New York City: 5 luoghi imperdibili per un appassionato d’arte

Prima che vi avventuriate nella lettura, lasciate che vi confessi una cosa: non mi considero un’esperta di New York e nemmeno mi vanterò di esserlo, anche se ho studiato questa città sotto vari aspetti e ho trascorso lì un’intensa settimana in cui ho cercato di immergermi il più possibile nel suo spirito caratteristico ma fuggevole. Esistono realtà troppo grandi e troppo mutevoli per essere comprese al primo sguardo e questo vale secondo me per la Grande Mela: lasciandola sapevo già che non mi è davvero appartenuta, avevo l’impressione di aver captato soltanto qualcuna delle sue mille sfaccettature.

Posso però confermarvi che io sono il prototipo dell’appassionata d’arte, quindi in questo post cercherò di condividere con voi i consigli che mi sembrano più utili e di descrivervi quei luoghi che, nel momento in cui ci si ritrova a scegliere tra mille attrazioni, vanno secondo me assolutamente messi ai primi posti.


Il Guggenheim: un matrimonio tra pittura e architettura

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Da vera fan di Wright (e anche della famiglia Guggenheim) non potevo che partire da qui. Vedere dal vivo questa architettura prima dall’esterno e successivamente poterla girare liberamente è stata una vera emozione, e come se non bastasse la collezione di opere d’arte custodita al suo interno è a dir poco strepitosa.

Il Guggenheim Museum si trova all’angolo tra la 5th Avenue (la via dei musei) e l’88th strada, affacciato su Central Park. Il progetto è del 1959 ed è stato pensato come il contenitore perfetto per l’inestimabile raccolta dei quadri di Solomon Guggenheim, ricco industriale e lungimirante collezionista.

Una parte del percorso espositivo è costituita da una rampa a spirale discendente, dedicata spesso alle mostre temporanee, e illuminata dalla luce naturale che piove dall’alto e da quelli che dall’esterno sembrano dei tagli nella facciata. Esiste poi tutta un’altra porzione di edificio più tradizionale, dove l’attenzione per l’illuminazione si dimostra sempre una scelta vincente e dove si possono ammirare capolavori soprattutto del periodo delle Avanguardie.

In poche stanza si concentrano opere di una qualità altissima: Georges Braque, Paul Cézanne, Marc Chagall, Edgar Degas, Paul Gauguin, Vassily Kandinsky, Piet Mondrian, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir e Henri de Toulouse-Lautrec sono infatti solo alcuni dei grandi artisti che si possono incontrare. Con questo spero di avervi convinti!


Chelsea: il paradiso delle gallerie d’arte

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Chelsea secondo me è il classico quartiere che ci si aspetta di trovare a New York appena al di fuori dei grandi grattacieli: è estremamente fotogenico, brulica di vita mondana e ha un passato industriale che fa mostra di sé negli edifici industriali tutti ormai rifunzionalizzati a dovere. L’arte contemporanea ed il rinnovamento urbano sembrano essere il motore che porta avanti la continua trasformazione di quest’area sita nella porzione sud di Manhattan.

Passeggiare tra le sue strade (soprattutto tra l’Hudson River, la 10th Avenue, la 18th e la 28h strada) è a dir poco fantastico: può capitare di varcare la soglia di una galleria d’arte e di trovarsi di fronte opere di Warhol, Koons, Haring e Lichtenstein, come è successo a me alla Tagliatella Galleries, oppure di capitare in mezzo a futuristiche opere contemporanee d’avanguardia.

Certo, bisogna apprezzare il genere, ma in ogni caso vi assicuro che l’atmosfera che si respira è molto bella!


Whitney Musem e High Line: tra pittura, architettura e paesaggio

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Siamo di nuovo a Chelsea, lo so, ma non potevo non citare due luoghi che per me sono stati molto importanti.

Il primo è il Whitney Museum of American Art, il tempio dell’arte contemporanea statunitense. Se siete stati anche voi a New York vi sarete sicuramente accorti di come gli Americani tendano a valorizzare più la pittura europea rispetto alla loro, che lasciano spesso in posizione quasi marginale nei grandi musei. Probabilmente la vedono come un modello, ma io credo che se si è in viaggio in un certo luogo è la cultura locale che bisogna inseguire prima di tutto. Al Whitney troverete opere di Edward Hopper, di George Bellows, di Jasper Johns e di Georgia O’Keeffe, insieme a fotografie bellissime e a opere probabilmente sconosciute che susciteranno la vostra curiosità, il tutto in un contenitore d’eccezione, progettato dal nostro connazionale Renzo Piano.

Proprio di fianco al Whitney ha inizio quella che è una delle più celebri passeggiate della città, famosa soprattutto per gli amanti dell’architettura: si tratta della High Line, una ferrovia sopraelevata che correva per un bel pezzo di Manhattan, dismessa a partire dagli anni Ottanta e trasformata dal 2009 in un parco pedonale. Si tratta di un’idea geniale, di un punto di vista privilegiato per osservare la città e di un’oasi di relax dove tutto è curato nel minimo dettaglio: l’arredo urbano, la scelta delle piante e la loro disposizione.

Una delle mie cose preferite di tutta New York, credo di poterla definire imperdibile!


MoMA e MET: gli immancabili

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Ovviamente non potevo dimenticare i due templi dell’arte di New York, favolosi contenitori di opere d’arte inestimabili.

Potrei dilungarmi sia sul MoMA – Museum of Modern Art, mecca per gli amanti dell’arte contemporanea, sia sul MET – Metropolitan Museum of Arts, immenso contenitore di opere d’arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi del mondo, ma ho preferito inserire i link al loro sito ufficiale che sicuramente si saprà raccontare meglio di me. Posso soltanto aggiungere che si tratta di due luoghi assolutamente all’altezza della loro fama, commoventi e gestiti in maniera davvero ammirevole. 

Un’ultima cosa, per gli amanti dell’arte medievale: non dimenticate che il biglietto di ingresso al MET comprende anche l’accesso ad una sua speciale sezione distaccata, The Cloisters, un monastero realizzato a partire dal 1927 con parti di chiese e abbazie di tutta Europa, smontate, trasportate e rimontate all’estremità nord di Manhattan.


DUMBO: quello che succede oltre il Ponte di Brooklyn

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DUMBO (acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass) è il primo quartiere che si incontra se si decide di avventurarsi per Brooklyn. Si tratta di una zona portuale e industriale, caratterizzata un tempo dalla presenza di magazzini di stoccaggio e di manifatture. Oggi questi edifici conoscono una seconda vita fatta di arte e design, in quanto sono diventati la nuova casa di galleristi e creativi in fuga dalla troppo cara Manhattan.

Passeggiare per questo piccolo quartiere dove Street Art è un po’ dappertutto è davvero bello: la vista verso il ponte di Brooklyn è una specie di cartolina vivente che caratterizza il panorama, mentre si respira un’aria vivace nei caffè, nei negozi e nei locali.

Se il tempo accompagna, vi garantisco che non vi pentirete di questa piccola fuga dal caos di Manhattan!


In conclusione, sapete che vi dico? Soltanto a ripensarci e a cercare qualche immagine mi è venuta una grandissima voglia di tornare a New York e di riprendere le mie esplorazioni esattamente dove le ho interrotte, in modo da arrivare più in profondità.

Voi invece ci siete già stati? Condividete quelle che sono state le mie impressioni?


Nel caso invece che vi siate persi un po’ di puntate precedenti, vi ricordo che questo è solo l’ultimo di una serie di post dedicata agli Stati Uniti, l’ultima tappa di un ragionamento che ha avuto inizio da qui: Esiste una vera “arte americana”?. Se siete curiosi di saperne di più, vi auguro una buona lettura! 🙂

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Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista

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Edward Hopper, Nighthawks.

Chiedendomi quali siano le opere che meglio rispecchiano l’America della grande depressione, mi rendo conto che la mano che le ha realizzate grossomodo è una sola: ovviamente mi riferisco a quella di Edward Hopper, l’uomo che più di tutti ha saputo immortalare lo spirito di quegli anni e le difficoltà di un continente giovane che vive in questa fase gravi squilibri.

Per di più, questo artista non è soltanto un bravo ritrattista del mondo che ha di fronte. In effetti quello che secondo me lo rende grande e sempre attuale è soprattutto la sua capacità di riportare sulla tela dei tratti della natura umana, quei caratteri profondi capaci di emergere dalle scene che dipinge, a prima vista così semplici.

Nei pochi personaggi che popolano i suoi quadri l’osservatore può vedere l’irrequietezza umana, l’insoddisfazione, la solitudine ed il desiderio di altrove. E vedendole, sicuramente una parte del suo cuore si emoziona.

Ecco, per celebrare al meglio le sue qualità vorrei dedicare questa tappa del mio viaggio attraverso la pittura americana proprio a Edward Hopper, cercando di risalire alle principali ragioni che lo rendono un pittore così importante e amato. (Per chi volesse tornare alle scorse puntate, ecco i link: Esiste una vera “arte americana”?, Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River, Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth)


1. L’atmosfera delle sue opere

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Edward Hopper, Gas.

Regina di ogni quadro di Edward Hopper secondo me è sempre l’atmosfera, studiata nei minimi dettagli con grande precisione e con un taglio che oggi definiremmo cinematografico. Effettivamente non si può negare che non sia stata ripresa in molti film, ma questa è un’altra storia di cui forse un giorno parleremo, quindi per adesso non divago.

La composizione è forse il primo elemento che rende distinguibile una sua opera e che cattura lo sguardo dell’osservatore, grazie ad una serie di ingredienti che insieme fanno una magia.

Ad esempio, il numero di personaggi è sempre limitato, mentre il loro movimento sembra essere imprigionato nella pittura. La scelta del colore ricade poi spesso nella contrapposizione di tinte complementari, a cui si sommano tocchi di colore diverso che servono a indirizzare l’occhio. Le ombre e le luci giocano poi un ruolo fondamentale, animando scene altrimenti piatte: che si tratti di lampade da interni oppure di raggi di sole radente poco importa, l’effetto è sempre quello di dare vita alle architetture, ai paesaggi e alle persone.


2. L’immagine dell’America della Grande Depressione che riesce a dare

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Edward Hopper, Early sunday morning.

Ovviamente non si può trascurare il valore delle opere di Hopper come testimonianza del delicato e difficile periodo della storia che l’America vive per tutti gli anni Trenta.

Le opere di questo artista riescono a dare voce ad un malessere comune e alla mancanza di speranze e aspettative che si vive in questi momenti. Non so, riflettendoci mi viene in mente che magari l’amore che sembra che tutti provino per Hopper nelle ultime stagioni (basti pensare alla frequenza delle mostre su di lui ad esempio in Italia) sia in parte dovuto al fatto che, data la situazione politica ed economica in cui viviamo, riusciamo facilmente ad immedesimarci nei suoi soggetti.

Dopotutto è difficile avere rosee aspettative oggi esattamente come lo era allora: si viveva nell’innegabile e onnipresente mondo patinato costruito dalla prosperità dei decenni precedenti, un mondo fragile che però non era sostenibile e nemmeno al passo con la gente. Beh, non sembra anche a voi qualcosa di familiare?  [Mi fermo qui, visto che il mio intento oggi è unicamente quello di celebrare Hopper.]


3. Il silenzio

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Edward Hopper, Morning sun.

Infine, ciò che secondo me rende così importante Edward Hopper è l’introspezione delle sue opere, la capacità che hanno di raccontare la condizione umana, spesso imprigionata nel silenzio e nella difficoltà a comunicare.

Attraverso i quadri ci viene raccontata una situazione di muta introspezione, una reazione al mondo esterno ma anche l’insoddisfazione e all’infelicità che ogni tanto tutti abbiamo dentro. In relazione a questo, condivido con voi una piccola galleria da sfogliare di sue opere su questo tema.


Bene, ora però mi fermo, prima di mettermi a filosofeggiare troppo. Spero tanto che questo articolo vi sia piaciuto e che magari abbia contribuito, anche solo in minima parte, ad un’osservazione approfondita e curiosa delle opere di Edward Hopper, un artista che amo davvero molto.

Piace anche a voi? Sono curiosa di sapere la vostra opinione in merito! 🙂

10 momenti di illusione

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In fondo cos’è la realtà, se non un’illusione molto persistente?

Se doveste scegliere 10 tra le opere d’arte di tutti i tempi, quali sarebbero per voi quelle che meglio rappresentano l’assurdità del mondo? Ecco, per il nuovo episodio di “10 Momenti di…” il filo conduttore è proprio l’illusione.

Vi ricordate di questo progettino inaugurato insieme al blog Artesplorando? Si tratta di una serie di brevi video in cui cerchiamo di raccontarvi con 10 dipinti delle sensazioni, dei temi o dei percorsi trasversali alla storia dell’arte (a proposito, ecco il link alla scorsa puntata: 10 momenti di passione).

In questa selezione trovate i maestri del surrealismo ma non soltanto: una piccola deviazione vi condurrà dal precursore Arcimboldo e dall’ultimo venuto, quel grande genio di Escher, per cui vi confesso che ho un debole di vecchia data.

Che cosa aggiungere, se non che spero di avervi fatto incuriosire abbastanza da cliccare play? Fatemi sapere cosa ne pensate 🙂

L’incredibile scoperta di una scultura pop vecchia di 500 anni

Cosa possono avere in comune la decorazione lapidea di un palazzo spagnolo e un personaggio della serie Guerre Stellari?

Non sono impazzita, ve lo giuro (o almeno credo): in realtà questo è il contributo al blog di un mio vecchio amico, uno dei pochi che hanno superato la soglia dei dieci anni di sopportazione. Per tutelare la sua privacy lo chiameremo semplicemente A.B. e per conoscerlo vi sottopongo un suo flusso di coscienza divertente e leggero, che trovate qui di seguito.


“Esiste, in un angolo del centro storico di Valencia, uno splendido palazzo costruito tra la fine del quattrocento e i primi del cinquecento per celebrare la ricchezza e la potenza dei mercanti di seta, all’epoca dominatori dell’economia cittadina.

La pietra chiara con la quale fu costruito è oramai molto scavata, ma ancora si distinguono le tante figure che decorano le colonne e i portali; volti e forme fantastiche ma non prive di un loro gusto, a testimoniare la fantasia degli scalpellini e la volontà di stupire (e di lasciare un segno – o forse un messaggio) da parte dei facoltosi committenti. Ve ne sono di fogge diverse, tutte accomunate da elementi fantastici e al limite paurosi.

Una in particolare aveva stimolato la mia curiosità di vacanziero.

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Sul momento non mi aveva colpito più delle altre: ma dal cassetto “cinefilo” della mia memoria stava uscendo con prepotenza un’associazione mentale davvero insospettabile. Chi di voi non conosce Chewbacca, il gigantesco compagno peloso del mitico Han Solo, eroe della fortunatissima serie Star Wars? Beh, magari il personaggio vi sfugge (ha un ruolo secondario), ma la serie la conoscete certamente e almeno un film (dei 7 prodotti, con seguiti in lavorazione, serie tv ecc ecc) vi sarà toccato, non fosse altro per compiacere fidanzati o amici appassionati.

Star Wars è un film che ha lasciato un segno profondo sia nel mondo della cinematografia che nel mondo della cultura popolare. I suoi personaggi (Chewbacca compreso) sono delle vere e proprie icone pop, riprodotti oramai da un quarantennio su migliaia di gadget: dai giocattoli alle magliette a qualsiasi oggetto possa passare per la mente (bacata!) dei produttori di merchandising.

Icone talmente fissate nell’immaginario collettivo da arrivare a confrontarsi direttamente con il pregevole prodotto di un ignoto scalpellino Valenciano del quindicesimo secolo.

Che cosa è dunque la cultura popolare?

Tutte le forme d’arte sono per definizione nate “pop”, ma nel corso dei millenni sono sorte e si sono sviluppate alcune derivazioni cosiddette “alte”; cresciute su sé stesse, a volte in maniera talmente autoreferenziale da essere difficilmente riconoscibili a chi non ne conosce le regole (entrerà negli annali la storia degli occhiali da sole al MoMa, raccontata qui).

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Il pop no: evolve, si ramifica, ma rimane per definizione immediato, pronto per essere consumato da chiunque; spontaneo e istintivo, segue gusti (e disgusti) del “popolo”, colpisce alla pancia più che alla testa (ma il cuore – si sa – è più vicino allo stomaco che al cervello), è potente ma allo stesso tempo incontrollabile e genera miti con la stessa semplicità con cui poi li demolisce.

Chi – come me – conosce e coltiva la passione delle arti “alte”, molto spesso tende a chiudere gli occhi (magari con un velo di disprezzo) di fronte a quanto la cultura popolare produce e impone; è un vizio antico che si iscrive alla categoria “élite vs. popolino”, e traduce in maniera garbata alcuni istinti primordiali dell’uomo. Sono perfettamente d’accordo con chi critica la cultura pop (televisioni, pubblicità, cinema e tutto il resto ne danno occasione quotidianamente) per le sue bassezze e per la sua voracità; ma non posso negare di subirne in qualche modo il fascino ancestrale.

La POP art – che nel corso dell’ultimo mezzo secolo ha riempito di zuppe Campbell le migliori gallerie d’arte del mondo – è in un certo senso un esempio: l’arte “alta” che si appropria di un nome e di un titolo (invidia latente o omaggio?) senza avere la minima intenzione di sposarne la vera natura. Wahrol e i suoi contemporanei non furono esponenti della cultura popolare: furono dei grandissimi artisti che ne avevano subito il fascino e la potenza evocativa, e ne fecero un nuovo prodotto artistico da elevare sul piano della “grande arte”.


Questo incontro fortuito con l’effige di un Chewbacca cinquecentesco – che ha stimolato questa arzigogolata riflessione – per me rimane significativo. Significativo anche per chi, come me, vive amando molte forme di arti “alte”. Significativo non solo per il poter apprezzare lo splendido lavoro di un artista che mezzo millennio fa ci ha lasciato un pezzo di sé stesso; ma anche e soprattutto perché ha saputo evocare una riflessione e stimolare il mio fascino per quella parte del mondo culturale che – forse a torto – troppo spesso trascuro.

La cultura pop permea la nostra società: spesso nel bene, a volte nel male; trascurarne gli stimoli (almeno quelli positivi) è un gesto davvero troppo egoista per chiunque si consideri un vero appassionato di ogni forma d’arte.”


Allora…Questa riflessione vi ha incuriosito? Ovviamente sono di nuovo io, la vostra Sottile Linea d’Ombra, e mi chiedo se forse anche io a volte sono un po’ troppo snob nei confronti di tutto quello che possiamo definire pop. Purtroppo è molto più difficile giudicare il passato che il presente, non siete d’accordo con me?

Detto ciò, vi saluto e mi auguro che questa digressione vi sia piaciuta, anche perché potrebbe essere la prima ma non l’ultima. 😉

 

Perché Christo ha realizzato una passerella galleggiante sul Lago d’Iseo?

(Sicuramente non solo per provare l’ebbrezza di camminare sulle acque!)
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Christo, bozzetto per “The floating Piers”, Lago d’Iseo.

Quella di Christo e Jeanne-Claude (che per me rimangono entità inscindibili) è una storia lunga, romantica e lastricata di buone intenzioni.

LUNGA perché è dagli anni Sessanta che questi due artisti innamorati si dilettano con la Land Art, impacchettando monumenti oppure creando opere che enfatizzano e disegnano intere porzioni di territorio. Jeanne-Claude purtroppo è morta nel 2009, ma quest’ultima installazione sul Lago d’Iseo è ancora il frutto di un progetto comune, ideato insieme decine di anni fa, ancora prima di trovare la location perfetta e definitiva.

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1985, imballaggio del Pont Neuf a Parigi, a sinistra un esempio di bozzetto e a destra la realizzazione.

ROMANTICA perché la loro è anche la storia di un amore grande e diverso da molti altri in quest’ambito: non si parla dell’artista e della sua musa, ma piuttosto di una coppia alla pari che si rinforza reciprocamente: se Christo è l’artista che firma i bozzetti, Jeanne-Claude è stata l’organizzatrice delle loro opere, firmate sempre a nome di entrambi.

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Christo, Jeanne-Claude e l’installazione “The Gates” a Central Park, 2005.

GUIDATA DA BUONE INTENZIONI per la purezza del loro messaggio ma soprattutto per il loro rigoroso modo di procedere: i due non hanno mai cercato sponsor esterni, ma prima di ogni opera si sono sempre autofinanziati con la vendita dei bozzetti.

Vanno dunque in questo caso ad arricchire il Lago d’Iseo, senza chiedere niente in cambio se non la possibilità di usarlo come “tela”, regalando per di più del lavoro ed un richiamo turistico oltre all’opera in sé, accessibile gratuitamente e senza prenotazione dal 18 giugno al 3 luglio 2016. Tanta fatica per un tempo così breve, non sembra strano anche a voi? Eppure questa è da sempre la dinamica della coppia: pare che il loro scopo sia la creazione di un’installazione arricchita di fascino dalla sua natura effimera.


Ma qual è il messaggio della Floating Piers sul Lago d’Iseo?

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The floating Piers, work in progress.

Bisogna per prima cosa ricordare di come con la Land Art ci si affacci su un nuovo mondo (e scusate il gioco di parole): il nostro intero pianeta diventa la tela per gli artisti che la sanno riconoscere. Le forme naturali marine e montane vengono completate da un tocco decisamente umano, con lo scopo di lasciare un messaggio impossibile da ignorare.

Le opere di Christo e Jeanne-Claude, inserite in questo movimento artistico, servono effettivamente a porre l’attenzione su qualcosa che altrimenti si dà per scontato. La Floating Piers sul Lago d’Iseo è infatti un modo per evidenziare i paesi e le isole che va a sfiorare delicatamente e ad abbracciare. Ci ricorda la bellezza di questo paesaggio e permette a chiunque di viverlo in un nuovo modo decisamente più emozionante. C’è qualcosa di romantico in tutto questo, non credete?

Camminare sulla passerella vuol dire entrare in contatto con tutta una serie di sensazioni altrimenti impossibili da provare: il lieve dondolio delle onde e la brezza fresca, per fare un esempio, senza dimenticare poi la possibilità di osservare il lago sotto altre prospettive, godendo di punti di vista più unici che rari.

Non c’è niente da fare, io apprezzo molto le opere di questi artisti e ancora di più rispetto il loro modo di fare e la loro coerenza nel corso degli anni. Si tratta di due figure limpide che, forse senza nemmeno farlo apposta, riescono anche a proporre una diversa idea di valorizzazione del territorio, volta ad evidenziare la sue bellezze senza fossilizzarsi unicamente sul ritorno economico e di immagine.


Mi fermo qua perché mi sto allontanando dall’argomento originale, ovvero il tentativo di rispondere ad uno dei “perché?” che ogni tanto mi diverto a porre (Non ricordate? Ecco l’articolo in cui si introduce questo argomento: Elogio alla curiosità).

Credo che dedicherò il prossimo articolo ad altre opere di Christo e Jeanne-Claude (sapete tra l’altro che non è la prima volta che lavorano in Italia?), ma per adesso concludo con un po’ immagini per solleticare ulteriormente la curiosità.


Per altre informazioni, per vedere delle altre belle fotografie (e bozzetti) e per capire come fare per godersi quest’opera effimera, ecco il link al sito ufficiale: The Floating Piers.

Turner a Roma: le meraviglie della città eterna

Rome: The Forum with a Rainbow 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma: il foro con arcobaleno.

Senza dubbio Roma è stata una grande fonte di ispirazione per Joseph Mallord William Turner, inglesissimo maestro abituato alla pioggerellina fine di Londra. La città eterna è infatti la protagonista di numerose tele e di molti acquerelli, tutti accomunati dall’attenzione per i dettagli e dalla luce dorata del Mediterraneo.

Riuscite ad immaginare l’emozione di un appassionato di archeologia ed architettura classica giunto in Italia per la prima volta?Teniamo conto che stiamo parlando della Gran Bretagna dei primi dell’Ottocento, una società che ha il mito della classicità e della cultura romana e greca. Quindi un viaggio di sei mesi verso Roma e oltre deve essere un vero premio per il quarantatreenne Turner, ormai ai vertici del panorama artistico inglese.


J. M. W. Turner in Italia

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J.M.W. Turner, Roma moderna da Campo Vaccino.

Nei primi giorni dell’agosto 1819 Joseph Mallord William Turner parte da Dover verso sud. Attraversa la Francia e arriva in Italia attraverso il Moncenisio, per poi scoprire Torino e Milano. Di qui si dirige a Venezia, dove soggiorna alcune settimane e si innamora dei colori e dell’inconsistenza della laguna. (Sulle impressioni di Venezia, ecco un articolo da non perdere: Un atto d’amore per J. M. W. Turner)

Dopo Venezia, è la volta di Bologna e Rimini, per poi giungere finalmente a Roma all’inizio di ottobre. Eppure il grande artista non è ancora sazio, così si permette ancora una tappa a Napoli, Pompei ed Ercolano, per godersi quelle che al momento sono le più belle rovine ritrovate.

Di ritorno alla città eterna vi soggiorna per quasi tre mesi, un periodo che nutre la sua mente ed i suoi occhi, al punto da originare una serie di quadri fenomenali, una volta rientrato in patria.

La Roma di Turner è un luogo dove il passato si fonde con il presente, creando una mescolanza tra la precisione di un rilevatore e l’aura di leggenda che circonda anche il presente decaduto. Anche i quadri qui di seguono esprimono questo dualismo: da una parte la visione di Roma antica, immaginata a partire dagli studi archeologici, dall’altra la città moderna, intrisa di una luce senza tempo.

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J. M. W. Turner, Antica Roma: Agrippina che approda con le ceneri di Germanico.
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J. M. W. Turner, Roma dall’Aventino.

Gli album di viaggio

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J. M. W. Turner, Roma, quaderni di viaggio.

Vi siete chiesti come abbia fatto Turner a dipingere quadri tanto dettagliati una volta rientrato a Londra? Il suo era il mondo prima delle macchine fotografiche, quindi la risposta è che bisognava sgobbare continuamente.

Il nostro grande artista è partito con una serie di album da disegno da riempire con i dati che gli servivano e con le meraviglie che aveva davanti agli occhi.

Ecco, vi confesso che io adoro questi quaderni meticolosamente compilati: con pochi tratti Turner è riuscito a riprodurre immagini dettagliate e fedeli della realtà, fornendoci un preciso spaccato di com’era Roma nel 1819 senza nessun errore o imprecisione.

In certi casi poi questi appunti diventano la base per preziosi quadri futuri, come si può notare nelle due immagini di seguito.

Study for 'Rome from the Vatican' 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Studio per “Roma dal Vaticano”.
Rome, from the Vatican. Raffaelle, Accompanied by La Fornarina, Preparing his Pictures for the Decoration of the Loggia exhibited 1820 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma dal Vaticano.

Non trovate anche voi che siano opere incredibili? Il bello è che Joseph Mallord William Turner non si è limitato a ritrarre Roma, ma si è dedicato a una grande parte dell’Italia. Siete curiosi di scoprire come ha disegnato la vostra città? Allora vi invito a non perdere il prossimo articolo 😉

Quasi dimenticavo: se volete guardare altri lavori di Turner, sul sito della Tate Gallery di Londra sono presenti tantissime opere, tutte commentate e catalogate. In particolare, questo è il link alla sezione dedicata al viaggio in Italia (Non c’è niente da fare, io amo gli Inglesi e la loro cura per il patrimonio e per i visitatori, reali o virtuali che siano!)

10 momenti di passione

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In fondo cos’è l’arte se non un meraviglioso gesto d’amore?

Se doveste scegliere 10 tra le opere d’arte di tutti i tempi, quali sarebbero per voi quelle che meglio rappresentano l’amore intenso e senza limiti? Ecco, per il nuovo episodio di 10 Momenti di… il filo conduttore è proprio la passione.

Vi ricordate di questo progettino inaugurato insieme al blog Artesplorando? Si tratta di una serie di brevi video in cui cerchiamo di raccontarvi con 10 dipinti delle sensazioni, dei temi o dei percorsi trasversali alla storia dell’arte (a proposito, ecco il link alla scorsa puntata: 10 minuti di…Inverno!).

In questa selezione trovate tutti gli artisti che più amo, forse perché per me intensità e ardore sono una prerogativa necessaria per esprimersi al meglio con la pittura.

Che cosa aggiungere, se non che spero di avervi fatto incuriosire abbastanza da cliccare play? Fatemi sapere cosa ne pensate 😉

Tre ottimi motivi per visitare l’Areacreativa42 a Rivarolo

Senza voler offendere nessuno, vi confesso che non credevo che su questo blog mi sarei mai messa a pubblicizzare un comune paese del Canavese, nella provincia di Torino. E invece, come sempre accade, la realtà segue strade differenti rispetto alle aspettative.

Così, oggi sono qui per raccontarvi di una galleria d’arte contemporanea di Rivarolo Canavese, un luogo che è riuscito a stregarmi. Volete sapere perché? Ecco l’elenco che ho stilato per voi.


#1 Il legame tra l’arte contemporanea e l’architettura barocca

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Non so cosa ne pensiate voi, ma io apprezzo sempre molto quando ad un’architettura del passato sono affiancati elementi d’arredo oppure di design dichiaratamente contemporanei. Mi piace chi affronta con disinvoltura l’accostamento del nuovo con l’antico senza troppo timore reverenziale nei confronti dei bei tempi andati.

Ecco, io sono convinta che questo atteggiamento (che definire spudorato sarebbe troppo) sia quello che un po’ troppo spesso manca nelle città del nostro bel Paese, ingabbiate in un passato idealizzato e molto ingombrante. Ma, tornando a noi, sicuramente questo non manca all’Areacreativa42 di Rivarolo, una galleria d’arte situata in pieno centro storico.

Qui si va oltre al design o all’arredamento: il visitatore si tuffa nell’arte contemporanea e questo per me è il massimo del fascino. Le stanze settecentesche che ospitano dipinti di artisti emergenti risultano perfettamente curate e restaurate, adatte ad ospitare qualunque genere di esposizioni. E di qui mi collego al punto #2.


#2 La possibilità di entrare in un mondo favoloso

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Ci sono gallerie e gallerie. Esistono spazi espositivi che si appoggiano ad artisti conosciuti e più o meno affezionati, considerando il loro ruolo come una professione qualunque. Esistono (oserei dire per fortuna) allo stesso tempo anche gallerie che investono sui giovani e che vogliono svelare al pubblico lavori e persone poco note. Ci sono luoghi dove si respira un’aria internazionale fatta di residenze d’artista, di concorsi da istituire e soprattutto di passione.

L’Areacreativa42 è tutto questo e per saperne di più vi consiglio di dare un’occhiata al loro sito. Sabato scorso ho avuto la fortuna di conoscere le due galleriste, Karin Reisovà ed Elisabetta Chiono, e vi posso garantire che in pochi minuti di chiacchiere mi sono sentita travolta da quello che è il loro amore per il loro spazio e soprattutto per ciò che questo interessantissimo contenitore ospita.


#3 La mostra “Facce da Blogger”!

facce da blogger varie

La mostra Facce da Blogger 2.0, curata da Tiziano Todi, è un’esposizione che si sposa molto bene con l’idea di modernità e originalità portata avanti dalla galleria.

Si tratta di un geniale progetto di Elena Datrino, una fotografa coi fiocchi che ha avuto la balzana idea di ritrarre noti blogger italiani (o anche meno noti nel mio caso), figure mitologiche che solitamente si nascondono dietro le quinte, o per meglio dire dietro gli schermi dei computer. Il suo scopo è quello di arrivare a cento fortunati e in questa seconda tappa ha già raggiunto quota 62.

Il suo progetto così social e avanguardista mi incuriosisce parecchio, così come non smetto mai di stupirmi della sua bravura nel caratterizzare con pochi oggetti le personalità di chi capita di fronte al suo obiettivo. Il risultato è un insieme di immagini colorate e originali, una sorta di versione innovativa e meno commerciale della Pop Art, perfettamente calata nel III millennio.

Se non mi credete, potete curiosare a questo link oppure, ancora meglio, vedere di persona la mostra entro il 26 di giugno.


In conclusione, se nel prossimo mese sarete di passaggio per il Canavese (nella provincia di Torino, in direzione nord), vi invito a vedere l’Areacreativa42 non perché possiate vedere la riproduzione della mia faccia in scala 1:1, ma per avere l’occasione di conoscere sia la portata del progetto di Elena Datrino, sia la bellezza del mondo che Karin Reisovà ed Elisabetta Chiono custodiscono dietro al portone d’ingresso.

Nel frattempo, siccome un po’ di vanità non guasta, vi saluto con le mie tre facce (da blogger, ovviamente!).

la sottile linea d'ombra - faccia da blogger

Fiori che emozionano: Piet Mondrian vs Egon Schiele

Stylized flowers before decorative background, still life fbQuando pensate a quadri a tema floreale, anche a voi vengono in mente pacifiche composizioni colorate che deliziano lo sguardo? Questo è quello che succede a me, ma se si parla di Mondrian e di Schiele bisogna abbandonare ogni preconcetto.

Questi due grandissimi artisti sono la dimostrazione di come anche lo studio della realtà riesca a diventare qualcosa di soggettivo e quasi mistico, nel momento in cui chi tiene in mano il pennello possiede un animo profondo, sensibile e così forte da guidare le linee e le scelte cromatiche.


Piet Mondrian e la ricerca dell’essenziale

mondrian-crisantemo2Osservando le opere di Mondrian, ci si trova spesso davanti all’esito di una ricerca accurata e a tratti ossessiva.

Si ha quest’impressione in primo luogo quando ci si perde dietro ai suoi alberi che negli anni si trasformano in linee geometriche (su questo tema, ti consiglio un altro articolo: Gli alberi sacri di Piet Mondrian), ma anche nelle altre opere, dove però il filo che le collega è meno palese.

Persino gli schizzi che ritraggono i fiori, crisantemi in primis, sono un modo per ammirare la forza delle linee e l’intensità di questo indiscusso maestro.

Seguire le pennellate nervose è difficile ma allo stesso tempo affascinante, ci rimanda a tutti i suoi dipinti che conosciamo meglio, creando una connessione drammatica e vibrante con quella che è la sua ricerca dell’essenziale, uno studio basato sulla riproduzione continua e costante dei temi che stanno maggiormente a cuore.

Non sono meravigliosi? Stranamente, i crisantemi non compaiono mai nei maggiori dipinti di Piet Mondrian, che solitamente non lascia spazio ai fiori. In un paio di occasioni però passiflore e amarillidi diventano protagoniste, come è possibile vedere di seguito.


Egon Schiele e i fiori dell’anima

egonschiele fioriChi mi conosce sa che amo profondamente Egon Schiele. E le ragioni di questa mia adorazione sono evidenti anche in questa serie di opere a tema floreale.

Vi invito ad ingrandire le immagini per gustare il tratto drammatico e unico al mondo di questo fenomenale artista beffato dal fato crudele (su questo tema, consiglio una serie di articoli che partono da qui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (1/3)).

Quanta passione in questi fiori, e quanta immediatezza! L’apparente disordine nasconde un grande equilibrio, così come le imprecisioni se sommate portano ad un esito accurato.

Sono sempre in difficoltà quando devo commentare i suoi disegni, perché mi rendo conto che niente sarà mai come vederli dal vivo. Osservare anche il più stupido dei lavori di Egon Schiele è emozionante, quindi immaginate cosa si prova di fronte ad un capolavoro. (Voi avete già visto qualche suo disegno? Vi è capitata la stessa cosa?)

Guardate anche in questo caso un crisantemo, ci sono allo stesso tempo profonde analogie e differenze rispetto all’esempio di Piet Mondrian, non trovate?

schiele girasoli

Stylized flowers before decorative background, still life


Spero che questo excursus a tema floreale vi abbia interessato e soprattutto incuriosito, perché in fondo è proprio questo che vuol dire andare oltre la sottile linea d’ombra: scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo che valga la pena ricordare.

Vi vengono in mente altri fiori che meriterebbero di stare in questa galleria? Sono molto curiosa di sapere la vostra opinione:)

Storie di primavera: la rinascita attraverso gli occhi dei grandi artisti

Dal punto di vista cromatico la primavera è uno spettacolo continuo, non siete d’accordo con me? Nel mese di marzo gli alberi si colorano di un verde sempre più saturo, per poi lasciare lo spazio alle più incredibili fioriture nei mesi successivi, che donano alla terra un mantello vivace delle tinte dell’arcobaleno. Allo stesso tempo le giornate si fanno più lunghe e il sole più caldo e forte.

Cercare di ritrarre questa stagione è una sfida e soprattutto un piacere per ogni artista, così in questo post troverete una selezione di quadri su questo tema.


Sandro Botticelli

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Sandro Botticelli, Primavera.

Ovviamente non potevo che partire da qui. La Primavera di Botticelli, che affronta il tema dal punto di vista mitologico, è una giovane donna bellissima con un abito floreale e petali in grembo da spargere al suo passaggio. In più è impossibile non notare l’abbondanza di fiori nel prato e sulle piante, insieme alla presenza di Mercurio che scaccia via le nuvole, residuo di una stagione peggiore.


Caspar David Friedrich

Caspar David Friedrich: "Hügel und Bruchacker bei Dresden".
Caspar David Friedrich, Campagna e campi vicino a Dresda.

Caspar David Friedrich, grandissimo esponente del Romanticismo, solitamente colpisce per i suoi paesaggi solitari e selvaggi, notturni e invernali, ma in questo caso la primavera ingentilisce e scalda anche le sue pennellate generalmente ben più austere. Le sagome scheletriche degli alberi sono addolcite dalle nuove foglioline, mentre l’ombra si colora di tinte più vivaci. 


Claude Monet

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Claude Monet, Le rive del fiume Epte in primavera.
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Claude Monet, Tre alberi in primavera.

Che Claude Monet sia un mago con i colori non è sicuramente una novità, però nelle sue opere vi dirò che riesce sempre a stupirmi.

Dedicandosi al tema della primavera, riesce a riprodurre sulla tela delle sfumature incredibili e delicatissime. (Su Claude Monet e i suoi studi, ecco un altro articolo in tema: Il giardino segreto di Claude Monet)

I paesaggi si tingono di un verde acceso mentre un’atmosfera rosata riempie l’aria.

La sua grande esperienza nello studio della luce dal vivo conduce ad esiti sbalorditivi che trasformano una veduta apparentemente banale in un dipinto studiato e incisivo, in cui i blu bilanciano perfettamente i gialli e le tinte delle terre e il cielo sembra consistente e materico.

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Claude Monet, Campagna.

Pierre Auguste Renoir

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Pierre Auguste Renoir, Periferia.

Quello che rende speciali i dipinti di Renoir sulla primavera è invece l’effetto del primo sole tra le foglie. Guardando questo dipinto ad olio sembra di sentire il tepore sulla pelle e l’aria fresca che se si resta all’ombra fa ancora venire i brividi.

Questo artista arriva ad immortalare la vegetazione che rinasce e torna ad essere lussureggiante e vigorosa, celando gli edifici in secondo piano.

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Pierre Auguste Renoir, Roseto a Wargemont.

Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Albicocchi in fiore.

Anche nei lavori di Van Gogh, così come in quelli di Claude Monet, il colore è l’assoluto protagonista, insieme al tratto vigoroso, energico e drammatico.

La serie dei mandorli in fiore che vi propongo (non ho saputo escluderne nessuno!) è un insieme di incredibili capolavori, non siete d’accordo con me?

Qualunque parola in più sarebbe inutile, l’importante è osservarli e lasciarsi trasportare.

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Vincent Van Gogh, Mandorlo in fiore.
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Vincent Van Vogh, Campagna in primavera.
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Vincent Van Gogh, Mandorli in fiore.

Piet Mondrian

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Piet Mondriaan, Fattoria vicino a Duivendrecht.

Piet Mondrian ci regala invece una primavera quasi tetra, perfettamente nel suo stile (prima delle righe geometriche, intendo 😉 ). Questo angolo di mondo lontano dal Mediterraneo si sveglia più lentamente rispetto alla Francia e all’Italia, così mentre le luci sono già primaverili gli alberi sono ancora bruni e scheletrici.

Allo stesso tempo però l’erbetta dei prati è già vivace e coloratissima, tradendo la stagione che avanza e sbeffeggiando tutta l’oscurità ostentata.

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Piet Mondrian, Sole di primavera.

Alfons Mucha

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Alfons Mucha, Allegoria dell’inverno.

In pieno stile Art Nouveau, per Alfons Mucha la primavera ricorda per certi versi quella di Botticelli da da cui siamo partiti.

La stagione è simboleggiata da una ragazza bellissima che regge dei fiori.

Le tonalità dominanti sono quella del verde chiaro, del rosa e del rosso, non a caso i colori che meglio rappresentano le sfumature di questo periodo dell’anno.

Fa parte di un ciclo di allegorie delle quattro stagioni. Ne esistono anche delle altre versioni, come quella che si può vedere su Wikimedia Commons, cliccando qui.

(Perdonate la qualità scarsetta dell’immagine: non ne ho trovate di migliori ma ci tenevo comunque ad inserirla).

 


Egon Schiele

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Egon Schiele, Campo in fiore.

Sicuramente questo quadro non è uno dei primi a cui si pensa quando ci si riferisce a Egon Schiele. I fiori effettivamente non sono tra i suoi soggetti più presenti, anche se in realtà esistono numerosi dipinti e disegni che ritraggono girasoli, crisantemi o iris, per fare degli esempi che mi vengono in mente. (Se invece volete leggere altro su questo straordinario artista, ecco il link al primo di una serie di tre articoli dedicati a lui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi)

La sua non è una primavera ricca di riferimenti simbolici e di speranza, ma piuttosto l’esito di un’analisi del mondo che ci circonda, la riproduzione accurata di alcuni particolari della natura.

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Egon Schiele, Fucsia.

René Magritte

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René Magritte, Primavera.

Ultimo di questa galleria, Magritte ci mostra come sia possibile giocare anche con la primavera, trasformandola in un’illusione sofisticata e surreale. Non so voi, a me i suoi quadri fanno impazzire! (E se ne volete vedere altri, vi consiglio questo articolo: Esplorando le illusioni di René Magritte)


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? E qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate! 🙂

Rivoluzioni nell’arte

Anche voi, come me, siete convinti che l’arte progredisca attraverso continue rivoluzioni?

Per celebrare il suo primo compleanno, la rivista online Are you art? ha deciso di affrontare questo tema e ognuno dei blogger della redazione ha partecipato affrontando l’argomento dal suo punto di vista.

Non vi incuriosisce il risultato? Vi posso dire che si parla di moltissime cose, tra cui amore e passione tra artisti, Artemisia Gentileschi, Street Art, Futurismo e scultura. Visto che anche la Sottile Linea d’Ombra dà il suo contributo, troverete anche un articolo sull’architettura, dedicato alle rivoluzioni del Novecento.

Direi che adesso smetto di parlare e lascio che Are you Art? si racconti da solo. Buona lettura!

Un amore metafisico

Lo sapevate che tra il Manifesto del Futurismo e la nascita della pittura metafisica passano soltanto tre anni?

Sicuramente è interessante pensare a come due linguaggi tanto diversi per soggetti, intenzioni e tecniche possano praticamente convivere in quello che è il contesto italiano del primo Novecento. Per capirci, ecco un esempio dei due movimenti:

Futurismo, rappresentato da Boccioni:
Boccioni - La città che sale
Umberto Boccioni, La città che sale (1910-11).
Pittura metafisica, rappresentata da De Chirico:
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Giorgio de Chirico, L’Enigma d’un pomeriggio d’autunno (1912).

Direi che c’è una bella differenza, non trovate? Guardare due opere come queste mi fa capire quanto frammentato sia il nostro Paese in questi anni cruciali.

Eppure, tra le due, vedo sempre di più nella metafisica il movimento italiano per eccellenza. So che esiste e che è assolutamente importante anche il Futurismo, ma la grande differenza è che quest’ultimo movimento si è nutre e viene alimentato da idee internazionali, arrivando quindi a fare parte di un quadro di insieme più vasto del nostro semplice e piccolo Stato.

Invece questa fase della pittura italiana ripudia tutto quello che va di moda all’esterno, da Picasso agli Impressionisti e all’Astrattismo, in favore di un linguaggio che attinge a piene mani da quella che è la tradizione culturale italiana.

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Giorgio De Chirico, L’enigma dell’arrivo

Parlare di pittura metafisica per me equivale dunque a parlare dell’Italia, di quell’Italia insoddisfatta prima, durante e dopo la prima mondiale, vivace ma allo stesso tempo imprigionata in un immobilismo senza tempo. Mi riferisco ad una nazione stanca di chi la governa (tanto per cambiare! N.d.r.), fatta di squilibri e stufa di quel clima di ostentata modernità che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Un Paese nella perenne attesa di qualcosa che non si conosce, ancorato alla sua storia e senza una chiara idea di futuro.

Proprio per questo la pittura metafisica, con la sua tecnica tradizionale, con i colori mediterranei e con gli enigmi senza tempo su di me esercita un fascino profondo, arricchito dal legame con altre opere del passato che che mi fanno sorridere quando le riconosco. Amare questo movimento è un atto d’amore per la grande e fragile Italia, quella nazione tanto desiderata quanto bistrattata da chi ci ha preceduto e da chi ancora ne decide le sorti.


Come definire e comprendere la pittura metafisica?

Dopo questa introduzione vaga e spero interessante, mi piacerebbe scendere nel dettaglio, raccontare qualche bella storia sui principali esponenti e illustrare le caratteristiche di molti dipinti, però il tempo è poco e le parole scritte sono già tante, quindi vi invito a non perdere le prossime puntate in cui cercherò di mantenere questi propositi.

Prima di salutarvi voglio ancora lasciarvi una piccola pulce nell’orecchio, riportando una frase che trovo che racchiuda molto dello spirito metafisico.

L’opera d’arte metafisica è quanto all’aspetto serena; dà però l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare sul quadrato della tela.

Tale è il sintomo della profondità abitata. Così la superficie piatta d’un oceano assolutamente calmo ci inquieta non tanto per l’idea della distanza chilometrica che sta tra noi e il suo fondo quanto per tutto lo sconosciuto che si cela in quel fondo.

Giorgio de Chirico, Valori Plastici, aprile-maggio 1919.

A voi cosa fa pensare la “profondità abitata”? A me i pensieri si riempiono di fosche immagini, inizio a viaggiare lontano con la mente e con i ricordi…Oltre la linea d’ombra, per così dire, nel significato più introspettivo del termine.

La classifica dei quadri del cuore

quadri-classifica-mixTutti i quadri hanno una storia e ad alcuni si sommano anche le vicende di chi li osserva stupito, per la prima o per la centesima volta. Ed è a questo punto che diventano davvero speciali e unici, la rappresentazione di qualcosa che va oltre al soggetto e alla tela.

Credo che questo loro potere sia ciò che ci riesce ad emozionare ogni volta che li vediamo. Insieme alla perfezione della tecnica e al loro fascino, fanno riaffiorare vecchi pensieri e ricordi destinati a rimanere collegati e a non sbiadire.

Succede anche a voi? Se penso a me, non ho alcun dubbio: mi vengono in mente subito alcuni dipinti che non smetterò mai di amare.


#1 Andrea Mantegna, San Sebastiano e #2 Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista

Mantegna-San-Sebastiano-Leonardo-san-giovanni-battista

Il San Sebastiano di Mantegna è per me l’emblema del Rinascimento. Emerge tutto l’orgoglio dello studio dei classici e questo santo (che più che un santo ricorda una statua romana o greca) si staglia immobile e candido come la colonna di un tempio. Al Louvre, nella Galleria Italiana, si può rimirare quasi subito sulla sinistra, serissimo e commovente.

Leonardo, invece, è stato in generale uno dei miei miti sin dall’infanzia. Per prima cosa era mancino come me, e per seconda era una mente geniale e mai ferma, assidua ricercatrice in molti ambiti del sapere. Tra tutti, era lui il mio idolo, forse anche per “colpa” di un libretto su di lui che mi aveva comprato mia madre quando facevo le elementari e per cui dovrei ancora ringraziarla.

Anche se magari non si direbbe, il mio amore per l’arte è partito dall’ammirazione per il Medioevo e per il Rinascimento, in assoluto i miei periodi preferiti per tutti gli anni del liceo.

Sono stata quattro volte al Louvre, ma la sensazione che ho provato nella Galleria Italiana non è mai cambiata. E per me, in particolare, questi due quadri rappresentano la visita di quell’ambiente straordinario, tutta la bellezza e la fierezza, nonostante tutto, di appartenere ad un popolo come il nostro, sempre inguaiato ma anche per questo tanto geniale.


#3 Michelangelo Merisi (Caravaggio), La cattura di Cristo

Caravaggio_-_Taking_of_Christ_-_Dublin

Dublino, 2008. Due ragazze stufe della pioggia si rifugiano alla National Gallery, un po’ per curiosità e un po’ perchè l’ingresso è gratuito.

Quelle due eravamo mia sorella ed io, reduci da due settimane di vagabondaggio con lo zaino in spalla ed il bancomat che non funzionava più da giorni. In mezzo a opere decisamente meno notevoli, ricordo come se fosse oggi il momento in cui, da una stanza all’altra, abbiamo intravisto questo quadro di Caravaggio che divorava e annientava gli altri.

Ci siamo fermate lì davanti per una mezzora, chiacchierando persino con una guardia del museo che ci ha visto così emozionate. Ma come potevamo non esserlo, con quel gioco di luci e la perfezione espressiva dei volti?  Quello che non sapete ancora è che al tempo la mia accompagnatrice non era affatto un’appassionata d’arte. Beh, vi dirò che quel quadro ha cambiato le carte in tavola. Da quel giorno sperduto abbiamo inseguito insieme Caravaggio a Milano e per tutta Roma, ripromettendoci che prima o poi avremmo visto ogni sua opera.

In pratica, per me la Cattura di Cristo è la testimonianza imperitura dell’incredibile potere dell’arte, del suo effetto quando non ha bisogno di troppe spiegazioni.


#4 J. M. W. Turner, Venezia

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Le opere di Turner hanno cambiato la mia idea di acquerello. Forse hanno allargato anche la mia immagine del primo Ottocento, perché in mezzo alle accademie e all’eclettismo ho scoperto che c’è stato lo spazio anche per una disarmante modernità.

Oltre a questo devo ammettere che ho trascorso i miei ben diciotto anni di scuola disegnando continuamente, partendo da foglietti nelle tasche del grembiule per arrivare agli album da acquerello Moleskine. Bene, come vi ho già raccontato, Turner mi ha fatto compagnia con i suoi lavori per almeno due anni del liceo. (Ne ho parlato qui: Un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner)

Posso dire di avere imparato a dipingere decentemente ad acquerello da questo maestro straordinario!


#5 Egon Schiele, Autoritratto

Egon_Schiele Self-Portrait

Come sapranno i lettori più assidui, Egon Schiele è forse l’artista che riesce maggiormente a commuovermi.

Il bello è che la sua scoperta da parte mia è stata quasi casuale. Questo perché le riproduzioni  dei libri non si avvicinano alla incredibile bellezza delle sue opere.

Sono dovuta capitare a Vienna, sempre insieme alla mia adorata sorella (2011 questa volta!), per ammirare al Leopold Museum dei suoi capolavori che mi hanno a dir poco stregato. Ammirare dal vivo la purezza del suo tratto e la nettezza delle sue linee è un’emozione che consiglio a tutti di provare.

Anche a distanza di anni, in occasione di altri due incontri con questo inusuale maestro, vi dirò che non ho avuto modo di cambiare idea!

Questo autoritratto poi ha avuto il merito di aprire una nuova fase nella mia carriera di acquerellista dilettante: vedete i colori forti e contrastati che fanno da protagonisti sul volto? Ecco, copiando Schiele e le sue tinte ho imparato qualcosa di nuovo e meraviglioso.


#6 Edward Hopper, Nottambuli

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942

Tra tutte, questa è la mia scelta più romantica. Il momento in cui ho capito che avrei potuto davvero amare il ragazzo che mi ha portato a Parigi dopo tre mesi che uscivamo insieme è stato quello in cui mi ha fatto notare il manifesto di una mostra di Edward Hopper al Petit Palais e ha sopportato con me tre ore di coda per entrarci, nel gelo più totale di una sera di inizio novembre (2012).

Il bello è che non era un grande appassionato d’arte, eppure di fronte ai Nottambuli ci siamo emozionati allo stesso modo. E questo è esattamente quello che io intendo quando insisto nel dire che alcuni quadri possiedono un’anima. 

Il lieto fine è che da quel momento le mostre d’arte sono diventate una consuetudine per entrambi e che lui è tornato a casa con il poster di questo quadro ben riposto nel borsone.


Dopo quest’ultimo aneddoto direi che posso concludere, anche se so che avrò sicuramente dimenticato moltissime opere. Però allo stesso tempo mi chiedo: anche voi vi emozionate davanti ai quadri? Quali sono quelli nella vostra classifica del cuore? Chissà se ne abbiamo qualcuno in comune!

Tutta l’arte è stata contemporanea

Riuscite ad immaginare che cosa possono avere in comune artisti e uomini diversissimi tra loro come Vincent Van Gogh, Pablo Picasso o Damien Hirst? 

Sicuramente tutti e tre hanno condiviso il peso degli occhi che per primi hanno guardato le loro opere, gli sguardi dei contemporanei che li hanno giudicati nel momento in cui non erano ancora sicuri dell’esito della loro ricerca.

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All art has been contemporary, installazione di Maurizio Nannucci in vari musei europei.

Se siete tra i migliaia di visitatori che hanno fatto la coda per entrare alla mostra su Monet organizzata dalla GAM di Torino, nell’attesa avete sicuramente letto questa scritta, appesa sulla sommità dell’edificio: ALL ART HAS BEEN CONTEMPORARY (tutta l’arte è stata contemporanea). Tutti gli artisti si sono dovuti confrontare prima di tutto con chi viveva nel loro stesso tempo e, pensandoci bene, questa è una delle poche cose che non cambierà mai.


Guardando il passato

In una direzione, questo pensiero mi sembra chiaro e semplice da seguire, non trovate?

Cercherò di spiegarmi meglio. Come ormai avrete intuito, il mio periodo preferito è quello delle Avanguardie, però vi confesso che riesco a sentire gli stessi brividi di fronte ad un bel volto di Caravaggio o di Giorgione, per fare due esempi. Credo proprio che, per imparare ad amare veramente i grandi del passato, sia importante arrivare coglierne la contemporaneità. Trovo incredibilmente affascinante l’idea di Leonardo da Vinci che andava in giro di notte alla ricerca di cadaveri da studiare, oppure di Caravaggio che prendeva per la strada i soggetti da trasformare in santi e religiosi, proprio perché sono cose che devono avere sconvolto il panorama in cui vivevano. Gli stessi impressionisti all’inizio sono stati criticati, perché i loro contemporanei non erano pronti a comprenderli.

L’arte che ha cambiato il mondo e il modo di vedere le cose quasi sempre al primo colpo è stata aspramente criticata e sicuramente non capita nella sua grandezza; in questo i migliori artisti hanno davvero saputo essere dei profeti.


Cercando di capire il presente

Ben più difficile è applicare questo discorso oggi.

Pensare che tutta l’arte è stata contemporanea vuol dire che non bisogna giudicare quello che viene creato oggi con i parametri del passato, anche se a volte ci piacerebbe di più. Non è facile, non credete?

Tuffarsi nella contemporaneità significa lasciare indietro i pregiudizi ed essere indulgenti con questi artisti che ce la mettono tutta per farsi vedere, che ne studiano di tutti i colori per dimostrare che esistono. Dopotutto, tra di loro deve necessariamente esserci qualcuno che potrà ambire all’eternità.

Intanto è giusto che sia così e che si sperimenti. Un artista per definizione esprime quello che sente, non deve essere convinto di stare scrivendo la storia: siamo noi che, girando per i musei e le mostre, dobbiamo arrivare a capire quello che ci emoziona.

Con questo discorso non voglio dire che non dobbiamo permetterci di criticare quello che vediamo; anzi, chi mi conosce sa che gran parte del mio stile di vita si basa sulla critica.

Credetemi se vi dico che sono la prima ad avere dei dubbi. Viviamo non soltanto in una foresta di simboli, come diceva Baudelaire, ma anche in un enorme labirinto di caos frammentato e multiforme. E forse soltanto accoglierlo e imparare a classificarlo ci permetterà alla fine di capire qualcosa, a noi che siamo curiosi e abbiamo sete di sapere più che ai critici che pensano semplicemente ai loro tornaconti.

Per concludere, vi dirò che forse quella che stiamo vivendo oggi è una vera e propria scommessa, sia per chi guarda sia per chi crea e che l’importante è trovare ogni tanto qualche cosa su cui puntare, anche se non sembra così facile.


Piccola nota sulla scritta “All art has been contemporary”

Si tratta di un’installazione dell’artista fiorentino Maurizio Nannucci, presente, in diverse versioni, non solo alla GAM di Torino ma anche in altri musei, come l’Altes Museum di Berlino. Ecco il link alla pagina del suo sito su questo argomento.

Storie d’inverno: il gelo e la neve attraverso gli occhi dei grandi artisti

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Caspar David Friedrich, Cimitero del monastero nella neve.

Avete presente la luce incredibile delle mattine di dicembre, fredda e azzurrina, che rende le ombre più vivide e i raggi del sole più dorati?

Se l’autunno è la stagione in cui i colori esplodono, l’inverno è il momento in cui il mondo si fa più monocromatico, sia per la neve che ricopre tutto sia, in generale, per la vegetazione addormentata fino a primavera.

Credo che chi dipinge sarà d’accordo con me nel dire che riprodurre sulla tela le tinte tenui ma pure di questo periodo dell’anno è una sfida ardua, soprattutto se si vuole cogliere la sfumatura vivida del sole invernale ed evitare l’effetto cartolina di Natale.

Riflettendo su questo, mi sono chiesa quali siano i quadri dei grandi artisti che meglio esprimono, a mio parere, lo spirito di questa stagione. Ecco, qui vorrei pubblicare una galleria che raccolga un po’ di quelli che mi sono venuti in mente.


Caspar David Friedrich

Come insegnano per primi i Romantici, l’inverno può essere anche uno stato d’animo. Così, ho scelto di iniziare questa galleria con un paio di opere di Friedrich, un uomo che ha dedicato la sua ricerca pittorica alla rappresentazione della natura, specialmente nelle sue accezioni più estreme. (Per gli interessati, ecco un altro articolo su di lui: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)

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Caspar David Friedrich, Winter landscape.
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Caspar David Friedrich, Querce nella neve.

Impressionisti

Dopo il romanticismo, devo ammettere che uno dei movimenti che ha saputo rappresentare al meglio i paesaggi invernali con i loro splendidi colori è sicuramente l’impressionismo. E quella che segue è la selezione delle mie opere preferite.

Claude Monet

Per primo cito Monet, un artista così bravo da rendere vana ogni parola, dal momento che i suoi dipinti si commentano da soli.

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Claude Monet, ghiaccio sulla Senna.
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Claude Monet, la gazza.
Alfred Sisley

Per secondo ecco Sisley: non trovate anche voi una certa familiarità nei suoi soggetti? Questo dipinto, ad esempio, mi sembra il lontano ricordo di qualcosa che ho vissuto.

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Alfred Sisley, La Senna a Bougival in inverno.
Gustave Caillebotte

Caillebotte merita, a mio parere, di essere citato perché mostra quello che è l’inverno nelle grandi città, sicuramente meno luminoso e più ingrigito dal fumo dei camini.

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Gustave Caillebotte, tetti.

Vincent Van Gogh

Anche qui, come per i romantici, l’inverno diventa qualcosa decisamente più emozionale.  Quello che commuove sempre di Van Gogh è il suo modo di rendere personale e introspettivo ogni soggetto. I disegni in bianco e nero, poi, hanno il potere di enfatizzare l’unicità del suo tratto.

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Vincent Van Gogh, la chiesa di Nuenen in inverno.
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Vincent Van Gogh, Giardino d’inverno.

Edvard Munch

Sarà per la mia passione per il Nord Europa o per chissà cos’altro, ma Munch occupa un posto speciale nel mio cuore.

Ogni suo dipinto è un’emozione ed insieme un mondo parallelo, così in questo caso ci porta tra le conifere e le isole della Norvegia, tra il bianco della neve e le tenebre di quei giorni d’inverno in cui il sole non sorge nemmeno. (per chi fosse interessato, ecco un altro articolo sul tema: Il paesaggio dell’anima: il nord attraverso gli occhi di Edvard Munch)

Edvard Munch, winter night
Edvard Munch, notte d’inverno.

Giovanni Segantini

Tornando in Italia, non potevo che citare Segantini e questo suo quadro che risente in pieno della mia amata atmosfera fin du siècle. Non c’è che dire, guardando le opere di questo artista mi sento sempre a casa!

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Giovanni Segantini, le madri del male.

Alfons Mucha

Dopo Segantini, collegarsi con Mucha mi è sembrato piuttosto inevitabile: non siete d’accordo con me?

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Alfons Mucha, l’inverno.

Vassily Kandinsky

Kandinsky invece ci regala una versione decisamente più colorata dell’inverno. Guardando i colori della neve però ci si stupisce: le pennellate sono sgargianti ma ci riescono a descrivere un vero e freddo paesaggio invernale.

Vassily Kandinsky, Paesaggio invernale.
Kandinsky Vasily – Winter Landscape

Marc Chagall

Chagall invece trasforma tutto in una fiaba, con il leggero garbo e l’aura di magia che lo contraddistinguono.

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Marc Chagall, Sopra Vicebsk.

Tom Thomson

Per concludere ci spostiamo in America e per la precisione in Canada, con uno dei membri del Gruppo di Sette, un insieme di artisti di cui vi ho già parlato qui, se vi interessa: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi.

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Tom Thomson, Aurora boreale.

Allora, vi è piaciuta questa galleria di quadri? Vi è venuto un po’ di freddo, insieme alla voglia di smarrirsi nella neve?

Ditemi se vi viene in mente qualche dipinto che ho dimenticato!