Cartoline dalla montagna: come i migliori artisti hanno celebrato le alte vette

Cosa vi viene in mente se pensate alla montagna? Abitando ai piedi delle Alpi credo di essere di parte, però sono convinta che si tratti di un ambiente naturale unico e affascinante, mutevole, duro ed emozionante allo stesso tempo. Le alte vette evocano tante emozioni e racchiudono aspettative, e immagino che ognuno di noi risponderebbe diversamente a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre la montagna è una sfida ed un piacere per ogni pittore che la ami, così in questo post troverete una selezione di bellissimi quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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C. D. Friedrich, Nebbia sulle montagne.

Quando parlo di paesaggi, mi sembra sempre doveroso iniziare da Caspar David Friedrich, uno dei più grandi esponenti del Romanticismo e l’artista che maggiormente è stato in grado di celebrare la natura nei suoi aspetti più selvaggi e sublimi.

Le sue montagne sono quelle del Nord Europa e sembra che il ghiaccio, la nebbia e la neve siano i protagonisti, insieme alle foreste di conifere. Mi ricorda molto l’inverno e credo proprio che abbia qualcosa di speciale, non credete anche voi?

(Per i curiosi, ecco un articolo su questo tema: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Il lago di Zug.

Per Joseph Mallord William Turner, viaggiatore instancabile, le montagne hanno molte facce e sono raccontate come un ricordo e, allo stesso tempo, una suggestione.

I suoi quaderni di viaggio raccontano i paesaggi della Gran Bretagna, della Svizzera e dell’Italia, con una particolare attenzione verso gli agenti atmosferici e la forza della luce. Vanno scoperti e guardati uno alla volta, per riconoscere i diversi luoghi e immaginare quelli in cui non siamo mai stati.


Paul Cézanne

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Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Di Paul Cézanne e del suo maniacale interesse per il Monte Sainte-Victoire abbiamo già parlato (ve lo siete perso? Ecco l link: La montagna incantata di Paul Cézanne), però i colori del Mediterraneo mancavano in questa selezione.

Le sue montagne sono in assoluto le più dolci e le meno misteriose, non credete anche voi?


Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Piante di olivo in un paesaggio montagnoso.

Anche se le montagne non sono sicuramente i soggetti più ricorrenti nelle opere di Vincent Van Gogh, ho scovato questi quadri e, tanto per cambiare, mi hanno impressionata.

Come spesso accade, i suoi paesaggi diventano la chiara impressione del suo tormento interiore e del suo modo unico di vedere il mondo. I colori sono quelli delle montagne in lontananza e dei campi d’estate, mentre i cieli sembrano voler invadere il terreno sottostante.


Paul Gauguin

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Dopo aver visto luoghi vicini, ora ci spostiamo dall’altra parte del mondo, e per la precisione in Polinesia, per guardare le montagne decisamente colorate che ha dipinto Paul Gauguin.

Le palme sono molto diverse dalle conifere di Friedrich, così come l’idea di calore che ci regalano, però non si può dire che non siano ricche di fascino esotico.


Giovanni Segantini

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Giovanni Segantini, Il ritorno dal bosco.

Dopo questo piccolo viaggio oltreoceano, torniamo dalle nostre parti, per rimirare le opere del nostro Giovanni Segantini, un artista che ha saputo raccontare la realtà alpina quotidiana e allo stesso tempo renderla il fondale di affascinantissime opere simboliste. 

Entrambi i generi hanno condotto a tele bellissime, non siete d’accordo con me?


Ferdinand Hodler

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Ferdinand Hodler, Jungfrau e Schwarzmonch.

Dopo Segantini, ci spostiamo in Svizzera per vedere le opere di un altro pittore simbolista, Ferdinand Hodler, un uomo in grado di realizzare grandi tele in cui la montagna è l’unica e assoluta protagonista.

Mi piacciono i cieli gialli dei pomeriggi invernali e il blu della neve delle vette più alte, li adoro tanto perché mi ricordano i panorami che nella mia mente identificano il paesaggio della valle in cui vivo.


Vassily Kandinsky

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Vassily Kandinsky, Dunaberg.

Finalmente è arrivato anche il turno di Vassily Kandinsky, uno dei miei preferiti in assoluto.

Come per tutti i soggetti che lui riporta su tela, anche le montagne diventano per prima cosa forma e colore, dando origine a composizioni evocative e fantastiche, racconti e sogni dipinti con mano sicura.


John E. H. Macdonald

Lake O'Hara and Cathedral Mountain by the Group of Seven painter J. E. H. MacDonald
J. E. H. Macdonald, Lake O’Hara and Cathedral Mountain

Dopo la Russia di Kandinsky, ci spostiamo in Canada, per celebrare John E. H. MacDonald, uno degli artisti del Gruppo dei Sette. (Ve li siete persi? Ecco un post interamente dedicato a loro: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi)

Qui al Nord quello che riusciamo a vedere è proprio il mondo glaciale, freddo e a suo modo colorato di una terra ricca di fascino. La ricerca pittorica prende una piega diversa da quella europea, una strada che avevano aperto i romantici americani e che non perde di freschezza.


René Magritte

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René Magritte, Il dominio di Arnheim.

Dopo tutta questa carrellata, mi sono voluta concedere un finale metafisico, una montagna dipinta da René Magritte che diventa il simbolo di qualcosa di più, la custode di un segreto profondo e di un equilibrio solitario.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? Qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

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Cartoline dal mare: come i grandi artisti hanno celebrato il profondo blu

Cosa vi viene in mente se pensate al mare? Sicuramente è un ambiente che racchiude in sé mille emozioni e che evoca ricordi e aspettative, quindi credo che non esistano due persone che darebbero la stessa risposta a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre il mare è una sfida ed un piacere per ogni pittore, così in questo post troverete una selezione di quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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Caspar David Friedrich, Il monaco vicino al mare.

Per Caspar David Friedrich, grandissimo esponente del Romanticismo, l’oceano è innanzitutto qualcosa di sublime, esaltato dalle atmosfere notturne e invernali. L’acqua diventa un mondo profondo ed impenetrabile, una massa scura che origina riflessi in grado di fondersi con il cielo.


Joseph Mallord William Turner

J.M.W. Turner
J. M. W. Turner, Snow storm.

Osservando i dipinti di Turner, sembra invece che il mare prenda vita. Non è soltanto un fenomeno naturale da indagare e conoscere a fondo, ma anche qualcosa di emozionante e dotato di enorme forza.

Il vigore delle onde in effetti è il vero protagonista delle sue opere, insieme alle imbarcazioni per cui sono sicura avesse un gran debole.


Claude Monet

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Claude Monet, Low tide at Pourville.

Che Claude Monet sia un mago con i colori non è sicuramente una novità, però nelle sue opere vi dirò che riesce sempre a stupirmi.

Dedicandosi al mare, riesce a regalarci l’atmosfera della perfetta estate mediterranea, quando i colori sono saturi e i pomeriggi pigri e soleggiati. Non vi fa venire voglia di tornare indietro all’inizio dell’estate?


Edvard Munch

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Edvard Much, Summer night by the beach.

Quando invece guardo i quadri di Edvard Munch mi rendo conto di quanto le parole possano essere superflue. L’intensità dei suoi paesaggi marini non ha bisogno di essere commentata, così mi fermo e mi metto a sospirare, sognando future vacanze decisamente a nord.


Piet Mondrian

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Piet Mondrian, Dune.

I quadri di Piet Mondrian che ho scelto fanno invece parte di una serie realizzata da questo maestro, sviluppata intorno all’osservazione delle dune sulle spiagge dell’Atlantico. 

Trovo che queste opere siano bellissime e soprattutto mi sono innamorata dei giochi cromatici che evidenziano la ricercatezza di questo artista: i colori complementari vengono accostati per creare un effetto surreale ma allo stesso tempo emozionante.


Henri Matisse

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Henri Matisse, Polinesia, mare.

Parlando di Henri Matisse, ho scelto due opere opposte che sottolineano due sue diverse nature: da una parte l’allegra sintesi e dall’altra il paesaggio dipinto a tratti veloci e decisi. Quali preferite? Io riscontro in entrambi una certa poesia.

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Henri Matisse, Cap d’Antibes.

René Magritte

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René Magritte, Le meraviglie della natura.

Da grande artista surreale, René Magritte ci mostra come sia possibile giocare anche con il mare, che diventa una sorta di illusione sofisticata e sottile.

L’orizzonte si fonde con il cielo, i piani della composizione si mischiano e i paesaggi sono popolati da creature immaginarie, quindi sembra in pratica di assistere ad un sogno.


Georgia O’Keeffe

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Geogia O’Keeffe, onda blu.

Attraversando l’Atlantico arriviamo negli Stati Uniti, dove per Georgia O’Keeffe il mare è soprattutto materia e profondità. I suoi quadri sono composti da profonde campiture omogenee caratterizzate da sfumature delicate.

Le onde e la linea dell’orizzonte sembrano quasi divorare la tela, trasformandola in qualcosa di introspettivo e delicato.

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Georgia O’Keeffe, Wave night.

Edward Hopper

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Edward Hopper, La lunga tratta.

Per ultimo ho lasciato un artista per cui in realtà ho una grandissima stima, il portavoce dell’America della prima metà del Novecento.

Quello di Edward Hopper è un mare decisamente azzurro e solitario, atlantico più che mediterraneo, dove la presenza umana non è rilevante e quella che trionfa sopra tutto il resto è la natura.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? E qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

Storie d’inverno: il gelo e la neve attraverso gli occhi dei grandi artisti

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Caspar David Friedrich, Cimitero del monastero nella neve.

Avete presente la luce incredibile delle mattine di dicembre, fredda e azzurrina, che rende le ombre più vivide e i raggi del sole più dorati?

Se l’autunno è la stagione in cui i colori esplodono, l’inverno è il momento in cui il mondo si fa più monocromatico, sia per la neve che ricopre tutto sia, in generale, per la vegetazione addormentata fino a primavera.

Credo che chi dipinge sarà d’accordo con me nel dire che riprodurre sulla tela le tinte tenui ma pure di questo periodo dell’anno è una sfida ardua, soprattutto se si vuole cogliere la sfumatura vivida del sole invernale ed evitare l’effetto cartolina di Natale.

Riflettendo su questo, mi sono chiesa quali siano i quadri dei grandi artisti che meglio esprimono, a mio parere, lo spirito di questa stagione. Ecco, qui vorrei pubblicare una galleria che raccolga un po’ di quelli che mi sono venuti in mente.


Caspar David Friedrich

Come insegnano per primi i Romantici, l’inverno può essere anche uno stato d’animo. Così, ho scelto di iniziare questa galleria con un paio di opere di Friedrich, un uomo che ha dedicato la sua ricerca pittorica alla rappresentazione della natura, specialmente nelle sue accezioni più estreme. (Per gli interessati, ecco un altro articolo su di lui: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)

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Caspar David Friedrich, Winter landscape.
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Caspar David Friedrich, Querce nella neve.

Impressionisti

Dopo il romanticismo, devo ammettere che uno dei movimenti che ha saputo rappresentare al meglio i paesaggi invernali con i loro splendidi colori è sicuramente l’impressionismo. E quella che segue è la selezione delle mie opere preferite.

Claude Monet

Per primo cito Monet, un artista così bravo da rendere vana ogni parola, dal momento che i suoi dipinti si commentano da soli.

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Claude Monet, ghiaccio sulla Senna.
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Claude Monet, la gazza.
Alfred Sisley

Per secondo ecco Sisley: non trovate anche voi una certa familiarità nei suoi soggetti? Questo dipinto, ad esempio, mi sembra il lontano ricordo di qualcosa che ho vissuto.

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Alfred Sisley, La Senna a Bougival in inverno.
Gustave Caillebotte

Caillebotte merita, a mio parere, di essere citato perché mostra quello che è l’inverno nelle grandi città, sicuramente meno luminoso e più ingrigito dal fumo dei camini.

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Gustave Caillebotte, tetti.

Vincent Van Gogh

Anche qui, come per i romantici, l’inverno diventa qualcosa decisamente più emozionale.  Quello che commuove sempre di Van Gogh è il suo modo di rendere personale e introspettivo ogni soggetto. I disegni in bianco e nero, poi, hanno il potere di enfatizzare l’unicità del suo tratto.

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Vincent Van Gogh, la chiesa di Nuenen in inverno.
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Vincent Van Gogh, Giardino d’inverno.

Edvard Munch

Sarà per la mia passione per il Nord Europa o per chissà cos’altro, ma Munch occupa un posto speciale nel mio cuore.

Ogni suo dipinto è un’emozione ed insieme un mondo parallelo, così in questo caso ci porta tra le conifere e le isole della Norvegia, tra il bianco della neve e le tenebre di quei giorni d’inverno in cui il sole non sorge nemmeno. (per chi fosse interessato, ecco un altro articolo sul tema: Il paesaggio dell’anima: il nord attraverso gli occhi di Edvard Munch)

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Edvard Munch, notte d’inverno.

Giovanni Segantini

Tornando in Italia, non potevo che citare Segantini e questo suo quadro che risente in pieno della mia amata atmosfera fin du siècle. Non c’è che dire, guardando le opere di questo artista mi sento sempre a casa!

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Giovanni Segantini, le madri del male.

Alfons Mucha

Dopo Segantini, collegarsi con Mucha mi è sembrato piuttosto inevitabile: non siete d’accordo con me?

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Alfons Mucha, l’inverno.

Vassily Kandinsky

Kandinsky invece ci regala una versione decisamente più colorata dell’inverno. Guardando i colori della neve però ci si stupisce: le pennellate sono sgargianti ma ci riescono a descrivere un vero e freddo paesaggio invernale.

Vassily Kandinsky, Paesaggio invernale.
Kandinsky Vasily – Winter Landscape

Marc Chagall

Chagall invece trasforma tutto in una fiaba, con il leggero garbo e l’aura di magia che lo contraddistinguono.

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Marc Chagall, Sopra Vicebsk.

Tom Thomson

Per concludere ci spostiamo in America e per la precisione in Canada, con uno dei membri del Gruppo di Sette, un insieme di artisti di cui vi ho già parlato qui, se vi interessa: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi.

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Tom Thomson, Aurora boreale.

Allora, vi è piaciuta questa galleria di quadri? Vi è venuto un po’ di freddo, insieme alla voglia di smarrirsi nella neve?

Ditemi se vi viene in mente qualche dipinto che ho dimenticato!

Il paesaggio dell’anima: il nord attraverso gli occhi di Edvard Munch

Edvard Much, Train smoke.
Edvard Much, Train smoke.

Avete mai riflettuto sulle emozioni che alcuni quadri riescono a trasmettere?

Secondo me quello che rende grandi alcuni artisti, oltre alle abilità tecniche, è la capacità di creare una connessione intima e personale con l’osservatore. Riescono a far scattare la molla della curiosità così io, mentre li guardo, inizio a domandarmi quali siano le cause di quelle pennellate e di quei colori.

A me succede con Van Gogh ad esempio, oppure con Egon Schiele; avete presente la sensazione?

Però oggi, continuando sul tema dei paesaggi artici inaugurato con il Canada (per chi se lo fosse perso, ecco il link: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi), vorrei tornare in Europa e per la precisione in Norvegia, nella terra di un artista che ammiro moltissimo e che ha saputo rappresentare in maniera unica e bellissima l’atmosfera delle notti estive senza buio e del freddo dei lunghi inverni, creando quell’empatia a cui mi riferivo con l’osservatore.


Il mondo di Edvard Munch

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In un certo senso i paesaggi di Munch sintetizzano il pensiero e la ricerca europea, quella corrente di pensiero che dalla psicoanalisi in poi indaga all’interno dell’essere umano, che vede il mondo diventare sempre più soggettivo.

Se la cultura è lo specchio di un periodo storico, allora noi Europei non eravamo troppo in forma all’inizio del Novecento, se paragonati, per fare degli esempi, ai canadesi dell’altro giorno.  Sicuramente i nostri artisti hanno vissuto un alto livello di angoscia ed instabilità, ma probabilmente è stato anche questo a condurre a quella maggiore complessità e a quella ricercatezza che oggi ci affascina tanto.

Così, la natura dei paesaggi per Munch diventa l’espressione del suo disagio e della sua grande fragilità. Si tratta prima di tutto di un uomo tormentato e sensibile che arriva a deformare quello che vede, trasformandolo nella personificazione dei suoi pensieri.

Oggi vorrei rendergli omaggio con una serie di quadri da cui credo che emerga molto della sua anima. Quindi non mi dilungherò in altre frasi ripetitive o superflue: quello che davvero conta sono le opere, i loro colori irreali e le forme deformate degli alberi e delle rocce. Credo proprio che meritino di essere gustate una per una, così da poter apprezzare ogni dettaglio.

L’America selvaggia della corsa all’oro e della conquista del west: le impressioni di Frederic E. Church

Frederic Edwin Church, Tramonto nella landa selvaggia.
Frederic Edwin Church, Crepuscolo nella landa selvaggia.

Comincerò dall’inizio. In principio, ci sono stati gli avventurieri: gruppi di persone piccoli o meno piccoli suddivisi in base alla lingua e all’etnia, approdati sulla costa est di quell’immensa prateria che erano gli Stati Uniti. Eccoli, i veri padri fondatori, sicuramente non troppo eruditi e nemmeno troppo amanti della legalità, scappati dall’Europa alla ricerca di un’occasione.

Gente affamata, insomma, affamata di terra oltre che di cibo, ed assetata di avventura. Nella mia mente i pionieri sono come dei corsari o dei pellegrini, anche se in realtà non ci è voluto molto prima che si formassero le prime città, sui porti e sulle principali vie di comunicazione. Chiamarle città potrebbe essere un eufemismo, dato che al momento dell’indipendenza nel 1783 soltanto cinque nuclei urbani superano i 10.000 abitanti, e ancora nel 1833 Chicago conta circa 350 abitanti.

Frederic Edwin Church, Gli iceberg.
Frederic Edwin Church, Gli iceberg.

Ecco, la loro dimensione rimane per lungo tempo quasi ridicola, se paragonata alla grandezza del territorio. Cosa si trovava davanti un pioniere che partiva alla conquista dell’oro? E un cercatore d’oro che dalle montagne rocciose si spingeva a nord?

Credo di poter trovare la risposta nei dipinti di Frederic Edwin Church, un americano, prettamente romantico, che riesce a ritrarre questo territorio incontaminato, grazie ad una pittura dettagliata e ad un uso dei colori che non risulta essere quello europeo, differenziandosi ben presto in modo microscopico ma percettibile.

Frederic Edwin Church, Cascate del Niagara (lato americano).
Frederic Edwin Church, Cascate del Niagara (lato americano).
Frederic Edwin Church, Tramonto lungo la Hudson Valley (New York).
Frederic Edwin Church, Tramonto lungo la Hudson Valley (New York).
Frederic Edwin Church, Nuvole sopra Olana.
Frederic Edwin Church, Nuvole sopra Olana.
Frederic Edwin Church, Crepuscolo invernale in Olana.
Frederic Edwin Church, Crepuscolo invernale in Olana.

Si tratta di un viaggiatore senza tregua, pienamente ottocentesco, nato benestante, che gira in lungo e in largo l’intero continente americano alla ricerca dell’ispirazione, e che di ritorno a New York ogni volta fa faville. Cerca di catturare il fascino della natura selvaggia illuminata al tramonto, raramente inquinata dalla presenza umana, soffermandosi sui grandi specchi d’acqua, sui blocchi di ghiaccio e sui boschi lussureggianti. 

Si tratta di uno dei primi pittori statunitensi a riscuotere un grande successo a New York, dove vive per molti anni, e adesso vorrei perdermi dietro ad alcune sue immagini insieme a voi, per entrare in questo mondo ancora inesplorato e giovanissimo.

Frederic Edwin Church ci mostra tutto ciò che gli esploratori ed i pionieri hanno probabilmente avuto davanti agli occhi. Ci racconta dei grandi spazi vuoti che lasciano la natura come unica protagonista, mentre per noi europei è difficile da immaginare un mondo così vasto e selvaggio.

Per chi non fosse ancora sazio di queste immagini, consiglio di cliccare su questo link: la pagina di Frederic Edwin Church su Wikimedia Commons che raccoglie moltissime sue opere.

Frederic Edwin Church, Cotopaxi.
Frederic Edwin Church, Cotopaxi.
Frederic Edwin Church, Segnale luminoso di Mount Desert.
Frederic Edwin Church, Segnale luminoso di Mount Desert.

Tra pionieri, anni ruggenti e grande depressione: gli USA oltre la linea d’ombra

Edward Hopper, Cape cod morning.
Edward Hopper, Cape cod morning.

Tutti noi conosciamo le stampe di Andy Warhol e l’action painting di Jackson Pollock, però non si può ignorare come una tale vivacità artistica, insieme ad una modernità che supera ed annienta la vecchia Europa, da sempre fonte di ispirazione, abbia radici ben più lontane. Se New York dopo la seconda guerra mondiale ruba a Parigi il titolo di capitale culturale, insomma, le ragioni sono da trovare partendo dal principio.

Le origini di questo processo sono secondo me i primi artisti che hanno saputo discostarsi dal nostro continente, seppure partendo principalmente dal romanticismo: cos’altro ci saremmo potuti aspettare da un Paese dove la natura gioca un ruolo così determinante?

Frederic Edwin Church, Schoodic Peninsula from Mount Desert at Sunrise.
Frederic Edwin Church, Schoodic Peninsula from Mount Desert at Sunrise.

Gli Stati Uniti infatti sono innanzitutto uno spazio sconfinato, dove fino al Novecento la presenza umana si può considerare irrisoria. Le grandi città sono venute dopo, anche se nel momento in cui sono sbocciati grattacieli e fabbriche si può affermare che tutto è cambiato. La prima America, quella dei pionieri, dei padri fondatori, della conquista del West e della corsa all’oro lascia il posto a quel mondo che è il protagonista della nostra immaginazione.

Le costruzioni in legno soccombono e sono sostituite dal trionfo del vetro e dell’acciaio, mentre uno spregiudicato benessere investe le città, che si trasformano da luoghi neri di carbone ai scintillanti paradisi negli anni Venti del Novecento.

Così, l’arte prettamente statunitense nasce da questi presupposti, più che dai tentativi di importazione della cultura classica o gotica, visibili soprattutto in architettura e in pochi casi davvero soddisfacenti e rappresentativi. In effetti, spesso danno la lieve impressione di essere fuori luogo edifici come la Rotunda dell’Università della Virginia, progettata niente meno che da Thomas Jefferson, oppure il monumento simbolo degli USA, il Campidoglio di Washington D.C.

La volontà di realizzare costruzioni rappresentative di una cultura raffinata e dalle basi solide portano ad esiti ricchi di richiami alla tradizione italiana rinascimentale o romana, come il Pantheon, il tempietto di San Pietro in Montorio di Bramante e la Rotonda di Palladio. Si ottengono così monumenti maestosi che stupiscono il visitatore proprio per il legame con il contesto che viene a mancare.

Thomas Jefferson, Università della Virginia, 1822-1826.
Thomas Jefferson, Università della Virginia, 1822-1826.
William Thornton e altri, Campidoglio a Washington, 1793-1865.
William Thornton e altri, Campidoglio a Washington, 1793-1865.

A pensarci bene, in realtà non stupisce il fatto che una nazione giovanissima e formata da esuli, al di là degli intenti celebrativi, cerchi di costruire e di rappresentare qualcosa che evochi in un certo senso il luogo d’origine. Eppure proprio per questo la vera America sarà quella delle generazioni successive, finalmente libera da condizionamenti e fiera dei suoi grandi spazi: gli Stati Uniti raccontati da Jack London prima di tutti, poi da John Steinbeck e Francis Scott Fitzgerald.

Charles Sheeler, American landscape.
Charles Sheeler, American landscape.
VIAGGIO ATTRAVERSO l’America

Partendo da queste premesse, credo proprio che i prossimi giorni saranno di ispirazione statunitense: vorrei compiere un viaggio oltre la linea d’ombra dell’indipendenza di questa grande nazione, esplorandone arte e architettura e, se vi interessa, vi invito a percorrerlo insieme a me.

Quale altra musa, se non la Natura? (4/4)

Piet Mondrian, albero rosso di sera.
Piet Mondrian, albero rosso di sera.

Gli alberi sacri di Piet Mondrian

Piet Mondrian è un artista che non si è limitato a varcare la linea d’ombra, ma anzi è arrivato a squarciare il velo di tenebra che lo separava dall’essenza delle cose, quello stesso confine che divide il secolo lungo da quello breve, vale a dire l’Ottocento dal Novecento. In effetti riflette in pieno i conflitti, la mentalità e la ricerca appassionata di un mondo in cui molte certezze stanno crollando, mentre si assiste a guerre mondiali e al proliferare di dittature che costringono molti grandi uomini alla fuga.

Piet Mondrian, albero grigio.
Piet Mondrian, albero grigio.
Piet Mondrian, melo in fiore.
Piet Mondrian, melo in fiore.
Piet Mondrian, composizione n. XVI.
Piet Mondrian, composizione n. XVI.
Piet Mondrian, n. 11.
Piet Mondrian, n. 11.
Piet Mondrian, composizione n. 10.
Piet Mondrian, composizione n. 10.

Forse la grandissima innovazione che contraddistingue gli esponenti del periodo più maturo delle Avanguardie nasce proprio dai cambiamenti di una società che si radicalizza e che vede smentiti molti miti. Così artisti del calibro di Mondrian lasciano alle spalle la ricerca di emozioni e il tentativo di rappresentare la propria interiorità, scegliendo la strada tutta filosofica e matematica che conduce all’assoluto. Si tratta certamente di figure più intellettuali, che aggiungono alla pittura un significato mistico e nobile.

Trovandosi a Parigi negli anni del cubismo, Mondrian ne assorbe il linguaggio di scomposizione dei volumi, utilizzandolo non come fine ma come mezzo per raggiungere l’essenza del mondo. Arriva dunque a ricondurre la natura, sua prima fonte di ispirazione, ad una sintesi di linee geometriche e di colori primari, caratterizzate dall’estrema semplicità e linearità. Si pone in linea con gli esiti del movimento moderno, guidato da Gropius, Mies Van Der Rohe e Le Corbusier, che negli stessi anni sperimentano una nuova architettura, rivolta alla purezza dei volumi accostati nella luce (definizione dello stesso Le Corbusier, affascinato eccome da cubismo).

Piet Mondrian in ogni caso fa passi da gigante, superando ogni possibile etichetta, e in un certo senso i suoi alberi sono la chiave di lettura per comprendere il suo percorso, oltre ad un grandissimo esito della sua ricerca. Con il passare degli anni le forme si semplificano e anche in questo caso, come per Cézanne, la ripetizione dei soggetti è la via per raggiungere un nuovo livello di astrazione, che in questo caso prenderà il nome di neoplasticismo.

Così arriviamo ai suoi celeberrimi quadrati, riprodotti nei souvenir di tutto il mondo, sempre davanti al nostro sguardo, anche se forse riesce difficile immaginare che dietro quelle linee piatte esistono centinaia di alberi nodosi e scheletrici, che agli occhi di chi li ha ritratti hanno disposto i loro rami in un equilibrio sempre più perfetto. Per concludere, non posso fare a meno di condividere questa citazione che secondo me vale più di molte mie parole.

Costruisco combinazioni di linee e di colori su una superficie piatta, in modo di esprimere una bellezza generale con una somma coscienza. La Natura (o ciò che ne vedo) mi ispira, mi mette, come ogni altro pittore, in uno stato emozionale che mi provoca un’urgenza di fare qualcosa, ma voglio arrivare più vicino possibile alla verità e astrarre ogni cosa da essa, fino a che non raggiungo le fondamenta (anche se solo le fondamenta esteriori!) delle cose…

Credo sia possibile che, attraverso linee orizzontali e verticali costruite con coscienza, ma non con calcolo, guidate da un’alta intuizione, e portate all’armonia e al ritmo, queste forme basilari di bellezza, aiutate se necessario da altre linee o curve, possano divenire un’opera d’arte, così forte quanto vera.

Piet Mondrian

Per completare il discorso: Quale altra musa, se non la Natura? (1/4), Quale altra musa, se non la Natura? Il giardino segreto di Claude Monet (2/4)Quale altra musa, se non la Natura? La montagna incantata di Paul Cézanne (3/4).

Quale altra musa, se non la Natura? (3/4)

Paul Cézanne, Mont Sainte Victoire.
Paul Cézanne, Mont Sainte Victoire.

La montagna incantata di Paul Cézanne

Non cercherò di nascondere il fatto che Paul Cézanne sia in assoluto uno dei miei artisti preferiti. Proprio lui, il pittore poco appariscente, senza orpelli, a volte persino sottotono ed in un certo senso minimalista; l’uomo solitario che conduce una vita assolutamente poco eccentrica, isolata, alla ricerca dell’essenza. Paul_Cézanne_107

Allo stesso tempo rappresenta per me l’artista dotato di uno straordinario gusto del colore, colui che meglio di chiunque altro riesce a tradurre sulla tela il sole del mediterraneo, al pari di Munch e Friedrich per quanto riguarda la luce nordica. (Rimando a Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich).

Paul_Cézanne_122Amico di gioventù di Emile Zola e del suo naturalismo (i cui richiami riecheggiano in alcune opere, non a caso), Cézanne finisce nel calderone degli Impressionisti, anche se non sentirà mai di appartenere a questo movimento, mantenendosi ostinatamente originale nella sua ricerca. Se i suoi coetanei cercano di cogliere l’impressione, lui insiste sino ad arrivare all’essenza delle cose, riconducendo la natura a volumi geometrici. Se a questa ricerca sommiamo l’astrattismo delle Avanguardie, senza sottrarre i colori straordinari, ecco che ci accorgiamo che Picasso e Braque non si sono inventati niente di così rivoluzionario con il cubismo.

È questo grande artista ad avere intrapreso per primo il percorso di scomposizione della materia, condotto grazie alla costanza nel riprodurre sempre lo stesso paesaggio, così da non essere distratto dalla novità o da ciò che vedeva, arrivando a conoscere il Monte Sainte Victoire così bene da poterlo rappresentare in maniera sempre più essenziale.

Permettetemi di ripetere quello che vi dicevo qui: trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono, il tutto posto in prospettiva, in modo che ogni lato di un oggetto o di un piano si diriga verso un punto centrale. […] Ora, per noi uomini, la natura è più in profondità che in superficie, di qui la necessità di introdurre nelle nostre vibrazioni di luce, rappresentate dai rossi e dai gialli, una quantità sufficiente di azzurri, per far sentire la presenza dell’aria.  Paul Cézanne, Lettera ad Emile Bernard.

Paul_Cézanne_cut2Credo che ci voglia allenamento per imparare ad amare Paul Cézanne, sono convinta che nessuno ne rimanga colpito la prima volta che studia la storia dell’arte, messo in ombra da tutti i grandi protagonisti appariscenti, poiché sembra abbia poco da offrire oltre a nature morte e giocatori di carte. Paul_Cézanne_110

Ma se si ha la fortuna di vedere dal vero uno dei suoi quadri, io ritengo che nessuno possa rimanere indifferente, perché questo artista ha un fascino che arriva lentamente ma che non abbandona più. Vi posso garantire che, quando entro in un museo e vedo da lontano una sua opera appesa al muro che magari non sapevo fosse presente, rimango sempre impalata a sorridere nel vuoto. Ammiro infinitamente quei colori e quei volumi e non riesco non invidiare almeno un po’ la mano che è arrivata a tali risultati.

Per completare il discorso: Quale altra musa, se non la Natura? (1/4)  e  Quale altra musa, se non la Natura? Il giardino segreto di Claude Monet (2/4)

Quale altra musa, se non la Natura? (2/4)

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.

Il giardino segreto di Claude Monet

Se pensiamo agli impressionisti, ci vengono in mente quadri che ormai possiamo definire quasi tradizionali, molto per bene e poco trasgressivi. Eppure sono proprio loro che hanno varcato la linea d’ombra, aprendo la strada alle avanguardie e rivoluzionando a dir poco il mondo della pittura. Basta in questo senso considerare il fatto che il rivale del giovane Claude Monet era niente meno che Eugène Delacroix, accademico e assolutamente monumentale. Anche a livello di storia personale, più che degli aristocratici questi artisti sono stati dei giovani spregiudicati che hanno invaso la stessa Parigi che era la culla dei maledetti.

Tornando a Monet, si può senz’altro dire che possa vantare una vita una vita burrascosa e nient’affatto banale, segnata da numerosi lutti familiari che dai quadri forse non si presagiscono a differenza ad esempio di Edvard Munch, decisamente più trasparente (su questo artista: Per andare oltre l’Urlo, due giorni di Munch).

Perde la madre a diciassette anni, va a studiare a Parigi, a ventisette lascia Camille, la fidanzata incinta, per vivere con gli amici Bazille e Renoir, poi nello stesso anno torna con lei e cerca di suicidarsi a causa dei debiti. Nel 1870, quando Claude Monet ha trent’anni, la guerra curiosamente porta a qualcosa di buono: da soldato, viene mandato a Londra, dove può vedere le opere di J. M. W. Turner.

Da qui, la rivoluzione: luce anziché linee, volumi anziché disegni; ecco che l’impressionismo, grazie anche all’effervescente clima parigino, sta venendo al mondo. Il nome di questo movimento di deve all’esposizione del 1874, a cui Monet partecipa, anche se poi lascerà presto gli altri impressionisti, per spingersi più lontano in cerca di maggiori soddisfazioni. Sono gli anni in cui si trasferisce a Giverny, un piccolo paese a debita distanza da Parigi. È l’uomo che sente il dovere morale di dipingere, di esprimersi e di proseguire la sua ricerca, consapevole di stare compiendo qualcosa di grande.

Claude Monet, Glicine.
Claude Monet, Glicine.
Due parole su Giverny

Lungo la Senna, immerso in un celebre giardino romantico,  esiste l’edificio che Claude Monet sceglie come studio, lontano dal caos della città e vicino all’amatissima natura, musa ispiratrice per eccellenza.

Claude Monet, Ponte con ninfee.
Claude Monet, Ponte con ninfee.

Qui l’artista si ispira a ciò che vede passeggiando, dipinge en plein air per cogliere il momento, per trasmettere un’impressione, per l’appunto. Con il tempo, forse complice la vista più debole, i paesaggi studiati si trasformano in tele quasi astratte, dove sovrano è il colore. 

È questa la sua grandezza, la completezza di una vita vissuta a pieno e a lungo: Monet ha la possibilità di crescere e di evolversi nel tempo sino a spingersi oltre ogni etichetta e classificazione. 

Da questo punto in poi, il tempo prenderà ad accelerare in maniera forsennata, facendo intimidire forse anche questa prima rivoluzione, fiera e moderata.

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.

Quale altra musa, se non la Natura? (1/4)

Paul Cézanne, albero.
Paul Cézanne, albero.

Esistono persone per cui trascorrere del tempo immerse nella natura è un’esigenza, per cui anche solo pensare alla vista di un ghiacciaio, o di un pascolo smeraldino illuminato dal sole è fonte di grande piacere.

Io credo di essere tra queste, proprio perché amo camminare per le pietraie, solcare sentieri quasi scomparsi per l’erosione, raccogliere le pietre rare e sorridere nel freddo dei tremila metri. Amo il verde dei boschi, la luce che filtra tra le foglie e più di tutto l’incredibile geometria degli alberi.

Per tutte queste ragioni non mi riesce difficile immaginare come per molti artisti la natura sia stata una grande instancabile fonte di ispirazione. Ovviamente, i primi a venire in mente sono i Romantici, che hanno il merito di avere spalancato le porte ad un’attenzione tutta nuova e contemporanea e di confrontarsi con il mondo naturale (di loro ho parlato ne Il mio amore per il romanticismo). Oggi però non è a loro che penso, e nemmeno agli impressionisti, con la loro vegetazione più docile e addomesticata.

Mi riferisco ai grandi maestri che hanno saputo fare della natura la base per una ricerca continua, fino ad arrivare a cogliere l’assoluto. A questo proposito, mi vengono in mente le parole di Camille Thoreau, americanissimo e appassionato del genere, pubblicate nel libro Camminare:

Cos’è che qualche volta rende difficile determinare fino a che punto potremo camminare? Credo ci sia un sottile magnetismo nella natura che, se ci arrendiamo inconsciamente, ci dirigerà correttamente. Per noi la strada che percorriamo non è indifferente. C’è una strada giusta; ma siamo spinti dalla sbadataggine su quella sbagliata. Ci piacerebbe prendere quella strada che costituisce il simbolo perfetto del percorso che noi amiamo fare dentro di noi e nel mondo ideale; e qualche volta, senza dubbio, riusciamo a trovare con difficoltà la nostra direzione, perché non ce ne siamo fatti ancora un’idea precisa.

Piet Mondrian, mulino Oostzijde di notte.
Piet Mondrian, mulino Oostzijde di notte.

In questo senso, posso citare ad esempio Claude Monet, impressionista oltre gli impressionisti (e per questo annoverato tra i miei prescelti), oppure Paul Cézanne, appassionato di geometria, o ancora Piet Mondrian, tra tutti il più visionario e ardito.

Sono artisti che hanno avuto la costanza e la sensibilità di elaborare le impressioni superficiali sino a trasformarle in realtà o fantasie complesse, per poi spingersi verso conclusioni universali e importantissime.

Come non pensare al giardino che Monet si fa costruire per ritrarre non solo le ninfee ma l’intero insieme di vegetazione? Oppure, come non ricordare tutte le viste del Monte Sainte-Victoire di Cézanne, disegnato e dipinto per coglierne l’essenza? E, per concludere, come non amare gli alberi di Mondrian, riprodotti all’infinito sino ad arrivare alla pura sintesi geometrica?

Siccome mi rendo conto che un articolo non basta a raccontare di questi tre giganti, vi aspetto nei prossimi giorni a leggere il seguito!

Il mio amore per il romanticismo

Senza dubbio io amo i romantici. Non fraintendetemi, non intendo il tipo di persone smielate che si manifestano con rose e baci Perugina, ma piuttosto le anime solitarie alla ricerca del sublime.

J. M. W. Turner, Snow storm.
J. M. W. Turner, Snow storm.

Non so spiegarmi, ma dai tempi del liceo subisco il fascino di quest’epoca confusa che è il lungo Ottocento, e da amante della cultura inglese non posso che commuovermi per la bellezza di alcuni testi e di molti quadri, soprattutto se si parla di un certo Joseph Mallord William Turner, longevo e prolifico artista di corte, viaggiatore e disegnatore d’eccezione, mano che ha saputo rappresentare meglio di chiunque altro il Regno Unito prima che diventasse un vero e proprio impero, prima di Vittoria insomma. Impressionista prima degli Impressionisti, in certi tratti astratto prima delle Avanguardie, il primo che in maniera del tutto compassata ha socchiuso quello che poi diventerà circa cinquant’anni dopo il vaso di Pandora, ovvero il vortice di sperimentazione fino all’informale.

Prometto che un giorno parlerò di lui in maniera più completa e pertinente, per adesso però mi accontento di vagare con la mente all’insegna dei romantici in generale, affascinanti e seducenti creature che hanno cambiato la poesia e hanno contribuito a creare una nuovaa visione della natura e della persona.

Concludo così questo articolo forse un po’ confuso con la prima poesia che ho incontrato sul libro di inglese del liceo (di P.B. Shelley), e che ricordo ancora proprio perché, anche se allora non conoscevo molto del romanticismo, mi era entrata nel cuore.

A dirge
Rough wind, that moanest loud
Grief too sad for song;
Wild wind, when sullen cloud
Knells all the night long;
Sad storm whose tears are vain,
Bare woods, whose branches strain,
Deep caves and dreary main,–
Wail, for the world’s wrong!

Un canto funebre
Brusco vento, che lamenti forte
un dolore troppo triste per una canzone;
Selvaggio vento, quando una nube fosca
rintocca per tutta la notte;
Triste tempesta, che lui lacrime sono vane
Boschi spogli, i cui rami sforzi,
Grotte profonde e mare tetro,
gemete, perché il mondo è sbagliato!

Perdonatemi se non ho soddisfatto la vostra curiosità, ma quest’oggi proprio non riesco ad essere ordinata.

Isole Azzorre, dove esiste un faro che guarda soltanto le rocce

Una volta ho visto un faro che, anziché affacciarsi sull’oceano sterminato dritto e fiero come ci si aspetterebbe, indicava la terraferma a niente più che un promontorio di rocce vulcaniche e friabili.

Arianna Senore, Faial

Ero sulla isole Azzorre insieme al mio adorato compagno di viaggio, per la precisione ci trovavamo sull’estremo ovest dell’isola di Faial, proprio in mezzo all’Atlantico, a metà strada tra l’Europa e l’America, circondati dalla vegetazione tropicale e da un mondo assolutamente selvaggio.

Sulla punta del Capelhinos si erge quello che secondo me è un monito eterno dell’incredibile potere che la natura ha su noi umani che cerchiamo di addomesticarla. Il secolare faro che ha indicato il riparo sicuro e migliaia di pirati e viaggiatori è stato reso inutile circa cinquant’anni fa da un’eruzione vulcanica così forte da aggiungere un nuovo miglio quadrato all’isola, proprio davanti al monumentale edificio.

Da vedere è un vero spettacolo, con il promontorio ricoperto dai detriti anziché dalle onde. Si può camminare in questo paesaggio lunare sino a perdersi o finire a strapiombo sull’oceano, meravigliandosi per la bellezza aspra di come doveva essere il nostro pianeta al principio, prima della vegetazione e della formazione della crosta terrestre.

Arianna Senore, Faial

A volte però ripensare al faro del Capelinhos mi fa spaventare. Mi fa pensare che forse un giorno anche io sarò accecata dalle polveri esplosive di qualcosa di nuovo ed effimero, tanto da perdere la vista sull’oceano infinito, bellissimo e immutabile. E magari la causa non sarà un evento catastrofico, ma soltanto una qualche coltre di fumo inconsistente e insignificante.

Ma solitamente preferisco sorridere osservando le fantastiche pietre laviche pesantissime che mi sono portata a spalle da Faial fino a casa, insieme ad un germoglio di fucsia che  purtroppo non sono riuscita a trapiantare in Italia.