New York City: 5 luoghi imperdibili per un appassionato d’arte

Prima che vi avventuriate nella lettura, lasciate che vi confessi una cosa: non mi considero un’esperta di New York e nemmeno mi vanterò di esserlo, anche se ho studiato questa città sotto vari aspetti e ho trascorso lì un’intensa settimana in cui ho cercato di immergermi il più possibile nel suo spirito caratteristico ma fuggevole. Esistono realtà troppo grandi e troppo mutevoli per essere comprese al primo sguardo e questo vale secondo me per la Grande Mela: lasciandola sapevo già che non mi è davvero appartenuta, avevo l’impressione di aver captato soltanto qualcuna delle sue mille sfaccettature.

Posso però confermarvi che io sono il prototipo dell’appassionata d’arte, quindi in questo post cercherò di condividere con voi i consigli che mi sembrano più utili e di descrivervi quei luoghi che, nel momento in cui ci si ritrova a scegliere tra mille attrazioni, vanno secondo me assolutamente messi ai primi posti.


Il Guggenheim: un matrimonio tra pittura e architettura

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Da vera fan di Wright (e anche della famiglia Guggenheim) non potevo che partire da qui. Vedere dal vivo questa architettura prima dall’esterno e successivamente poterla girare liberamente è stata una vera emozione, e come se non bastasse la collezione di opere d’arte custodita al suo interno è a dir poco strepitosa.

Il Guggenheim Museum si trova all’angolo tra la 5th Avenue (la via dei musei) e l’88th strada, affacciato su Central Park. Il progetto è del 1959 ed è stato pensato come il contenitore perfetto per l’inestimabile raccolta dei quadri di Solomon Guggenheim, ricco industriale e lungimirante collezionista.

Una parte del percorso espositivo è costituita da una rampa a spirale discendente, dedicata spesso alle mostre temporanee, e illuminata dalla luce naturale che piove dall’alto e da quelli che dall’esterno sembrano dei tagli nella facciata. Esiste poi tutta un’altra porzione di edificio più tradizionale, dove l’attenzione per l’illuminazione si dimostra sempre una scelta vincente e dove si possono ammirare capolavori soprattutto del periodo delle Avanguardie.

In poche stanza si concentrano opere di una qualità altissima: Georges Braque, Paul Cézanne, Marc Chagall, Edgar Degas, Paul Gauguin, Vassily Kandinsky, Piet Mondrian, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir e Henri de Toulouse-Lautrec sono infatti solo alcuni dei grandi artisti che si possono incontrare. Con questo spero di avervi convinti!


Chelsea: il paradiso delle gallerie d’arte

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Chelsea secondo me è il classico quartiere che ci si aspetta di trovare a New York appena al di fuori dei grandi grattacieli: è estremamente fotogenico, brulica di vita mondana e ha un passato industriale che fa mostra di sé negli edifici industriali tutti ormai rifunzionalizzati a dovere. L’arte contemporanea ed il rinnovamento urbano sembrano essere il motore che porta avanti la continua trasformazione di quest’area sita nella porzione sud di Manhattan.

Passeggiare tra le sue strade (soprattutto tra l’Hudson River, la 10th Avenue, la 18th e la 28h strada) è a dir poco fantastico: può capitare di varcare la soglia di una galleria d’arte e di trovarsi di fronte opere di Warhol, Koons, Haring e Lichtenstein, come è successo a me alla Tagliatella Galleries, oppure di capitare in mezzo a futuristiche opere contemporanee d’avanguardia.

Certo, bisogna apprezzare il genere, ma in ogni caso vi assicuro che l’atmosfera che si respira è molto bella!


Whitney Musem e High Line: tra pittura, architettura e paesaggio

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Siamo di nuovo a Chelsea, lo so, ma non potevo non citare due luoghi che per me sono stati molto importanti.

Il primo è il Whitney Museum of American Art, il tempio dell’arte contemporanea statunitense. Se siete stati anche voi a New York vi sarete sicuramente accorti di come gli Americani tendano a valorizzare più la pittura europea rispetto alla loro, che lasciano spesso in posizione quasi marginale nei grandi musei. Probabilmente la vedono come un modello, ma io credo che se si è in viaggio in un certo luogo è la cultura locale che bisogna inseguire prima di tutto. Al Whitney troverete opere di Edward Hopper, di George Bellows, di Jasper Johns e di Georgia O’Keeffe, insieme a fotografie bellissime e a opere probabilmente sconosciute che susciteranno la vostra curiosità, il tutto in un contenitore d’eccezione, progettato dal nostro connazionale Renzo Piano.

Proprio di fianco al Whitney ha inizio quella che è una delle più celebri passeggiate della città, famosa soprattutto per gli amanti dell’architettura: si tratta della High Line, una ferrovia sopraelevata che correva per un bel pezzo di Manhattan, dismessa a partire dagli anni Ottanta e trasformata dal 2009 in un parco pedonale. Si tratta di un’idea geniale, di un punto di vista privilegiato per osservare la città e di un’oasi di relax dove tutto è curato nel minimo dettaglio: l’arredo urbano, la scelta delle piante e la loro disposizione.

Una delle mie cose preferite di tutta New York, credo di poterla definire imperdibile!


MoMA e MET: gli immancabili

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Ovviamente non potevo dimenticare i due templi dell’arte di New York, favolosi contenitori di opere d’arte inestimabili.

Potrei dilungarmi sia sul MoMA – Museum of Modern Art, mecca per gli amanti dell’arte contemporanea, sia sul MET – Metropolitan Museum of Arts, immenso contenitore di opere d’arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi del mondo, ma ho preferito inserire i link al loro sito ufficiale che sicuramente si saprà raccontare meglio di me. Posso soltanto aggiungere che si tratta di due luoghi assolutamente all’altezza della loro fama, commoventi e gestiti in maniera davvero ammirevole. 

Un’ultima cosa, per gli amanti dell’arte medievale: non dimenticate che il biglietto di ingresso al MET comprende anche l’accesso ad una sua speciale sezione distaccata, The Cloisters, un monastero realizzato a partire dal 1927 con parti di chiese e abbazie di tutta Europa, smontate, trasportate e rimontate all’estremità nord di Manhattan.


DUMBO: quello che succede oltre il Ponte di Brooklyn

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DUMBO (acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass) è il primo quartiere che si incontra se si decide di avventurarsi per Brooklyn. Si tratta di una zona portuale e industriale, caratterizzata un tempo dalla presenza di magazzini di stoccaggio e di manifatture. Oggi questi edifici conoscono una seconda vita fatta di arte e design, in quanto sono diventati la nuova casa di galleristi e creativi in fuga dalla troppo cara Manhattan.

Passeggiare per questo piccolo quartiere dove Street Art è un po’ dappertutto è davvero bello: la vista verso il ponte di Brooklyn è una specie di cartolina vivente che caratterizza il panorama, mentre si respira un’aria vivace nei caffè, nei negozi e nei locali.

Se il tempo accompagna, vi garantisco che non vi pentirete di questa piccola fuga dal caos di Manhattan!


In conclusione, sapete che vi dico? Soltanto a ripensarci e a cercare qualche immagine mi è venuta una grandissima voglia di tornare a New York e di riprendere le mie esplorazioni esattamente dove le ho interrotte, in modo da arrivare più in profondità.

Voi invece ci siete già stati? Condividete quelle che sono state le mie impressioni?


Nel caso invece che vi siate persi un po’ di puntate precedenti, vi ricordo che questo è solo l’ultimo di una serie di post dedicata agli Stati Uniti, l’ultima tappa di un ragionamento che ha avuto inizio da qui: Esiste una vera “arte americana”?. Se siete curiosi di saperne di più, vi auguro una buona lettura! 🙂

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Europe Top 10: Varsavia e Berlino, le due fenici del vecchio continente

Come sarebbe la vostra classifica delle 10 città più affascinanti d’Europa? Seguendo il tema degli scorsi articoli (La magia dei viaggi di un weekend e le meraviglie della nostra Europa), ecco le posizioni 3 e 4 secondo La Sottile Linea d’Ombra (per tornare a scoprire la 9 e la 10, la 7 e la 8 e la 5 e la 6 basta cliccare sui numeri).

Avete mai riflettuto su come città diversissime tra loro a volte abbiano un filo sottile che le tiene legate? Oggi mi riferisco a Berlino e Varsavia, per certi versi simboli del carnefice e della vittima, ma alla stesso tempo accomunate dalla quasi totale distruzione negli anni della Seconda Guerra Mondiale.


#4 Varsavia – il simbolo della rinascita

Old Town panorama of Warsaw

Tra tutte le città europee che ho avuto la fortuna di vedere, Varsavia probabilmente è quella che più mi ha emozionato. E non mi riferisco alla reazione che ho avuto nel momento in cui qualcuno in ostello mi ha rubato lo zainone che conteneva tutti i miei vestiti, gli album da disegno e i quaderni su cui scrivevo. Al contrario, la magia di questo posto è stata così potente da cancellare le piccole cose negative delle piccole persone come me.

Il suo centro storico infatti è allegro e colorato a discapito di tutte le cicatrici che segnano in tessuto urbano, segni che solo conoscendo la storia del luogo possono essere compresi.

Varsavia è stata distrutta di proposito nella Seconda Guerra Mondiale e poi oppressa dal Regime Comunista (come dimostra il grattacielo in stile Gotham City, o più precisamente socialista, realizzato nel 1952 al posto di interi quartieri mai ricostruiti), eppure oggi appare come una metropoli moderna e allo stesso tempo legata alla tradizione, pulita e confortevole, caratterizzata da architetture ardite vicine a piazze storiche rimesse in piedi a partire dal 1945, grazie agli studi di restauro curati dalla comunità internazionale e alle donazioni di quadri e vedute d’epoca da parte dei suoi abitanti, con il fine di non dimenticare.

Ci sono stata due volte a distanza di qualche anno e ogni volta mi sono stupita dell’atmosfera di rinnovamento e dall’impegno che i Polacchi riversano nel migliorare le loro città, combattendo con edifici contemporanei il grigiore sovietico dei decenni passati.

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Quella della Polonia è una storia decisamente affascinante che ho avuto modo di conoscere girandola in treno e osservandola nell’arco di cinque anni. Potrei parlare per ore ma andrei fuori tema, quindi per ora passo oltre, con la promessa di tornare in argomento prima o poi.

Per una visita

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Il luogo che più mi ha impressionata e commossa è il Warsaw Rising Museum, il museo dedicato alla Resistenza di Varsavia del 1944, un importante movimento antinazista partito dal ghetto della città, durato poco più di due mesi e soffocato nel sangue, con grandi responsabilità anche da parte dei Sovietici che non hanno prestato soccorso.

Si tratta di un allestimento moderno e coinvolgente, semplice da capire e allo stesso agghiacciante, fondamentale per vedere con occhi nuovi la città rasa al suolo e rinata dalle sue ceneri.

Per una passeggiata e un po’ di svago

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Il centro storico rimane invece il luogo ideale per ritrovare la serenità e la felicità della vita da viaggiatori. Ci sono bei locali, negozi interessanti, architetture tradizionali e stradine bellissime, ricostruite così fedelmente da sembrare originali, evitando fortunatamente l’effetto “Parco dei divertimenti” che a volte si riscontra in questi casi.


#3 Berlino – la regina della contemporaneità

BERLIN

Ecco, tra le città che ho visitato Berlino rimane invece quella più confusa, la capitale con i contorni sfocati e i contrasti evidenti.

Ad esempio è impossibile suddividerla in centro storico, ampliamenti in età moderna e periferia, perchè la sua storia unica di città distrutta e poi tagliata a metà le ha lasciato una natura policentrica e disomogenea.  Insieme a Varsavia, bisogna tenere conto che stata la città più distrutta al termine della Seconda Guerra Mondiale.

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Il parlamento tedesco nel 1945.

In più, molte sue caratteristiche non sono ancora assimilate o storicizzate ma, al contrario, vivono ancora in una fase di completo movimento, cambiano ogni giorno senza un’idea precisa di quello che riserverà il futuro, inondando il presente di un’intensità che in altre città d’Europa è davvero difficile trovare.

I quartieri sono enormi e sempre spaziosi, mentre l’edilizia è la più svariata, composta da tipologie tedesche, sovietiche oppure contemporanee e internazionali, mescolate tra loro. Dal momento che ho già parlato di tutto questo, per non diventare ripetitiva vi lascio il link: Berlino oltre il muro: la grandezza di una città ferita.

Si respira quasi ovunque un’atmosfera underground ma esiste anche una specie di nucleo che ha particolarmente a cuore la sua storia e soprattutto la cultura che da sempre riveste un ruolo importantissimo nella capitale tedesca. Mi riferisco all’Isola dei musei e ai suoi dintorni, i luoghi che inevitabilmente ho scelto di indicare “per una visita”.

Per una visita

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Ecco, in una città come Berlino si ha solo l’imbarazzo della scelta in tema di musei da visitare, dal momento che ci sono attrazioni a dir poco imperdibili.

Per il suo valore storico e simbolico ho però scelto di concentrarmi sull’Isola dei musei, lo scrigno che custodisce i reperti di quella che è la grande tradizione tedesca nell’archeologia ma non solo, visto che si trovano qui immense opere d’arte (come l’Isola dei Morti di Bocklin o alcuni paesaggi di Friedrich). Visto che ne ho parlato e che si tratta di un argomento molto lungo, vi lascio il link a questo mio post: Berlino: tre simboli di rinascita da conoscere e amare e alla pagina di Wikipedia sull’argomento.

Per una passeggiata e un po’ di svago

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E se poi si vuole invece passeggiare in un luogo unico al mondo, io credo che la scelta migliore sia quello di recarsi all’East side gallery, una lunghissima area verde dove è possibile costeggiare una grande porzione del muro di Berlino. Il lungofiume berlinese di arricchisce in questo caso di un grande valore storico ma anche di capolavori si Street Art, che meritano assolutamente un’occhiata!


Allora…Vi piace l’avanzare di questa classifica? Avete visto in prima persona questi luoghi incredibili e commoventi? Fatemi sapere e, soprattutto, non perdetevi l’ultima puntata, per scoprire le prime posizioni!

P.S. Come ho già detto, sappiate che in realtà per me è difficile stilare una classifica e che per ragioni diverse ho amato tutte le città di cui ho parlato e parlerò, quindi non date troppo peso alle posizioni che indico!

Europe Top 10: Vienna e Barcellona, 50 sfumature di Art Nouveau

Vienna e Barcellona: due città tra le più turistiche d’Europa e due mete per gli appassionati di architettura, dell’arte e non solo. Un abbinamento forse a prima vista un po’ bislacco, non vi pare?

Cos’hanno infatti in comune un porto mediterraneo e la ex-capitale dell’Impero Austroungarico? La risposta è nella storia del loro stesso sviluppo, che vede un’attività fervente, insieme ad un’espansione programmata e vasta nel periodo che io preferisco: gli anni cruciali in bilico tra Otto e Novecento.

E in entrambi questi luoghi la grande crescita ha condotto ad effetti simili: una forma urbana caratteristica (i quartieri ottagonali di Cerdà in Spagna e lo sviluppo intorno al Ring in Austria) e il proliferare di movimenti artistici avanguardisti dal sapore Art Nouveau (come non citare la Secessione Viennese e il Modernismo Catalano?). Il passionale e turbato Gustav Klimt contro il fiabesco Antoni Gaudi, insomma, per semplificare.

Da bravo architetto non ho potuto che assegnare a queste due belle città i posti 5 e 6, come adesso vi esporrò meglio. (Per tornare a scoprire le posizioni 9 e 10 e 7 e 8 basta cliccare sui numeri).


#6 Barcellona – il paradiso degli architetti

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Come ho anticipato, secondo me il fascino di Barcellona va ben oltre a quello di città catalana festaiola dove è possibile fare il bagno nel mare e nella sangria.

Questa città è infatti una specie di mecca dell’architettura, a partire dal gotico fino a Gaudi ma non soltanto, perché qui si trova il celeberrimo padiglione di Mies Van Der Rohe per l’Expo del ’29 (di cui parlerò più in basso) e tutta una serie di interventi contemporanei realizzati in occasione e sullo strascico delle Olimpiadi del 1992. Tra questi cito in primis il MACBA di Richard Meier, nel bel mezzo del difficile quartiere Raval: un ardito museo d’arte contemporanea che agisce da calamita per risollevare le sorti del tessuto urbano in cui è inserito.

Non voglio però ripetermi troppo, quindi vi lascio il link a un post in cui ho parlato in maniera più diffusa del mio amore per questa città: Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana.

Per una visita
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Barcellona, Barrio gotico: il museo Picasso.

A Barcellona scegliere è molto difficile, ci sono troppe meraviglie! Da amante dei musei monografici, vi dico i miei preferiti di questo genere: il Museo Picasso nel centro storico, la Fondazione Joan Mirò nel parco della cittadella e, anche se sono un po’ un’altra cosa, una delle case progettate da Gaudi (La Pedrera o Casa Battlò direi), perché dopotutto l’architettura è il gioco degli spazi e non basta un’occhiata da fuori per capire tutto.

Per una passeggiata e un po’ di svago
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Antoni Gaudì, ingresso di Parc Guell.

Se il tempo è soleggiato, non c’è niente di meglio che passeggiare per i parchi che arricchiscono questa città già così bella.

Mi riferisco al Parc Guell, giardino progettato da Antoni Gaudi a dir poco favoloso (e panoramico) e al Parco della Cittadella, emblema della Barcellona dell’Expo del 1929. Troverete infatti qui il Padiglione di Mies Van Der Rohe e il Poble espanol poco lontano, due luoghi emblematici di cui ho parlato diffusamente in questo post: Il padiglione più bello (e famoso) mai progettato per un’Expo.


#5 Vienna – l’imperatrice dell’Art Nouveau

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Come forse ormai avrete immaginato, non mi stanco mai di parlare della bellissima e complessa città di Vienna, austera in certe inquadrature e infinitamente dolce in altre.

È la città europea dove meglio si respira indisturbato il clima di fine Ottocento, fatto di salotti letterari, artisti arditi e coraggiosi, palazzi imperiali e architetture avanguardiste che si scrutano sottecchi.

Non so se ricordate ancora, ma di tutti questi argomenti ho già parlato, così vi allego il link a un post che può completare il discorso: Sulle tracce della “Vienna fin du siècle”: quattro mete da non perdere!.

Per una visita
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Vista del quartiere dei musei dal Leopold Museum.

Il museo del mio cuore a Vienna è un luogo tranquillo anche nei periodi più trafficati, situato in un quartiere pedonale dedicato tutto ai musei e alle gallerie, come si vede dall’immagine in alto. Sto parlando del Leopold Museum, un gioiello che contiene molti capolavori di Egon Schiele e che è a dir poco fantastico.

Visitarlo significa conoscere davvero questo grande e controverso artista, andando oltre i preconcetti e imparando ad apprezzare il suo tratto purissimo e le emozioni che esprime. (Su Schiele, ecco il link al primo di tre post per approfondire: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi).

Per una passeggiata e un po’ di svago
Otto Wagner - Majolica Haus
Otto Wagner, Majolica Haus.

Secondo me, le più belle passeggiate per Vienna non sono quelle all’interno delle viuzze del centro storico, ma piuttosto quelle che si compiono a partire dal Ring. Qui si può trovare il trionfo dell’eclettismo e della grandiosità sia borghese sia imperiale, ma non solo.

Ad un certo punto si incontrano infatti la prima delle fermate della metro disegnate da Otto Wagner e il Palazzo della Secessione Viennese progettato da Olbrich, due piccole meraviglie del più puro e originale stile liberty. Di qui, girando per Linke Wienzeile, ci si ritrova in una Vienna più vivace e originale, caratterizzata da un mercato e dall’onnipresente modernismo (è qui che si può ammirare la casa fotografata qui in alto, nuovamente opera di Otto Wagner).

Non credo che vi stupirò se vi dico che è il mio posto preferito!

Se Vienna vi appassiona, ecco altri due post che potranno fare al caso vostro: Metropolitane verdi e guerre contro le decorazioni: anche questa è la Vienna fin du siècleQuando il troppo stroppia: dall’eclettismo più sfrenato alla rivoluzione in stile floreale.


Allora…Vi piace l’avanzare di questa classifica? Anche voi avete dei ricordi legati a questi luoghi fiabeschi? Fatemi sapere e, soprattutto, non perdetevi le prossime puntate 😉

P.S. Come ho già detto, sappiate che in realtà per me è difficile stilare una classifica e che per ragioni diverse ho amato tutte le città di cui ho parlato e parlerò, quindi non date troppo peso alle posizioni che indico!

La magia dei viaggi di un weekend e le meraviglie della nostra Europa

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Nel momento in cui il clima si fa caldo e manca ancora un bel po’ di tempo alle vacanze ufficiali, non viene anche a voi la tentazione di fuggire altrove, approfittando del finesettimana, della fine degli esami oppure di qualche giorno di ferie accumulato?

Ecco, se devo essere sincera io sono il tipo di persona che questo genere di tentazioni le subisce tutto l’anno, nel mezzo dell’estate così come in pieno inverno.
Negli scorsi giorni forse vi sarete accorti della mia assenza, quindi è doveroso confessarvi che la ragione è stata proprio un viaggetto da weekend lungo, una fuga a Parigi con una compagnia a dir poco eccezionale: madre, nonna e sorella, la famiglia al femminile insomma.

Illustrated-map-of-Europe-2Ma non è di Parigi che voglio parlarvi oggi (anche se prima o poi dedicherò un articolo a qualcosa di quello che ho visto): preferisco affrontare questo mese che ancora mi manca alle ferie consolandomi come posso e sperando di rallegrare e incuriosire un po’ anche voi che mi leggete.

Ed ecco che quindi vi proporrò a puntate la mia personale classifica delle 10 città europee più affascinanti (tralasciando l’Italia per evitare il conflitto di interessi).

Ovviamente lo farò a modo mio. Non temete, cercherò di non essere la brutta copia di una guida stile Lonely Planet, ma piuttosto di raccontare quello che mi viene meglio, ovvero le caratteristiche che secondo me spingono questi luoghi oltre la linea d’ombra, il loro fascino unico e la loro particolare grande bellezza.

Il nostro vecchio continente, ultimamente non troppo in forma, riesce comunque a brillare grazie alle sue molteplici gemme, alle decine di capitali e di crocevia che nel corso dei secoli hanno disegnato e forgiato il suo aspetto attuale.


Grazie ai voli low cost e a ben 5 interrail (viaggi in treno convenzionati in tutta Europa per periodi di tempo da 15 a 21 giorni nel mio caso), posso dire che negli ultimi anni ho avuto la fortuna di vedere moltissime città e di essere stata incantata e risucchiata dalla loro anima. Vedere posti diversi e attraversare il continente su un treno permette di conoscere e di osservare la gente e le loro abitudini, approfittando di consigli inaspettati e scoprendo le meraviglie nascoste, visibili solo nel momento in cui ci si immerge nell’atmosfera tipica dei luoghi, magari con l’aiuto di qualche libro o di qualche artista che li rappresenta, racconta o riproduce.

Permettetemi dunque nei prossimi giorni di condividere con voi un po’ dell’amore che ho imparato a nutrire, e portate pazienza se ogni tanti mi perderò in nostalgici aneddoti.

…Sono riuscita ad incuriosirvi? Fatemi sapere! 😉

Turner e l’Italia: le nostre città nei suoi disegni

Naples: Monte St Angelo and Capri 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli, Castel dell’Ovo, sullo sfondo Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi e Capri.

Riuscite ad immaginare un viaggiatore solitario e insaziabile che per sei mesi gira l’Italia con un taccuino e una matita tra le mani, continuamente impegnato nella riproduzione di quello che ha di fronte? Ecco, in un modo decisamente più semplice (e in molti casi meno nobile), anche noi facciamo la stessa cosa quando scattiamo infinite foto in giro per il mondo.

Come vi raccontavo nello scorso post (chi se lo fosse perso può cliccare qui!), Joseph Mallord William Turner durante il suo soggiorno in Italia non si è fermato un attimo, riempiendo centinaia di pagine con i suoi disegni, oggi consultabili online a questo link.

Spesso i suoi schizzi appaiono come degli scarabocchi, un insieme di poche linee nervose e veloci che servono a fissare nella mente l’impressione di un momento. Eppure, nel momento in cui si tratta di un luogo che conosciamo, ecco che i tratti rapidi diventano precisi contorni di quella che è una chiara immagine nella nostra memoria. Non mi credete? Allora scorriamo insieme questa selezione che vi ho preparato!


Torino

Façade of S. Giovanni, the Cathedral at Turin 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, facciata del Duomo di S. Giovanni a Torino.

Ovviamente il mio spirito campanilista mi impone di iniziare dalla città che conosco meglio, dicendo come scusa che è la prima immortalata dall’artista, arrivato in Italia dal Moncenisio.

Come si può vedere, nella capitale sabauda Turner sembra essere stato affascinato in primo luogo dall’architettura, manifesto di quel barocco così poco convenzionale, una sfumatura stilistica che forse in Inghilterra era ancora poco nota. 

Non so voi, ma io ho l’idea che sia rimasto stregato in particolare dalla Cappella della Sindone (che, per chi non la conoscesse, è visibile cliccando qui, in una foto di MuseoTorino antecedente all’incendio che l’ha rovinata).


Bologna

Bologna colpisce l’osservatore per le sue torri, siano esse religiose o civili, e anche Turner non è rimasto immune al suo fascino medievale. Sullo sfondo poi è impossibile non riconoscere il landmark per eccellenza: il Santuario della Madonna di San Luca, lontano e adagiato sulle colline.


Tivoli

Tivoli 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Tivoli.

Esistono moltissimi schizzi e acquerelli che l’artista ha realizzato a Tivoli, probabilmente perché ha soggiornato poco lontano per un relativamente lungo periodo di tempo. Dovendo scegliere, ho deciso di proporvi opere che mostrano altre due interessanti tecniche utilizzate da Turner.

In primo luogo il mio adoratissimo acquarello, che gli ha permesso di immortalare non solo le linee ma anche i colori e le sfumature dell’Italia mediterranea che aveva davanti. Per seconda è molto interessante la scelta di utilizzare fogli già grigi, così da poter disegnare sia le ombre sia le luci, con lo scopo di ricreare l’atmosfera dei luoghi.


Napoli

Naples: the Castle of the Egg 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli e il Vesuvio.

Napoli si presenta come un vero trionfo di colore. Anche in questo caso ci sono molte opere tra cui scegliere, tutte meravigliose! In questo caso non è solo l’architettura a colpire l’occhio di Turner, ma piuttosto la sua integrazione con il paesaggio, come è visibile anche nell’immagine inserita all’inizio di questo articolo.


Pisa

The Duomo and Campanile, Pisa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, il duomo e la torre di Pisa.

Quello che mi diverte di Pisa è invece il grande numero di particolari che compongono lo schizzo qui in alto, come se Turner non volesse dimenticare nulla della città toscana. In effetti la mia idea è che volesse poi realizzare un quadro a partire da questi schizzi, opera mai dipinta una volta di ritorno in Inghilterra.

Quella che curiosamente è invece diventata un’illustrazione è invece la bozza della chiesa di Santa Maria della Spina, visibile in basso (e scusate per la bassa risoluzione).


Firenze

Florence from San Miniato circa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Firenze da San Miniato.

Infine, non potevo non citare Firenze. Purtroppo questo quadro, realizzato qualche anno dopo a partire dai quaderni di viaggio, è disponibile solo con una bassa risoluzione, cosa che mi spiace molto. Il capoluogo toscano sembra intrigare Turner più che per l’architettura per la sua simbiosi con l’Arno, un legame che non tutte le città hanno con i fiumi su cui si affacciano.


Detto questo, ho terminato il mio excursus per le città italiane. Vi ha incuriosito?

Se invece abitate in città che non ho nominato, potete comunque curiosare nell’archivio della Tate Gallery, visto che sono presenti moltissimi altri centri urbani che ho dovuto trascurare per mettere la parola fine a questo post che sarebbe potuto diventare potenzialmente infinito!

Turner a Roma: le meraviglie della città eterna

Rome: The Forum with a Rainbow 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma: il foro con arcobaleno.

Senza dubbio Roma è stata una grande fonte di ispirazione per Joseph Mallord William Turner, inglesissimo maestro abituato alla pioggerellina fine di Londra. La città eterna è infatti la protagonista di numerose tele e di molti acquerelli, tutti accomunati dall’attenzione per i dettagli e dalla luce dorata del Mediterraneo.

Riuscite ad immaginare l’emozione di un appassionato di archeologia ed architettura classica giunto in Italia per la prima volta?Teniamo conto che stiamo parlando della Gran Bretagna dei primi dell’Ottocento, una società che ha il mito della classicità e della cultura romana e greca. Quindi un viaggio di sei mesi verso Roma e oltre deve essere un vero premio per il quarantatreenne Turner, ormai ai vertici del panorama artistico inglese.


J. M. W. Turner in Italia

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J.M.W. Turner, Roma moderna da Campo Vaccino.

Nei primi giorni dell’agosto 1819 Joseph Mallord William Turner parte da Dover verso sud. Attraversa la Francia e arriva in Italia attraverso il Moncenisio, per poi scoprire Torino e Milano. Di qui si dirige a Venezia, dove soggiorna alcune settimane e si innamora dei colori e dell’inconsistenza della laguna. (Sulle impressioni di Venezia, ecco un articolo da non perdere: Un atto d’amore per J. M. W. Turner)

Dopo Venezia, è la volta di Bologna e Rimini, per poi giungere finalmente a Roma all’inizio di ottobre. Eppure il grande artista non è ancora sazio, così si permette ancora una tappa a Napoli, Pompei ed Ercolano, per godersi quelle che al momento sono le più belle rovine ritrovate.

Di ritorno alla città eterna vi soggiorna per quasi tre mesi, un periodo che nutre la sua mente ed i suoi occhi, al punto da originare una serie di quadri fenomenali, una volta rientrato in patria.

La Roma di Turner è un luogo dove il passato si fonde con il presente, creando una mescolanza tra la precisione di un rilevatore e l’aura di leggenda che circonda anche il presente decaduto. Anche i quadri qui di seguono esprimono questo dualismo: da una parte la visione di Roma antica, immaginata a partire dagli studi archeologici, dall’altra la città moderna, intrisa di una luce senza tempo.

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J. M. W. Turner, Antica Roma: Agrippina che approda con le ceneri di Germanico.
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J. M. W. Turner, Roma dall’Aventino.

Gli album di viaggio

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J. M. W. Turner, Roma, quaderni di viaggio.

Vi siete chiesti come abbia fatto Turner a dipingere quadri tanto dettagliati una volta rientrato a Londra? Il suo era il mondo prima delle macchine fotografiche, quindi la risposta è che bisognava sgobbare continuamente.

Il nostro grande artista è partito con una serie di album da disegno da riempire con i dati che gli servivano e con le meraviglie che aveva davanti agli occhi.

Ecco, vi confesso che io adoro questi quaderni meticolosamente compilati: con pochi tratti Turner è riuscito a riprodurre immagini dettagliate e fedeli della realtà, fornendoci un preciso spaccato di com’era Roma nel 1819 senza nessun errore o imprecisione.

In certi casi poi questi appunti diventano la base per preziosi quadri futuri, come si può notare nelle due immagini di seguito.

Study for 'Rome from the Vatican' 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Studio per “Roma dal Vaticano”.
Rome, from the Vatican. Raffaelle, Accompanied by La Fornarina, Preparing his Pictures for the Decoration of the Loggia exhibited 1820 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma dal Vaticano.

Non trovate anche voi che siano opere incredibili? Il bello è che Joseph Mallord William Turner non si è limitato a ritrarre Roma, ma si è dedicato a una grande parte dell’Italia. Siete curiosi di scoprire come ha disegnato la vostra città? Allora vi invito a non perdere il prossimo articolo 😉

Quasi dimenticavo: se volete guardare altri lavori di Turner, sul sito della Tate Gallery di Londra sono presenti tantissime opere, tutte commentate e catalogate. In particolare, questo è il link alla sezione dedicata al viaggio in Italia (Non c’è niente da fare, io amo gli Inglesi e la loro cura per il patrimonio e per i visitatori, reali o virtuali che siano!)

5 modi per vivere da turisti nella propria città

torino turistica2La città non è soltanto il luogo trafficato che affrontiamo tutti i giorni: allo stesso tempo è la meta di turisti che nella macchina a fianco non notano nemmeno la strada congestionata, distratti dalle sagome degli edifici e dalla bellezza di alcuni scorci che noi non vediamo nemmeno più. Oltre la stanchezza e la banalità della routine si apre il paese delle meraviglie, originato dall’insieme dei dettagli che trascuriamo troppo spesso.

Allora sapete qual è il consiglio che io vorrei dare a tutti per vivere meglio anche senza l’idea un viaggio fantastico dietro l’angolo? Io sostengo che bisogna prendersi dei momenti per dedicarsi a vivere la propria città da turisti, ovvero con la meraviglia nello sguardo.

Quindi ecco i miei migliori suggerimenti, proprio in questo periodo in cui li ho sperimentati dopo un tempo in cui avevo trascurato troppo la mia bella Torino, che tra l’inverno e la primavera è super affascinante.

torino turistica


#1 Stare seduti da qualche parte mangiando qualcosa di buono e osservando la città

A volte per sentirsi in vacanza basta sedersi a bere qualcosa in un caffè storico oppure affacciati su qualche bella piazza, mettendo per qualche attimo via il lavoro e i pensieri, trovando il tempo per leggere, disegnare, chiacchierare con qualche vecchio amico o semplicemente osservare il panorama. Ogni tanto è bello concedersi una colazione prima di partire in quarta, oppure anche solo guardare la gente da una panchina.

Ci sono dei luoghi a Torino che per me hanno un fascino speciale e mi ricordano altri luoghi o altri momenti, come il lungo Po con le gabbianelle che volano dappertutto, la scala di Palazzo Madama e una decina di bar sparpagliati per la città. Vale lo stesso anche per voi?


#2 Partecipare a tours o visite organizzate un po’ sopra le righe

Credo che in molte delle nostre città esista la possibilità di partecipare a tours, magari serali, che raccontano le curiosità del luogo ai suoi abitanti. 

Sono sempre stata un po’ scettica, ma una serata nei meandri della “Torino Sotterranea” mi ha fatto cambiare idea, visto che ho avuto l’opportunità di intrufolarmi in luoghi sconosciuti e inaccessibili, il tutto immerso in un’atmosfera di mistero. Dai cunicoli delle fortificazioni seicentesche alle regie ghiacciaie, passando per un cimitero e per gli infernotti della città. Consiglio a tutti i torinesi e non solo di regalarsi quest’esperienza!

Ci sono tours altrettanto interessanti e curiosi anche nelle vostre città? Sono molto curiosa di saperlo, visto che sono sempre alla ricerca della prossima meta!


#3 Scegliere un pomeriggio apposta per passeggiare senza meta (magari con la macchina fotografica al collo!)

Questa, tra tutte, è forse la mia attività preferita da finta turista. Volete sapere nel dettaglio come funziona? Eccovi serviti.

Si parte da foto, aneddoti o letture che mostrano aspetti o punti di Torino sconosciuti che sembrano abbastanza interessanti da incuriosirmi, poi passo ad un’ispezione dettagliata su Google Earth. Qui vedo se il tessuto del quartiere mi ispira, infine cerco possibili collegamenti con altri luoghi panoramici, fino a trovare il primo momento libero per partire. 

Spesso poi da un posto finisco all’altro, fino a camminare per chilometri e chilometri, fotografando tutto quello che mi interessa senza vergogna.

Succede anche a voi o sono l’unica così originale? (Per non dire di peggio!)


#4 Guardare un film ambientato nella propria città

Consiglio perfetto per i giorni di pioggia.

Certi film hanno il potere di mostrare un lato diverso delle città rispetto a quello che siamo abituati a vedere, regalandoci l’impressione di una personalità per quella che può essere una musa un po’ inconsueta. Non vi viene in mente Woody Allen con la sua New York?

A me è capitato nelle scorse settimane di rivedere Santa Maradona e Andata/Ritorno, entrambi film di Marco Ponti ambientati a Torino ormai circa 15 anni fa. Vi dirò che mi ha fatto una strana impressione vedere immortalati luoghi dove il tempo non è passato e punti che invece sono quasi irriconoscibili.


#5 Scoprire qualche mezzo pubblico panoramico e farci un bel giro sopra

Forse a questo punto penserete che sono pazza, ma vi confesso che a me piace da matti girare senza meta sui mezzi pubblici, soprattutto sui tram che attraversano il centro oppure quartieri interessanti dal punto di vista dell’architettura. 

Il mio preferito è il 16, un tram che viaggia in tondo intorno al centro di Torino, attraversando Piazza Vittorio e Porta Palazzo, costeggiando il Parco del Valentino e tutti i quartieri a metà tra il centro storico e la parte più contemporanea, in equilibrio tra Ottocento e Novecento per così dire.

Chissà se troverò qualche altro amatore dei mezzi pubblici!


Detto questo, spero di essere riuscita a incuriosirvi un po’ e mi chiedo quali siano invece i vostri modi per vivere da turisti la vostra città, se ne avete di particolari.

In ogni caso, vi invito ancora una volta a seguire i miei consigli e a farmi sapere se vi convincono!

Parigi in autunno: la magia della ville lumière

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Avete presente il fascino di Parigi in autunno, quando la luce inizia a farsi limpida, le vetrine si illuminano presto la sera e diventa bellissimo passeggiare nei profumi e nel tepore delle vie più strette?

Ripensare a questo per me è sempre fonte di grande emozione. In effetti sono ormai passati esattamente tre anni da quando il mio innamorato ed io (una coppia al tempo nuova di zecca) ci siamo fatti rapire dall’atmosfera magica della capitale francese, per la prima volta insieme in una cosiddetta fuga romantica.

La bellezza dell’autunno nelle grandi città è costituita dalla gradevolezza delle passeggiate, dai colori più vivi e dal fresco che rende ancora più piacevole l’ingresso nel clima confortevole dei musei. Per queste ragioni sono convinta che anche Parigi dia il meglio di sé in questo periodo dell’anno, ma non solo: credo che in questo momento diventi anche più visibile quell’aura che l’ha resa la musa ispiratrice per un sacco di artisti, insieme all’atmosfera seducente dei locali della belle époque e della vita bohémien.

Riesco a ricordare il fascino dei giri per il museo d’Orsay e per il Louvre, oltre alle passeggiare per Montmartre e nel Marais, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Oggi mi piacerebbe ricordare insieme a voi cinque luoghi che, secondo me, in questa stagione ma non soltanto meritano il viaggio.


1. I passages couverts

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Se la giornata è grigia e si comincia a essere stufi dell’eccessiva folla, smarrirsi per i passages couverts può rivelarsi la soluzione ideale.

Di cosa si tratta? Di numerosissime gallerie coperte che simboleggiano la Parigi che non esiste più, quella della borghesia prima dei grandi boulevards di Haussmann (per chi fosse incuriosito da questo tema, ecco un articolo da non perdere: La nostra amatissima Parigi e le sue trasformazioni scellerate). In questi passaggi in ghisa e vetro, decorati spesso in stile eclettico, è possibile smarrirsi nei caffè,  nelle librerie e nei negozi di antiquariato e di arte. Insomma, un paradiso per chi cerca le tracce di pittori e intellettuali d’altri tempi!

Per saperne di più ed eventualmente andare a cercare queste meraviglie nascoste, ecco un link da cui partire: I passages couverts di Parigi.


2. Lungo Senna, Champs Elysées, Grand e Petit Palais

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Sarò banale ma la parte più sfavillante di Parigi in autunno diventa ancora più affascinante, così come il tramonto sulla Senna oppure lungo gli Champs Elysées, ad esempio in Place de la Concorde.  Guardare le vetrine e le facciate dei ricchissimi palazzi dopotutto non è così male, se per di più si può tranquillamente camminare sino ad essere stufi del primo freddo della stagione.

La parte più bella è la possibilità di rifugiarsi dall’aria pungente oppure dalla pioggia: se i negozi intimoriscono oppure annoiano, poco lontano ci sono gioielli ben più brillanti, il Grand Palais e il Petit Palais, che accolgono i visitatori a braccia aperte.

Simboli della Parigi delle esposizioni universali, questi straordinari edifici ospitano sempre mostre interessanti e ben organizzate, anche se, soprattutto nelle festività, si dovrebbe mettere in conto un po’ di coda…Ancora ricordo le quasi tre ore di coda per vedere una mostra di Hopper! (che poi è riuscita ad aprirmi gli occhi su una nuova realtà)


3. Quartiere Latino e Saint-Germain-des-Pres

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Quando invece le giornate sono soleggiate, credo che ci siano poche cose più belle che passeggiare per il quartiere latino (e per la precisione in Saint-Germain-Des-Pres), ovvero nell’anima intellettuale della antica città di Parigi. Se si fa attenzione, girovagando per le strette vie si scorgono le tracce del passato medievale della metropoli, inserite perfettamente in un tessuto urbano vivace e accattivante.

Ancora oggi qui spopolano librerie ricercate e negozi sofisticati: effettivamente vi consiglio di non perdere tra gli altri il negozio della Taschen, un paradiso per gli amanti dei libri d’arte, architettura e fotografia!


4. La Défense

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Questo punto è sicuramente quello che maggiormente si discosta dall’immagine fiabesca e maledetta di Parigi, visto che il salto in avanti nel tempo è piuttosto notevole.

Eppure la Défense è una parte della città che non deve essere dimenticata e che soprattutto merita una visita, per la geometria dei suoi paesaggi e per la vista che offre della metropoli. Posso garantire che dall’esplanade, o ancora meglio dall’alto della Grande Arche, si può assistere alla bellezza panoramica del tramonto, delle luci autunnali e del clima burrascoso. (E lo dice una che per la prima volta ci è andata con la febbre alta ma è riuscita comunque ad apprezzare)


5. Il Musée Marmottan

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Per finire, non posso resistere: devo necessariamente citare almeno un museo! Credo che uno dei più belli da visitare sia il Marmottan, un’oasi tranquilla nel caos della metropoli, una piccola entità che però ospita assoluti capolavori di Monet e dell’impressionismo, come il celeberrimo Impression: Soleil levant (per i curiosi, ecco dove approfondire su questo quadro: “Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era).

Raggiungibile a piedi dalla stazione della metropolitana di La Muette, questo edificio si trova in un bellissimo quartiere vicino al Bois de Boulogne, in una zona tranquilla e immersa nel verde. Si deve attraversare un piccolo parco, dove con il sole un picnic può diventare un’opzione favolosa. (Come ben sappiamo mia sorella ed io, che in un’altra occasione abbiamo banchettato proprio lì all’inizio di un lunghissimo viaggio).


Allora, avete anche voi voglia di partire quanto me? Non posso negarlo: Parigi mi affascina e mi attira oltre ogni ragionevolezza. E se oggi ho parlato di luoghi che la caratterizzano, prossimamente vorrei dedicare un articolo ai quadri che meglio hanno saputo rappresentare il suo spirito, prima che venisse inquinato dall’eccessiva contemporaneità. Spero che vi piacerà!

Berlino: tre simboli di rinascita da conoscere e amare

berlino-ricostruzione-reichstag-potsdamer-platz-isola-museiRiuscite ad immaginare la città di Berlino subito dopo la caduta del muro, a percepire quel mix di tensione e di sollievo, di speranza e preoccupazione?

La capitale tedesca si affaccia agli anni Novanta in una condizione delicatissima: interi quartieri sono ancora costituiti da vuoti urbani mai ricostruiti e ruderi, mentre una cicatrice lunga chilometri divide in due la città non come una linea sottile ma piuttosto come una larga striscia grigia vuota e desolante.

Nonostante le premesse disastrose e un’economia nazionale tutta da ricostruire, Berlino sin da subito è caratterizzata da un grande fermento, sintomo della volontà dei suoi abitanti di chiudere finalmente i conti con il recente passato.

Infatti se oggi, a distanza di venticinque anni, passeggiamo per la capitale tedesca, quello che abbiamo di fronte è un centro modernissimo, attrezzato e affascinante, che fa della contemporaneità uno dei suoi punti di forza. E se poi uno ci pensa bene, 25 anni non sono poi così tanti: quante cose sono cambiate nelle nostre città in quest’arco di tempo? Scommetto non tante, se si escludono i cambi della viabilità e della pavimentazione delle strade, sono pronta a scommetterci!

Tornando a noi, oggi vorrei parlare dei tre simboli che secondo me simboleggiano al meglio il desiderio di rinascita di questa metropoli, in tre campi diversi.


I. Il restauro del Palazzo del Parlamento

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A vederlo oggi sembra impossibile da credere, ma il Reichstag di Berlino è rimasto un rudere fino alla caduta del muro nel 1989. Il motivo è semplice, se si pensa che l’intento dei vincitori della guerra è quello di annientare la Germania come stato nazionale unito e sovrano.

Così, logicamente l’ipotesi del suo restauro assume un ruolo simbolico di primo piano per i tedeschi che vogliono dimostrare al mondo la loro rinascita.

Si affidano a uno dei miei architetti preferiti, Norman Foster (sir Norman Foster, per la precisione), che propone e realizza un progetto a dir poco geniale. Anziché riproporre un edificio uguale a quello ottocentesco, sceglie di evocare le forme utilizzando materiali innovativi e distinguibili, trasformando l’idea di una cupola in uno spazio panoramico che attira visitatori e che illumina dall’alto l’aula del parlamento dove si radunano i politici tedeschi, visibili dall’alto da chi passa. Non si può certo dire che a Berlino abbiano segreti da nascondere in politica, a differenza di qualche altro Paese che mi viene in mente!


II. Potsdamer Platz

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Forse non tutti sanno che in questa piazza è stato utilizzato il primo semaforo del mondo (non per niente nei negozi di souvenir trovate dappertutto gli omini neri su sfondo rosso e verde!). Nozioni da guida turistica a parte, questa piazza è un punto nevralgico della Berlino ante-1939, un animato crocevia dove già nel 1908 transitano 35 linee tranviarie ed è insediata la stazione di testa di una delle più importanti linee ferroviarie nazionali e internazionali. Potsdamer Platz in questa fase è dunque il simbolo della modernità e della vivacità economica della capitale tedesca.

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Dopo la guerra, il poco che rimane in piedi viene tagliato in due nel 1961 dal muro, rendendo di fatto impossibile l’utilizzo degli assi viari e la ricostruzione degli hotel e di tutti gli altri servizi.

A partire dal 1989, si può immaginare quindi la difficoltà nel cercare di ricucire uno spazio dilaniato e frantumato per più di quarant’anni. Riesco infatti a capire come mai oggi quello coordinato da Renzo Piano sia considerato uno tra gli interventi di recupero urbano più rilevanti a scala europea.

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Sicuramente si tratta del tentativo coraggioso di dare un nuovo volto ad una porzione di città sofferente cercando di seguire la sua originale vocazione senza arrivare a scimmiottare un passato ormai dimenticato. Si opta quindi per la dimostrazione coerente e affascinante di una modernità funzionale e simbolica, che attrae forse più i turisti rispetto ai Berlinesi.

C’è chi ha criticato questo intervento proprio facendo leva sullo scarso coinvolgimento degli abitanti, però c’è anche da dire che i tempi di una metropoli possono anche essere lunghi. Le dinamiche sociali non si cambiano da un giorno all’altro, non si può obbligare la gente a cambiare le sue abitudini, quindi credo che per poter giudicare ci vorrà ancora un po’ di tempo. E nel frattempo, io mi godo le belle architetture!


III. L’Isola dei Musei

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Se siete stati a Berlino, con ogni probabilità ricorderete l’attesa per entrare in musei come quello di Pergamo oppure l’Altes, uniti all’armonia di questo spazio ben organizzato e armonico, caratterizzato dalle strutture neoclassiche ed eclettiche.

Bene, tutto quello che si può vedere oggi, nella misura in cui si vede oggi, è il risultato (non ancora terminato) di un concorso bandito negli anni Novanta dalla città per recuperare questi edifici, bombardati in maniera più o meno grave dalla guerra e restaurati sommariamente per mano dei sovietici.

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Partecipano molti grandi architetti, tra cui Giorgio Grassi e Frank Gehry (i cui progetti sono qui riportati) e vince David Chipperfield, che prevede un passaggio sotterraneo che colleghi i cinque musei, insieme a una struttura contemporanea, in fase di realizzazione, che sarà destinata all’accoglienza e ai servizi per i turisti, prevedendo caffetteria, bookshop e tutto il resto.

La bellezza di questo intervento di rinascita culturale secondo me risiede proprio nella volontà di adeguare un complesso storico alle esigenze di oggi, visto che ormai sono milioni i visitatori che ogni anno scelgono Berlino e l’isola dei musei come meta.


Per farla breve, mi piace pensare a questi tre progetti perché, seppure diversi, rappresentano in pieno la volontà di rinascita di un popolo che non è abituato ad abbassare la testa: il Reichstag per dimostrarne la forza politica (che di anno in anno effettivamente è in aumento), Potsdamer Platz per omaggiare un passato che non esiste più e sfoggiare la vivacità economica e infine l’Isola dei musei, per ricordare le radici della nazione, i grandi artisti e gli interessi (e le razzie, per essere precisi) che hanno influenzato la cultura tedesca.

Berlino oltre il muro: la grandezza di una città ferita

Berlino

Il prezzo che Berlino ha dovuto pagare, al termine della II Guerra Mondiale, è stato l’annientamento, sia a livello fisico sia simbolico.

La follia nazista ha condotto alla distruzione quasi totale di quella che era una delle più grandi metropoli del mondo, seguita dalla suddivisione (o, per meglio dire, lacerazione) in quattro spicchi di influenza delle nazioni vincitrici. Le foto che seguono servono a rendere un’idea dello sfacelo: riconoscete le porte di Brandeburgo e l’oggi scintillante palazzo del parlamento?

Nonostante questo destino tragico, la capitale tedesca non può che essere la IV ed ultima tappa del mio Grand Tour alla ricerca delle radici del contemporaneo. Dopotutto, chi perde molto ha tanto da fare per ricostruire, nel bene e nel male. Così, vediamo di andare con ordine.


|  IV tappa  |   La città che risorge dalle sue ceneri
Alexander Platz.
Alexanderplatz.

Prima della guerra, Berlino è una città moderna, dinamica e avanguardista, culla di movimenti artistici e sede di grandi istituzioni. Dopo il 1945 tutto è destinato a cambiare: alla distruzione fisica segue un periodo di grande povertà, insieme alla sottomissione alle potenze vincitrici.

Il marchio sovietico è forse quello che ancora oggi si legge maggiormente: basta passeggiare per Alexanderplatz per notare l’antenna della televisione (difficile non vederla!) e i grandi palazzi in stile sovietico. Questa porzione di città ricorda altri centri sparsi nella Mitteleuropa, dove gli anni d’oro di Stalin hanno lasciato in eredità blocchi di edifici grigi e altissime antenne, ci avete mai fatto caso?

Per queste ragioni, vedere oggi Berlino non è un’esperienza paragonabile all’esplorazione di Parigi o Londra, soprattutto per il fatto che ancora oggi si percepisce qualcosa di disomogeneo, qualche controsenso. Le tracce della storia recente sono visibili allo stesso modo nei monumenti commemorativi e nei vuoti urbani, quegli immensi isolati che sembrano cicatrici nel tessuto cittadino.

Per di più, la contemporaneità ha un grande spazio. Non per niente sto parlando di una città giovane su misura dei giovani, dove l’arte e l’architettura contemporanea giocano un ruolo di rilievo.

Nel momento in cui il muro è crollato, sono successe due cose importantissime (dal punto di vista architettonico ma non soltanto):

1. Berlino è tornata ad essere la capitale unita di un grande stato, che necessita nuovamente di tutta una serie di edifici e infrastrutture sino a questo momento trascurati (il parlamento primo tra tutti)

2. i terreni su cui prima correva il muro (per una lunghezza di chilometri), diventano cicatrici nel tessuto urbano, spazi vuoti da riempire con operazioni immobiliari e sociali (un esempio? Potsdamer Platz!).

Così, la capitale tedesca diventa una sorta di città dei sogni per gli architetti e i progettisti di tutto il mondo, diventando la metropoli in cui i cantieri non finiscono mai. (Vorreste un riepilogo degli interventi più interessanti? Vi chiedo scusa ma credo che dovrete aspettare il prossimo articolo!)

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Potsdamer Platz.
In sintesi, perché concludere proprio qui il mio viaggio virtuale?

Per prima cosa, se il mio scopo è quello di scoprire le radici della modernità, questa è la modernità, il frutto delle rivoluzioni culturali che investono l’Europa intera nel ventesimo secolo.

Qui si vedono applicate le lezioni dei maestri dell’architettura e qui si sta scrivendo il prossimo capitolo dei libri di storia dell’arte, senza forse che ci si faccia troppo caso.

Tutte le volte che ho lasciato Berlino mi è rimasta come l’impressione di non averne colto lo spirito al 100%, come se mi mancasse qualcosa, un dettaglio che servisse ad incorniciare il tutto. E sapete una cosa? Credo che quello che tutte le volte mi è mancato sia dovuto al fatto che molte caratteristiche della città non sono ancora assimilate o storicizzate, al contrario, vivono ancora in una fase di completo movimento, cambiano ogni giorno senza un’idea precisa di quello che riserverà il futuro, indondando il presente di un’intensità che in altre città d’Europa è davvero difficile trovare.

Budapest: i mille volti di una città incantata

La sinagoga, il Bastione dei pescatori, il riunì pub Szimpla, la città vista dal Danubio.
La sinagoga, il Bastione dei pescatori, il riunì pub Szimpla, la città vista dal Danubio.
A voi cosa viene in mente se pensate a Budapest?

Alla sinagoga più grande d’Europa, allo Sziget, al Danubio onnipresente oppure ai parchi verdissimi? Alla prima metropolitana dell’Europa continentale, alle innumerevoli terme o ai palazzi in stile Secessione Viennese?

Io sono tornata a casa stanotte e ho ancora gli occhi pieni di immagini diversissime tra loro. Non c’è niente da fare: per me questa è e rimane la città dei mille volti, l’insieme dei mondi che gravitano in uno stesso universo, fondendosi e convivendo un’armonia decadente e allo stesso tempo tutto sommato serena.

So che detta così sembra la descrizione del paese dei balocchi, ma non vorrei far cadere nessuno in questo errore, perché per prima cosa ciò che accomuna tutti i punti della capitale è la sofferenza che è stata protagonista per troppi anni. In quasi tutti gli angoli trapela quella sensazione di tristezza endemica che si vuole sconfiggere, un’atmosfera unica che, da quella che è la mia esperienza, accomuna molte delle città dell’Europa centro-orientale. 

Dopotutto, sono Paesi più che giustificati, visto che al termine della Seconda Guerra Mondiale si sono trovati a cadere dalla padella nella brace, che in questo caso assume le sembianze dell’Unione Sovietica, la quale in pratica non ha fatto altro che aggravare le condizioni di povertà, seminare un nuovo terrore e frenare qualunque intenzione di ripresa. Basti pensare che esistono persone in queste nazioni che, dopo essere state deportate nei campi di concentramento, pochi anni dopo hanno rivissuto la stessa esperienza nei gulag in Siberia.

Eppure, da quello che ho visto, tutto questo dolore non ha piegato né atrofizzato gli abitanti di Budapest (così come di molte altre città da quelle parti), ma al contrario credo proprio che abbia dato loro una nuova e grande energia, alimentata dalla volontà di venirne fuori, di riemergere dal passato che ancora oggi condiziona tanto il territorio.

Così, palazzi non ancora restaurati dal 1945 (o dal 1956, scegliete voi la dittatura che preferite), se ne stanno malinconici su strade pulitissime e meravigliose, come per dire che è solo una questione di tempo, che questa città si riprenderà pezzo per pezzo tutto ciò che le è stato strappato, con tanto di interessi. E gli interessi siamo noi che ci innamoriamo del suo fascino decadente ma non decaduto (si direbbe il contrario dell’Italia, non credete?) e della sua tristezza allegra, che ci torneremo e che la consiglieremo ai nostri amici perché sappiamo che saranno coccolati così come lo siamo stati noi.

Io stessa ci sono stata tre volte in sei anni, innamorata delle sue sfaccettature. Adoro l’architettura liberty, le vie vivaci e monumentali, il quartiere ebraico, i pub negli edifici in rovina dai tempi della guerra, il Parlamento, i negozi di vecchi libri, il gulasch e l’acqua termale. Amo le mostre che ho visto nel Museo di Belle Arti, il clima mitteleuropeo che si respira e la valorizzazione che sta prendendo pieno negli ultimi anni.


Vi racconterò di più, lo prometto. Vi dirò quello che per me è imperdibile e su cosa mi soffermerei se fossi in voi, ma per questa sera mi accontento di un’introduzione, sperando di alimentare un po’ di curiosità. (In più sono nella vasca bagno e l’acqua sta diventando fredda, quindi mi tocca salutarvi!)

Da New York a Miami: 50 sfumature di Art Déco

Hotels on Ocean Drive in the Art Deco District of South Miami Beach in Miami, Florida, USA
Hotel sulla Ocean Drive nell’Art Déco District di South Miami Beach a Miami, Florida.

Se dovessi definire l’Art Déco, inizierei dicendo che, soprattutto per quanto riguarda l’architettura e l’arredamento, può essere vista come un’evoluzione dell’Art Nouveau, o se preferite del liberty, ovvero lo stile floreale che segna il passaggio tra Ottocento e Novecento, una sorta di cerniera tra tradizione e modernità. (Per rinfrescare la memoria sull’Art Nouveau, cliccate qui!)

Cambiano nuovamente i modelli: se ad inizio Novecento l’ispirazione si cerca nel mondo naturale, vegetale e marino, con l’Art Déco le linee morbide e curve vengono stilizzate al punto di arrivare ad esprimere la più pura geometria. C’è da dire che nel frattempo è successo di tutto e anche nel mondo dell’arte si sta compiendo una rivoluzione senza precedenti.

In effetti quello che secondo me rende così sfaccettato questo movimento è proprio l’influenza delle svariate Avanguardie (tra tutte citerei cubismo, astrattismo e neoplasticismo), unita in certi casi alle derive propagandistiche ed espressive dei regimi totalitari.

Per enfatizzare maggiormente tutte queste differenze, oggi vorrei mostrare due esempi statunitensi che, pur ponendosi agli antipodi, mostrano l’evoluzione americana di questo movimento.

New York: sofisticata ed elegante

La Manhattan degli anni Venti è lo specchio di un mondo modernissimo, ricco, smodato e appariscente, che sotto l’aspetto patinato nasconde però grandi squilibri sociali, politici ed economici, scheletri nell’armadio che salteranno violentemente fuori con la crisi del ’29.

I monumenti simbolo di quest’illusione di grandezza sono i grattacieli che in questo periodo riescono ad elevarsi sempre di più, grazie all’ardita sperimentazione sui nuovi materiali. E tra loro sono principalmente due quelli che ancora oggi continuano a caratterizzare New York e il suo skyline unico al mondo.

L’Empire State Building
Il Chrysler Building

Ho scelto di inserire anche le immagini di alcuni arredi per mostrare la ricchezza dei dettagli, un’opulenza che sposa la modernità dei nuovi materiali. Per non parlare del font che andava di moda, che vi confesso che mi piace abbastanza.

Miami: colore e allegria

Forse non tutti sanno che in realtà il luogo del mondo in cui si ha una maggiore concentrazione di edifici Art Déco è un quartiere di Miami in Florida, che per l’appunto si chiama Art Déco District.

Si tratta di un’interpretazione assolutamente particolare ed unica di questo movimento, che lascia perdere tutta la sofisticata ricercatezza e diventa originale, colorato ed appetibile, visto lo scopo di attirare i turisti e gli amanti della bella vita.

Qui diventa il lessico privilegiato per i luoghi del piacere, rivestendo teatri, hotel e ristoranti e assumendo una propria identità leggera e spensierata.

Eppure sempre di Art Déco stiamo parlando, non devono trarre in inganno le geometrie diverse oppure i materiali differenti.

Che dire, se non che spero proprio di avervi incuriosito e che da adesso cercherete anche voi delle tracce di questo lessico nelle nostre belle città italiane, perché non bisogna credere che da noi non sia arrivato.

A proposito, conoscete i caratteri che ha assunto l’Art Déco in Italia? Se vi interessa, sappiate che ne parlerò prossimamente. 😉

Piazza Navona, cosa rimane dello Stadio di Domiziano?

Chi non conosce Piazza Navona, il grande spazio aperto monumentale e accattivante nel cuore della Roma più densa ed antica? Credo che per tutti sia una delle prime immagini che si associa alla nostra bella e disgraziata e capitale.

È universalmente nota grazie alla bellezza e al prestigio che ottiene in età barocca, quando la famiglia Pamphilj ne cura il completo rinnovamento, donandole tante belle decorazioni nuove. Nel Seicento in effetti pare che una delle occupazioni dei papi fosse finanziare lavori che avrebbero reso immortale e prestigiosa la loro casata, lanciandosi in restauri smodati e attività edilizie ferventi e disinvolte…Come dice il proverbio, a Roma quello che non fecero i Barbari fecero i Barberini!

Eppure, se la si guarda dall’alto, una domanda sorge spontanea: a cosa si deve la sagoma di Piazza Navona, così curiosa, lunga e stretta, come non se ne trovano altrove? La risposta risiede nella sua origine.

Lo stadio di Domiziano

Bisogna tornare indietro fino all’85 d.C., quando l’imperatore Domiziano fa costruire uno stadio a lui dedicato, destinato alle gare di atletica. Siamo esattamente sullo spazio su cui sorge Piazza Navona e, non a caso, viene fuori una struttura allungata, con uno spazio aperto per gli sport e degli spalti ad anello.

La caduta dell’impero romano: l’origine di Piazza Navona

Come ho raccontato nello scorso articolo (se ve lo siete perso, cliccate questo link: Architettura e metamorfosi: quando le trasformazioni permettono di superare le crisi), nel momento in cui l’impero crolla, in un brevissimo arco di tempo tutte le grandi infrastrutture che ne hanno contraddistinto la civiltà perdono la loro utilità, considerata la fortissima crisi economica in cui Roma per prima si trova.

Monumentali edifici come gli stadi e gli anfiteatri diventano un rifugio perfetto, così ecco che la zona degli spalti e degli ingressi viene tamponata, creando un piccolo insediamento con tanto di protezione dall’esterno grazie all’elevata altezza.

I secoli scorrono e dello stadio di Domiziano in superficie non rimangono più tracce, visto che la struttura viene lentamente inglobata nel tessuto cittadino.

Il Barocco: un nuovo vestito per un luogo antichissimo

Come ho anticipato, è nel Seicento che i Pamphilj, proprietari dei palazzi in affaccio su Piazza Navona, la rinnovano chiamando i migliori maestri disponibili in città: Bernini e Borromini, vale a dire il gatto e la volpe, due rivali che sono gli assoluti protagonisti della scena architettonica romana. Bernini si sbizzarrisce nelle fontane, mentre il suo esimio collega nella chiesa di Sant’Agnese, con i suoi bizzarri campanili gemelli.

Piazza Navona oggi

Quella operata in età barocca può essere definita l’ultima grande operazione di adeguamento che ha interessato questo luogo straordinariamente antico, dove ancora oggi si possono vedere le imponenti tracce del passato. Se si va in giro secondo me bisogna sempre perdere un po’ di tempo a guardare le mappe delle città che si visitano, perché danno una serie incredibile di informazioni e stimolano la curiosità, dimostrando come niente sia frutto del caso.

In più, se oggi si va a Piazza Navona, si possono vedere i resti archeologici dell’antico stadio, con tanto di ingressi e scalinate, così da evidenziare come il presente sia soltanto uno degli strati che compongono il complesso mosaico che è Roma, la nostra città eterna.

Parigi: 5 interventi coraggiosi che hanno creato i nuovi simboli che noi tutti amiamo

Mentre l’altro giorno scrivevo di Parigi (per chi si fosse perso l’articolo, questo è il link: La nostra amatissima Parigi e le sue trasformazioni scellerate), mi sono resa conto di quanto i simboli che oggi caratterizzano la ville lumière siano in molti casi davvero recenti, frutto si operazioni sul tessuto urbano coraggiose e disinvolte, portate avanti senza timore della modernità.

Di seguito vi propongo le mie cinque preferite…Buona lettura!

1. La Tour Eiffel

Impossibile non partire di qui. Siamo nel 1889 e la Francia vuole stupire il mondo con la sua EXPO, quindi decide di mostrare a tutti quanto siano incredibili le potenzialità dell’ingegneria dell’acciaio, che in edilizia viene ancora usata molto limitatamente. Così ecco che con elementi prefabbricati si può salire più in alto che mai, unendo la costruzione alla creazione di un belvedere unico sulla città.

Erano bei tempi, se si pensa che il signor Gustave Eiffel si è addirittura fatto l’ufficio all’interno della sua omonima torre, tanto era fiero del risultato!

2. Il quartiere della Défense

Saltiamo avanti di quasi un secolo. È nel 1958 che la città di Parigi decide di collocare quello che diventerà il più grande quartiere per gli affari europeo nell’area della Défense, fino a questo momento poco edificata. Non si sceglie soltanto una zona ben servita dai mezzi pubblici, ma viene realizzato il proseguimento dell’asse viario più importante della capitale, quello degli Champs Elysées, su cui insistono l’arco di Trionfo, Place de la Concorde e il Louvre.

Il nuovo assume quindi lo stesso valore dell’antico e arriva addirittura a completarlo quando, nel 1982, viene progettata e completata la Grande Arche, un cubo modernissimo e svuotato che evoca l’arco di trionfo e lo fronteggia, seppure a considerevole distanza.

3. Il centro Georges Pompidou

Torniamo con questo intervento nel cuore di Parigi, per la precisione dalle parti del Marais, sulla rive droite, proprio nel tessuto storico medievale. Qui, in seguito ad una serie di demolizioni degli anni Quaranta, era rimasto libero un grande spazio, dove si decide di insediare tutta una serie di destinazioni d’uso che serviranno e rivitalizzare il quartiere e a incrementarne il valore culturale.

Ed ecco che nasce il centro Georges Pompidou, che è insieme una biblioteca, un cinema e uno spazio museale di primo livello per quanto riguarda l’arte contemporanea. Il contenitore poi, progettato da  Gianfranco Franchini, Renzo Piano, Richard Rogers e Sue Rogers, sceglie di rompere completamente con il contesto. Si tratta infatti di un edificio high-tech, dove gli impianti e le strutture sono protagonisti e annullano i prospetti.

Di fatto, il centro riesce nel suo intento di magnetizzare l’attenzione e di diventare un ritrovo per i giovani parigini e non, anche grazie alla bella piazza che lo fronteggia.

4. La piramide del Louvre

Tra tutti quelli citati, questo è l’intervento più spudorato, dal momento che va a toccare una vera e propria istituzione storica e consolidata parigina: il Louvre.

Il progetto nasce negli anni Ottanta per una necessità ben precisa: i visitatori del museo sono in costante aumento e l’edificio barocco non è attrezzato per l’accoglienza e la gestione di un numero tanto elevato di persone. Manca un hall spaziosa, così come mancano spazi per i servizi, per il bookshop e per un punto di ristoro. La soluzione migliore è dunque quella di creare una nuova struttura, possibilmente sotterranea, che affianchi la preesistente senza oscurarla.

Il risultato supera, a livello di efficienza, ogni aspettativa: l’architetto Ieoh Ming Pei riesce a progettare un nuovo ingresso ed un intero centro commerciale che addirittura raccorda il museo con una fermata della metropolitana.

La scelta della piramide poi può piacere oppure no, ma bisogna ammettere che si tratta di una forma piuttosto sfuggente che arriva a dare luce ad un atrio di enormi dimensioni.

5, La Promenade Plantée

Quest’ultimo progetto non è sicuramente un simbolo all’altezza degli altri, però ho voluto citarlo come intelligente esempio di riconversione di un’area industriale (in questo caso una ferrovia dismessa), messa a servizio della comunità in una città dove il verde pubblico non è poi così abbondante.

Anche in questo caso siamo in un’area piuttosto centrale (da Bastille verso est per quasi 5 km) e il periodo anche qui è la fine degli anni Ottanta. Si tratta di un progetto modernissimo per i tempi (imitato soltanto nel 2009 a New York, per capirci), dove il sedime dei binari, in parte sopraelevato, in parte in trincea e in parte a livello del terreno, è stato trasformato in un giardino pubblico e in una pista ciclabile.

In conclusione, mi rendo conto che tutti questi interventi sono la prova di come una municipalità forte e davvero attenta ai propri cittadini riesce a rinnovare sempre il proprio patrimonio, arricchendolo costantemente e valorizzando l’antico grazie a sagge operazioni condotte con un linguaggio moderno e spregiudicato.

La nostra amatissima Parigi e le sue trasformazioni scellerate

Paris Marville mix

Non so voi, ma se io penso a Parigi per prima cosa mi vengono il mente le mille luci di cui brilla, tra le vetrine, la tour Eiffel, i lampioni dei boulevards, i riflessi sulla Senna e i monumenti illuminati. La capitale francese è la città dei sogni, la musa degli artisti scapestrati e la metropoli all’avanguardia. Oggi si mostra a noi avvolta in un vestito scintillante, ordinata e signorile con le sue grandi vie e le linee geometriche delle strade che collegano i monumenti.

Eppure molto di quello che vediamo oggi centocinquanta anni fa era  inesistente.

La trasformazione di Parigi

Correva l’anno 1851 e Parigi non era era ancora niente di più che una grande città con un incantevole e vetusto cuore medievale, fatto di viuzze strette, casettine, canali e disordine. Un po’ per colpa delle continue barricate dei rivoluzionari e un po’ a causa di Napoleone III che sale al trono e ha molta voglia di autocelebrarsi, inizia una colossale campagna di demolizioni di porzioni di città e ricostruzioni monumentali, tanto estesa da rimanere un caso unico nella storia.

I progetti di Haussmann per Parigi. In alto un esempio di sventramento, in basso carta della città con in nero i nuovi assi viari, a scacchi i nuovi quartieri e a righe il verde urbano in progetto.
I progetti di Haussmann per Parigi. In alto un esempio di sventramento, in basso carta della città con in nero i nuovi assi viari, a scacchi i nuovi quartieri e a righe il verde urbano in progetto.

Ovviamente ci vuole un pretesto per espropriare e sventrare una capitale, quindi in questo caso si paragonano i tagli nel tessuto urbano ad operazioni chirurgiche, volte a sanare una città afflitta da malattie che sono le frequenti epidemie, la carenza di servizi e soprattutto la povertà.

Con la scusa di sanare il centro storico vecchio, malsano e inadeguato, Napoleone III e il suo braccio operativo Haussmann riescono ad espropriare ai poveri zone centralissime e a ricostruire quartieri di pregio destinati alla borghesia, con tanto di metropolitana, acqua corrente, fognature ed illuminazione a gas. I tagli nella città disordinata vengono disegnati per enfatizzare prospetticamente i monumenti: avete presente la stella di vie che si allarga dall’arco di trionfo? Oppure l’obelisco di Place di la Concorde? Se si guarda una pianta di Parigi diventa tutto più chiaro.

La Parigi che noi tutti adoriamo è il bellissimo risultato di un’operazione che oggi assolutamente non potremmo tollerare: la distruzione dell’autentico patrimonio medievale e antico in favore di una massiccia urbanizzazione contemporanea e speculativa che non rispetta assolutamente la preesistenza.

Le fotografie di Charles Marville: una preziosa testimonianza

Per fortuna oggi è ancora possibile farsi un’idea di quella che era la Parigi prima dell’Art Nouveau e dell’eclettismo che oggi che la caratterizzano; prima e durante i grandi lavori di Haussmann, insomma. Un signore di nome Charles Marville per tutti questi decenni è infatti stato assunto dall’imperatore come fotografo ufficiale della città di Parigi, un dato che tra l’altro dimostra l’intelligenza di chi è al potere, che vuole lasciare la testimonianza del cambiamento ed è disposto ad usare uno strumento al tempo decisamente moderno.

Charles Marville quindi si aggira per la capitale francese e scatta moltissime fotografie che ci regalano per un attimo l’impressione di un tempo perduto, in equilibrio tra due epoche storiche. Le trovo bellissime, così le condivido con voi in questa galleria.

Se poi volete scoprire la loro collocazione su una carta di Parigi e paragonarle con fotografie attuali, cliccate qui: Paris Marville ca. 1870 & Today, non credo che rimarrete delusi.

Morale della storia

In conclusione, secondo me la cosa incredibile è che quasi tutto quello che amiamo di Parigi e che si trova sulle guide centocinquanta anni fa non esisteva ancora, come la Tour Eiffel, gli Champs-Elysées, le gallerie Lafayette, l’Opéra, l’arco di trionfo, il Sacre Coeur oppure il museo d’Orsay che stava iniziando la sua vita precedente da stazione. Ma non soltanto, esistono anche simboli come la Défense o il centro Pompidou che sono ancora più recenti.

Insomma, molto di ciò che rende unica la magica e millenaria Parigi è frutto di sventramenti e demolizioni, o per lo meno dello sfruttamento intelligente e capace di aree centrali o meno rese disponibili dai più svariati eventi.

Questo fatto dovrebbe far riflettere noi italiani che abbiamo una mentalità molto conservatrice quando si parla di centri storici. Non voglio suggerire di fare piazza pulita del nostro patrimonio, credetemi, ma sono convinta che non sia così intelligente la politica di rifiuto a priori del contemporaneo nelle nostre belle città, senza distinguere tra meri esercizi di stile e operazioni immobiliari intelligenti e utili per il centro urbano in cui sono inserite. In ogni epoca il nuovo è stato affiancato all’antico, senza necessariamente cercare di scimmiottarlo, ma al contrario tenendo conto del contesto e senza snaturarne il valore simbolico.