Gli ‘Ossi di seppia’ di Montale: 5 poesie per andare un po’ oltre ‘Meriggiare pallido e assorto’

Uno dei miei poeti preferiti in assoluto è Eugenio Montale, che – nonostante il riconoscimento internazionale e il Nobel – generalmente non riscuote molto successo: forse perché fa parte di quegli autori “obbligati” che, volenti o nolenti, si studiano a scuola, e probabilmente perché quasi tutto quello che ha scritto è difficile, dal punto di vista lessicale, stilistico e contenutistico. Sicuramente le poesie di Montale non sono semplici, ma secondo me vale la pena di fare uno sforzo e dedicarsi per un momento a cercare di capire quello che ci vuole trasmettere.

Montale ha scritto molto e la sua produzione si può dividere in quattro grandi periodi: ognuno di questi è legato ad un luogo, ad una poetica, ad una fase della sua vita. Il primo di questi periodi è quello a cui risale la nota raccolta Ossi di seppia, che contiene la maggior parte delle sue poesie più famose – per intenderci, quelle che quasi tutti ad un certo punto della loro carriera scolastica si sono trovati davanti: Meriggiare pallido e assorto, Spesso il male di vivere ho incontrato, I limoni

Oggi vorrei condividere con voi alcune delle poesie più belle e più importanti che fanno parte degli Ossi di seppia, ma prima di passare ai testi, per chi vuole approfondire un po’, trovate qualche cenno alla poetica di questa fase della produzione di Montale.

La poetica degli Ossi di seppia

Un primo punto fondamentale è il rapporto con la natura, rapporto tutt’altro che sereno. C’è infatti una sorta di contrapposizione tra il mare, visto soprattutto come un mondo felice ed incontaminato da cui però il poeta – e l’uomo in generale – è escluso per sempre, e la terra.

Se il mare rappresenta la felicità, la terra rappresenta l’opposto: è il luogo dove il poeta si ritrova dopo essere stato esiliato dal mare e dove è costretto a fare i conti con l’esclusione dalla beatitudine naturale pura. Il mare è l’infinito, la terra è il limite.

Nonostante questa condizione di esclusione in sé tragica – peggiorata dalla sensazione di impotenza assoluta dell’uomo in un mondo che sta andando in pezzi e in cui difficilmente si riconosce (questa è anche una diretta conseguenza delle contingenze storiche, la maggior parte delle poesie sono state scritte tra il 1921 e il 1924) – Montale non si lascia sopraffare e fa della terra anche il luogo dove l’uomo può, seppur in modo non tradizionalmente eroico, mostrare il proprio valore, che consiste principalmente nell’accettazione stoica della propria condizione.

L’ambivalenza del rapporto con la natura è riflessa anche nella scelta del titolo: il significato degli ossi di seppia è doppio, possono galleggiare in mare (come già avviene in D’Annunzio, presenza al tempo ingombrantissima con cui il giovane Montale inizialmente si trova a dover fare i conti) oppure, come più spesso accade, si trovano sulla spiaggia, per sempre scacciati dal mare e dalla felicità che esso rappresenta. Gli ossi di seppia sono, quindi, il simbolo dell’esclusione da una condizione beata per sempre perduta: per di più, quello che viene sputato fuori dalle profondità marine non è che un relitto, consumato e privo di utilità.

Un altro aspetto fondamentale è la possibilità – nonostante questa condizione tutt’altro che idilliaca in cui l’uomo si ritrova – di trovare ogni tanto, per caso, un breve spiraglio di speranza, quello che Montale stesso definisce un miracolo, un momento in cui le cose rivelano la loro vera essenza ed è in qualche modo possibile recuperare l’armonia perduta tra l’uomo e la natura. Anche in questo frangente la natura gioca un ruolo importantissimo: si raggiunge la verità soltanto entrando dentro di essa. È stando dentro il paesaggio, ascoltandone i suoni ad occhi chiusi, che si può giungere alla verità – cosa che può succedere per uno sbaglio di natura, per miracolo, nei rari momenti in cui le cose tradiscono il loro segreto e si rivelano.

Dal punto di vista stilistico e in parte contenutistico, è inevitabile per Montale un confronto con D’Annunzio, che in quel periodo è IL poeta italiano. Nonostante Montale affermi di voler torcere il collo all’eloquenza e nella poesia che trovate di seguito, I limoni, prenda una posizione apertamente antidannunziana, la presenza di D’Annunzio è troppo ingombrante per poterla semplicemente mettere da parte. Montale non può non misurarcisi, soprattutto nella sezione degli Ossi di seppia chiamata Mediterraneo. Il poeta stesso affermò di aver dovuto ‘attraversare’ D’Annunzio, ma il confronto termina con un superamento deciso delle posizioni dannunziane: non è possibile, per Montale, il panismo, la comunione con la natura, perché la natura ha rifiutato l’uomo e lo ha per sempre escluso dalle verità che lei conosce.

tra gli ulivi a settignano signorini
Telemaco Signorini, Tra gli ulivi a Settignano

I limoni

 
 
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

 

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

 

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

 

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Questa è una delle poesie più famose degli Ossi di seppia, perché contiene una dichiarazione di poetica e un po’ un’anticipazione di molti dei temi trattati nell’opera. Per prima cosa, Montale professa la propria lontananza dalla tradizione poetica: lui non vuole usare paroloni, non gli interessano piante dai nomi altisonanti, quello che ama sono le vie tranquille e silenziose che conducono agli orti e alle piante dei limoni. Il silenzio dei sentieri offre due specie di miracoli: il primo è che per un attimo fa terminare la guerra delle passioni, mentre il secondo è una sorta di illusione, un momento in cui il mondo rivela la sua verità.

Come già detto sopra, negli Ossi di seppia c’è l’idea che possa avvenire un miracolo, un momento in cui le cose tradiscono il loro segreto e il mondo si rivela per quello che davvero è, ma questo può accadere solo in certi luoghi, che sono luoghi amati. La durata del miracolo, se avviene, è brevissima: non si può vivere sui sentieri, si deve tornare alla propria vita cittadina, in cui il mondo torna com’era, se non peggio. La poesia si chiude, però, con una nota positiva: la vista inaspettata dei limoni, simbolo della gioia di un’esistenza che non riflette su sé stessa, regala un momento di felicità al poeta che li vede.


Sul muro grafito
che adombra i sedili rari
l’arco del cielo appare
finito.

 

Chi si ricorda più del fuoco ch’arse
impetuoso
nelle vene del mondo; – in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse.

 

Rivedrò domani le banchine
e la muraglia e l’usata strada.
Nel futuro che s’apre le mattine
sono ancorate come barche in rada.         
(rada = insenatura)

In questa poesia l’umore è molto diverso. Il tono dominante è di rassegnazione di fronte ad un mondo in cui l’abitudine ha preso il sopravvento, abitudine che da una parte è una conferma che ci avvolge e ci conforta, ma dall’altra può essere anche una gabbia che ci assilla e ci snerva.

Le mattine future sono ancorate come barche in un’insenatura: il dilemma della vita è tutto qui. Da una parte l’insenatura tranquilla è una consolazione, una conferma, è la bellezza e la sicurezza del quotidiano, dall’altra ancorate ci fa pensare a qualcosa di pesante, difficile da smuovere, una condanna alla consuetudine.

È un po’ il passaggio oltre la linea d’ombra che, secondo Conrad, separa la prima gioventù dalla vita adulta, il periodo in cui il fuoco ardeva impetuoso nelle vene del mondo da quello in cui il mondo è a riposo e l’abitudine a luoghi consueti ha quasi cancellato la memoria della fase precedente.


Tramontana
 
Ed ora son spariti i circoli d’ansia
che discorrevano il lago del cuore
e quel friggere vasto della materia
che discolora e muore.
Oggi una volontà di ferro spazza l’aria,
divelle gli arbusti, strapazza i palmizi
e nel mare compresso scava
grandi solchi crestati di bava.
Ogni forma si squassa nel subbuglio
degli elementi; è un urlo solo, un muglio
di scerpate esistenze: tutto schianta
l’ora che passa: viaggiano la cupola del cielo
non sai se foglie o uccelli – e non son più.
E tu che tutta ti scrolli fra i tonfi
dei venti disfrenati
e stringi a te i bracci gonfi
di fiori non ancora nati;
come senti nemici
gli spiriti che la convulsa terra
sorvolano a sciami,
mia vita sottile, e come ami
oggi le tue radici.

Nella poesia precedente l’abitudine è presentata sotto una luce negativa, mentre in questa il taglio è diverso: i paesaggi familiari e conosciuti hanno un ruolo opposto, perché qui si tratta di un paesaggio in cui trionfa la natura al suo stato più selvaggio. Ma è solo qui che il significato delle cose può mostrarsi ed è qui che il poeta trova un’ancora per la propria esistenza, come si legge nei versi conclusivi.

Montale, nella parte iniziale, immagina di essere di fronte al mare, con venti fortissimi che squassano tutto: ma questo infuriare della natura ha fatto svanire l’ansia nel suo cuore. Si rivolge alla sua anima e, con versi che hanno una musicalità incredibile, fa una dichiarazione d’amore per le proprie radici, per il paesaggio ligure desolato e battuto dai venti, eppure amatissimo: la sua anima sente il pericolo dei venti eppure proprio in quel momento sente un amore fortissimo per la propria terra dove i venti si manifestano e stringe a sé i bracci gonfi di fiori non nati – immagine vividissima che credo rappresenti tutto ciò che, in gioventù, è in potenza, e che forse fiorirà e forse no.


Corno inglese

 
 
ll vento che stasera suona attento
– ricorda un forte scotere di lame –
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l’orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D’alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell’ora che lenta s’annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.

Il poeta osserva il paesaggio, che gli appare come un tutt’uno, in qualche modo armonico, nonostante il vento – anzi forse proprio a causa del vento – ma lui ne è escluso. Sta al di fuori, osserva l’armonia della natura al crepuscolo, non vorrebbe altro che farne parte, ma il vento non suona il suo cuore, strumento scordato, che non riesce ad accordarsi né con la natura né con la civiltà.

Il senso di esclusione dal mondo naturale percorre l’intera poesia, così come l’idea che appena dietro il velo visibile delle cose si nasconda una verità irraggiungibile, come gli Eldoradi che gli pare di intravedere appena oltre le nuvole, da cui l’uomo è irrimediabilmente tagliato fuori.


Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

 

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Questa è un’altra delle poesie più famose di Montale. Nella prima strofa il poeta afferma di aver incontrato il male di vivere spesso e sotto varie forme, ognuna delle quali ha un significato simbolico: con un climax ascendente, si passa dal ruscello che fa fatica a scorrere, alla foglia che si accartoccia perdendo lentamente la sua vita, al cavallo morto. Anche dal punto di vista del suono, la strofa rispecchia la difficoltà dell’esistere: la lettura, soprattutto a voce alta, è molto faticosa, volutamente ostica.

Al male si contrappone l’unico bene che il poeta ha conosciuto, che un vero e proprio bene non è: l’indifferenza, intesa come mancanza di sofferenza, lontananza, distacco. Anche ad essa sono associati tre elementi, che progressivamente si allontanano dalla superficie della terra e che rappresentano l’assoluta imperturbabilità ed indifferenza: la statua, la nuvola e infine il falco che si leva in alto, emblema opposto al cavallo caduto a terra.

I valori proposti in questo testo sono sicuramente parziali e rispecchiano una fase del pensiero e della poetica di Montale abbastanza pessimista (non che andando oltre diventi allegro, anzi 😅), però hanno una loro coerenza nel contesto a cui appartengono: l’uomo è tagliato fuori dalla felicità, quello che gliela potrebbe garantire – cioè l’unione armonica con la natura – non è realizzabile, quindi l’unica soluzione è il distacco, che se non altro permette di evitare il dolore.

Raffaello Sernesi, Marina a Castiglioncello, 1864 circa
Raffaello Sernesi, Marina a Castiglioncello
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