Tra pionieri, anni ruggenti e grande depressione: gli USA oltre la linea d’ombra

Edward Hopper, Cape cod morning.
Edward Hopper, Cape cod morning.

Tutti noi conosciamo le stampe di Andy Warhol e l’action painting di Jackson Pollock, però non si può ignorare come una tale vivacità artistica, insieme ad una modernità che supera ed annienta la vecchia Europa, da sempre fonte di ispirazione, abbia radici ben più lontane. Se New York dopo la seconda guerra mondiale ruba a Parigi il titolo di capitale culturale, insomma, le ragioni sono da trovare partendo dal principio.

Le origini di questo processo sono secondo me i primi artisti che hanno saputo discostarsi dal nostro continente, seppure partendo principalmente dal romanticismo: cos’altro ci saremmo potuti aspettare da un Paese dove la natura gioca un ruolo così determinante?

Frederic Edwin Church, Schoodic Peninsula from Mount Desert at Sunrise.
Frederic Edwin Church, Schoodic Peninsula from Mount Desert at Sunrise.

Gli Stati Uniti infatti sono innanzitutto uno spazio sconfinato, dove fino al Novecento la presenza umana si può considerare irrisoria. Le grandi città sono venute dopo, anche se nel momento in cui sono sbocciati grattacieli e fabbriche si può affermare che tutto è cambiato. La prima America, quella dei pionieri, dei padri fondatori, della conquista del West e della corsa all’oro lascia il posto a quel mondo che è il protagonista della nostra immaginazione.

Le costruzioni in legno soccombono e sono sostituite dal trionfo del vetro e dell’acciaio, mentre uno spregiudicato benessere investe le città, che si trasformano da luoghi neri di carbone ai scintillanti paradisi negli anni Venti del Novecento.

Così, l’arte prettamente statunitense nasce da questi presupposti, più che dai tentativi di importazione della cultura classica o gotica, visibili soprattutto in architettura e in pochi casi davvero soddisfacenti e rappresentativi. In effetti, spesso danno la lieve impressione di essere fuori luogo edifici come la Rotunda dell’Università della Virginia, progettata niente meno che da Thomas Jefferson, oppure il monumento simbolo degli USA, il Campidoglio di Washington D.C.

La volontà di realizzare costruzioni rappresentative di una cultura raffinata e dalle basi solide portano ad esiti ricchi di richiami alla tradizione italiana rinascimentale o romana, come il Pantheon, il tempietto di San Pietro in Montorio di Bramante e la Rotonda di Palladio. Si ottengono così monumenti maestosi che stupiscono il visitatore proprio per il legame con il contesto che viene a mancare.

Thomas Jefferson, Università della Virginia, 1822-1826.
Thomas Jefferson, Università della Virginia, 1822-1826.
William Thornton e altri, Campidoglio a Washington, 1793-1865.
William Thornton e altri, Campidoglio a Washington, 1793-1865.

A pensarci bene, in realtà non stupisce il fatto che una nazione giovanissima e formata da esuli, al di là degli intenti celebrativi, cerchi di costruire e di rappresentare qualcosa che evochi in un certo senso il luogo d’origine. Eppure proprio per questo la vera America sarà quella delle generazioni successive, finalmente libera da condizionamenti e fiera dei suoi grandi spazi: gli Stati Uniti raccontati da Jack London prima di tutti, poi da John Steinbeck e Francis Scott Fitzgerald.

Charles Sheeler, American landscape.
Charles Sheeler, American landscape.
VIAGGIO ATTRAVERSO l’America

Partendo da queste premesse, credo proprio che i prossimi giorni saranno di ispirazione statunitense: vorrei compiere un viaggio oltre la linea d’ombra dell’indipendenza di questa grande nazione, esplorandone arte e architettura e, se vi interessa, vi invito a percorrerlo insieme a me.

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5 thoughts on “Tra pionieri, anni ruggenti e grande depressione: gli USA oltre la linea d’ombra

  1. Ivano Landi 30 marzo 2015 / 12:50

    Il mio primo sito, chiuso ormai da una vita, era dedicato proprio alla pittura realista americana, in particolare a Burchfield e Hopper, e aveva presupposti simili a quelli qui esposti. Quindi sono più che disposto a imbarcarmi in questo viaggio 😉

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