L’isola dei morti di Arnold Böcklin: cosa racconta l’emblema del simbolismo?

Che potere deve possedere secondo voi un’opera d’arte per riuscire a stregare, negli anni, personalità controverse e influenti come Sigmund Freud, Gabriele D’annunzio e Adolf Hitler? Sarebbe bello trovare una risposta semplice e chiara ma, se vogliamo per lo meno avvicinarci, non ci resta che immergerci nel simbolismo di Arnold Böcklin.

Dopo aver parlato di luce e di impressione, oggi torno al tema “un incanto di panorama” e mi decido ad affrontare con voi il regno dell’inconscio e dell’interpretazione soggettiva, l’altro aspetto saliente della pittura del secondo Ottocento europeo.

L’isola dei Morti di Arnold Böcklin, 1879-1886

Arnold_Bocklin_isola_morti_terza_versione
Arnold Böcklin, L’isola dei morti (terza versione)
Chi è Arnold Böcklin (1827-1901)?

Per prima cosa, è il caso di raccontare qualcosa di più sulla biografia dell’autore di questo misterioso capolavoro.

Arnold Böcklin nasce a Basilea da una famiglia di mercanti, studia all’accademia di belle arti di Düsseldorf, dove approfondisce il romanticismo tedesco, e poi va nel 1848 a Parigi, dove scopre artisti come Corot e Delacroix. Nel 1850 visita l’Italia e se ne innamora: vive a Roma fino al 1857 e qui sposa una ragazza, Angela Pascucci. Studia il mondo classico e la sua mitologia, che diventano una delle sue principali fonti di ispirazione.

Nel 1859 si trasferisce a Monaco; qui diventa insegnante della scuola d’arte di Weimar per un paio d’anni, per poi tornare nuovamente in Italia e successivamente a Basilea.

Nel 1874 si trasferisce a Firenze, dove nasce la figlia Beatrice che muore ad un anno e viene seppellita nel cimitero svizzero, una delle possibili ispirazioni per l’isola dei Morti, la cui prima versione viene realizzata proprio qui nel 1879. Rimane in Italia e più precisamente in Toscana fino alla morte nel 1901, ed è sepolto a Firenze.


Cosa raccontano le 5 versioni de L’isola dei Morti?

Ebbene sì, quando si parla dell’Isola dei morti di Arnold Böcklin si parla di cinque opere eseguite nell’arco di quasi un decennio, repliche di una prima che sin dagli inizi ha stregato autore e committenza per il suo potere evocativo.

Si conosce poco delle intenzioni dell’artista e nulla della storia che vuole raccontare, però non si può negare che questa scena abbia la forza di spingere l’osservatore all’interno di una visione onirica, di un sogno lontano eppure prossimo, pregno di riferimenti culturali e geografici.

Di seguito ho riportato le altre tre versioni che si possono ancora rimirare in vari musei in giro per il mondo, mentre la quarta è purtroppo andata perduta durante la seconda guerra mondiale.

In tutte le opere, la composizione non cambia mai in maniera sostanziale, più che altro variano le luci e i dettagli. Al centro del quadro si trova un’isola rocciosa che sembra aprirsi verso l’osservatore, selvaggia eppure costellata di piccole strutture templari, simili a sepolcri. L’unica forma di vegetazione sono invece i cipressi, alberi per tradizione associati ai cimiteri.

In primo piano c’è poi una barca che sta approdando, condotta da una sorta di Caronte e popolata da una figura ammantata di bianco, forse un’anima da traghettare nell’aldilà.

Gli elementi tutto sommato sono pochi, ma sufficienti a originare un capolavoro: sapreste dire come mai? Io credo che la risposta sia nel fatto che ognuno, guardandola, riesce ad accostarsi a qualcosa che risiede nel suo intimo. Si tratta di un’opera figurativa e realistica nel tratto, che però spalanca le porte ad una foresta di simboli. 

Sono convinta che questa sua natura così fluida, inconsistente eppure potente, sia il segreto del suo successo planetario e senza tempo, della sua originalità e della modernità che ancora oggi dimostra.

L’Isola dei morti ha ispirato molti artisti del Novecento, come Giorgio De Chirico e Salvador Dalì, per citarne alcuni, ma non soltanto: Gabriele D’Annunzio ne ha voluta una riproduzione nella camera da letto, mentre Sigmund Freud ne ha fornito una lettura in chiave psicoanalitica. Oltre a loro, anche Adolf Hitler è stato affascinato dalla spettrale bellezza di questo capolavoro di Arnold Böcklin, tanto da acquistarne la terza versione e da collocarla prima nel Berghof e poi nella cancelleria del Reich.

In conclusione, è difficile capire quali siano gli elementi che ci fanno invaghire dell’Isola dei Morti e io stessa non saprei dirvi il motivo per cui subisco sempre e completamente il fascino magnetico di quest’opera (soprattutto della terza versione e della quinta, se devo essere sincera).

Anche voi subite questo sortilegio? Qual è la vostra Isola dei Morti preferita? Perché vi piace o perché la odiate? Fatemi sapere!


Dopo L’isola dei morti, L’isola dei vivi (1888)

Arnold-Böcklin-isola-dei-vivi-1888
Arnold Böcklin, L’isola dei vivi.

Prima di concludere, ecco ancora due parole su un altro quadro a tema.

Ad un paio d’anni di distanza, nel 1888, Arnold Böcklin dipinge un quadro diametralmente opposto all’Isola dei morti, che intitola “L’isola dei vivi”: che scarsa fantasia, non trovate?

A parte gli scherzi, i protagonisti in questo caso sono i colori luminosi, i cigni e gli innamorati, tutti segni della felicità e della vitalità. Carino, non trovate? Eppure secondo me non si può paragonare alla forza espressiva della serie che l’ha reso famoso. Siete d’accordo con me oppure sono io che ho una vena macabra? Ai posteri l’ardua sentenza 😉

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6 thoughts on “L’isola dei morti di Arnold Böcklin: cosa racconta l’emblema del simbolismo?

  1. natipervivereblog 24 maggio 2017 / 9:35

    Questo capolavoro possiede una forza innata: la capacità assoluta di colpire il nostro sguardo più intimo e profondo!
    Un grazie sincero perché, come al solito, il post è realmente interessante
    Adriana

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  2. thingsbehindthesunsite 24 maggio 2017 / 9:56

    E’ da sempre, e in tutte le sue versioni, uno dei miei quadri preferiti. Amo molto la seconda versione, la sua luce lunare e i riflessi sull’acqua. Le ultime versioni la quarta e la quinta (e forse anche la terza) sono più curate nei dettagli, hanno una maggiore perfezione pittorica e un forte impatto visivo ma, probabilmente anche a causa della loro luce diurna, perdono un po’ di quella forza simbolica e di quella atmosfera metafisica e onirica presente nelle prime versioni.

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    • La Sottile Linea d'Ombra 25 maggio 2017 / 0:00

      Mi piace molto la tua argomentazione e riesco a capire come mai la tua preferita è la seconda versione, anche se ad esempio io sono strappata dalla combinazione cromatica della terza. Grazie per questa analisi!

      Liked by 1 persona

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