J. M. W. Turner: la rivoluzione del colore e della luce nella pittura del paesaggio

Se doveste scegliere una tra le opere di Turner, quale secondo voi rappresenterebbe meglio gli esiti della sua ricerca pittorica e la sua interpretazione del romanticismo?

Ad essere onesta trovo questa domanda difficilissima. Che sia per il mio troppo amore o per la sua grande versatilità, ma il risultato è che in questo post sapevo di voler parlare di questo grande artista, ma avevo troppi quadri in testa. Alla fine, per continuare in tema “un incanto di panorama” e dopo avervi raccontato dell’aspirazione al sublime di Caspar David Friedrich, oggi ho deciso di proporvi L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni, perché credo che rappresenti la sua rivoluzione in campo di paesaggi.

Il salto in avanti che Joseph Mallord William Turner compie infatti riguarda i soggetti, la tecnica, la pennellata e soprattutto la luce, che è l’indiscussa protagonista di quest’opera. La sua mano fatata apre porte destinate ad essere sfondate nei decenni successivi e racconta storie emozionanti, testimonianza di un periodo storico ma anche della natura umana.


L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni, 1835

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Joseph Mallord William Turner, Incendio delle Camere dei Lords e dei Comuni del 16 ottobre 1834.
Chi era Joseph Mallord William Turner (1775-1851)?

Turner è una figura solitaria ed eccentrica e allo stesso tempo un artista dall’indubbia fama, un instancabile sperimentatore che non sazia mai la sua sete di conoscenza. Cercando di andare con ordine, per prima cosa cercherò di sintetizzare qualche cenno biografico.

Nasce a Londra nel 1775 e viene cresciuto principalmente dal padre, con cui sviluppa un legame che si mantiene saldo negli anni. A quattordici anni viene ammesso alla Royal Academy School, dove studia prospettiva e pittura, cimentandosi specialmente in soggetti architettonici e topografici. (Che dire, è proprio vero che la natura di un individuo in certi casi si manifesta ben presto)

A partire dall’anno successivo inizia a girare le campagne inglesi alla ricerca di spunti per dipinti dal vero, un viaggio destinato ad essere reiterato negli anni. La sua abilità pittorica nel frattempo non passa inosservata: la sua produzione è abbondante e dà grandi risultati, sempre accompagnata da nuovi viaggi in Gran Bretagna e poi nel continente. Nel 1811 inizia a tenere conferenze alla Royal Academy con il titolo di professore di prospettiva, mentre nel 1819 compie finalmente un lungo viaggio in Italia, Paese che, inutile dirlo, lo fa innamorare. Questo suo interesse si riflette nelle numerose opere che dedica a Roma, alle archeologie di del sud Italia e a Venezia, per esempio.

Con il tempo il suo carattere peggiora, tanto che nel 1846 si trasferisce in anonimato a Chelsea, dove rimane fino alla morte nel 1851.


Cosa racconta l’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni?

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Questo dipinto di Turner immortala l’incendio delle camere dei Lord e dei Comuni nel centro di Londra, realmente accaduto il 16 ottobre del 1834.

Il primo piano troviamo la folla, poco dettagliata, che osserva la scena dall’altro lato del Tamigi. Poi c’è il fiume e dietro il palazzo del parlamento (nella veste precedente rispetto a come lo vediamo oggi) e Westminster Abbey, lambiti dalle fiamme. Le due scene sono unite dalla presenza del ponte che le collega.

Si tratta di un fatto di cronaca che diventa il pretesto per descrivere uno degli aspetti più estremi del mondo naturale: il fuoco che divampa e cresce a dismisura. Non dimentichiamo che Turner, riflettendo il gusto romantico, era un appassionato di tempeste, temporali ed eventi “sublimi” in genere.

In questo dipinto, due elementi colpiscono subito l’osservatore: i colori e le proporzioni.

Il vigore delle fiamme divora ed occupa una grande parte della tela, mentre tutt’intorno ogni superficie riflette la sua luce calda, in contrasto con l’oscurità del fiume. Questa condizione estrema porta ad una gamma cromatica originale che però allo stesso tempo riprende molte delle caratteristiche dei quadri di Turner come, in primo piano, il ponte che acquisisce solidità grazie al suo candore, giustapposto al cielo fosco dietro di lui.

Per quanto riguarda le proporzioni, è facile notare come le persone risultino minuscole e il ponte immenso, con lo scopo di dilatare le dimensioni e le distanze, affinché l’incendio troneggi ancora in più di quanto doveva essere in realtà. Questa deformazione prospettica è però creata sapientemente, senza che quasi si percepisca, ed è questo che mi stupisce sempre di Turner: fa sembrare semplici operazioni complessissime. Ad esempio, avete notato come Westminster Abbey sembra davvero arretrata rispetto alle rovine del vecchio parlamento? Questo è forse il particolare che preferisco dell’intera opera!

In conclusione, osservando e analizzando L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni non restano più dubbi: siamo di fronte ad una rivoluzione nel mondo della pittura. La luce diventa non solo protagonista ma fonte inesauribile di colore, mentre l’impeto del soggetto si riflette anche nelle pennellate, che non sono più delicate, limate e quasi impercettibili, come ci hanno abituato i quadri contemporanei e dei periodi precedenti, ma vigorose e ricche di significato. Turner non si accontenta di procedere per velature, ma accompagna le sapienti sfumature a punti in cui il colore è applicato denso e direttamente sulla tela.

In questo, non ci ricorda la successiva generazione degli Impressionisti? Non a caso, Monet in gioventù è stato a Londra, ma questa è un’altra storia. E un’altra storia merita un altro post, quindi dovrete aspettare la prossima puntata di questo lunghissimo viaggio nella pittura paesaggistica.


La seconda versione dell’opera

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Joseph Mallord William Turner, Incendio alla Camera dei Lords e dei Comuni del 16 ottobre 1834.

Ma prima di concludere davvero, come sempre non resisto alla tentazione di mostrare un altro quadro, anche se in questo caso il collegamento è quasi d’obbligo.

Si tratta di una seconda opera, eseguita nel medesimo anno, che racconta lo stesso soggetto. Oltre all’incendio, in questo caso il protagonista è il fiume, che con il suo ampio riflesso enfatizza il colore e la forza delle fiamme.

La folla è stipata sui bordi del dipinto, separata dal fuoco da un ampio spazio vuoto e silente occupato dalle acque.

Potrei procedere oltre ma sono convinta che questa bellissima opera si commenti da sola, non credete anche voi? Mi sembra che sia sufficiente perdersi ad osservarla.


Turner ha solleticato il vostro interesse? Ecco altri post dedicati a lui!
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Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista

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Edward Hopper, Nighthawks.

Chiedendomi quali siano le opere che meglio rispecchiano l’America della grande depressione, mi rendo conto che la mano che le ha realizzate grossomodo è una sola: ovviamente mi riferisco a quella di Edward Hopper, l’uomo che più di tutti ha saputo immortalare lo spirito di quegli anni e le difficoltà di un continente giovane che vive in questa fase gravi squilibri.

Per di più, questo artista non è soltanto un bravo ritrattista del mondo che ha di fronte. In effetti quello che secondo me lo rende grande e sempre attuale è soprattutto la sua capacità di riportare sulla tela dei tratti della natura umana, quei caratteri profondi capaci di emergere dalle scene che dipinge, a prima vista così semplici.

Nei pochi personaggi che popolano i suoi quadri l’osservatore può vedere l’irrequietezza umana, l’insoddisfazione, la solitudine ed il desiderio di altrove. E vedendole, sicuramente una parte del suo cuore si emoziona.

Ecco, per celebrare al meglio le sue qualità vorrei dedicare questa tappa del mio viaggio attraverso la pittura americana proprio a Edward Hopper, cercando di risalire alle principali ragioni che lo rendono un pittore così importante e amato. (Per chi volesse tornare alle scorse puntate, ecco i link: Esiste una vera “arte americana”?, Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River, Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth)


1. L’atmosfera delle sue opere

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Edward Hopper, Gas.

Regina di ogni quadro di Edward Hopper secondo me è sempre l’atmosfera, studiata nei minimi dettagli con grande precisione e con un taglio che oggi definiremmo cinematografico. Effettivamente non si può negare che non sia stata ripresa in molti film, ma questa è un’altra storia di cui forse un giorno parleremo, quindi per adesso non divago.

La composizione è forse il primo elemento che rende distinguibile una sua opera e che cattura lo sguardo dell’osservatore, grazie ad una serie di ingredienti che insieme fanno una magia.

Ad esempio, il numero di personaggi è sempre limitato, mentre il loro movimento sembra essere imprigionato nella pittura. La scelta del colore ricade poi spesso nella contrapposizione di tinte complementari, a cui si sommano tocchi di colore diverso che servono a indirizzare l’occhio. Le ombre e le luci giocano poi un ruolo fondamentale, animando scene altrimenti piatte: che si tratti di lampade da interni oppure di raggi di sole radente poco importa, l’effetto è sempre quello di dare vita alle architetture, ai paesaggi e alle persone.


2. L’immagine dell’America della Grande Depressione che riesce a dare

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Edward Hopper, Early sunday morning.

Ovviamente non si può trascurare il valore delle opere di Hopper come testimonianza del delicato e difficile periodo della storia che l’America vive per tutti gli anni Trenta.

Le opere di questo artista riescono a dare voce ad un malessere comune e alla mancanza di speranze e aspettative che si vive in questi momenti. Non so, riflettendoci mi viene in mente che magari l’amore che sembra che tutti provino per Hopper nelle ultime stagioni (basti pensare alla frequenza delle mostre su di lui ad esempio in Italia) sia in parte dovuto al fatto che, data la situazione politica ed economica in cui viviamo, riusciamo facilmente ad immedesimarci nei suoi soggetti.

Dopotutto è difficile avere rosee aspettative oggi esattamente come lo era allora: si viveva nell’innegabile e onnipresente mondo patinato costruito dalla prosperità dei decenni precedenti, un mondo fragile che però non era sostenibile e nemmeno al passo con la gente. Beh, non sembra anche a voi qualcosa di familiare?  [Mi fermo qui, visto che il mio intento oggi è unicamente quello di celebrare Hopper.]


3. Il silenzio

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Edward Hopper, Morning sun.

Infine, ciò che secondo me rende così importante Edward Hopper è l’introspezione delle sue opere, la capacità che hanno di raccontare la condizione umana, spesso imprigionata nel silenzio e nella difficoltà a comunicare.

Attraverso i quadri ci viene raccontata una situazione di muta introspezione, una reazione al mondo esterno ma anche l’insoddisfazione e all’infelicità che ogni tanto tutti abbiamo dentro. In relazione a questo, condivido con voi una piccola galleria da sfogliare di sue opere su questo tema.


Bene, ora però mi fermo, prima di mettermi a filosofeggiare troppo. Spero tanto che questo articolo vi sia piaciuto e che magari abbia contribuito, anche solo in minima parte, ad un’osservazione approfondita e curiosa delle opere di Edward Hopper, un artista che amo davvero molto.

Piace anche a voi? Sono curiosa di sapere la vostra opinione in merito! 🙂

10 momenti di illusione

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In fondo cos’è la realtà, se non un’illusione molto persistente?

Se doveste scegliere 10 tra le opere d’arte di tutti i tempi, quali sarebbero per voi quelle che meglio rappresentano l’assurdità del mondo? Ecco, per il nuovo episodio di “10 Momenti di…” il filo conduttore è proprio l’illusione.

Vi ricordate di questo progettino inaugurato insieme al blog Artesplorando? Si tratta di una serie di brevi video in cui cerchiamo di raccontarvi con 10 dipinti delle sensazioni, dei temi o dei percorsi trasversali alla storia dell’arte (a proposito, ecco il link alla scorsa puntata: 10 momenti di passione).

In questa selezione trovate i maestri del surrealismo ma non soltanto: una piccola deviazione vi condurrà dal precursore Arcimboldo e dall’ultimo venuto, quel grande genio di Escher, per cui vi confesso che ho un debole di vecchia data.

Che cosa aggiungere, se non che spero di avervi fatto incuriosire abbastanza da cliccare play? Fatemi sapere cosa ne pensate 🙂

Fiori che emozionano: Piet Mondrian vs Egon Schiele

Stylized flowers before decorative background, still life fbQuando pensate a quadri a tema floreale, anche a voi vengono in mente pacifiche composizioni colorate che deliziano lo sguardo? Questo è quello che succede a me, ma se si parla di Mondrian e di Schiele bisogna abbandonare ogni preconcetto.

Questi due grandissimi artisti sono la dimostrazione di come anche lo studio della realtà riesca a diventare qualcosa di soggettivo e quasi mistico, nel momento in cui chi tiene in mano il pennello possiede un animo profondo, sensibile e così forte da guidare le linee e le scelte cromatiche.


Piet Mondrian e la ricerca dell’essenziale

mondrian-crisantemo2Osservando le opere di Mondrian, ci si trova spesso davanti all’esito di una ricerca accurata e a tratti ossessiva.

Si ha quest’impressione in primo luogo quando ci si perde dietro ai suoi alberi che negli anni si trasformano in linee geometriche (su questo tema, ti consiglio un altro articolo: Gli alberi sacri di Piet Mondrian), ma anche nelle altre opere, dove però il filo che le collega è meno palese.

Persino gli schizzi che ritraggono i fiori, crisantemi in primis, sono un modo per ammirare la forza delle linee e l’intensità di questo indiscusso maestro.

Seguire le pennellate nervose è difficile ma allo stesso tempo affascinante, ci rimanda a tutti i suoi dipinti che conosciamo meglio, creando una connessione drammatica e vibrante con quella che è la sua ricerca dell’essenziale, uno studio basato sulla riproduzione continua e costante dei temi che stanno maggiormente a cuore.

Non sono meravigliosi? Stranamente, i crisantemi non compaiono mai nei maggiori dipinti di Piet Mondrian, che solitamente non lascia spazio ai fiori. In un paio di occasioni però passiflore e amarillidi diventano protagoniste, come è possibile vedere di seguito.


Egon Schiele e i fiori dell’anima

egonschiele fioriChi mi conosce sa che amo profondamente Egon Schiele. E le ragioni di questa mia adorazione sono evidenti anche in questa serie di opere a tema floreale.

Vi invito ad ingrandire le immagini per gustare il tratto drammatico e unico al mondo di questo fenomenale artista beffato dal fato crudele (su questo tema, consiglio una serie di articoli che partono da qui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (1/3)).

Quanta passione in questi fiori, e quanta immediatezza! L’apparente disordine nasconde un grande equilibrio, così come le imprecisioni se sommate portano ad un esito accurato.

Sono sempre in difficoltà quando devo commentare i suoi disegni, perché mi rendo conto che niente sarà mai come vederli dal vivo. Osservare anche il più stupido dei lavori di Egon Schiele è emozionante, quindi immaginate cosa si prova di fronte ad un capolavoro. (Voi avete già visto qualche suo disegno? Vi è capitata la stessa cosa?)

Guardate anche in questo caso un crisantemo, ci sono allo stesso tempo profonde analogie e differenze rispetto all’esempio di Piet Mondrian, non trovate?

schiele girasoli

Stylized flowers before decorative background, still life


Spero che questo excursus a tema floreale vi abbia interessato e soprattutto incuriosito, perché in fondo è proprio questo che vuol dire andare oltre la sottile linea d’ombra: scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo che valga la pena ricordare.

Vi vengono in mente altri fiori che meriterebbero di stare in questa galleria? Sono molto curiosa di sapere la vostra opinione:)

Storie di primavera: la rinascita attraverso gli occhi dei grandi artisti

Dal punto di vista cromatico la primavera è uno spettacolo continuo, non siete d’accordo con me? Nel mese di marzo gli alberi si colorano di un verde sempre più saturo, per poi lasciare lo spazio alle più incredibili fioriture nei mesi successivi, che donano alla terra un mantello vivace delle tinte dell’arcobaleno. Allo stesso tempo le giornate si fanno più lunghe e il sole più caldo e forte.

Cercare di ritrarre questa stagione è una sfida e soprattutto un piacere per ogni artista, così in questo post troverete una selezione di quadri su questo tema.


Sandro Botticelli

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Sandro Botticelli, Primavera.

Ovviamente non potevo che partire da qui. La Primavera di Botticelli, che affronta il tema dal punto di vista mitologico, è una giovane donna bellissima con un abito floreale e petali in grembo da spargere al suo passaggio. In più è impossibile non notare l’abbondanza di fiori nel prato e sulle piante, insieme alla presenza di Mercurio che scaccia via le nuvole, residuo di una stagione peggiore.


Caspar David Friedrich

Caspar David Friedrich: "Hügel und Bruchacker bei Dresden".
Caspar David Friedrich, Campagna e campi vicino a Dresda.

Caspar David Friedrich, grandissimo esponente del Romanticismo, solitamente colpisce per i suoi paesaggi solitari e selvaggi, notturni e invernali, ma in questo caso la primavera ingentilisce e scalda anche le sue pennellate generalmente ben più austere. Le sagome scheletriche degli alberi sono addolcite dalle nuove foglioline, mentre l’ombra si colora di tinte più vivaci. 


Claude Monet

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Claude Monet, Le rive del fiume Epte in primavera.
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Claude Monet, Tre alberi in primavera.

Che Claude Monet sia un mago con i colori non è sicuramente una novità, però nelle sue opere vi dirò che riesce sempre a stupirmi.

Dedicandosi al tema della primavera, riesce a riprodurre sulla tela delle sfumature incredibili e delicatissime. (Su Claude Monet e i suoi studi, ecco un altro articolo in tema: Il giardino segreto di Claude Monet)

I paesaggi si tingono di un verde acceso mentre un’atmosfera rosata riempie l’aria.

La sua grande esperienza nello studio della luce dal vivo conduce ad esiti sbalorditivi che trasformano una veduta apparentemente banale in un dipinto studiato e incisivo, in cui i blu bilanciano perfettamente i gialli e le tinte delle terre e il cielo sembra consistente e materico.

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Claude Monet, Campagna.

Pierre Auguste Renoir

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Pierre Auguste Renoir, Periferia.

Quello che rende speciali i dipinti di Renoir sulla primavera è invece l’effetto del primo sole tra le foglie. Guardando questo dipinto ad olio sembra di sentire il tepore sulla pelle e l’aria fresca che se si resta all’ombra fa ancora venire i brividi.

Questo artista arriva ad immortalare la vegetazione che rinasce e torna ad essere lussureggiante e vigorosa, celando gli edifici in secondo piano.

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Pierre Auguste Renoir, Roseto a Wargemont.

Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Albicocchi in fiore.

Anche nei lavori di Van Gogh, così come in quelli di Claude Monet, il colore è l’assoluto protagonista, insieme al tratto vigoroso, energico e drammatico.

La serie dei mandorli in fiore che vi propongo (non ho saputo escluderne nessuno!) è un insieme di incredibili capolavori, non siete d’accordo con me?

Qualunque parola in più sarebbe inutile, l’importante è osservarli e lasciarsi trasportare.

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Vincent Van Gogh, Mandorlo in fiore.
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Vincent Van Vogh, Campagna in primavera.
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Vincent Van Gogh, Mandorli in fiore.

Piet Mondrian

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Piet Mondriaan, Fattoria vicino a Duivendrecht.

Piet Mondrian ci regala invece una primavera quasi tetra, perfettamente nel suo stile (prima delle righe geometriche, intendo 😉 ). Questo angolo di mondo lontano dal Mediterraneo si sveglia più lentamente rispetto alla Francia e all’Italia, così mentre le luci sono già primaverili gli alberi sono ancora bruni e scheletrici.

Allo stesso tempo però l’erbetta dei prati è già vivace e coloratissima, tradendo la stagione che avanza e sbeffeggiando tutta l’oscurità ostentata.

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Piet Mondrian, Sole di primavera.

Alfons Mucha

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Alfons Mucha, Allegoria dell’inverno.

In pieno stile Art Nouveau, per Alfons Mucha la primavera ricorda per certi versi quella di Botticelli da da cui siamo partiti.

La stagione è simboleggiata da una ragazza bellissima che regge dei fiori.

Le tonalità dominanti sono quella del verde chiaro, del rosa e del rosso, non a caso i colori che meglio rappresentano le sfumature di questo periodo dell’anno.

Fa parte di un ciclo di allegorie delle quattro stagioni. Ne esistono anche delle altre versioni, come quella che si può vedere su Wikimedia Commons, cliccando qui.

(Perdonate la qualità scarsetta dell’immagine: non ne ho trovate di migliori ma ci tenevo comunque ad inserirla).

 


Egon Schiele

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Egon Schiele, Campo in fiore.

Sicuramente questo quadro non è uno dei primi a cui si pensa quando ci si riferisce a Egon Schiele. I fiori effettivamente non sono tra i suoi soggetti più presenti, anche se in realtà esistono numerosi dipinti e disegni che ritraggono girasoli, crisantemi o iris, per fare degli esempi che mi vengono in mente. (Se invece volete leggere altro su questo straordinario artista, ecco il link al primo di una serie di tre articoli dedicati a lui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi)

La sua non è una primavera ricca di riferimenti simbolici e di speranza, ma piuttosto l’esito di un’analisi del mondo che ci circonda, la riproduzione accurata di alcuni particolari della natura.

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Egon Schiele, Fucsia.

René Magritte

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René Magritte, Primavera.

Ultimo di questa galleria, Magritte ci mostra come sia possibile giocare anche con la primavera, trasformandola in un’illusione sofisticata e surreale. Non so voi, a me i suoi quadri fanno impazzire! (E se ne volete vedere altri, vi consiglio questo articolo: Esplorando le illusioni di René Magritte)


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? E qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate! 🙂

Giorgio de Chirico e la sua incredibile maniera di dipingere l’Italia

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Giorgio De Chirico, L’enigma dell’arrivo

Avete presente i centri storici delle nostre città, piccoli o grandi che siano? Ricordate quei momenti la mattina presto oppure prima del tramonto in cui sembrano assopite e più eterne che mai? Ecco, è in questi momenti che a me viene in mente la pittura metafisica di Giogio de Chirico. Sarà che Torino, metropoli geometrica, ordinata e irreale, si presta particolarmente bene al paragone con tutti i suoi portici e gli edifici modulari, avete presente?

Qualche tempo fa ho iniziato a parlare di pittura metafisica (te lo sei perso? Ecco il link all’articolo: Un amore metafisico), così oggi ho voglia di portare finalmente avanti il mio discorso.

Raccontare di Italia e di metafisica per me equivale a raccontare di Giorgio de Chirico, non solo perché si tratta del fondatore di questo movimento, ma soprattutto per il fatto che in molte delle sue opere si dedica alla riproduzione delle nostre città, raccontate ovviamente utilizzando quel linguaggio enigmatico e misterioso che ci affascina tanto.

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Giorgio de Chirico, Meditazione autunnale.

In effetti chiunque di fronte a un quadro di questo genere probabilmente si emoziona, percependo un senso di incanto e disincanto (perdonate il gioco di parole), rimanendo in dubbio su quello che vede. Quello che risulta più complicato è capire da cosa siano originate queste sensazioni, da cosa derivino quella ricercatezza e quella raffinatezza che sembrano irraggiungibili se ci si limita a guardare soltanto le pennellate scarne e le grandi campiture semplici e quasi banali (se viste nell’ottica di quello che nei primi anni del Novecento succede alla pittura).

Ecco, nel momento in cui ci si chiede l’origine dell’aura metafisica si comprende già che questo movimento è molto intellettuale e studiato, dietro la semplicità apparente.

Per capire i richiami all’Italia, i significati nascosti e le composizioni occorre rispolverare la tradizione pittorica del nostro Paese e insieme perdersi dietro i deliri filosofici di gente del calibro di Friedrich Nietzsche, capaci di mettere il dubbio il senso stesso della vita.


Le piazze d’Italia

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Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia.

Esiste effettivamente un tema ricorrente nelle opere di De Chirico, quello della piazza d’Italia. Si tratta di quel luogo metafisico in cui le prospettive rinascimentali convivono con  l’atmosfera del presente e con statue classicheggianti e abbandonate, ormai quasi dimenticate.

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Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti. (con Ferrara nello sfondo)

Così, di fronte a noi si aprono scenari che partono da luoghi realmente esistenti, come Ferrara in primis ma anche Roma o Firenze, destinati a diventare qualcosa di più. C’è un’atmosfera di sogno e disincanto allo stesso tempo, l’esito di una ricerca intellettuale che utilizza le regole geometriche, compositive e prospettiche della tradizione italiana a proprio vantaggio.

In questo modo l’orizzonte pare infinitamente lontano, vuoto e desolante, mentre le statue perdono la loro umanità e i luoghi rimangono ostinatamente inanimati.

Allora guardiamo questi quadri più attentamente, alla ricerca di due persone che parlano tra loro o di una bandiera mossa dal vento, soltanto per assicurarci di non essere prigionieri in un eterno immobilismo.

(E in questo senso non mi riferisco soltanto alle piazze d’Italia dei quadri di Giorgio de Chirico.)


In conclusione, vi voglio ancora dire che non dobbiamo limitarci ad osservare la tristezza nelle opere di De Chirico, ma piuttosto ricordare il fatto che sono lo specchio del periodo storico in cui l’artista ha vissuto. Dopotutto erano gli anni del Fascismo, della prima e della seconda guerra mondiale, quindi niente di troppo allegro o stimolante. Anche il mondo della cultura risenta di un panorama fatto soltanto di propaganda e restrizioni alla libertà personale.

Credo che il mondo rarefatto e senza tempo di questi panorami sia una sorta di rifugio ed insieme un modo sottile di polemizzare con un sistema politico che della rigidezza ha fatto il suo baluardo. De Chirico vuole ricordare l’Italia di cui andare fieri e arrivare ad un punto di rottura, in un’armonia che, come dicevo, crea una somma di incanto e disincanto.

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Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia.
G.De Chirico, La torre rossa (La Tour Rouge), 1913
Giorgio de Chirico, La Torre rossa.

Un amore metafisico

Lo sapevate che tra il Manifesto del Futurismo e la nascita della pittura metafisica passano soltanto tre anni?

Sicuramente è interessante pensare a come due linguaggi tanto diversi per soggetti, intenzioni e tecniche possano praticamente convivere in quello che è il contesto italiano del primo Novecento. Per capirci, ecco un esempio dei due movimenti:

Futurismo, rappresentato da Boccioni:
Boccioni - La città che sale
Umberto Boccioni, La città che sale (1910-11).
Pittura metafisica, rappresentata da De Chirico:
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Giorgio de Chirico, L’Enigma d’un pomeriggio d’autunno (1912).

Direi che c’è una bella differenza, non trovate? Guardare due opere come queste mi fa capire quanto frammentato sia il nostro Paese in questi anni cruciali.

Eppure, tra le due, vedo sempre di più nella metafisica il movimento italiano per eccellenza. So che esiste e che è assolutamente importante anche il Futurismo, ma la grande differenza è che quest’ultimo movimento si è nutre e viene alimentato da idee internazionali, arrivando quindi a fare parte di un quadro di insieme più vasto del nostro semplice e piccolo Stato.

Invece questa fase della pittura italiana ripudia tutto quello che va di moda all’esterno, da Picasso agli Impressionisti e all’Astrattismo, in favore di un linguaggio che attinge a piene mani da quella che è la tradizione culturale italiana.

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Giorgio De Chirico, L’enigma dell’arrivo

Parlare di pittura metafisica per me equivale dunque a parlare dell’Italia, di quell’Italia insoddisfatta prima, durante e dopo la prima mondiale, vivace ma allo stesso tempo imprigionata in un immobilismo senza tempo. Mi riferisco ad una nazione stanca di chi la governa (tanto per cambiare! N.d.r.), fatta di squilibri e stufa di quel clima di ostentata modernità che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Un Paese nella perenne attesa di qualcosa che non si conosce, ancorato alla sua storia e senza una chiara idea di futuro.

Proprio per questo la pittura metafisica, con la sua tecnica tradizionale, con i colori mediterranei e con gli enigmi senza tempo su di me esercita un fascino profondo, arricchito dal legame con altre opere del passato che che mi fanno sorridere quando le riconosco. Amare questo movimento è un atto d’amore per la grande e fragile Italia, quella nazione tanto desiderata quanto bistrattata da chi ci ha preceduto e da chi ancora ne decide le sorti.


Come definire e comprendere la pittura metafisica?

Dopo questa introduzione vaga e spero interessante, mi piacerebbe scendere nel dettaglio, raccontare qualche bella storia sui principali esponenti e illustrare le caratteristiche di molti dipinti, però il tempo è poco e le parole scritte sono già tante, quindi vi invito a non perdere le prossime puntate in cui cercherò di mantenere questi propositi.

Prima di salutarvi voglio ancora lasciarvi una piccola pulce nell’orecchio, riportando una frase che trovo che racchiuda molto dello spirito metafisico.

L’opera d’arte metafisica è quanto all’aspetto serena; dà però l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare sul quadrato della tela.

Tale è il sintomo della profondità abitata. Così la superficie piatta d’un oceano assolutamente calmo ci inquieta non tanto per l’idea della distanza chilometrica che sta tra noi e il suo fondo quanto per tutto lo sconosciuto che si cela in quel fondo.

Giorgio de Chirico, Valori Plastici, aprile-maggio 1919.

A voi cosa fa pensare la “profondità abitata”? A me i pensieri si riempiono di fosche immagini, inizio a viaggiare lontano con la mente e con i ricordi…Oltre la linea d’ombra, per così dire, nel significato più introspettivo del termine.

La classifica dei quadri del cuore

quadri-classifica-mixTutti i quadri hanno una storia e ad alcuni si sommano anche le vicende di chi li osserva stupito, per la prima o per la centesima volta. Ed è a questo punto che diventano davvero speciali e unici, la rappresentazione di qualcosa che va oltre al soggetto e alla tela.

Credo che questo loro potere sia ciò che ci riesce ad emozionare ogni volta che li vediamo. Insieme alla perfezione della tecnica e al loro fascino, fanno riaffiorare vecchi pensieri e ricordi destinati a rimanere collegati e a non sbiadire.

Succede anche a voi? Se penso a me, non ho alcun dubbio: mi vengono in mente subito alcuni dipinti che non smetterò mai di amare.


#1 Andrea Mantegna, San Sebastiano e #2 Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista

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Il San Sebastiano di Mantegna è per me l’emblema del Rinascimento. Emerge tutto l’orgoglio dello studio dei classici e questo santo (che più che un santo ricorda una statua romana o greca) si staglia immobile e candido come la colonna di un tempio. Al Louvre, nella Galleria Italiana, si può rimirare quasi subito sulla sinistra, serissimo e commovente.

Leonardo, invece, è stato in generale uno dei miei miti sin dall’infanzia. Per prima cosa era mancino come me, e per seconda era una mente geniale e mai ferma, assidua ricercatrice in molti ambiti del sapere. Tra tutti, era lui il mio idolo, forse anche per “colpa” di un libretto su di lui che mi aveva comprato mia madre quando facevo le elementari e per cui dovrei ancora ringraziarla.

Anche se magari non si direbbe, il mio amore per l’arte è partito dall’ammirazione per il Medioevo e per il Rinascimento, in assoluto i miei periodi preferiti per tutti gli anni del liceo.

Sono stata quattro volte al Louvre, ma la sensazione che ho provato nella Galleria Italiana non è mai cambiata. E per me, in particolare, questi due quadri rappresentano la visita di quell’ambiente straordinario, tutta la bellezza e la fierezza, nonostante tutto, di appartenere ad un popolo come il nostro, sempre inguaiato ma anche per questo tanto geniale.


#3 Michelangelo Merisi (Caravaggio), La cattura di Cristo

Caravaggio_-_Taking_of_Christ_-_Dublin

Dublino, 2008. Due ragazze stufe della pioggia si rifugiano alla National Gallery, un po’ per curiosità e un po’ perchè l’ingresso è gratuito.

Quelle due eravamo mia sorella ed io, reduci da due settimane di vagabondaggio con lo zaino in spalla ed il bancomat che non funzionava più da giorni. In mezzo a opere decisamente meno notevoli, ricordo come se fosse oggi il momento in cui, da una stanza all’altra, abbiamo intravisto questo quadro di Caravaggio che divorava e annientava gli altri.

Ci siamo fermate lì davanti per una mezzora, chiacchierando persino con una guardia del museo che ci ha visto così emozionate. Ma come potevamo non esserlo, con quel gioco di luci e la perfezione espressiva dei volti?  Quello che non sapete ancora è che al tempo la mia accompagnatrice non era affatto un’appassionata d’arte. Beh, vi dirò che quel quadro ha cambiato le carte in tavola. Da quel giorno sperduto abbiamo inseguito insieme Caravaggio a Milano e per tutta Roma, ripromettendoci che prima o poi avremmo visto ogni sua opera.

In pratica, per me la Cattura di Cristo è la testimonianza imperitura dell’incredibile potere dell’arte, del suo effetto quando non ha bisogno di troppe spiegazioni.


#4 J. M. W. Turner, Venezia

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Le opere di Turner hanno cambiato la mia idea di acquerello. Forse hanno allargato anche la mia immagine del primo Ottocento, perché in mezzo alle accademie e all’eclettismo ho scoperto che c’è stato lo spazio anche per una disarmante modernità.

Oltre a questo devo ammettere che ho trascorso i miei ben diciotto anni di scuola disegnando continuamente, partendo da foglietti nelle tasche del grembiule per arrivare agli album da acquerello Moleskine. Bene, come vi ho già raccontato, Turner mi ha fatto compagnia con i suoi lavori per almeno due anni del liceo. (Ne ho parlato qui: Un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner)

Posso dire di avere imparato a dipingere decentemente ad acquerello da questo maestro straordinario!


#5 Egon Schiele, Autoritratto

Egon_Schiele Self-Portrait

Come sapranno i lettori più assidui, Egon Schiele è forse l’artista che riesce maggiormente a commuovermi.

Il bello è che la sua scoperta da parte mia è stata quasi casuale. Questo perché le riproduzioni  dei libri non si avvicinano alla incredibile bellezza delle sue opere.

Sono dovuta capitare a Vienna, sempre insieme alla mia adorata sorella (2011 questa volta!), per ammirare al Leopold Museum dei suoi capolavori che mi hanno a dir poco stregato. Ammirare dal vivo la purezza del suo tratto e la nettezza delle sue linee è un’emozione che consiglio a tutti di provare.

Anche a distanza di anni, in occasione di altri due incontri con questo inusuale maestro, vi dirò che non ho avuto modo di cambiare idea!

Questo autoritratto poi ha avuto il merito di aprire una nuova fase nella mia carriera di acquerellista dilettante: vedete i colori forti e contrastati che fanno da protagonisti sul volto? Ecco, copiando Schiele e le sue tinte ho imparato qualcosa di nuovo e meraviglioso.


#6 Edward Hopper, Nottambuli

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942

Tra tutte, questa è la mia scelta più romantica. Il momento in cui ho capito che avrei potuto davvero amare il ragazzo che mi ha portato a Parigi dopo tre mesi che uscivamo insieme è stato quello in cui mi ha fatto notare il manifesto di una mostra di Edward Hopper al Petit Palais e ha sopportato con me tre ore di coda per entrarci, nel gelo più totale di una sera di inizio novembre (2012).

Il bello è che non era un grande appassionato d’arte, eppure di fronte ai Nottambuli ci siamo emozionati allo stesso modo. E questo è esattamente quello che io intendo quando insisto nel dire che alcuni quadri possiedono un’anima. 

Il lieto fine è che da quel momento le mostre d’arte sono diventate una consuetudine per entrambi e che lui è tornato a casa con il poster di questo quadro ben riposto nel borsone.


Dopo quest’ultimo aneddoto direi che posso concludere, anche se so che avrò sicuramente dimenticato moltissime opere. Però allo stesso tempo mi chiedo: anche voi vi emozionate davanti ai quadri? Quali sono quelli nella vostra classifica del cuore? Chissà se ne abbiamo qualcuno in comune!

Perché Piet Mondrian è finito a dipingere righe?

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Piet Mondrian, crisantemo.

Partiamo da un punto fermo: Piet Mondrian sapeva disegnare dannatamente bene e un gran bel numero dei suoi quadri lo dimostrano, come il Crisantemo che trovate qua in alto e che, pur essendo un semplice disegno, ai miei occhi è un capolavoro.

È un artista fenomenale, dotato di un tratto meraviglioso e di un incredibile abilità nella composizione.

Ma allora come mai ad un certo punto ha abbandonato completamente l’arte figurativa?

St. Jacob's church, Winterswijk, by Piet Mondriaan
Piet Mondrian, Chiesa di St. Jacob in inverno.

Credo che questa domanda sia una delle chiavi per interpretare l’arte del XX secolo e per imparare a leggere quello scatto, quel salto oltre la linea d’ombra che distingue la pittura del Novecento dai periodi storici che l’hanno preceduta.

L’arte in questa fase in effetti diventa qualcosa di più del mestiere che rappresenta fino all’invenzione della macchina fotografica. Non è più necessario immortalare la realtà, al contrario la tendenza è quella di andare oltre, superare la rappresentazione fedele del mondo che ci circonda.

Diventa simbolo di libertà di pensiero e di espressione, argomento di ricerca e di studio negli ambienti intellettuali.

La personale ricerca di Piet Mondrian

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Dagli alberi all’astrattismo, collage di quadri di Mondrian, raccontati e riprodotti in questo articolo: gli alberi sacri di Piet Mondrian.

Quello che Mondrian compie è uno studio rigoroso e affascinante, alimentato dall’implacabile ricerca dell’essenziale (che non è solo una canzone di Mengoni, ndr).

Le basi sono le stesse del cubismo che ha modo di conoscere in Francia, ma lo scopo è assolutamente un altro. Se Braque e Picasso si divertono a scomporre la realtà per dimostrare la sua mutevolezza nel tempo e l’impossibilità di vederla per intero, Piet Mondrian scompone gradualmente i suoi soggetti preferiti (gli alberi, per fare un esempio) per arrivare a cogliere quell’armonia matematica che è alla base dell’equilibrio e della perfezione della natura.

Non è affatto vero, secondo me, che i quadri di quest’ultimo periodo siano una scelta commerciale per guadagnare più velocemente e senza sforzo, ma piuttosto credo che siano il risultato di un’ossessione, l’esito finale di una ricerca lunga e destinata a cambiare molto nel gusto dell’arte e del design.

Onestamente, per un artista con le sue capacità non è forse più noioso tracciare linee con il righello che disegnare in maniera libera e spontanea? Ed ecco che una scelta del genere si può spiegare solo se è vissuta come una sorta di dovere quasi mistico.


 

Con il “perché” a cui ho cercato di rispondere oggi (sempre per il ciclo Elogio alla curiosità) ho voluto spingermi agli antipodi rispetto agli ultimi articoli, dedicati a Edvard Munch e a Vincent Van Gogh, proprio per mostrare i diversi percorsi compiuti dai grandi artisti.

Qui si nega e si nasconde quell’anima tormentata messa in mostra dagli altri due artisti, in favore di qualcosa più universale e tendente all’assoluto, uno studio che forse non affascina quanto l’Urlo oppure Campo di grano con volo di corvi, ma sicuramente ha un’altra storia da raccontare.

Vorrei quindi concludere con una citazione di Mondrian che ho già condiviso in passato con voi ma che trovo sempre pertinente:

Costruisco combinazioni di linee e di colori su una superficie piatta, in modo di esprimere una bellezza generale con una somma coscienza. La Natura (o ciò che ne vedo) mi ispira, mi mette, come ogni altro pittore, in uno stato emozionale che mi provoca un’urgenza di fare qualcosa, ma voglio arrivare più vicino possibile alla verità e astrarre ogni cosa da essa, fino a che non raggiungo le fondamenta (anche se solo le fondamenta esteriori!) delle cose…

Perché “Campo di grano con volo di corvi” di Van Gogh riesce ad emozionare tutti?

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Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi.

Su una cosa non ci sono dubbi: se dovessimo stilare una classifica dei quadri che ci coinvolgono di più a livello emotivo, credo proprio che quest’opera sarebbe tra le prime per la maggior parte di noi.

Sicuramente, la sua storia da sola è sufficiente a rendere unica questa tela: pare proprio che sia l’ultima dipinta da Van Gogh prima di tornare in quello stesso campo e suicidarsi con un colpo di pistola. Eppure sono convinta che non basti questo aneddoto a darle l’immenso valore che possiede, anzi,  non c’è bisogno di conoscerlo per rimanere affascinati e stregati  dalle emozioni che sprigiona.

E quindi ecco che cercherò di elencare quelle che per me sono le ragioni che rendono così speciale questo capolavoro.

Il colore e le pennellate

Nel momento in cui si osserva Campo di grano con volo di corvi, la prima cosa che colpisce è sicuramente la brillantezza dei colori utilizzati, insieme  al grandissimo contrasto tra la luce dorata dei campi e la tenebra del cielo.

Le pennellate violente e molto visibili servono poi a dare ritmo alla pittura, creando una sorta di movimento vorticante e ipnotico che cattura l’osservatore e non gli permette di rimanere indifferente. Il nero delle nubi non resta immobile, anzi pare aumentare e spingersi sino ad inghiottire il panorama, la cui luce si fa più fievole.

Il soggetto e la composizione

Perché scegliere di riprodurre proprio un campo di grano? Per Van Gogh è un tema ricorrente quello della campagna, come dimostra (a titolo di esempio) questo altro quadro che trovate di seguito, realizzato poco tempo prima.

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Vincent Van Gogh, Campo di grano sotto un cielo nuvoloso.

Eppure, c’è qualcosa che rende Campo di grano con volo di corvi decisamente unico e diverso.

Una prima caratteristica è il fatto che il cielo ha decisamente meno spazio rispetto alla campagna, una predominanza che nei paesaggi non è così comune. In più, in sentiero centrale che si perde tra le spighe sembra un invito da parte di Van Gogh a seguire il filo dei suoi pensieri, a entrare in quell’opera che in realtà rappresenta, in maniera conscia o inconscia, uno spaccato della sua mente stanca e indebolita.


Al di là dei motivi che ho appena elencato, vi dirò che sono convinta che ci sia ancora qualcosa di impalpabile che non riesco a definire.

Come sempre, in realtà non mi piacciono molto le interpretazioni troppo contorte e ricercate, quelle che si limitano a cercare di trovare un senso ad ogni singola pennellata e ad ogni sfumatura impiegata. Questo perché io credo che il dono dei grandi artisti sia quello di non pianificare la loro opera, ma piuttosto di lasciarsi trasportare dall’istinto per raggiungere un determinato risultato.

Non penso proprio che, mentre dipingeva, Van Gogh stesse lì a meditare su quello che significavano i corvi oppure sul valore simbolico delle nubi nere che inghiottivano la luce del sole.

Semplicemente, a me piace immaginare che lui stesse dipingendo con ardore e sentimento, come tutti i veri artisti dovrebbero fare. E le sue emozioni sono state trasferite dai pensieri alla tela in una maniera così semplice e spontanea da essere ancora leggibile da tutti.

Ed è per questo forse che Campo di grano con volo di corvi è un altro di quei quadri che colpiscono e seducono chiunque li osservi, senza differenze in base all’età, agli interessi, alle conoscenze o agli studi.

Perché Munch ha dipinto un quadro “brutto” come l’Urlo?

Edvard Munch, L'Urlo.
Edvard Munch, L’Urlo.

Siamo onesti: se ci limitiamo a guardare la tecnica, la composizione e la qualità del tratto non possiamo certo definire L’Urlo di Edvard Munch quel grande capolavoro che i libri d’arte sostengono che sia.

Le pennellate sono grossolane e impulsive, i colori irreali e la prospettiva quasi deformata, per non parlare del volto che sembra una sorta di caricatura abbozzata. 

Allora, in tema di elogio alla curiosità, il perché di oggi è proprio questo.


Perché quest’opera ha un immenso valore? Cosa la rende così importante?

Per capire davvero la grandezza dell’Urlo bisogna fare un salto in avanti oppure, come piace dire a me, un tuffo oltre la linea d’ombra. È necessario oltrepassare i limiti dell’estetica e del gusto, comprendere la rivoluzione causata da un quadro del genere nel panorama pittorico di fine Ottocento (per la precisione nel 1893).  Edvard Munch infatti riesce a portare la pittura ad un livello personale, a tradurre in pennellate e colore quelli che per lui sono dei sentimenti intimi.

Facciamo un esperimento per immedesimarci: non avete mai provato la sensazione di non poterne più, di odiare tutto o di essere soffocati dal mondo esterno che nonostante tutto va avanti senza fare una piega, senza ascoltare la nostra pena?

Ecco, io credo che questo quadro esprima esattamente questa sensazione. Esprime la profonda sofferenza di un uomo solo e tormentato che non riesce più a tollerare l’indifferenza dell’universo intorno a lui. Le coppie felici vanno a passeggio senza vederlo, il sole tramonta sciogliendosi nell’acqua come tutte le sere nell’estate del Nord Europa. Allora l’uomo solitario è assordato e schiacciato dal frastuono della natura, tanto infelice da tradurre il tutto in un urlo senza fine.

Per completare il quadro (in tutti sensi), vi lascio le parole riportate dallo stesso Edvard Munch su un diario come descrizione dell’Urlo.

Una serata piacevole, con il bel tempo, insieme a due amici all’ora del tramonto. […] Cosa mai avrebbe potuto succedere? Il sole stava calando sul fiordo, le nuvole erano color rosso sangue. Improvvisamente, ho sentito un urlo che attraversava la natura. Un grido forte, terribile, acuto, che mi è entrato in testa, come una frustata. D’improvviso l’atmosfera serena si è fatta angosciante, simile a una stretta soffocante: tutti i colori del cielo mi sono sembrati stravolti, irreali, violentissimi. […]

Anch’io mi sono messo a gridare, tappandomi le orecchie, e mi sono sentito un pupazzo, fatto solo di occhi e di bocca, senza corpo, senza peso, senza volontà, se non quella di urlare, urlare, urlare… Ma nessuno mi stava ascoltando: ho capito che dovevo gridare attraverso la pittura, e allora ho dipinto le nuvole come se fossero cariche di sangue, ho fatto urlare i colori. Non mi riconoscete, ma quell’uomo sono io.


Per concludere, vi dirò che a me per tutte queste ragioni l’Urlo di Munch piace, perché trovo che incarni qualcosa di universale, una sorta di specchio della fragilità e della debolezza della natura umana. Mi trovo vicina a questo artista, forse perché riesco a interpretare le sue pennellate o forse perché sono sempre affascinata dalla strada più difficile e dalle immagini più complesse.

Non mi accontento di bei colori sulla tela, la mia curiosità mi spinge sempre a cercare oltre. Spero che non penserete che sia pazza e nel frattempo vi aspetto prossimamente per un nuovo perché. 😉

Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?

Claude Monet, Donna con l'ombrellino, Mme Monet e suo figlio.
Claude Monet, Donna con l’ombrellino, Madame Monet e suo figlio.

Non ci sono dubbi: l’impressionismo è il movimento artistico che riscuote maggiore successo. I quadri di Monet, Degas, Manet e Renoir riescono sempre a riempire le mostre e ad affollare i musei, molto più di altri pittori che sicuramente hanno avuto la stessa importanza nel corso dell’arte.

Quindi, sul tema dell’elogio alla curiosità iniziato l’altro giorno (per chi se lo fosse perso, lascio il link: Elogio alla curiosità), ecco che il primo dei perché che vi vorrei proporre, cercando di analizzare le possibili risposte.


Il colore

Per prima cosa, quello che colpisce e affascina di molti quadri impressionisti è l’utilizzo del colore. Rispetto ai grandi giochi di luce e soprattutto di ombre dei periodi precedenti, in cui le cromie sono estremamente studiate e la vivacità è spesso smorzata, in queste opere realizzate all’aria aperta i colori sembrano esplodere.

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.

Se penso a Caravaggio, ad esempio, oppure a Jacques Louis David (più vicino nel tempo e nello spazio agli impressionisti), per prima cosa mi viene in mente quella lotta tra la luce e l’ombra che ha un sapore barocco o classicheggiante e che soprattutto si avvale di un forte senso iconografico. Le tonalità assumono un valore simbolico, allontanandosi da ogni pretesa di realtà. A partire da Turner e dalla Scuola di Barbizon, quello che conta invece è cogliere l’atmosfera di un attimo nella vita reale, anziché il tentativo di raccontare qualcosa di eterno e immobile.

Così, il colore diventa il protagonista, perché è l’elemento che differenzia un momento dall’altro, una stagione dalle altre. Viene usato in abbondanza e in maniera spontanea, accostando toni energici e saturi per creare sapientemente quella gradevolezza che è capace di affascinare quasi chiunque vi capiti di fronte. In questo senso, non vi vengono in mente le ninfee di Monet oppure le scene di Renoir?


L’immediatezza

La seconda caratteristica che rende l’impressionismo un movimento incredibilmente amato è sicuramente la sua immediatezza, ovvero la facilità che hanno le opere appartenenti a questo movimento di essere apprezzate. Per farla breve, si può dire che non ci vuole necessariamente una cultura fuori dalla media oppure un grande allenamento per ammirare e sentirsi coinvolti dai quadri di questi maestri.

Pierre Auguste Renoir, Boulevard di Parigi.
Pierre Auguste Renoir, Boulevard di Parigi.

Sono dipinti che si spiegano da soli, che ci mostrano senza simbolismi o elucubrazioni l’emozione di chi li ha creati. Esprimono concetti semplici e universali come la bellezza dei pomeriggi estivi, la magia della luce del sole e  lo strano fascino di Parigi (proprio sulla capitale francese, ecco una galleria di opere da non perdere: Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi). Evocano la bellezza della modernità ma anche della natura, celebrando la vita come qualcosa di piacevole e degno di essere riprodotto su tela. Scalzano dal podio le figure mitologiche e religiose che per secoli hanno monopolizzato la scena artistica, in favore di una realtà che irrompe nelle tele e che non ha bisogno di intermediari per essere compresa.

E probabilmente è proprio questa immediatezza così sfrontata la ragione per cui, al loro tempo, gli impressionisti sono stati tanto rivoluzionari. Oggi ci sembrano artisti molto per bene, ma dobbiamo tenere conto del fatto che siamo abituati a ben altro, e per rendercene conto basta fare un giro ad una qualunque esposizione di arte contemporanea. Ma nella seconda metà dell’Ottocento sono questi i quadri che scandalizzano chi li vede per la prima volta. Ma come hanno osato quei poveretti ritrarre qualcosa di così biecamente reale? – si saranno chiesti in molti.

Immagino che alle loro mostre ci sarà un sacco di gente decisamente curiosa e sicuramente un po’ piccata: perché ritrarre le stazioni ferroviarie e i porti industriali? Perché dipingere le prostitute anziché le sante? E perché mai di Parigi si mostrano i caotici boulevards e non gli spazi più celebrativi e monumentali?

Secondo me in sintesi la risposta è una sola: gli artisti sono stufi di perdersi nelle stupidaggini delle accademie e hanno capito che sono la modernità e la realtà quelle che meritano di essere celebrate. Da qui, direi che la sottile linea d’ombra è superata, quindi si salvi chi può perché le Avanguardie ormai sono in arrivo.


Che dire, vi è piaciuto il primo dei perché della Sottile Linea d’Ombra? Spero proprio di sì, anche perché ne ho altri in serbo e spero proprio che non vi annoierò. Nel frattempo, se a voi ne viene in mente qualcuno non esitate a farmi sapere e io prometto che cercherò di rispondervi! 😉

Il paesaggio dell’anima: il nord attraverso gli occhi di Edvard Munch

Edvard Much, Train smoke.
Edvard Much, Train smoke.

Avete mai riflettuto sulle emozioni che alcuni quadri riescono a trasmettere?

Secondo me quello che rende grandi alcuni artisti, oltre alle abilità tecniche, è la capacità di creare una connessione intima e personale con l’osservatore. Riescono a far scattare la molla della curiosità così io, mentre li guardo, inizio a domandarmi quali siano le cause di quelle pennellate e di quei colori.

A me succede con Van Gogh ad esempio, oppure con Egon Schiele; avete presente la sensazione?

Però oggi, continuando sul tema dei paesaggi artici inaugurato con il Canada (per chi se lo fosse perso, ecco il link: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi), vorrei tornare in Europa e per la precisione in Norvegia, nella terra di un artista che ammiro moltissimo e che ha saputo rappresentare in maniera unica e bellissima l’atmosfera delle notti estive senza buio e del freddo dei lunghi inverni, creando quell’empatia a cui mi riferivo con l’osservatore.


Il mondo di Edvard Munch

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In un certo senso i paesaggi di Munch sintetizzano il pensiero e la ricerca europea, quella corrente di pensiero che dalla psicoanalisi in poi indaga all’interno dell’essere umano, che vede il mondo diventare sempre più soggettivo.

Se la cultura è lo specchio di un periodo storico, allora noi Europei non eravamo troppo in forma all’inizio del Novecento, se paragonati, per fare degli esempi, ai canadesi dell’altro giorno.  Sicuramente i nostri artisti hanno vissuto un alto livello di angoscia ed instabilità, ma probabilmente è stato anche questo a condurre a quella maggiore complessità e a quella ricercatezza che oggi ci affascina tanto.

Così, la natura dei paesaggi per Munch diventa l’espressione del suo disagio e della sua grande fragilità. Si tratta prima di tutto di un uomo tormentato e sensibile che arriva a deformare quello che vede, trasformandolo nella personificazione dei suoi pensieri.

Oggi vorrei rendergli omaggio con una serie di quadri da cui credo che emerga molto della sua anima. Quindi non mi dilungherò in altre frasi ripetitive o superflue: quello che davvero conta sono le opere, i loro colori irreali e le forme deformate degli alberi e delle rocce. Credo proprio che meritino di essere gustate una per una, così da poter apprezzare ogni dettaglio.

Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi

Riuscite ad immaginare una terra fredda e aspra che per molti mesi all’anno si ricopre di una coltre di ghiaccio ma che, per un breve periodo, si arricchisce di una gamma di colori impossibili da vedere altrove?

LawrenHarris-Algoma-Hill-1920Ecco, il Canada deve essere così. Io ho un debole per il nord del mondo, amo la sua luce così come mi incantano le sue forme: sono stregata dalle insenature, dalle rocce e dagli specchi d’acqua che sembrano riflettere qualcosa di profondissimo.

Quando mi sono casualmente imbattuta (grazie papà, grazie Art Blart) nelle opere di un insieme di pittori canadesi di inizio Novecento, il cosiddetto Gruppo dei Sette, ho sentito forte il richiamo di questi luoghi, vedendone catturato il loro spirito.

Il gruppo dei Sette

Tutto inizia circa così, per farla molto veloce: una sera del 1913 il pittore canadese Lawren Harris invita altri sei colleghi (J.E.H. MacDonald, Arthur Lismer, F.H. Varley, Frank Carmichael e Frank Johnston, che abbandonerà la prima sera)  a casa sua, per parlare di un futuro comune all’insegna dell’arte. Nasce quindi il Gruppo dei Sette, a cui si aggiunge presto Tom Thomson, un gruppo che organizza delle esposizioni e che lavora unito per rappresentare la natura artica (e pre-artica) in tutte le sue sfumature.

Questa loro ricerca secondo me diventa molto interessante. In effetti, se ci pensiamo bene, il tema del paesaggio nell’Europa del XX secolo diventa un po’ secondario, e in ogni caso subisce  una radicale trasformazione: la natura, grande e imperitura musa, nella mente dei concettuali artisti nostrani viene elaborata e sintetizzata al punto da perdere le sue caratteristiche, le sue particolarità ed ogni pretesa di realismo.

Qui in Canada invece quello che riusciamo a vedere è proprio il mondo glaciale, freddo e a suo modo colorato di una terra ricca di fascino. La ricerca pittorica prende un’altra piega, una strada che avevano aperto i romantici americani e che non perde di freschezza.

Detto questo, se volete saperne di più sul Gruppo dei Sette ecco il link alla pagina di Wikipedia e del blog Art Blart, io darò la precedenza ai quadri di alcuni di loro, quelli che più mi hanno impressionato.

Franklin Carlmichael
F. Carlmichael, Mirror lake.
F. Carlmichael, Mirror lake.

Per primo, mostro questo quadro che trovo bellissimo. Carmichael mi piace molto soprattutto per la composizione elegante dei quadri e per l’uso raffinato del colore e della composizione. Non trovate anche voi che esprima una grande armonia?


Tom Thomson
T. Thomson, the jack pine.
T. Thomson, the jack pine.

Nei quadri e nelle pennellate di Thomson vedo la cultura americana, quella dei pionieri e di altri artisti come George Bellows (ve ne ricordate? Ne ho parlato qui: Edward Hopper e George Bellows: le luci e le ombre degli Stati Uniti), seppure in un contesto diverso.

Riuscite a sentire l’atmosfera dei racconti di Jack London? Io sì, anche se questi quadri fortunatamente ci risparmiano l’impressione del vero gelo invernale, in favore di stagioni relativamente più miti!


Lawren Harris
L. Harris, Larici e montagna blu.
L. Harris, Larici e montagna blu.

Harris, il fondatore, mi piace proprio. Tra tutti è il più vicino al linguaggio ed alla cultura europea, lo si percepisce guardando i colori e soprattutto le forme stilizzate di alcuni paesaggi, che dimostrano contaminazioni quasi futuriste senza mai snaturare o alterare troppo il paesaggio che funge da ispirazione.


John E. H. MacDonald
J. E. H. Macdonald, Lake O'Hara and Cathedral Mountain
J. E. H. Macdonald, Lake O’Hara and Cathedral Mountain

Di Macdonald amo i colori, che presentano moltissime sfumature e vengono affiancati in maniera davvero gradevole e azzeccata. Ogni opera ha la sua precisa atmosfera, unica e diversa dalle altre, che ci permette di entrare in un frammento di questo mondo.


Frederick H. Varley
F. H. Varley, clima tempestoso.
F. H. Varley, clima tempestoso.

Per ultimo, cito Varley perché trovo incredibilmente bello questo quadro, Clima tempestoso: mi sembra di sentire il freddo del vento, insieme al rumore del mare, alla salsedine e al calore malato del sole temporalesco. Mi ricorda pomeriggi irlandesi (Sligo Bay, come direi a mia sorella) oppure temporali norvegesi, quindi non riesco proprio a non emozionarmi.

F. Horsman, The cloud red mountain.
F. H. Varley, The cloud red mountain.

Che dire per concludere, se non che a guardare questi quadri mi viene una grandissima voglia di partire? Spero di avere fatto venire la stessa voglia anche a voi 🙂

Tamara de Lempicka a Torino: la rivelazione

Dovete sapere che un giorno della scorsa settimana, intanto che ero a Torino per commissioni, ho sfidato l’afa più terribile per andare a vedere la mostra “Tamara de Lempicka”, aperta a Torino (Palazzo Chiablese, in pratica Piazza Castello) fino al 30 agosto 2015.

In realtà il pretesto è stato l’avere perso il treno per cinque minuti, così ho deciso di ottimizzare il tempo e di soddisfare la mia curiosità (giungendo infine a casa soltanto due treni dopo!), tanto più che per me queste sono giornate in cui vedo Art Déco dappertutto!

Tamara De Lempicka, ragazza in verde.
Tamara De Lempicka, ragazza in verde.

A parte le mie disavventure, vi dirò che ero abbastanza scettica prima di entrare: Tamara de Lempicka non è proprio la mia artista preferita e diffido sempre di questo genere di esposizioni, perché spesso offrono tanto fumo e poco arrosto, per sfoggiare un modo di dire.

Invece, incredibile ma vero, la mostra ha mantenuto in pieno le mie aspettative e mi è piaciuta dall’inizio alla fine. Soltanto non ho comprato il catalogo perché era pesantissimo e avrei ancora dovuto camminare sotto il sole cocente; ma direi di procedere con ordine, elencando ciò che ho trovato di positivo.

1. Sale come linee del tempo anziché il solito enorme pannello illeggibile appena entrati
Tamara De Lempicka, ritratto.
Tamara De Lempicka, ritratto.

Ho apprezzato molto l’assenza di pannelli fitti fitti che raccontano vita, morte e miracoli prima che uno sia entrato in sintonia con il tema della mostra. Qui l’idea interessante è stata quella di considerare le prime sale come lunghe linee del tempo, in cui si snodavano tutte le incredibili vicende biografiche di questa artista che ha girato il mondo e conosciuto infinite persone.

C’erano numerose fotografie sue e dei suoi atelier, per non parlare degli appartamentini parigini e della villa a Beverly Hills, dove dovevano tenersi delle feste niente male (per saperne di più sulla sia vita, vi invito a cliccare questo link per un riassunto, oppure questo link per qualcosa di ben più dettagliato).

Sarà che sono appassionata di architettura, ma le immagini degli interni di questi anni, fuse insieme ai suoi quadri e ai suoi ritratti, mi sono proprio piaciute.

Questa introduzione così approfondita ma allo stesso tempo godibile mi ha colpito, anche se i quadri sino a qui erano proprio pochini, tanto che ho iniziato a preoccuparmi.

Mi ero divertita, certo, ma per una mostra ci vuole ben altro. Varcata la soglia di una nuova sala, fortunatamente ho capito che ne sarei uscita soddisfatta (e arricchita).

2. tanti quadri per imparare a conoscere tamara de lempicka

Dopo la parentesi biografica, ecco che hanno iniziato a susseguirsi sale piene di quadri, che vi confesso che mi hanno aperto un mondo.

Conoscevo questa artista per il legame con la moda, per le sue trasgressioni e per la sensualità démodé dei suoi ritratti, ma qui ho capito che oltre alla facciata modaiola c’è di più.

Parallelamente ai quadri che conosciamo, Tamara de Lempicka ha sempre lavorato su soggetti decisamente meno avanguardisti, come temi religiosi oppure nature morte che ricordano i fiamminghi. Vi stupisce? Io sono rimasta decisamente impressionata!

3. Tamara De Lempicka: Trasgressiva soltanto di facciata? un’esauriente riflessione sul tema

Per tirare le somme, direi proprio che questa mostra è stata un modo per conoscere meglio sia l’artista sia la donna, anche perché forse alla fine preferisco il suo personaggio alla sua pittura.

Tamara de Lempicka è una donna moderna ed emancipata, che si rifugia dietro all’apparenza sfavillante della diva trasgressiva, popolare e modaiola, per poi nascondere un animo decisamente turbato e legato alla tradizione religiosa e pittorica.

Oltre a questo, grazie a questa mostra ho potuto riflettere sul peso di una vita senza radici, dove ci si sposta da un continente all’altro cercando di non perdere quel poco che tiene legati ad un luogo.

Ancora di più ho capito, tra una pennellata e l’altra, il senso di solitudine che nonostante tutto aleggia, unito alla distanza sottile e invalicabile con il resto del mondo, dove sembrano essere in vigore altre leggi e altri principi. Vi invito a guardare gli occhi dei ritratti e le loro posizioni e strutture da statue perché, almeno secondo me, trasmettono tutto tranne che interazione e appartenenza a qualche luogo.


Potrei continuare a scrivere per ore, vi garantisco che mi sono appuntata un discreto numero di spunti di riflessione, ma preferisco lasciare qualcosa in sospeso per stimolare la vostra curiosità e fantasia. Che dire, se non che invito chiunque ci riesca a perdersi nelle sale di Palazzo Chiablese!

Nel caso servisse, allego anche il link al sito della mostra, basta cliccare qui!