Edward Hopper, Felice Casorati e la solitudine esistenziale

Edward Hopper, Nighthawks.
Edward Hopper, Nighthawks.

Cosa hanno in comune il piemontesissimo Felice Casorati ed il celebre statunitense Edward Hopper?

Innanzitutto, il periodo in cui sono nati. Hanno infatti un solo anno di differenza e sono venuti al mondo in quegli anni Ottanta dell’Ottocento in cui il mondo comincia ad accelerare follemente. Si può dire che entrambi vengano travolti da questo tempo che corre impazzito e dalle innovazioni febbrili che rendono la gabbia della realtà più dorata e allo stesso tempo più stringente. Così, ecco che traumi come la prima guerra mondiale, l’ascesa dei totalitarismi per uno e la grande depressione per l’altro emergono prepotentemente sulla tela. 

Oltre a questa prima particolarità, quello che li accomuna e li rende speciali secondo me è proprio il fatto di riuscire a dare un volto al clima di sfiducia e di alienazione che si diffonde non solo nella vecchia e stanca Europa ma anche oltre l’Atlantico, dove la giovanissima America inizia a perdere un po’ del suo smalto patinato.

Felice Casorati,Silvana Cenni.
Felice Casorati, Silvana Cenni.
Edward Hopper, Morning sun.
Edward Hopper, Morning sun.

Per questo motivo oggi vi invito a guardare le figure ritratte da entrambi, che se ne stanno in disparte, spesso sole e sempre alla ricerca di qualcosa che la nostra realtà non può dare. Esistono differenze nei colori impiegati e negli sfondi che vengono utilizzati, però si riscontrano anche elementi comuni, come il rapporto con l’esterno visto dalla finestre, vicino ma inarrivabile, e la solennità statuaria dei soggetti, che non vogliono rappresentare una singola donna nel corso della storia, ma l’essere umano nella prima metà del Novecento.

Anche in quegli anni, proprio come oggi, si assisteva ad un turbinoso accorciarsi delle distanze, unito a nuovi mezzi di comunicazione, che negli anni ruggenti erano il telefono e la radio. E anche nel 1930, così come nel 2015, si soffriva di una solitudine incolmabile, legata al graduale e inesorabile crollo delle aspettative in un futuro migliore.

Edward Hopper, Automat.
Edward Hopper, Automat.
Edward Hopper, Room in New York.
Edward Hopper, Room in New York.

Esiste ed emerge nei quadri di Hopper e Casorati, ma anche dei metafisici come De Chirico e dei surrealisti (tra tutti Mirò, Dalì e Magritte) il contrasto evidente e inevitabile tra la vita vissuta e quella immaginata, che diventa una sorta di rifugio dall’arido mondo esterno.

In questo articolo non vi parlo del nostro triste e allegro XXI secolo, eppure allo stesso tempo mi  viene spontaneo considerare attuali questi dipinti realizzati quasi cento anni fa, acconciature a parte, proprio perché il valore universale di questi due artisti per me è il modo sottile e comunicativo con cui rappresentano la condizione umana di una generazione che all’apparenza possiede tutto, ma non per questo arriva a tendere verso la felicità.

Felice Casorati, La famiglia Consolaro Girelli.
Felice Casorati, La famiglia Consolaro Girelli.
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23 thoughts on “Edward Hopper, Felice Casorati e la solitudine esistenziale

  1. nuvolesparsetraledita 25 marzo 2015 / 7:34

    Verissimo: in ambedue c’e’ lo stesso straniamento che convive con una sorta di realismo magico: il loro e’ un mondo reale ed onirico insieme. Bel post, buona giornata, grazie 😊😍

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  2. michelecasella 25 marzo 2015 / 9:44

    Interessante e pieno di stimoli il parallelismo tra due artisti cosi lontani geograficamente ma simili nell’ambientazione pittorica. Due interpreti della solitudine: Hopper dell’alienazione urbana, dell’uomo come oggetto inappartenente al progresso, fagocitato e poi espulso dalla crescita, dalla città; Casorati interprete della malinconia degli affetti, dei legami. Lo dimostra le differenze nella scena del dipinto, nell’americano non domestica, in Casorati invece si sente il profumo di casa, soffuso ed espressione di una solitudine interiore. Ottimo post. Grazie

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    • La linea d'ombra 25 marzo 2015 / 10:32

      Grazie a te per in commento molto interessante: in effetti la differenza “urbano/familiare” (se mi passi i termini) meritava di essere sottolineata! 🙂 Buona giornata!

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  3. unacontraddizioneambulante 25 marzo 2015 / 10:38

    Ops,avevo postato i link dei quadri ma forse non compaiono! Comunque sono “L’assenzio” di Degas e “Bar alle folies bergère” di Manet 🙂

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  4. La linea d'ombra 25 marzo 2015 / 10:42

    Scusa, non li visualizzavo ma adesso si vedono! E oltre ad essere bellissimi si integrano perfettamente con lo spirito di questo articolo…Grazie!

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  5. ysingrinus 25 marzo 2015 / 11:47

    Interessante parallelsimo. Sembra quasi che da quelle finestre si possano guardare l’uno con l’altro: cosí distanti eppure cosí vicini.

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  6. Anonimo 25 marzo 2015 / 15:32

    Grazie per le preziose considerazioni. Una curiosità: ne l’opera LA FAMIGLIA CONSOLARO GIRELLI, la ragazzina che legge, sulla destra, è Bella Hutter; una famosa ballerina di Torino, nonché la nonna di un mia attuale allievo dei classe quinta. E, a proposito del silenzio che ci circonda, io ho scoperto questa cosa a posteriori…
    va beh…grazie ancora.

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  7. Ghostbox 24 aprile 2015 / 12:44

    In Hopper c’è qualcosa di profondamente inquietante che secondo me manca in Casorati. Non a caso un genio del cinema thriller come Alfred Hitchcock lo ha sempre preso come ispirazione. La casa di Psyco, ad esempio, la vediamo la prima volta in un suo dipinto. Bell’articolo. brava 😀
    Simone

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