Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock: il disagio esistenziale in una poesia di T.S. Eliot (parte 1)

Edvard Munch, Sera sul viale Karl Johan, 1892. Edvard Munch, Sera sul viale Karl Johan, 1892

Forse perché l’inverno è arrivato in pieno e questa è una poesia sull’inverno dello spirito, oggi vorrei condividere con voi un testo di Thomas Stearns Eliot, uno dei più grandi e complessi poeti di tutti i tempi – possiamo dire che Eliot sta agli inglesi come Montale sta a noi, entrambi hanno vinto il Nobel ed entrambi condividono una visione della vita disincantata e raffigurano la condizione di difficoltà ed incertezza esistenziale che nel Novecento va per la maggiore, anche se poi sotto altri aspetti sono molto diversi.

Una delle mie preferite, e delle più famose, tra le poesie di Eliot è Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock. Un po’ perché il testo è lungo, un po’ perché il significato non è sempre ovvio e mi piacerebbe provare a dare una spiegazione di quello che ho capito facendo una breve analisi, ho pensato di dividerlo in due parti, perciò il testo che leggete di seguito (nella bellissima traduzione di Roberto Sanesi) è solo l’inizio della poesia, intervallato da qualche breve spiegazione tra strofa e strofa.

Prima di passare al testo, però, due parole di contesto per chi fosse interessato (altrimenti trovate la poesia poco sotto).

Eliot scrive questa poesia tra il 1910 e il 1911 (aveva 22 anni). La sua opera si può ascrivere alla corrente poetica del Modernismo, un movimento culturale abbastanza eterogeneo che si è sviluppato a partire dalla seconda metà dell’Ottocento e che prende le mosse da una volontà di opposizione al passato. In sostanza, quello che i modernisti operano è un distacco radicale: via i soliti vecchi discorsi sul mondo interiore del poeta, largo ad una riflessione intellettuale di più ampio respiro, sull’uomo in generale. Questo non vuol dire necessariamente scartare l’interiorità, quanto, piuttosto, usarla come uno strumento per conferire un carattere universale agli argomenti trattati.

Il contesto storico non è infelice, gli orrori della Prima guerra mondiale sono sì dietro l’angolo, ma non sono ancora arrivati, eppure il mondo è cambiato molto e molto in fretta: nel giro di pochi anni la società si è industrializzata e le città sono cresciute a dismisura – ma dietro l’ottimismo per il progresso e le distanze che si rimpiccioliscono si nasconde un malessere fino a quel momento sconosciuto e a cui è difficile dare un nome. Si tratta dell’incapacità di trovare il proprio posto nel mondo, di un sentimento di disagio fortissimo, reso più grave dall’impossibilità di uscire dalla propria solitudine.

Prufrock è l’eroe dell’inerzia esistenziale, un uomo rimasto avviluppato negli infiniti fili di ragnatela che il mondo gli tesse intorno, privo di volontà e incapace di relazionarsi con il prossimo. Insomma, contrariamente a quello che il titolo farebbe sospettare, Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock è una poesia sulla solitudine esistenziale e sull’impossibilità di comunicare in un mondo di plastica.

Edvard Munch quadro Disperazione 1892
Edvard Munch, Disperazione, 1892

T.S. Eliot, Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

 

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.

 

In epigrafe si trova una citazione dall’Inferno di Dante, canto XVII: in questi versi Guido da Montefeltro dice a Dante che gli risponderà solo perché non pensa che potrà tornare nel mondo e ripetere quello che ha sentito. Probabilmente il significato è che, siccome l’intera poesia è una sorta di monologo interiore, Prufrock ha il coraggio di confidarsi solo perché sta parlando con se stesso, ma non avrebbe mai il coraggio – o la capacità – di comunicare il suo stato interiore a qualcun altro.

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere “Cosa?”
Andiamo a fare la nostra visita.

All’inizio ci sono un tu e un io, ma in realtà Prufrock non sta parlando con un’altra persona, bensì con se stesso.
Mentre cammina in una città che dà l’impressione di essere squallida e degradata, il mondo esterno lo porta a porsi delle domande – ma queste domande sono pericolose, possiamo immaginare che riguardino la sua vita e che la risposta non gli piaccia, quindi distoglie l’attenzione e la concentra sulla sua meta: la visita a casa di qualcuno.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

L’ambientazione è probabilmente quella di un salotto cittadino: Prufrock entra e vede donne che vanno avanti e indietro, parlando di argomenti colti.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e cadde in sonno.

Prufrock si perde a guardare fuori e vede la nebbia, che si muove come un gatto e sembra voler cercare di entrare, un po’ come il grigiore del mondo che è sempre pronto ad assalire la vita mentre se ne va in giro e si sporca – anzi, si lascia sporcare.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito.

Qui è come se il tempo si dilatasse, nello spazio di un solo istante Prufrock esita e si mette in discussione, immagina vari scenari futuri, mentre noi possiamo immaginarlo immobile, seduto in disparte su un divanetto a guardare fuori. L’impressione è anche quella che la tendenza di Prufrock sia quella di procrastinare, a giustificare la propria immobilità perché tanto ci sarà tempo per fare tutto poi, col risultato che alla fine non fa mai niente.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

Nel frattempo le donne stanno ancora parlando di Michelangelo – il che fa supporre che quello che noi abbiamo letto nelle due strofe precedenti stia accadendo nella sua testa, mentre si annoia e intorno a lui proseguono i discorsi, forse un po’ vuoti e pretenziosi.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, “Posso osare?” e, “Posso osare?”
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: “Come diventano radi i suoi capelli!”)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asserita da un semplice spillo –

(Diranno: “Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia!”)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà.

In un attimo ha tempo di cambiare idea più volte, probabilmente perché è come se fosse paralizzato: da una parte vorrebbe alzarsi, forse interrompere una conversazione o inserirvisi, dall’altra l’idea di attirare l’attenzione e il pensiero degli inevitabili commenti sulla sua persona lo bloccano.

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?

In questi versi secondo me c’è la metafora più potente di tutta la poesia: Prufrock ha misurato la sua vita a cucchiaini da caffè, l’ha vista scorrere via piano piano tra un impegno mondano e l’altro. Conosce ormai a memoria questi ambienti, vuoti e sempre uguali, sa già cosa le persone gli direbbero e sa che nulla cambierebbe, perciò non ha più la forza di fare domande.

E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?

Qui è un po’ come se Prufrock chiedesse: come posso lasciar uscire me stesso e la mia insignificante piccolezza, la mia quotidianità che non è altro che qualche mozzicone di sigaretta davanti a voi che mi giudicate prima ancora che io apra bocca?

E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?
Come potrei cominciare?

Lo stesso vale per le donne, le ha già conosciute nel senso che sono tutte uguali, reagiscono tutte allo stesso modo.


La prima parte della poesia termina qui, prossimamente troverete il seguito.

Nonostante la sua cupezza, Eliot è un poeta che io amo moltissimo, ma su cui finora non ho mai scritto nulla – un po’ perché le sue poesie, nella loro estrema lucidità e, se vogliamo, spietatezza nei confronti del mondo sono effettivamente un po’ deprimenti, un po’ perché per me ha un significato particolare: si può dire che sia stato il mio “primo poeta”.

Un ricordo carissimo che ho della mia adolescenza è quello di un tardo pomeriggio in cui per caso ho visto mio padre sul suo letto che leggeva un libro di poesie di Eliot, io ero un po’ interessata e mi sono messa lì con lui, che mi ha letto qualche poesia. Sono rimasta letteralmente fulminata. Erano versi che parlavano di cose strane e che non capivo nemmeno bene, ma qualcosa mi ha colpita profondamente.

Prima non avevo letto molte poesie (avevo apprezzato molto solo un’antologia che mi aveva profeticamente regalato mia madre, dal titolo 110 poesie per sopravvivere – che tra l’altro consiglio a tutti) e quello della poesia era un mondo che mi sembrava molto lontano – non avevo mai nemmeno pensato che si potesse comprare un libro di poesie di un autore e leggerle tutte dall’inizio alla fine. Invece quel giorno io ho capito il potere della parola, ho capito che anche se una poesia non mi riguardava in nessun modo, anche se parlava di qualcosa che mi era del tutto estraneo e in cui non avrei mai potuto immedesimarmi, poteva essere bella – e non solo bella, grandiosa. Già, perché la sua grandiosità stava proprio in questo: mi parlava anche se eravamo due sconosciuti che non avevano niente in comune.

(Un po’ come una seconda epifania che ho avuto anni dopo sui quadri: io da ragazza non ero particolarmente incline all’arte, anzi nei musei tendevo ad annoiarmi in fretta, ma un giorno – per sfuggire all’implacabile pioggia dublinese – io e ariannadps siamo finite in una galleria d’arte, davanti ad un quadro di Caravaggio. Io non ho mai amato i soggetti religiosi, ma  lei mi ha spiegato la grandezza di quel quadro, e io l’ho visto – per dirla con parole di Montale, è stato uno squarcio nel velo delle cose. Ho capito la stessa cosa che vale per le poesie: anche se il soggetto non mi riguarda per niente, magari nemmeno mi interessa o mi piace, c’è una grandezza in certe opere d’arte, che è universale e che parla direttamente a chiunque, per quanto lontano nello spazio e nel tempo possa essere.)

Bene, dopo questa lunghissima digressione, ringrazio chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui e vi invito a ripassare da queste parti nei prossimi giorni, se volete sapere come va a finire la storia di Prufrock 😉