho pensato che quest’opera fosse perfetta per esprimere quello che ho da dire.


Notte stellata, 1889

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Vincent Van Gogh, Notte stellata.
Chi era Vincent Van Gogh (1853-1890)?

Domanda forse scontata: credo che le sue sfortunate vicende siano pressoché di dominio pubblico, ma allo stesso tempo vi riassumo qui una breve biografia.

Vincent Van Gogh, nato in un villaggio olandese, è il figlio di un pastore protestante che ha interesse nel commercio di opere d’arte. Segue gli interessi paterni diventando un mercante d’arte e viaggiando così tra Londra, Parigi e l’Aia, fino al momento in cui viene colpito da una crisi mistica.

All’età di ventisette anni, decide di diventare un artista, iniziando con la riproduzione di soggetti che descrivono l’Olanda contadina, mediante l’utilizzo di colori cupi e poco sgargianti. Di questo periodo è I mangiatori di patate, per capirci.

Nel 1886, anche grazie all’aiuto del fratello Theo, si trasferisce a Parigi e conosce il mondo luminoso e sgargiante dell’Impressionismo e le stampe giapponesi che arrivano dall’Oriente ed iniziano ad essere una specie di moda. Qui i colori si fanno più vivaci e nasce in Van Gogh la volontà di sperimentare la pittura della realtà illuminata dal sole, così nel 1888 si trasferisce in Provenza ad Arles.

Invita Paul Gauguin, il suo maestro, a vedere i suoi progressi e soprattutto e condividere la sua entusiastica ricerca. La convivenza dei due artisti ad Arles ci regala degli interessanti esiti pittorici, però non va come sperato, poiché Vincent Van Gogh si comporta in maniera imprevedibile e nutre un forte senso di incomprensione e solitudine. L’apice delle discussioni conduce ad un avvenimento drammatico: le minacce con un rasoio a Paul Gauguin, la conseguente fuga ed infine il taglio autoinflitto di una parte dell’orecchio.

Successivamente Van Gogh decide di ricoverarsi in una casa di cura: segue un periodo in cui, nonostante la limitata disponibilità di soggetti da ritrarre, l’artista esegue praticamente un’opera al giorno, spesso riguardante i fiori del giardino e i celebri panorami con cipressi (è stata realizzata in questo periodo la celeberrima Notte stellata, di cui parliamo oggi).

Infine si trasferisce a nord di Parigi, a Auvers-sur-Oise. È proprio qui che nel luglio del 1890 si spara in un campo, per poi morire due giorni dopo, con il fratello Theo al suo capezzale.


Cose rende speciale la sua Notte stellata?

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Questo capolavoro di Vincent Van Gogh non descrive nient’altro che la notte vista dalla finestra della sua stanza nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy; notte intesa nella sua accezione più ancestrale e ricca di significati, distribuiti nel tempo e nello spazio. L’osservatore non può che rimanere imprigionato all’interno di questa visione, si ritrova ad essere spettatore all’interno di un racconto, oppure di una rappresentazione senza fine.

Distogliere lo sguardo è difficile, non trovate? Eppure il soggetto di per sé non è così complicato: due cipressi in primo piano, un paese e delle colline in lontananza e infine una notte stellata, per l’appunto. Si tratta di pochi elementi che sono sufficienti a creare un incantesimo, insieme alla grande forza del colore e delle pennellate.

Trovo che venga spontaneo a chiunque perdersi nei dettagli di questo bellissimo quadro, che non è più impressionista e che sembra aprire le porte all’espressionismo, grazie all’uso del colore associato allo stato d’animo e alla percezione assolutamente soggettiva della realtà.

Il paesaggio in questo caso non è la riproduzione della realtà e nemmeno un’allegoria, così come non dimostra la volontà di cogliere un preciso istante oppure una precisa condizione di luce. Non è riconducibile al simbolismo e a nessun’altra corrente: Vincent Van Gogh è unico e la sua Notte Stellata ce lo conferma, con la sua incrollabile individualità.

Deve essere stata davvero difficile la sua vita, in un modo profondo e determinante che traspare in maniera davvero commovente in molte delle sue opere, tra cui questa.

Potrei sprecare centinaia di parole per descrivere gli astri turbinosi ed in generale quello che percepisco della tormentata pittura di Van Gogh, ma credo che la Notte Stellata si spieghi da sola: sono convinta che il modo migliore per conoscerla sia osservarla.

Se invece non siete ancora soddisfatti e volete leggere un commento più competente, ecco la descrizione dell’opera nel sito del MoMA di New York, il museo che ha la fortuna di ospitarla (dedicato a chi se la cava con l’inglese).


In conclusione, non trovate anche voi che l’Ottocento sia un secolo incredibile a livello di pittura? Persino l’arte rispecchia il fermento e la vivacità culturale che lo hanno caratterizzato, donandoci movimenti pittorici che spaziano in ogni direzione. Per esempio in un settore come il paesaggio, non non è fantastico il fatto che negli stessi anni si possano trovare, tanto per fare degli esempi, Van Gogh, Millet, Monet e Bocklin?

Io trovo che tutto questo sia stupendo, e vi invito a ripassare da queste parti se siete pronti ad affrontare il Novecento! 😉

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L’isola dei morti di Arnold Böcklin: cosa racconta l’emblema del simbolismo?

Che potere deve possedere secondo voi un’opera d’arte per riuscire a stregare, negli anni, personalità controverse e influenti come Sigmund Freud, Gabriele D’annunzio e Adolf Hitler? Sarebbe bello trovare una risposta semplice e chiara ma, se vogliamo per lo meno avvicinarci, non ci resta che immergerci nel simbolismo di Arnold Böcklin.

Dopo aver parlato di luce e di impressione, oggi torno al tema “un incanto di panorama” e mi decido ad affrontare con voi il regno dell’inconscio e dell’interpretazione soggettiva, l’altro aspetto saliente della pittura del secondo Ottocento europeo.

L’isola dei Morti di Arnold Böcklin, 1879-1886

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Arnold Böcklin, L’isola dei morti (terza versione)
Chi è Arnold Böcklin (1827-1901)?

Per prima cosa, è il caso di raccontare qualcosa di più sulla biografia dell’autore di questo misterioso capolavoro.

Arnold Böcklin nasce a Basilea da una famiglia di mercanti, studia all’accademia di belle arti di Düsseldorf, dove approfondisce il romanticismo tedesco, e poi va nel 1848 a Parigi, dove scopre artisti come Corot e Delacroix. Nel 1850 visita l’Italia e se ne innamora: vive a Roma fino al 1857 e qui sposa una ragazza, Angela Pascucci. Studia il mondo classico e la sua mitologia, che diventano una delle sue principali fonti di ispirazione.

Nel 1859 si trasferisce a Monaco; qui diventa insegnante della scuola d’arte di Weimar per un paio d’anni, per poi tornare nuovamente in Italia e successivamente a Basilea.

Nel 1874 si trasferisce a Firenze, dove nasce la figlia Beatrice che muore ad un anno e viene seppellita nel cimitero svizzero, una delle possibili ispirazioni per l’isola dei Morti, la cui prima versione viene realizzata proprio qui nel 1879. Rimane in Italia e più precisamente in Toscana fino alla morte nel 1901, ed è sepolto a Firenze.


Cosa raccontano le 5 versioni de L’isola dei Morti?

Ebbene sì, quando si parla dell’Isola dei morti di Arnold Böcklin si parla di cinque opere eseguite nell’arco di quasi un decennio, repliche di una prima che sin dagli inizi ha stregato autore e committenza per il suo potere evocativo.

Si conosce poco delle intenzioni dell’artista e nulla della storia che vuole raccontare, però non si può negare che questa scena abbia la forza di spingere l’osservatore all’interno di una visione onirica, di un sogno lontano eppure prossimo, pregno di riferimenti culturali e geografici.

Di seguito ho riportato le altre tre versioni che si possono ancora rimirare in vari musei in giro per il mondo, mentre la quarta è purtroppo andata perduta durante la seconda guerra mondiale.

In tutte le opere, la composizione non cambia mai in maniera sostanziale, più che altro variano le luci e i dettagli. Al centro del quadro si trova un’isola rocciosa che sembra aprirsi verso l’osservatore, selvaggia eppure costellata di piccole strutture templari, simili a sepolcri. L’unica forma di vegetazione sono invece i cipressi, alberi per tradizione associati ai cimiteri.

In primo piano c’è poi una barca che sta approdando, condotta da una sorta di Caronte e popolata da una figura ammantata di bianco, forse un’anima da traghettare nell’aldilà.

Gli elementi tutto sommato sono pochi, ma sufficienti a originare un capolavoro: sapreste dire come mai? Io credo che la risposta sia nel fatto che ognuno, guardandola, riesce ad accostarsi a qualcosa che risiede nel suo intimo. Si tratta di un’opera figurativa e realistica nel tratto, che però spalanca le porte ad una foresta di simboli. 

Sono convinta che questa sua natura così fluida, inconsistente eppure potente, sia il segreto del suo successo planetario e senza tempo, della sua originalità e della modernità che ancora oggi dimostra.

L’Isola dei morti ha ispirato molti artisti del Novecento, come Giorgio De Chirico e Salvador Dalì, per citarne alcuni, ma non soltanto: Gabriele D’Annunzio ne ha voluta una riproduzione nella camera da letto, mentre Sigmund Freud ne ha fornito una lettura in chiave psicoanalitica. Oltre a loro, anche Adolf Hitler è stato affascinato dalla spettrale bellezza di questo capolavoro di Arnold Böcklin, tanto da acquistarne la terza versione e da collocarla prima nel Berghof e poi nella cancelleria del Reich.

In conclusione, è difficile capire quali siano gli elementi che ci fanno invaghire dell’Isola dei Morti e io stessa non saprei dirvi il motivo per cui subisco sempre e completamente il fascino magnetico di quest’opera (soprattutto della terza versione e della quinta, se devo essere sincera).

Anche voi subite questo sortilegio? Qual è la vostra Isola dei Morti preferita? Perché vi piace o perché la odiate? Fatemi sapere!


Dopo L’isola dei morti, L’isola dei vivi (1888)

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Arnold Böcklin, L’isola dei vivi.

Prima di concludere, ecco ancora due parole su un altro quadro a tema.

Ad un paio d’anni di distanza, nel 1888, Arnold Böcklin dipinge un quadro diametralmente opposto all’Isola dei morti, che intitola “L’isola dei vivi”: che scarsa fantasia, non trovate?

A parte gli scherzi, i protagonisti in questo caso sono i colori luminosi, i cigni e gli innamorati, tutti segni della felicità e della vitalità. Carino, non trovate? Eppure secondo me non si può paragonare alla forza espressiva della serie che l’ha reso famoso. Siete d’accordo con me oppure sono io che ho una vena macabra? Ai posteri l’ardua sentenza 😉

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La gazza di Claude Monet: cosa rende quest’opera un capolavoro?

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Ci sono opere d’arte che mettono tutti d’accordo, quadri che, nel momento il cui li osserviamo, non lasciano spazio a dubbi: ci piacciono e non ci stanchiamo di guardarli.

Credo che un esempio sia proprio La gazza di Claude Monet, un dipinto ad olio che ho avuto la fortuna di vedere più di una volta dal vero e che trovo sia un concentrato di poesia e allo stesso tempo di maestria tecnica: non siete colpiti anche voi di fronte a tutte le sfumature che vanno a comporre la neve, incolore per definizione?

Dopo aver parlato un po’ di realismo, in tema di “un incanto di panorama” oggi è doveroso arrivare a Claude Monet e alla rivoluzione compiuta dagli impressionisti, una ventata di novità destinata a cambiare il futuro della pittura. E, tra tutti i quadri che mi sono passati per la testa, ho scelto la piccola gazza appollaiata per ragioni affettive ma anche oggettive, come cercherò di spiegarvi, partendo come sempre da qualche cenno biografico.


La gazza, 1868-69

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La gazza, Claude Monet
Chi è Claude Monet (1840-1926)?

Claude Monet vive la sua infanzia a Le Havre, perde la madre a diciassette anni e due anni dopo va a studiare arte a Parigi, grazie ai risparmi del padre. Rimane sostanzialmente nella ville lumière per molti anni (nonostante varie vicissitudini), sotto molteplici influenze dal punto di vista pittorico. Nel 1870 si sposa con Camille, sua amata e modella di molte opere e, nello stesso anno, la guerra curiosamente porta a qualcosa di buono: da soldato, viene mandato a Londra, dove può vedere le opere di J. M. W. Turner.

Tornando, passa per i Paesi Bassi dove acquista alcune stampe giapponesi, rimanendone affascinato, per poi trasferirsi a vivere vicino a Parigi.

Da qui, la rivoluzione: luce anziché linee, volumi anziché disegni; ecco che l’impressionismo, grazie anche all’effervescente clima parigino, sta venendo al mondo. Il nome di questo movimento si deve all’esposizione del 1874, a cui Monet partecipa, anche se poi lascerà presto gli altri impressionisti, per spingersi più lontano in cerca di maggiori soddisfazioni. 

Camille muore prematuramente nel 1879, e l’artista si trasferisce nel 1883 a Giverny con Alice, la sua nuova compagna, e la famiglia. In questo piccolo paese riesce a creare il suo giardino segreto, il luogo dove dipingere ininterrottamente senza stancarsi.

Ormai è un artista affermato e i decenni successivi sono un periodo in cui la sua fama si consacra e la sua passione per la pittura non si placa: Claude Monet è l’uomo che sente il dovere morale di dipingere, di esprimersi e di proseguire la sua ricerca, consapevole di stare compiendo qualcosa di grande.


Qual è la magia de La gazza?

Veniamo finalmente al vero argomento di questo post, un quadro impressionista dipinto ancora prima che il termine “impressionismo” fosse coniato: siamo infatti ben cinque anni in anticipo rispetto alla prima esposizione ufficiale.

Eppure, se osserviamo i dettagli, non possiamo negare che ci siano tutti gli ingredienti che hanno reso grande questo movimento: la luce come protagonista, la pennellata libera e la libertà nell’uso del colore.

Si tratta di un’opera dipinta en plein air che rappresenta un soggetto semplicissimo e quasi banale: una gazza appollaiata su uno steccato con alcune case e il bosco come sfondo, il tutto immerso in una neve soffice e materica, resa magistralmente grazie al sapiente gioco di luci e di ombre che caratterizza il quadro.

Quali sono i vostri particolari preferiti? I miei sono il rosso dei comignoli (necessario per bilanciare cromaticamente la composizione) e la perfetta ombra della gazza, accentuata affinché si noti e crei un punto di vista.

A parte il gusto personale, bisogna notare che il paesaggio diventa in questo caso l’impressione di un momento, e che questo viene sottolineato dalle pennellate rapide e dalla spontaneità che contraddistingue un tale capolavoro.

Capolavoro, vi dico. Eppure, sapete che per i contemporanei è stato considerato un fallimento? Come ci racconta molto bene il sito del Museo d’Orsay in una scheda dedicata, le tonalità chiare e luminose dell’opera, inconsuete per il pubblico abituato ai colori scuri utilizzati dalle accademie, non vengono assolutamente apprezzate. Incredibile, non trovate? Noi spesso storciamo il naso di fronte alle tinte buie dei monumentali quadri ottocenteschi e invece centocinquant’anni fa è successo esattamente l’opposto.

Soltanto sapendo queste cose secondo me possiamo davvero capire l’audacia e l’innovazione compiuta da Claude Monet in questa tela, che è stata persino rifiutata dalla giuria del Salon del 1869.

I tempi forse non erano ancora proprio maturi, ma sicuramente in questi anni a Parigi e dintorni la storia dell’arte ha imboccato una nuova direzione: l’invasione dei colori vivaci e luminosi, il vigore vistoso delle pennellate e la rappresentazione di un’impressione diventano elementi che influenzeranno e rivoluzioneranno il futuro.

A cosa mi riferisco? Se volete scoprirlo, non perdetevi i prossimi post!


Nel frattempo, Claude Monet non vi ha ancora stancato? Ecco allora altri articoli in cui ho parlato di lui e dell’impressionismo:

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era
Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?
Il giardino segreto di Claude Monet

Millet e la Scuola di Barbizon: la realtà invade il mondo della pittura

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È possibile che un quadro che rappresenta delle pecore con dei covoni di fieno sullo sfondo costituisca una rivoluzione?

Oggi forse può sembrare quasi assurdo, dato il panorama dell’arte contemporanea, però non dobbiamo mai dimenticare che nemmeno duecento anni fa la questione era ben diversa, anche per quanto riguarda la pittura paesaggistica.

In tema di “un incanto di panorama”, dopo un bella parentesi sul Romanticismo (in cui si è parlato di Friedrich e Turner), oggi ci immergiamo nel realismo e per la precisione in uno degli esiti della francese Scuola di Barbizon. Prima di mettere troppe carte sul tavolo, cercherò di procedere con ordine.


Covoni di fieno: autunno, 1874

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Jean Francois Millet, Covoni di fieno: autunno (1874)
Chi è Jean Francois Millet (1814-1875)?

Nato e cresciuto in Normandia, Jean Francois Millet è il figlio di due semplici contadini, destinato in gioventù a studiare pittura senza abbandonare il lavoro nei campi. Nel 1837 una borsa di studio lo fa arrivare all’Ecole des Beaux-Arts a Parigi, dove partecipa al Salon del 1839, senza grande fortuna.

Qualche anno dopo fa ritorno in Normandia, dove ha un matrimonio sfortunato e lavora come ritrattista su commissione. Il suo interesse è però quello per il paesaggio ed in particolare per la vita contadina ed è grazie a questo che iniziano ad arrivare i primi successi ai Salon di Parigi (dal 1848).

Dal 1849 si trasferisce a Barbizon, dove insieme ad altri amici e artisti ormai esiste l’omonima scuola, culla del realismo in pittura e rivoluzione necessaria per l’avvento dei movimenti artistici successivi. Jean Francois Millet rimane qui sino alla fine della sua vita, realizzando in questo luogo le sue opere più famose, come Le Spigolatrici e l’Angelus.


Cosa racconta Covoni di fieno?

Se vivete in campagna o se vi avete anche soltanto soggiornato, sono sicura che osservando questa tela avvertirete una certa familiarità. Esiste qualcosa di eterno e imperituro nella posa della figura appoggiata al covone di fieno, nelle casette che serrano l’orizzonte e nel placido affaccendarsi delle pecore.

Eppure non è soltanto questo che si percepisce: saranno i colori, le pennellate o soprattutto la sapiente composizione, ma questo scorcio ha qualcosa di nobile che raramente si coglie semplicemente guardando un paesaggio dal finestrino.

Si tratta infatti di una veduta che non è immediata e che, anzi, racchiude una visione del mondo, unita all’affetto della quotidianità e dell’abitudine a vivere immersi nella natura. E, per la precisione, non si tratta della natura selvaggia ispiratrice dei romantici, bensì di quella più rassicurante, originata dalla simbiosi con l’uomo che se ne cura e la modella in base alle sue necessità primarie.

Nel periodo storico in cui le accademie di belle arti di tutta Europa sono piene di ninfette e scene mitologiche, Jean François Millet esprime la rivoluzione della realtà, ci dimostra come l’impronta divina sia da ricercare nella vita dei campi e non nelle algide visioni intellettuali e manieriste. 

Il suo intento è proprio quello di nobilitare e celebrare la vita quotidiana, usando un linguaggio che di fatto non si discosta da quello aulico e accademico: la tecnica pittorica è ineccepibile, così come la composizione studiata per incantare e direzionare l’occhio. In più, il riuscitissimo contrasto tra le tinte calde ed il blu temporalesco è un elemento fondamentale per l’opera, riuscendo a rendere l’idea di una luce forte e radente, minacciata però da nubi cariche di pioggia.


Due parole sulla Scuola di Barbizon

Visto che la ricerca di Millet non è quella dell’eroe solitario, credo che sia necessario chiudere questa parentesi con due parole su Barbizon, un villaggio situato circa sessanta chilometri a sud di Parigi, che è stato un importante ritrovo di artisti tra gli anni Quaranta e Settanta dell’Ottocento.

Si assiste in questo luogo speciale ad un percorso che ha radici romantiche ma che si spinge oltre all’idealizzazione della natura nei suoi impeti più sublimi, a favore di un’ispirazione più semplice ed autentica. Un semplice alberghetto diventa il punto di partenza per l’osservazione dal vero dei campi, dei boschi e di chi vi lavora, una ricerca che si traduce in una fiorente attività pittorica.

Nel corso del tempo Barbizon diventa una meta privilegiata per chi cerca l’ispirazione: insieme a Millet, personalità come Jean-Baptiste Camille Corot e Théodore Rousseau sono tra i principali promotori, mentre tra i visitatori si annoverano anche Auguste Renoir e Claude Monet.

A questo punto, credo sia inutile sottolineare come questa fase sia una sorta di preludio necessario a quella che è stata la successiva grande (e più nota) rivoluzione, un forte rinnovamento che coinvolgerà anche e soprattutto la tecnica pittorica. Detto questo, concludo dicendo che ci vediamo prossimamente per parlare un po’ di impressionismo! 😉

J. M. W. Turner: la rivoluzione del colore e della luce nella pittura del paesaggio

Se doveste scegliere una tra le opere di Turner, quale secondo voi rappresenterebbe meglio gli esiti della sua ricerca pittorica e la sua interpretazione del romanticismo?

Ad essere onesta trovo questa domanda difficilissima. Che sia per il mio troppo amore o per la sua grande versatilità, ma il risultato è che in questo post sapevo di voler parlare di questo grande artista, ma avevo troppi quadri in testa. Alla fine, per continuare in tema “un incanto di panorama” e dopo avervi raccontato dell’aspirazione al sublime di Caspar David Friedrich, oggi ho deciso di proporvi L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni, perché credo che rappresenti la sua rivoluzione in campo di paesaggi.

Il salto in avanti che Joseph Mallord William Turner compie infatti riguarda i soggetti, la tecnica, la pennellata e soprattutto la luce, che è l’indiscussa protagonista di quest’opera. La sua mano fatata apre porte destinate ad essere sfondate nei decenni successivi e racconta storie emozionanti, testimonianza di un periodo storico ma anche della natura umana.


L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni, 1835

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Joseph Mallord William Turner, Incendio delle Camere dei Lords e dei Comuni del 16 ottobre 1834.
Chi era Joseph Mallord William Turner (1775-1851)?

Turner è una figura solitaria ed eccentrica e allo stesso tempo un artista dall’indubbia fama, un instancabile sperimentatore che non sazia mai la sua sete di conoscenza. Cercando di andare con ordine, per prima cosa cercherò di sintetizzare qualche cenno biografico.

Nasce a Londra nel 1775 e viene cresciuto principalmente dal padre, con cui sviluppa un legame che si mantiene saldo negli anni. A quattordici anni viene ammesso alla Royal Academy School, dove studia prospettiva e pittura, cimentandosi specialmente in soggetti architettonici e topografici. (Che dire, è proprio vero che la natura di un individuo in certi casi si manifesta ben presto)

A partire dall’anno successivo inizia a girare le campagne inglesi alla ricerca di spunti per dipinti dal vero, un viaggio destinato ad essere reiterato negli anni. La sua abilità pittorica nel frattempo non passa inosservata: la sua produzione è abbondante e dà grandi risultati, sempre accompagnata da nuovi viaggi in Gran Bretagna e poi nel continente. Nel 1811 inizia a tenere conferenze alla Royal Academy con il titolo di professore di prospettiva, mentre nel 1819 compie finalmente un lungo viaggio in Italia, Paese che, inutile dirlo, lo fa innamorare. Questo suo interesse si riflette nelle numerose opere che dedica a Roma, alle archeologie di del sud Italia e a Venezia, per esempio.

Con il tempo il suo carattere peggiora, tanto che nel 1846 si trasferisce in anonimato a Chelsea, dove rimane fino alla morte nel 1851.


Cosa racconta l’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni?

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Questo dipinto di Turner immortala l’incendio delle camere dei Lord e dei Comuni nel centro di Londra, realmente accaduto il 16 ottobre del 1834.

Il primo piano troviamo la folla, poco dettagliata, che osserva la scena dall’altro lato del Tamigi. Poi c’è il fiume e dietro il palazzo del parlamento (nella veste precedente rispetto a come lo vediamo oggi) e Westminster Abbey, lambiti dalle fiamme. Le due scene sono unite dalla presenza del ponte che le collega.

Si tratta di un fatto di cronaca che diventa il pretesto per descrivere uno degli aspetti più estremi del mondo naturale: il fuoco che divampa e cresce a dismisura. Non dimentichiamo che Turner, riflettendo il gusto romantico, era un appassionato di tempeste, temporali ed eventi “sublimi” in genere.

In questo dipinto, due elementi colpiscono subito l’osservatore: i colori e le proporzioni.

Il vigore delle fiamme divora ed occupa una grande parte della tela, mentre tutt’intorno ogni superficie riflette la sua luce calda, in contrasto con l’oscurità del fiume. Questa condizione estrema porta ad una gamma cromatica originale che però allo stesso tempo riprende molte delle caratteristiche dei quadri di Turner come, in primo piano, il ponte che acquisisce solidità grazie al suo candore, giustapposto al cielo fosco dietro di lui.

Per quanto riguarda le proporzioni, è facile notare come le persone risultino minuscole e il ponte immenso, con lo scopo di dilatare le dimensioni e le distanze, affinché l’incendio troneggi ancora in più di quanto doveva essere in realtà. Questa deformazione prospettica è però creata sapientemente, senza che quasi si percepisca, ed è questo che mi stupisce sempre di Turner: fa sembrare semplici operazioni complessissime. Ad esempio, avete notato come Westminster Abbey sembra davvero arretrata rispetto alle rovine del vecchio parlamento? Questo è forse il particolare che preferisco dell’intera opera!

In conclusione, osservando e analizzando L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni non restano più dubbi: siamo di fronte ad una rivoluzione nel mondo della pittura. La luce diventa non solo protagonista ma fonte inesauribile di colore, mentre l’impeto del soggetto si riflette anche nelle pennellate, che non sono più delicate, limate e quasi impercettibili, come ci hanno abituato i quadri contemporanei e dei periodi precedenti, ma vigorose e ricche di significato. Turner non si accontenta di procedere per velature, ma accompagna le sapienti sfumature a punti in cui il colore è applicato denso e direttamente sulla tela.

In questo, non ci ricorda la successiva generazione degli Impressionisti? Non a caso, Monet in gioventù è stato a Londra, ma questa è un’altra storia. E un’altra storia merita un altro post, quindi dovrete aspettare la prossima puntata di questo lunghissimo viaggio nella pittura paesaggistica.


La seconda versione dell’opera

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Joseph Mallord William Turner, Incendio alla Camera dei Lords e dei Comuni del 16 ottobre 1834.

Ma prima di concludere davvero, come sempre non resisto alla tentazione di mostrare un altro quadro, anche se in questo caso il collegamento è quasi d’obbligo.

Si tratta di una seconda opera, eseguita nel medesimo anno, che racconta lo stesso soggetto. Oltre all’incendio, in questo caso il protagonista è il fiume, che con il suo ampio riflesso enfatizza il colore e la forza delle fiamme.

La folla è stipata sui bordi del dipinto, separata dal fuoco da un ampio spazio vuoto e silente occupato dalle acque.

Potrei procedere oltre ma sono convinta che questa bellissima opera si commenti da sola, non credete anche voi? Mi sembra che sia sufficiente perdersi ad osservarla.


Turner ha solleticato il vostro interesse? Ecco altri post dedicati a lui!

Perché il viandante sul mare di nebbia di Friedrich è considerato un inno al Romanticismo?

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Guardando il Viandante sul mare di nebbia non viene anche a voi una grande voglia di rubare il posto dell’uomo girato di schiena, o per lo meno di immedesimarvi in lui per potervi perdere in questo sconfinato paesaggio? Sarebbe bellissimo riuscire ad affacciarsi sull’abisso tra le montagne, sul mare che arriva a coprire la terra.

In tema “un incanto di panorama” (per chi se lo fosse perso, ecco il link: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?), la scelta di oggi è caduta proprio su questo capolavoro di Caspar David Friedrich, un artista per cui, come forse già sapete, nutro un certo debole.

Siamo partiti dall’origine della pittura paesaggistica in Europa, celebrando Giorgione (La Tempesta di Giorgione: 500 anni di mistero in uno stupendo paesaggio) e Pieter Bruegel il Vecchio (La Torre di Babele di Bruegel il Vecchio: quando paesaggio e architettura compongono un capolavoro), ed ora facciamo un bel salto in avanti, arrivando finalmente all’Ottocento. Sono stata indecisa per un po’: da una parte avrei voluto dedicare un post anche al Settecento, con i suoi vedutisti ed i riferimenti alla classicità, ma il mio animo romantico era troppo impaziente! Dovrete quindi perdonare la fretta, ma dopotutto sono convinta che la vera rivoluzione, nel campo del paesaggio, inizi proprio con quello che sto per raccontarvi.

Pochi quadri nella storia dell’arte hanno l’onore e la fortuna di diventare l’icona di un determinato movimento artistico, quindi mi sento davvero onorata a raccontarvi del simbolo del romanticismo tedesco, dell’apoteosi dell’idea di sturm und drang (termini piuttosto coloriti per riferirsi a “tempesta e impeto”!).


Il viandante nel mare di nebbia di Caspar David Friedrich, 1818

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Caspar David Friedrich, il viandante sul mare di nebbia.
Chi è Caspar David Friedrich (1774-1840)?

Come sempre, per prima cosa vi delizierò con qualche cenno biografico sulla sorte di questo grande artista.

Caspar David Friedrich nasce in Germania, in una cittadina (Greifswald) affacciata sul Mar Baltico. La sua infanzia è segnata da alcuni lutti familiari: la madre muore quando lui ha sei anni, perde altre due sorelle negli anni successivi e, per completare il quadro, vede sprofondare suo fratello mentre pattinano sul ghiaccio, in seguito alla rottura di una lastra che li sorreggeva.

Inizia a dipingere nel 1790 ed il suo maestro è Johann Gottfried Quistorp, un artista che lo introduce alla rappresentazione della natura dal vero. In questi anni si interessa anche ai soggetti religiosi e alla letteratura, grazie alla conoscenza di teologi e letterati.

Trasferitosi a Dresda dal 1798, nel 1818 si sposa e arriva ad avere tre figli. La serenità di questo periodo si manifesta nelle opere, che conoscono una maggiore leggerezza e tinte più luminose (come quelle, non a caso, del nostro Viandante sul mare di nebbia).

Dopo una fase di fortuna critica che lo individua come massimo esponente del Romanticismo, a partire dagli anni Venti la sua fama inizia a declinare, anche a causa di una sorta di malattia mentale che lo rende paranoico e depresso.

Se questa breve introduzione vi ha interessato, ecco il link all’esaustiva pagina di wikipedia dedicata a lui.


Cosa esprime il Viandante nel mare di nebbia?

La scena riprodotta in quest’opera mi ricorda i migliori momenti vissuti nelle passeggiate in montagna, avete presente? Nella mia mente rappresenta il momento in cui finalmente, dopo tanta fatica, ci si affaccia su un panorama sconfinato e bellissimo, che visto dall’alto riempie il cuore di una felicità pura e senza tempo.

Ma un dipinto così celebre non racconta un’unica piccola storia. Partiamo quindi dall’inizio, osservando il visibile, se così si può dire.

Il centro prospettico, geometrico e percettivo della composizione è occupato da un solitario viaggiatore che, dandoci la schiena e con tanto di capelli scompigliati dal vento, rimira un paesaggio montano e misterioso, quasi completamente nascosto dal mare di nebbia. Non è l’unico quadro in cui Friedrich utilizza l’espediente del protagonista di schiena, per favorire l’immedesimazione, così come in molti casi utilizza una prospettiva centrale molto marcata.

Per i curiosi, posso ancora aggiungere che pare che lo scorcio sia una rivisitazione in studio di un luogo reale in Boemia, l’Elbsandsteingebirge, come si dovrebbe intuire dai picchi fuori dalle nubi, i cui dettagli trovate qui sotto.

Quello della riproduzione di un luogo realmente esistente è quindi il primo livello di interpretazione.

Come già accennato, l’emozione che suscita nell’animo degli amanti della montagna è il secondo livello, quello capace di stimolare un’emozione sopita nella nostra mente, di ricondurci a momenti precisi del nostro passato.

Infine, esiste una terza dimensione, quella che trasforma le sensazioni di una singola persona nella condizione di tutta l’umanità, della civiltà che osserva incantata e pietrificata la natura in tutti i suoi momenti, dai più tragici ai più lieti, aspirando al sublime.

Questa visione racchiude tutto il sogno romantico ed il desiderio di innamorarsi del mondo intorno a noi, di quel mondo puro non ancora intaccato dal tocco umano. La fama del Viandante sul mare di nebbia risiede proprio nel suo potere evocativo e nella forza comunicativa che trasmette con immediatezza all’osservatore.

Per concludere questa breve analisi, ecco una citazione dello stesso Caspar David Friedrich, più interessante di quello che potrei dire io.

Devo stare da solo e sapere di essere solo per contemplare e sentire completamente la natura; devo abbandonarmi a ciò che mi circonda, devo fondermi con le mie nuvole e con le rocce al fine di essere quello che sono. La solitudine è indispensabile per il mio dialogo con la natura.


Dopo il viandante, le tre età dell’uomo, 1835

Caspar David Friedrich:
Caspar David Friedrich, Le tre età dell’uomo.

Anche in questo post, non mi è bastato condividere con voi una sola opera di Friedrich: non ho resistito a mostrarvi un secondo dipinto, caratterizzato anche in questo caso dalla prospettiva centrale perfetta e dalla presenza di una figura di schiena, anche se meno evocativa.

Dovete sapere che sono una grande amante dei soggetti marinareschi, in letteratura come nell’arte (dopotutto il titolo di questo blog si ispira a Joseph Conrad!), e che di conseguenza c’è un aspetto delle opere di questo artista che amo molto: il suo legame con il Mar Baltico.

In particolare, l’interpretazione delle Tre età dell’uomo è decisamente singolare, ben diversa da altre opere con lo stesso soggetto nella storia dell’arte. Il primo piano è forse quello più convenzionale, caratterizzato da cinque personaggi che ci raccontano le tre fasi della vita umana. Dietro di loro invece si staglia il mare, placido e profondo, solcato da cinque navi, che simboleggiano i cinque protagonisti: le barche più piccole rappresentano i bambini, le due navi in lontananza gli adulti e la più vetusta imbarcazione il vecchio.

Era soltanto una curiosità, ma spero che vi sia piaciuta!


Detto questo, per oggi mi fermo e vi aspetto per la prossima puntata di “un incanto di panorama”. Nel frattempo ditemi, anche voi adorate quest’opera di Friedrich? E il vostro cuore si potrebbe definire almeno un po’ romantico?

Friedrich ha colpito il vostro interesse? Ecco un altro post dedicato a lui!

Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich

La Torre di Babele di Bruegel il Vecchio: quando paesaggio e architettura compongono un capolavoro

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Esistono delle particolari opere d’arte che hanno il potere di teletrasportare l’osservatore in un altro mondo, di trasformarlo in un minuto personaggio libero di perdersi nella tela e di vederla, pezzettino per pezzettino, senza mai esserne sazio. Capita mai anche a voi di avere quest’impressione?

Ecco, io credo che la Torre di Babele di Bruegel il Vecchio sia un perfetto esempio di questa sensazione che ho cercato di descrivere.

Per continuare ad indagare sull’origine della pittura paesaggistica moderna europea (in tema “un incanto di panorama”, che potete trovare qui: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?), non potevo che citare anche i Fiamminghi. Ho già menzionato lo scenario italiano rinascimentale, ma bisogna tenere conto che questo è solo uno dei due principali contesti che contribuiscono all’evoluzione di questo ambito artistico. Come mi ha fatto notare anche qualcuno di voi, i Paesi Bassi, per tradizione più attenti alla riproduzione di scene realistiche e popolari, vivono nel loro rinascimento una fase di grande interesse nei confronti del paesaggio, in un periodo in cui le influenze reciproche con l’Italia sono molteplici e innegabili.

Devo confessarvi che non mi posso considerare un’esperta di pittura fiamminga, eppure ho pensato subito di inserire in questa rassegna la Grande Torre di Babele, e non soltanto perché era sulla copertina del mio libro di tecnica delle medie (anche se è stato allora che l’ho scoperta e che ho imparato ad amarla).

L’ho scelta perché è un dipinto che, con i suoi mille dettagli e con le innumerevoli sfaccettature, rappresenta la perfetta riproduzione di un paesaggio in cui architettura e natura convivono in maniera intensa e turbolenta.


Grande Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio, 1563

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Pieter Bruegel il Vecchio, Grande Torre di Babele.
Chi era Pieter Bruegel il Vecchio (1525/30-1569)?

Per prima cosa è necessario impegnare qualche parola per raccontare dell’autore di questo capolavoro.

Pieter Bruegel il vecchio, primo di una famiglia di due generazioni di artisti, si forma a Bruxelles presso la scuola di Pieter Coecke van Aelst, pittore di corte di Carlo V. Qui ha l’occasione di conoscere le opere di Hieronymus Bosch, grande esponente della generazione precedente di artisti fiamminghi, e di sentire teorie ed idee legate sia all’Umanesimo sia all’alchimia. Negli anni Cinquanta compie anche un lungo viaggio in Italia, dove ha l’occasione di studiarne le architetture e i paesaggi.

Prima ad Anversa e dal 1563 a Bruxelles, Bruegel esercita senza sosta la professione di pittore, mostrando spesso un vivo interesse nelle scene popolari.

Per saperne di più sulla sua vita, ecco il link alla pagina a lui dedicata su wikipedia.


Cosa racconta la Grande Torre?

Pieter Bruegel in questo dipinto racconta una scena biblica: il tentativo di costruzione della Torre di Babele da parte dell’antico popolo che ha abitato pacificamente la terra, dotato di un’unica lingua e desideroso di realizzare una città che si elevasse fino al cielo, tanto da non essere dimenticato. Dico tentativo perché, come tutti saprete, questa impresa non va a buon fine: Dio interviene confondendo la loro lingua, così la costruzione si arresta e questa civiltà si disperde nel mondo, preda di incomprensioni.

La Torre di Babele è dunque il simbolo della confusione morale e spirituale dell’umanità: si erge maestosa e inarrivabile, rappresentando l’anello che congiunge gli abitanti della terra con il divino.

Questo quadro descrive un momento antecedente alla punizione divina. L’intelligente struttura prospettica ci permette di iniziare la nostra esplorazione dall’esterno, come se fossimo tranquilli su un’altura e questo fosse lo spettacolo di fronte a noi.

In primo piano troviamo il Re Nemrod intento a fare visita allo smisurato cantiere, mentre dietro di lui la grande protagonista è la torre in fase di costruzione, con una struttura che in qualche modo ci ricorda il Colosseo (visto da Bruegel nel suo viaggio in Italia), anche se con l’aggiunta di elementi di tradizione decisamente più medievale e nordeuropea.

Osservando i dettagli (dettagli che vi invito ad osservare cliccandoci sopra qui sotto), ci possiamo perdere a rimirare l’attività fervente dei costruttori e di ciò che è a loro collegato, come il porto. Il villaggio nello sfondo pare invece addormentato, come se la Torre assorbisse tutta l’energia vitale del luogo. Nello sfondo finalmente domina invece la natura verde e mite, poco disturbata dall’azione umana.

Al di là del messaggio biblico e simbolico, ciò che secondo me rende questo quadro un capolavoro è l’atmosfera che riesce a ricreare, o per meglio dire il mondo in cui, come ho detto all’inizio del post, ci immergiamo.

In questo senso la Torre di Babele di Bruegel incarna uno dei grandi valori del paesaggio: la testimonianza di un preciso momento storico, di un contesto che, reale o inventato che sia, è intriso di riferimenti culturali, geografici, politici e sociali che congelano per l’eternità lo spaccato di un’epoca unica e irripetibile.

Un panorama infatti in certi casi ci incanta per i suoi colori, per la natura che vi insiste o per la poesia dello scorcio, mentre altre volte a conquistarci è la storia che ha da raccontare, l’insieme delle vicende che si nascondono dietro le pennellate sapienti dell’artista che lo ha realizzato. 


Dopo la Grande, anche la Piccola Torre di Babele, 1563 circa

Piccola Torre Babele, Bruegel (circa 1565)
Pieter Bruegel, Piccola Torre di Babele.

Dopo aver parlato della Grande Torre di Babele, non potevo non menzionare la seconda versione realizzata sempre da Pieter Bruegel il Vecchio, in un arco di tempo piuttosto ravvicinato.

Se nel primo quadro la torre appare in costruzione, qui invece si capisce subito che la punizione divina è già avvenuta. Lo possiamo percepire dalle tinte volutamente fosche, dalla quasi totale assenza di quella vita brulicante che caratterizza la prima opera e dall’aspetto decisamente più inquietante della torre stessa, più avanti nella costruzione e avvitata su se stessa in una drammatica spirale.

Le figure umane non sono più indaffarate con il loro lavoro ma piuttosto appaiono minuscole e confuse, mentre l’omogeneità architettonica della costruzione è compromessa forse a causa delle incomprensioni linguistiche, basti vedere le aperture così diverse e la parte alta troppo scombinata.

Che ve ne pare, non sembra anche a voi di assistere al seguito della storia iniziata con il dipinto precedente? In ogni caso, credo proprio che osservare entrambe le versioni riesca ad arricchirle.


Noto soltanto ora che anche oggi mi sono dilungata parecchio, quindi mi fermo di senza proseguire oltre, anche perché credo che le cose più interessanti siano già state dette.

In un itinerario sul paesaggio, anche voi sareste passati da qui? E soprattutto, subite anche voi il fascino della Torre di Babele di Bruegel il Vecchio? Fatemi sapere 🙂:)

La Tempesta di Giorgione: 500 anni di mistero in uno stupendo paesaggio

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Forse voi mi immaginate più affezionata agli artisti moderni o contemporanei, ma dovete sapere che il mio cuore batte segretamente per un pittore che spesso rimane appena un passo indietro rispetto ai grandi del passato, un uomo vissuto nella Venezia del Rinascimento. Non sto parlando del celeberrimo Tiziano Vecellio, ma piuttosto di  Giorgione, il suo misterioso maestro, difficile da capire e morto troppo giovane per permetterci di fare chiarezza.

Ovunque io mi trovi, quando so che in un museo ci sono delle sue opere le cerco sempre in maniera febbrile, come mi accade con pochissimi artisti, e devo dire che queste grandi aspettative non mi deludono mai.

Questo vale sicuramente per la Tempesta, capolavoro custodito nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Ho visto questo quadro per la prima volta quasi dieci anni fa e ancora ricordo quell’attimo, così come non riesco a dimenticare il suo fascino magnetico.

Così, per cominciare a trattare il tema “un incanto di panorama” (per chi se lo fosse perso, ecco il link per rimediare: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?) ho scelto un’opera che amo molto, anche se ci tengo a precisare che le mie ragioni non sono state (unicamente) sentimentali. Si tratta infatti di uno dei capisaldi della rappresentazione paesaggistica occidentale, in cui il mondo naturale non è più fondale ma protagonista, circondato da un alone di mistero.


La tempesta di Giorgione, 1500-1505

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Giorgione, La Tempesta.
Per prima cosa, qualche necessario cenno biografico

Giorgio di Castelfranco (1478-1510), detto Giorgione, è stato un pittore rinascimentale della scuola veneta e allo stesso tempo una delle figure più enigmatiche della storia della pittura.

La sua brutta abitudine di non firmare le opere rende piuttosto complicato anche solo capire quale sia la sua effettiva produzione, mentre allo stesso tempo il significato simbolico e iconografico delle sue tele appare spesso misterioso e incerto.

Muore intorno ai trent’anni e questo dato lo rende uno delle meteore che tanto amo, anche perché nel poco tempo che gli è stato concesso riesce a rivoluzionare la pittura veneta, aprendo le porte al tonalismo che contraddistinguerà i suoi successori ed in primo luogo Tiziano, che come ho già anticipato è stato il suo più esimio allievo, insieme a Sebastiano del Piombo.

Tutte queste informazioni che vi ho brevemente riportato contribuiscono a fare di lui una figura singolare e quasi leggendaria, apprezzata in vita e stimata e studiata ancora a cinquecento anni dalla sua morte. Per chi volesse approfondire, ecco il link alla pagina di Wikipedia dedicata a lui, nel frattempo io mi avvicino al suo capolavoro.


La Tempesta e qualcuna delle moltissime parole che ci sarebbero da spendere

Si tratta di un “semplice” dipinto a tempera e olio di noce, nemmeno troppo grande (83×73 centimetri), capace però di rivoluzionare l’approccio al paesaggio e di confondere chiunque ne cerchi un’interpretazione definitiva.

Come potete vedere, in primo piano si trovano tre figure umane: a destra una donna seminuda che allatta un neonato e a sinistra un uomo che li guarda, tenendo in mano un alto bastone. Intorno a loro sono presenti delle rovine, un fiume, delle case in lontananza immerse nella vegetazione e, infine, un lampo che squarcia il cielo.

Gli storici dell’arte si divertono da sempre ad ipotizzare un possibile significato per quest’opera, avventurandosi nella simbologia oppure raccontandosi che si tratti semplicemente di un esperimento, di figure isolate che l’artista voleva riprodurre.

Io non ho la competenza per entrare nel merito e per di più credo che a certi dilemmi sia impossibile trovare una risposta certa, specialmente dopo tutto il tempo trascorso. Quella che per me conta è la forza del paesaggio rappresentato, in cui rovine architettoniche e natura si fondono nella luce spettrale e affascinante della tempesta, simboleggiata dalla saetta che squarcia il cielo. Mi piace osservare la luce dorata delle foglie oppure la loro ombra scurissima, insieme al candore delle case contrapposte al cielo plumbeo.

Prima di Giorgione, in pochi si sono cimentati nella sfida della riproduzione del mondo naturale come rappresentazione di qualcosa di nascosto ed intimo, ed è proprio questo secondo me il grande valore della Tempesta, di questo fenomeno che incombe eppure non spaventa.


Dopo la Tempesta, il Tramonto

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Giorgione, Tramonto.

Miei cari, avrei voluto limitarmi a parlare di un’opera ma non ho resistito alla tentazione di condividere con voi anche questo secondo paesaggio di Giorgione, che secondo me mantiene un collegamento impalpabile con il primo.

Si tratta di uno scorcio selvaggio in cui sono inseriti San Giorgio a cavallo che uccide il drago sulla destra e San Rocco con il suo assistente Gottardo sulla sinistra.

In questo caso il fenomeno naturale è un tramonto sereno e dorato, unico elemento colorato in una tela quasi monocromatica. In effetti, le rocce, gli alberi e il villaggio in lontananza mantengono le tinte delle terre, mentre il cielo e lo sfondo incantano l’osservatore con la loro misteriosa vivacità.

Le differenze tra i due quadri sono molte, è vero, però non trovate anche voi alcune analogie nella composizione? Potrei andare avanti a lungo con le mie congetture, ma preferisco interrompere questo post che mi sembra già piuttosto lungo.


In un itinerario sul paesaggio, anche voi sareste partiti da qui? E soprattutto, adorate anche voi la Tempesta di Giorgione? Fatemi sapere 🙂

 

Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?

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Vincent Van Gogh, Notte stellata.
Come è possibile trasformare in un capolavoro ciò che si vede fuori dalla finestra?

Per un artista dipingere un paesaggio è prima di tutto una sfida: equivale ad andare oltre la fotografia e la sterile riproduzione della realtà, cercando di esprimere qualcosa in più. “Qualcosa”, vi dico, senza scendere nel dettaglio, perché sono convinta che quello che un pittore vuole esprimere sia sempre diverso, in base alla sua ricerca personale, al suo vissuto e alla sua sensibilità.

La poesia sottile eppure stupenda che si nasconde dietro l’interpretazione di un panorama varia poi sicuramente anche in base al contesto storico e sociale.

Effettivamente, ci sono persino estesi periodi in cui questo tema non ha poi nemmeno una grande rilevanza e viene adoperato unicamente come fondale per soggetti più nobili, come ritratti o scenari religiosi. Basti pensare al lunghissimo medioevo, che ci regala raramente dei paesaggi, quasi mai realistici e quasi sempre allegorici.

Se poi arriviamo a parlare del Rinascimento, vengono anche a voi in mente le grandi e celebri opere in cui i personaggi che affollano le tele sono spesso inseriti in un contesto paesaggistico?  Beh, anche questi panorami che possiamo definire secondari in molti casi sono a dir poco meravigliosi, non siete d’accordo con me? In più identificano perfettamente gli artisti: come confondere ad esempio le rocce dure e affascinanti di Leonardo con la natura dolce di Botticelli?

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Leonardo da Vinci, La Vergine delle Rocce (particolare).

I secoli immediatamente seguenti in generale non ci regalano particolari sorprese in questo tema: dobbiamo arrivare al lungo Ottocento, il secolo che più di tutti rivaluta il paesaggio, attraverso le varie correnti artistiche che si susseguono e che accelerano lo scorrere del tempo.

Finalmente si compie il tuffo oltre la ormai famigerata linea d’ombra e noi ci ritroviamo estasiati di fronte al sublime, espressione della forza della natura, colpiti dalla luce vivace degli impressionisti, emozionati dall’introspezione dei simbolisti e infine spaesati nel momento in cui l’astrattismo inizia a palesarsi nella sua veste più geometrica.


Dopo questa grandiosa introduzione, vi devo confessare che muoio dalla voglia di condividere alcune delle opere a tema paesaggio che più ammiro, lavori innovativi che raccontano qualcosa della vita di chi li ha faticosamente creati. Adoro i panorami dipinti quindi non mi posso accontentare di un misero post, quindi rimanete insieme a me nei prossimi giorni per scoprire quello che vi mostrerò. 

Nel frattempo, sapreste dire quali sono i paesaggi più belli della storia dell’arte secondo voi?