La Tempesta di Giorgione: 500 anni di mistero in uno stupendo paesaggio

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Forse voi mi immaginate più affezionata agli artisti moderni o contemporanei, ma dovete sapere che il mio cuore batte segretamente per un pittore che spesso rimane appena un passo indietro rispetto ai grandi del passato, un uomo vissuto nella Venezia del Rinascimento. Non sto parlando del celeberrimo Tiziano Vecellio, ma piuttosto di  Giorgione, il suo misterioso maestro, difficile da capire e morto troppo giovane per permetterci di fare chiarezza.

Ovunque io mi trovi, quando so che in un museo ci sono delle sue opere le cerco sempre in maniera febbrile, come mi accade con pochissimi artisti, e devo dire che queste grandi aspettative non mi deludono mai.

Questo vale sicuramente per la Tempesta, capolavoro custodito nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Ho visto questo quadro per la prima volta quasi dieci anni fa e ancora ricordo quell’attimo, così come non riesco a dimenticare il suo fascino magnetico.

Così, per cominciare a trattare il tema “un incanto di panorama” (per chi se lo fosse perso, ecco il link per rimediare: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?) ho scelto un’opera che amo molto, anche se ci tengo a precisare che le mie ragioni non sono state (unicamente) sentimentali. Si tratta infatti di uno dei capisaldi della rappresentazione paesaggistica occidentale, in cui il mondo naturale non è più fondale ma protagonista, circondato da un alone di mistero.


La tempesta di Giorgione, 1500-1505

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Giorgione, La Tempesta.
Per prima cosa, qualche necessario cenno biografico

Giorgio di Castelfranco (1478-1510), detto Giorgione, è stato un pittore rinascimentale della scuola veneta e allo stesso tempo una delle figure più enigmatiche della storia della pittura.

La sua brutta abitudine di non firmare le opere rende piuttosto complicato anche solo capire quale sia la sua effettiva produzione, mentre allo stesso tempo il significato simbolico e iconografico delle sue tele appare spesso misterioso e incerto.

Muore intorno ai trent’anni e questo dato lo rende uno delle meteore che tanto amo, anche perché nel poco tempo che gli è stato concesso riesce a rivoluzionare la pittura veneta, aprendo le porte al tonalismo che contraddistinguerà i suoi successori ed in primo luogo Tiziano, che come ho già anticipato è stato il suo più esimio allievo, insieme a Sebastiano del Piombo.

Tutte queste informazioni che vi ho brevemente riportato contribuiscono a fare di lui una figura singolare e quasi leggendaria, apprezzata in vita e stimata e studiata ancora a cinquecento anni dalla sua morte. Per chi volesse approfondire, ecco il link alla pagina di Wikipedia dedicata a lui, nel frattempo io mi avvicino al suo capolavoro.


La Tempesta e qualcuna delle moltissime parole che ci sarebbero da spendere

Si tratta di un “semplice” dipinto a tempera e olio di noce, nemmeno troppo grande (83×73 centimetri), capace però di rivoluzionare l’approccio al paesaggio e di confondere chiunque ne cerchi un’interpretazione definitiva.

Come potete vedere, in primo piano si trovano tre figure umane: a destra una donna seminuda che allatta un neonato e a sinistra un uomo che li guarda, tenendo in mano un alto bastone. Intorno a loro sono presenti delle rovine, un fiume, delle case in lontananza immerse nella vegetazione e, infine, un lampo che squarcia il cielo.

Gli storici dell’arte si divertono da sempre ad ipotizzare un possibile significato per quest’opera, avventurandosi nella simbologia oppure raccontandosi che si tratti semplicemente di un esperimento, di figure isolate che l’artista voleva riprodurre.

Io non ho la competenza per entrare nel merito e per di più credo che a certi dilemmi sia impossibile trovare una risposta certa, specialmente dopo tutto il tempo trascorso. Quella che per me conta è la forza del paesaggio rappresentato, in cui rovine architettoniche e natura si fondono nella luce spettrale e affascinante della tempesta, simboleggiata dalla saetta che squarcia il cielo. Mi piace osservare la luce dorata delle foglie oppure la loro ombra scurissima, insieme al candore delle case contrapposte al cielo plumbeo.

Prima di Giorgione, in pochi si sono cimentati nella sfida della riproduzione del mondo naturale come rappresentazione di qualcosa di nascosto ed intimo, ed è proprio questo secondo me il grande valore della Tempesta, di questo fenomeno che incombe eppure non spaventa.


Dopo la Tempesta, il Tramonto

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Giorgione, Tramonto.

Miei cari, avrei voluto limitarmi a parlare di un’opera ma non ho resistito alla tentazione di condividere con voi anche questo secondo paesaggio di Giorgione, che secondo me mantiene un collegamento impalpabile con il primo.

Si tratta di uno scorcio selvaggio in cui sono inseriti San Giorgio a cavallo che uccide il drago sulla destra e San Rocco con il suo assistente Gottardo sulla sinistra.

In questo caso il fenomeno naturale è un tramonto sereno e dorato, unico elemento colorato in una tela quasi monocromatica. In effetti, le rocce, gli alberi e il villaggio in lontananza mantengono le tinte delle terre, mentre il cielo e lo sfondo incantano l’osservatore con la loro misteriosa vivacità.

Le differenze tra i due quadri sono molte, è vero, però non trovate anche voi alcune analogie nella composizione? Potrei andare avanti a lungo con le mie congetture, ma preferisco interrompere questo post che mi sembra già piuttosto lungo.


In un itinerario sul paesaggio, anche voi sareste partiti da qui? E soprattutto, adorate anche voi la Tempesta di Giorgione? Fatemi sapere 🙂

 

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Giorgio de Chirico e la sua incredibile maniera di dipingere l’Italia

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Giorgio De Chirico, L’enigma dell’arrivo

Avete presente i centri storici delle nostre città, piccoli o grandi che siano? Ricordate quei momenti la mattina presto oppure prima del tramonto in cui sembrano assopite e più eterne che mai? Ecco, è in questi momenti che a me viene in mente la pittura metafisica di Giogio de Chirico. Sarà che Torino, metropoli geometrica, ordinata e irreale, si presta particolarmente bene al paragone con tutti i suoi portici e gli edifici modulari, avete presente?

Qualche tempo fa ho iniziato a parlare di pittura metafisica (te lo sei perso? Ecco il link all’articolo: Un amore metafisico), così oggi ho voglia di portare finalmente avanti il mio discorso.

Raccontare di Italia e di metafisica per me equivale a raccontare di Giorgio de Chirico, non solo perché si tratta del fondatore di questo movimento, ma soprattutto per il fatto che in molte delle sue opere si dedica alla riproduzione delle nostre città, raccontate ovviamente utilizzando quel linguaggio enigmatico e misterioso che ci affascina tanto.

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Giorgio de Chirico, Meditazione autunnale.

In effetti chiunque di fronte a un quadro di questo genere probabilmente si emoziona, percependo un senso di incanto e disincanto (perdonate il gioco di parole), rimanendo in dubbio su quello che vede. Quello che risulta più complicato è capire da cosa siano originate queste sensazioni, da cosa derivino quella ricercatezza e quella raffinatezza che sembrano irraggiungibili se ci si limita a guardare soltanto le pennellate scarne e le grandi campiture semplici e quasi banali (se viste nell’ottica di quello che nei primi anni del Novecento succede alla pittura).

Ecco, nel momento in cui ci si chiede l’origine dell’aura metafisica si comprende già che questo movimento è molto intellettuale e studiato, dietro la semplicità apparente.

Per capire i richiami all’Italia, i significati nascosti e le composizioni occorre rispolverare la tradizione pittorica del nostro Paese e insieme perdersi dietro i deliri filosofici di gente del calibro di Friedrich Nietzsche, capaci di mettere il dubbio il senso stesso della vita.


Le piazze d’Italia

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Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia.

Esiste effettivamente un tema ricorrente nelle opere di De Chirico, quello della piazza d’Italia. Si tratta di quel luogo metafisico in cui le prospettive rinascimentali convivono con  l’atmosfera del presente e con statue classicheggianti e abbandonate, ormai quasi dimenticate.

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Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti. (con Ferrara nello sfondo)

Così, di fronte a noi si aprono scenari che partono da luoghi realmente esistenti, come Ferrara in primis ma anche Roma o Firenze, destinati a diventare qualcosa di più. C’è un’atmosfera di sogno e disincanto allo stesso tempo, l’esito di una ricerca intellettuale che utilizza le regole geometriche, compositive e prospettiche della tradizione italiana a proprio vantaggio.

In questo modo l’orizzonte pare infinitamente lontano, vuoto e desolante, mentre le statue perdono la loro umanità e i luoghi rimangono ostinatamente inanimati.

Allora guardiamo questi quadri più attentamente, alla ricerca di due persone che parlano tra loro o di una bandiera mossa dal vento, soltanto per assicurarci di non essere prigionieri in un eterno immobilismo.

(E in questo senso non mi riferisco soltanto alle piazze d’Italia dei quadri di Giorgio de Chirico.)


In conclusione, vi voglio ancora dire che non dobbiamo limitarci ad osservare la tristezza nelle opere di De Chirico, ma piuttosto ricordare il fatto che sono lo specchio del periodo storico in cui l’artista ha vissuto. Dopotutto erano gli anni del Fascismo, della prima e della seconda guerra mondiale, quindi niente di troppo allegro o stimolante. Anche il mondo della cultura risenta di un panorama fatto soltanto di propaganda e restrizioni alla libertà personale.

Credo che il mondo rarefatto e senza tempo di questi panorami sia una sorta di rifugio ed insieme un modo sottile di polemizzare con un sistema politico che della rigidezza ha fatto il suo baluardo. De Chirico vuole ricordare l’Italia di cui andare fieri e arrivare ad un punto di rottura, in un’armonia che, come dicevo, crea una somma di incanto e disincanto.

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Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia.
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Giorgio de Chirico, La Torre rossa.

Fortunato chi trova un Caravaggio in soffitta

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Ci credete? Da qualche parte per Tolosa c’è una perdita d’acqua in un sottotetto e quello che salta fuori è un (presunto) Caravaggio nascosto in un’intercapedine della soffitta!

I fatti sono del 2014, ma è solo ieri che il dipinto, una seconda versione di Giuditta e Oloferne, è stato presentato ufficialmente, con tanto di critici che ne hanno sostenuto l’autenticità e stimato il valore a circa 120 milioni di euro. Ora gli studiosi hanno un limite di circa trenta mesi per studiarlo in maniera più accurata, dopodiché sarà possibile venderlo. E tra gli interessati spicca già il museo del Louvre, cosa che personalmente gradisco molto: meglio un’istituzione culturale che possiede altri tre dipinti di Michelangelo Merisi che qualche odioso riccone che lo vuole solo per il prestigio.


In ogni caso non sono qui per parlarvi dei fatti, che si possono leggere un po’ ovunque sul web, ma per confessare che questa scoperta mi ha molto emozionato, così tanto da interrompere questo periodo di silenzio stampa causato dai troppi impegni.

Non saprei spiegare il motivo, ma è da ieri mattina che se penso a questo nuovo quadro mi vengono i brividi. Ovviamente la prima ragione è che sono un grandissima ammiratrice di Caravaggio, come forse alcuni di voi sapranno già. La seconda causa credo sia la curiosità.

Sono stata curiosa per tutto il giorno di vedere le immagini da vicino, sono curiosa della storia del ritrovamento e vorrei essere in grado di capire se è autentico oppure si tratta di una burla. Le opinioni degli studiosi e dei meno studiosi si sono scatenate in questi giorni, così anche io mi sento autorizzata a dire la mia, un punto di vista che forse più che tutto si basa sull’istinto.

Per prima cosa, i fatti. L’esistenza di questa tela finora sconosciuta è in un certo senso provata dalla presenza di un dipinto di un suo emulatore, un tale Louis Finson, che nei primi anni del Seicento si dilettava a copiare Caravaggio ed era stato in Italia. Se si comparano i due lavori, è facile immaginare come l’opera ritrovata sia stata di ispirazione per la seconda.

Un ulteriore confronto deve essere fatto con l’altra Giuditta di Caravaggio, un capolavoro che probabilmente tutti avrete in mente ma che in ogni caso riporto qui in basso.

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Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne.

Che cosa vi colpisce? Per prima cosa io noto le somiglianze, il drappeggio in alto, l’orecchino di Giuditta e la scelta dei personaggi.

Eppure quelle che saltano maggiormente agli occhi sono le differenze. Mi sembra di vedere le stesse diversità che ci sono nelle due versioni della Cena in Emmaus (che più o meno corrisponderebbero cronologicamente alle due Giuditte), dove si ha la prova di come pochi anni possano avere cambiato la pittura.

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, le due versioni de “La cena in Emmaus”.

In entrambi i casi abbiamo una seconda opera più minimalista, essenziale, cupa e riflessiva della prima. Vengono abbandonate le luci forti in favore di una penombra, così come i personaggi non sono più attori ma veri e propri uomini con un’interiorità più profonda.

Purtroppocaravaggio-giuditta-oloferne-ritrovato-tolosa3 non ho le competenze per esprimere un’opinione scientifica a proposito dell’autenticità di questa scoperta, ma quello che posso dire è che l’atmosfera magica di della scena rende il dipinto opera di un grande artista.

Forse è stato Caravaggio o forse un suo emulatore molto in gamba, ma io nel volto di Giuditta vedo ancora i tratti della modella preferita di Michelangelo Merisi, una bellezza ormai appesantita da qualche anno in più, dalla solennità del momento e forse da qualche altro particolare più personale che non sapremo mai. Ed è proprio questo ritratto che mi commuove e soprattutto mi convince, nonostante l’apparente singolarità.
Ci vuole coraggio a rendere in questa forma l’eroina biblica, trasformata da una giovane regina vittoriosa a una pensosa donna matura vestita a lutto, e devo dire che il coraggio a Caravaggio non credo sia mai mancato. Basta in questo senso vedere la sua versione de La Morte della Vergine, al tempo considerata scandolosa perché ispirata da un vero cadavere affogato che l’artista aveva visto!


Detto questo, preferisco fermarmi per non esagerare nelle congetture, lasciando spazio anche a qualcun altro. Sono curiosa di sapere cosa ne pensate voi! 

In basso allego anche il link all’articolo di Le Monde relativo a questa scoperta, che per me è stata la lettura più approfondita sull’argomento, insieme a un video che permette di scorgere qualche dettaglio in più!

http://www.lemonde.fr/arts/article/2016/04/12/un-caravage-a-t-il-ete-decouvert-dans-un-grenier-en-france_4900222_1655012.html

Un amore metafisico

Lo sapevate che tra il Manifesto del Futurismo e la nascita della pittura metafisica passano soltanto tre anni?

Sicuramente è interessante pensare a come due linguaggi tanto diversi per soggetti, intenzioni e tecniche possano praticamente convivere in quello che è il contesto italiano del primo Novecento. Per capirci, ecco un esempio dei due movimenti:

Futurismo, rappresentato da Boccioni:
Boccioni - La città che sale
Umberto Boccioni, La città che sale (1910-11).
Pittura metafisica, rappresentata da De Chirico:
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Giorgio de Chirico, L’Enigma d’un pomeriggio d’autunno (1912).

Direi che c’è una bella differenza, non trovate? Guardare due opere come queste mi fa capire quanto frammentato sia il nostro Paese in questi anni cruciali.

Eppure, tra le due, vedo sempre di più nella metafisica il movimento italiano per eccellenza. So che esiste e che è assolutamente importante anche il Futurismo, ma la grande differenza è che quest’ultimo movimento si è nutre e viene alimentato da idee internazionali, arrivando quindi a fare parte di un quadro di insieme più vasto del nostro semplice e piccolo Stato.

Invece questa fase della pittura italiana ripudia tutto quello che va di moda all’esterno, da Picasso agli Impressionisti e all’Astrattismo, in favore di un linguaggio che attinge a piene mani da quella che è la tradizione culturale italiana.

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Giorgio De Chirico, L’enigma dell’arrivo

Parlare di pittura metafisica per me equivale dunque a parlare dell’Italia, di quell’Italia insoddisfatta prima, durante e dopo la prima mondiale, vivace ma allo stesso tempo imprigionata in un immobilismo senza tempo. Mi riferisco ad una nazione stanca di chi la governa (tanto per cambiare! N.d.r.), fatta di squilibri e stufa di quel clima di ostentata modernità che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Un Paese nella perenne attesa di qualcosa che non si conosce, ancorato alla sua storia e senza una chiara idea di futuro.

Proprio per questo la pittura metafisica, con la sua tecnica tradizionale, con i colori mediterranei e con gli enigmi senza tempo su di me esercita un fascino profondo, arricchito dal legame con altre opere del passato che che mi fanno sorridere quando le riconosco. Amare questo movimento è un atto d’amore per la grande e fragile Italia, quella nazione tanto desiderata quanto bistrattata da chi ci ha preceduto e da chi ancora ne decide le sorti.


Come definire e comprendere la pittura metafisica?

Dopo questa introduzione vaga e spero interessante, mi piacerebbe scendere nel dettaglio, raccontare qualche bella storia sui principali esponenti e illustrare le caratteristiche di molti dipinti, però il tempo è poco e le parole scritte sono già tante, quindi vi invito a non perdere le prossime puntate in cui cercherò di mantenere questi propositi.

Prima di salutarvi voglio ancora lasciarvi una piccola pulce nell’orecchio, riportando una frase che trovo che racchiuda molto dello spirito metafisico.

L’opera d’arte metafisica è quanto all’aspetto serena; dà però l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni, oltre a quelli già palesi, debbano subentrare sul quadrato della tela.

Tale è il sintomo della profondità abitata. Così la superficie piatta d’un oceano assolutamente calmo ci inquieta non tanto per l’idea della distanza chilometrica che sta tra noi e il suo fondo quanto per tutto lo sconosciuto che si cela in quel fondo.

Giorgio de Chirico, Valori Plastici, aprile-maggio 1919.

A voi cosa fa pensare la “profondità abitata”? A me i pensieri si riempiono di fosche immagini, inizio a viaggiare lontano con la mente e con i ricordi…Oltre la linea d’ombra, per così dire, nel significato più introspettivo del termine.

“Divisionismo tra Torino e Milano”: un’occasione da non perdere!

Esistono  quadri che hanno l’incredibile dote di possedere un’anima, riuscendo a nutrire le fantasie dell’osservatore e a solleticarne la memoria. Capita anche a voi di provare queste sensazioni?

A Torino, presso la Fondazione Accorsi – Ometto, fino al 24 di gennaio si può vedere una mostra dove sono esposte numerose opere bellissime e ricche di significato, dotate di un’innegabile anima.

Divisionismo tra Torino e Milano. Da Segantini a Balla

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Non sto parlando di uno di quegli eventi mediatici che hanno in pregio di attirare le masse ma che non sono sempre così soddisfacenti, ma piuttosto di un’esibizione meno pubblicizzata ma così meritevole che mi dispiace segnalarla a due sole settimane dalla chiusura.

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Giuseppe Pellizza da Volpedo, il Sole.

Si parla di quel periodo delicato e interessante che si pone tra il Risorgimento e il Futurismo, raccontato attraverso le opere di artisti celebri come Giovanni Segantini e Giuseppe Pellizza da Volpedo ma non solo: sono presenti Gaetano Previati, Emilio Longoni, Angelo Morbelli, Vittore Grubicy de Dragon,  Matteo Olivero, Carlo Fornara, Cesare Maggi e altri nomi che varrebbe la pena approfondire. Chiudono l’esposizione i lavori di Carrà, Boccioni e Balla prima di diventare i Futuristi che tutti conosciamo. (Sul Futurismo, ecco un bell’articolo che vi ricordo: Oltre la linea d’ombra: l’Italia e i Futuristi)

Come cercherò di spiegare, sono principalmente due le ragioni che mi spingono a invitare tutti gli interessati a non perderla.


La selezione vincente e originale delle opere
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Angelo Morbelli, Ave Maria della sera.

Percorrere le sale della mostra equivale ad immergersi nell’Atmosfera Fin du Siècle che si poteva trovare a Torino e Milano nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Ovviamente non ci si trova davanti a qualcosa di ardito, rivoluzionario e sfrontato paragonabile a quello che succede nell’Europa centrale, ma sicuramente un occhio attento percepisce gli echi del simbolismo di Alfons Mucha e i colori dei paesaggi di Gustav Klimt (di cui, se siete curiosi, ho parlato qui: Per andare oltre il bacio: l’altro lato di Klimt), le pennellate dei Secessionisti di Vienna e la personificazione della natura vicina alle ricerche di Edvard Munch (su questo tema: Il paesaggio dell’anima: il nord attraverso gli occhi di Edvard Munch).

Vedere i quadri di questi artisti italiani è come entrare in punta di piedi nella modernità, in quel modo razionale e semplice che è un po’ un tratto caratteristico di noi sabaudi, abituati a lavorare molto senza dare troppo nell’occhio.


Il legame con il territorio
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Emilio Longoni, Ghiacciaio di Cambrena.

Come si è detto, la bellezza di questa mostra è in primo luogo la scelta originale del tema, unita all’ottima qualità e soprattutto all’organicità complessiva dei quadri esposti. Ugualmente importante risulta però il forte legame con i luoghi.

Girando tra le sale si respira un’aria familiare: si possono osservare i paesaggi e i volti delle persone che un tempo hanno popolato le nostre montagne e le nostre valli, le radici insomma di quel mondo che ancora oggi avvolge le due grandi metropoli del nord Italia.

Questo è un valore aggiunto sia per chi ci vive sia per chi visita Torino, perché anche per un turista può essere l’occasione di cogliere un’ulteriore sfaccettatura di quello che è il Piemonte, una sfumatura espressa da quadri belli, moderni e tradizionali allo stesso tempo.

Probabilmente una raccolta di opere del genere non avrebbe lo stesso fascino se fosse esposta a migliaia di chilometri di distanza, ma forse anche questo è il suo fascino, in un periodo in cui persino le mostre d’arte sono globalizzate.


Spero che queste mie ragioni siano state sufficienti a convincervi a fare un salto alla Fondazione Accorsi – Ometto, nella centralissima via Po!

Se poi siete lì e volete bere un caffè godendovi delle belle fotografie, vi consiglio di passare al Caffè delle Arti, che è lì vicino e ospita fino al 30 gennaio una interessante mostra fotografica intitolata True Torino. Credo che sia un’occasione per paragonare il mondo prima del Futurismo con la realtà contemporanea che vive oggi Torino, una città dalle mille sfaccettature. Se siete interessati, questo è il link alla pagina Facebook del gruppo fotografico che l’ha organizzata.