Igor Mitoraj a Pompei: quando l’arte contemporanea sposa l’archeologia

mitoraj-pompei-11In ambito di restauro e di turismo, capita spesso di sentire la bellissima espressione valorizzazione del patrimonio e non si può negare che si tratti di un concetto assolutamente importante e indispensabile, se si vuole progredire in queste direzioni.

Purtroppo però molto spesso ho l’impressione che queste parole risultino vuote perché, se è facile riempirsi la bocca di termini come valorizzazione, conservazione e tutela del territorio, ben più complesso è invece avere un’idea che permetta di tradurre questi concetti nella pratica.

Per fortuna però devo dire ogni tanto si vede in giro qualcosa che stupisce e che scalda il cuore persino di una scettica come me.

Questo è il caso della mostra che impreziosirà gli inestimabili scavi archeologici di Pompei fino all’8 gennaio del 2017.

mitoraj-pompei-2

Siete già riusciti a vederla? Io non ancora, quindi per il momento sto sfruttando le conoscenze ed il prezioso reportage fotografico di mia sorella (grazie ancora C.!), che si è permessa una fuga tra i reperti archeologici qualche settimana fa.

Per farla breve, si tratta dell’installazione di trenta grandi statue di bronzo realizzate dall’artista franco-polacco Igor Mitoraj (per saperne di più su di lui, ecco il link alla pagina di Wikipedia contenente una scarna biografia e le precedenti esposizioni in Italia), tutte raffiguranti soggetti mitologici di ispirazione classica.

Le maestose opere d’arte sono collocate in vari settori degli scavi, in una metafisica convivenza con con le architetture più celebri di Pompei: Dedalo nel Tempio di Venere, il Centauro nel Foro, il Centurione nelle Terme Stabiane, Ikaro alato nel Foro triangolare.

Non è la prima volta che si assiste ad un connubio del genere, ad esempio io ricordo di avere incontrato, seppure in maniera assolutamente casuale, molte di queste statue mentre popolavano la Valle dei Templi di Agrigento nel 2011. Vi posso confessare che è stato qualcosa di poetico che ha ulteriormente arricchito l’esperienza negli scavi archeologici.

mitoraj-pompei-9

Il segreto del successo molte volte sta nel saper evocare lo spirito di un determinato luogo, senza scimmiottarne le caratteristiche o svilirne la nobiltà. In questo caso poi stiamo parlando di Pompei,  che è la testimonianza della grandezza dell’età romana e della bellezza della sua arte e della sua cultura.

Grazie alle opere di Igor Mitoraj si riesce a cogliere con una rinnovata intensità lo spirito di questo posto unico al mondo,  delle rovine che riescono ad affascinare chiunque e su cui aleggia un’aria diversa da quella che respiriamo di solito.

Dal momento che altre parole risulterebbero superflue, condivido con voi un po’ di fotografie, sperando che rimarrete colpiti quanto me da questa installazione poetica e per certi versi malinconica.

In conclusione, l’unica cosa che mi sento di aggiungere è che vorrei sempre vedere tante di queste iniziative sparpagliate nel nostro Paese. Mi piacerebbe assistere a installazioni fantasiose e ad incontri disinvolti tra opere del passato e del presente, senza troppo timore e allo stesso tempo senza cadere nel banale o nel commerciale.

Che ne dite, non piacerebbe anche a voi?

Annunci

Castel Sant’Angelo: cosa resta del mausoleo degli imperatori romani?

castel-santangelo

Lo confesso: oggi ero convinta che avrei cambiato argomento, dopo gli ultimi articoli dedicati all’architettura ed in particolare al riuso delle strutture romane nei secoli; eppure mi è venuto in mente un ultimo esempio che potrebbe chiudere il cerchio, mettendo in luce altre particolarità. Quindi, ecco che anche questa volta vi toccherà sentir parlare di rovine e di archeologia!

In particolare, vi delizierò con il curioso destino di quello che è nato per essere il mausoleo dell’imperatore Adriano ed è diventato, senza grandissime trasformazioni, il Castel Sant’Angelo, lo strano monumento che a Roma tutti abbiamo avuto l’occasione di ammirare, ci scommetto.

Età antica: il sepolcro imperiale

Siamo intorno al 125 d.C. quando l’imperatore Adriano si lancia in un’impresa a dir poco colossale: realizzare un monumentalissimo mausoleo in sua memoria, di fronte al Campo Marzio e collegato ad esso grazie ad un ponte realizzato per l’occasione (ancora in piedi e in uso oggi, per la cronaca).

Il cantiere si protrae per più di dieci anni e alla fine salta fuori un basamento quadrato sotto un tamburo cilindrico, rivestiti in marmo e sormontati da una specie di boschetto pensile, completato da statue, archi trionfali e un tempietto. Riposano qui un bel numero di imperatori, visto che ormai i tempi stanno cambiando in peggio e opere faraoniche di questo genere a Roma non vengono più intraprese.

Il cambiamento: la trasformazione in fortezza militare

Arriva il Medioevo e le invasioni barbariche sono all’ordine del giorno (come ormai ben saprete), quindi anche questa struttura fa gola come rifugio, esattamente come Palazzo Madama a Torino e Piazza Navona, a Roma anche lei. Al basamento vengono aggiunte delle torri sugli angoli, ed ecco che si ottengono delle ottime mura. Il marmo pian piano viene saccheggiato e il castello prende forma, arrivando anche ad ospitare una prigione.

Ben presto i papi iniziano ad usarlo come roccaforte, data la vicinanza al Vaticano, così intorno al 1500 viene realizzato anche il passetto, un corridoio sopraelevato che collega direttamente i due luoghi e diventa la via di fuga privilegiata in caso di assedio.

Nel Rinascimento si scopre la polvere da sparo, quindi cambiano le armi e quello che ormai è il Castel Sant’Angelo si adegua, munendosi di moderni bastioni poligonali, che lo rendono una vera e propria fortezza cinquecentesca.

Da allora subisce tanti piccoli interventi di adeguamento, dopotutto la sua struttura ha quasi 2000 anni, però non perde mai la sagoma geometrica né la consistenza del mausoleo di Adriano.


Detto questo, credo proprio di aver finito con questo excursus in bilico tra architettura e archeologia, almeno per il momento, anche se l’Italia è piena di questi esempi, che spaziano dalla cultura greca, a quella bizantina o comunale, per fare soltanto alcuni esempi.

Passeggiando per le nostre città ed i nostri paesi è sufficiente guardarsi intorno per cogliere indizi nascosti di passati diversi e difficili da immaginare, quindi il mio invito è quello di non smettere mai di cercarli, visto che rappresentano ciò che c’è di eterno nella nostra civiltà!

Palazzo Madama a Torino: da Porta romana a primo Senato d’Italia

La facciata barocca di Palazzo Madama, Torino.
La facciata barocca di Palazzo Madama, Torino.

Se siete stati a Torino, sono pronta a scommettere che siete almeno passati davanti a Palazzo Madama. Fino a qui è facile da indovinare, visto che si trova nel bel mezzo di Piazza Castello, nel centro di quella che è la città storica. Quello che non saprei dire è se ci siete entrati, perché, anche se sicuramente sembra un monumento interessante, la sua storia millenaria è difficile da percepire e sicuramente (troppo) poco pubblicizzata.

Sarò la solita polemica che si lamenta che nel nostro Paese non viene dato abbastanza peso al patrimonio culturale, ma in queste righe vorrei spiegare la ragione per cui secondo me questo edificio è assolutamente unico e speciale (valore sentimentale a parte). Palazzo Madama, Piazza Castello, Torino

Per cominciare, vi invito a guardarlo nel suo insieme, con il suo bel parallelepipedo in marmo appiccicato alle torri, stagliato in mezzo alla piazza, che guarda da una parte via Po (l’antica strada che portava all’unico ponte sul Po nel raggio di chilometri) e dall’altra Porta Susa, il punto di partenza per la via che portava in Francia.

Non vi chiedete che cosa ci faccia proprio in questo punto centrale e strategico? La risposta è vecchia di duemila anni.

La porta decumana della Torino romana

Sembrerà strano da credere, ma Palazzo Madama inizia la sua carriera da come porta della città romana, in direzione del Po. Occorre precisare che le porte erano strutture imponenti, solitamente munite di torri difensive e di spazi interni con la funzione di dogana e di sosta. (Vi riesce difficile da immaginare? Se cliccate qui vedrete un altro esempio di porta romana, situata anch’essa a Torino, per azzardare un paragone).

Così, proprio come si vede in queste immagini, le torri e i muri perimetrali in laterizio sono niente meno che quelli romani.

Una curiosità? Se si entra al piano terreno, gli scavi archeologici, visibili grazie al pavimento in vetro, mostrano la strada romana e i resti delle antichissime mura.

Il Castello degli Acaja della Torino medievale

Come ho raccontato negli ultimi articoli (per chi se li è persi: Architettura e metamorfosi: quando le trasformazioni permettono di superare le crisiPiazza Navona, ovvero quello che rimane dello Stadio di Domiziano), con il crollo dell’impero romano tutto cambia.

Nel periodo di forte crisi che si attraversa una struttura solida, imponente e ben protetta come quella delle porte non passa inosservata. In più, in questo caso si sta parlando di una posizione strategica per in commercio e per il controllo del territorio. Morale della favola: le antiche porte con qualche piccolo intervento si trasformano magicamente nel castello della famiglia che diventerà con qualche peripezia quella dei Savoia, padrona dell’intera città. Se si guardano i prospetti laterali di Palazzo Madama in effetti è impossibile non notare le bifore medievali che si aprono sui muri solidi, testimonianza di questa fase.

Il palazzo barocco nella capitale del Regno di Savoia

Fortunatamente anche il medioevo è destinato a finire, così per la sonnacchiosa Torino si apre un futuro un po’ più roseo, nelle mani di quei sovrani assoluti che si dimostrano i Savoia, intenzionati in tutto e per tutto a non sfigurare con le altre corti europee. Questo desiderio porta a una serie di opere megalomani destinate a rimanere incomplete, di cui prima o poi credo che parlerò. Anche il povero Palazzo Madama, sempre in posizione centralissima e sempre nella sua veste medievale, inizia ad accusare il peso degli anni, con la facciata austera e le anguste scalette a chiocciola che poco si prestano ad accogliere gli ambasciatori e galantuomini.

Siamo in piena età barocca, così si chiama Filippo Juvarra, l’archistar locale, a progettare una nuova pelle sui quattro lati e soprattutto una nuova facciata che si sostituisca alla precedente, con tanto di scalone di rappresentanza.

Il progetto, seppure completato su un solo lato, si rivela straordinario. Siete mai stati a vedere questo scalone? L’ingresso è libero, vi consiglio di farci un salto!

Non saprei come descrivere la luce pazzesca che filtra, e nemmeno la leggerezza di questo barocco che non ha nulla a che vedere con quello delle altre città italiane, quindi proseguirò il discorso rinnovando l’invito ad andarlo a vedere.

Il primo senato per un’Italia nuova di zecca

Quando poi i Savoia riescono nel loro intento di unire la nostra bella Italia, ecco che Torino è la prima capitale. In fretta e furia la città si attrezza per gestire ed ospitare tutte una serie di nuove funzioni, tra cui il parlamento, nella speranza utopica che il ruolo da capitale possa durare almeno per qualche decennio.

Ed ecco che l’aula del senato trova il suo spazio proprio in Palazzo Madama, nella sala a cui si accede dallo scalone, realizzata chiudendo quello che era il cortile dell’antico castello e prima ancora delle porte romane.

Spostata poi la capitale a Firenze e successivamente a Roma, ecco che si perde questa destinazione d’uso, così Palazzo Madama vive un periodo di confusione sino a quando, nel 1934, diventa la sede del Museo civico d’arte antica di Torino, che dura ancora oggi.


In conclusione, sto tornando a guardare le foto d’insieme del palazzo. Questo edificio è la prova che, quando ci si guarda intorno, bisogna sempre essere curiosi, così da poter indovinare pezzi di storia di un’intera città.

E’ vero che l’architettura tra le arti è quella a cui si presta meno attenzione, forse perché è sempre sotto i nostri occhi, ma è anche vero che proprio per questa ragione è quella che, se la si sa leggere, ha più storie da raccontare, incise sulla pietra e sui mattoni.

Piazza Navona, cosa rimane dello Stadio di Domiziano?

Chi non conosce Piazza Navona, il grande spazio aperto monumentale e accattivante nel cuore della Roma più densa ed antica? Credo che per tutti sia una delle prime immagini che si associa alla nostra bella e disgraziata e capitale.

È universalmente nota grazie alla bellezza e al prestigio che ottiene in età barocca, quando la famiglia Pamphilj ne cura il completo rinnovamento, donandole tante belle decorazioni nuove. Nel Seicento in effetti pare che una delle occupazioni dei papi fosse finanziare lavori che avrebbero reso immortale e prestigiosa la loro casata, lanciandosi in restauri smodati e attività edilizie ferventi e disinvolte…Come dice il proverbio, a Roma quello che non fecero i Barbari fecero i Barberini!

Eppure, se la si guarda dall’alto, una domanda sorge spontanea: a cosa si deve la sagoma di Piazza Navona, così curiosa, lunga e stretta, come non se ne trovano altrove? La risposta risiede nella sua origine.

Lo stadio di Domiziano

Bisogna tornare indietro fino all’85 d.C., quando l’imperatore Domiziano fa costruire uno stadio a lui dedicato, destinato alle gare di atletica. Siamo esattamente sullo spazio su cui sorge Piazza Navona e, non a caso, viene fuori una struttura allungata, con uno spazio aperto per gli sport e degli spalti ad anello.

La caduta dell’impero romano: l’origine di Piazza Navona

Come ho raccontato nello scorso articolo (se ve lo siete perso, cliccate questo link: Architettura e metamorfosi: quando le trasformazioni permettono di superare le crisi), nel momento in cui l’impero crolla, in un brevissimo arco di tempo tutte le grandi infrastrutture che ne hanno contraddistinto la civiltà perdono la loro utilità, considerata la fortissima crisi economica in cui Roma per prima si trova.

Monumentali edifici come gli stadi e gli anfiteatri diventano un rifugio perfetto, così ecco che la zona degli spalti e degli ingressi viene tamponata, creando un piccolo insediamento con tanto di protezione dall’esterno grazie all’elevata altezza.

I secoli scorrono e dello stadio di Domiziano in superficie non rimangono più tracce, visto che la struttura viene lentamente inglobata nel tessuto cittadino.

Il Barocco: un nuovo vestito per un luogo antichissimo

Come ho anticipato, è nel Seicento che i Pamphilj, proprietari dei palazzi in affaccio su Piazza Navona, la rinnovano chiamando i migliori maestri disponibili in città: Bernini e Borromini, vale a dire il gatto e la volpe, due rivali che sono gli assoluti protagonisti della scena architettonica romana. Bernini si sbizzarrisce nelle fontane, mentre il suo esimio collega nella chiesa di Sant’Agnese, con i suoi bizzarri campanili gemelli.

Piazza Navona oggi

Quella operata in età barocca può essere definita l’ultima grande operazione di adeguamento che ha interessato questo luogo straordinariamente antico, dove ancora oggi si possono vedere le imponenti tracce del passato. Se si va in giro secondo me bisogna sempre perdere un po’ di tempo a guardare le mappe delle città che si visitano, perché danno una serie incredibile di informazioni e stimolano la curiosità, dimostrando come niente sia frutto del caso.

In più, se oggi si va a Piazza Navona, si possono vedere i resti archeologici dell’antico stadio, con tanto di ingressi e scalinate, così da evidenziare come il presente sia soltanto uno degli strati che compongono il complesso mosaico che è Roma, la nostra città eterna.

Architettura e metamorfosi: quando le trasformazioni permettono di superare le crisi

L'anfiteatro di Arles, prima dei restauri Ottocenteschi che hanno lasciato soltanto la struttura romana.
L’anfiteatro di Arles, prima dei restauri Ottocenteschi che hanno lasciato soltanto la struttura romana.

Quella che stiamo vivendo oggi non è certamente la prima tra le crisi globali affrontate dall’umanità: se andiamo a ritroso nel tempo, la storia non è che il ripetersi di periodi vagamente rosei e di terribili catastrofi. Un esempio sopra tutti? Il crollo dell’impero romano.

Se ci penso, è una questione che mi fa venire i brividi. Nell’arco di un paio di generazioni tutte le conquiste di una civiltà avanzatissima sono state spazzate via. I romani avevano i teatri, gli stadi, gli acquedotti e le strade lastricate (con tanto di strisce pedonali in pietra, come avrà visto chi è stato a Pompei), ma non soltanto. Avevano un buon livello di igiene personale e di cura del corpo, grazie ai bagni pubblici, alle terme e alle palestre, e case dotate di comfort come l’acqua corrente e una sorta di riscaldamento a pavimento. Ci pensate a quanto deve essere stato triste assistere all’abbandono di tutte queste grandi architetture, simboli del progresso di chi pecca di superbia?

Io credo in realtà che gli uomini in questa fase avessero ben altro di cui preoccuparsi: ad esempio sopravvivere. La caduta dell’impero romano ha ridotto drasticamente la popolazione europea, così quelle che erano state grandi città si ritrovano ad essere piccoli capannelli sparuti, facile preda per i barbari che pare arrivino da tutte le parti.

Pensiamo a Roma, che quando finiscono le provviste si ritrova a con un milione di abitanti che non possono essere nutriti, oppure ai territori periferici abbandonati al loro destino, senza più protezione dagli invasori.

Il destino delle grandi architetture romane
Teatro di Marcello, Roma, dove si vedono chiaramente abitazioni medievali addossate alla struttura romana, resistente e alta abbastanza da essere difesa.
Teatro di Marcello, Roma, dove si vedono chiaramente abitazioni medievali addossate alla struttura romana, resistente e alta abbastanza da essere difesa.

Voi che avreste fatto in circostanze così nere, se le vostre case fossero state facilmente espugnabili e di fronte a voi si fossero mostrate solidissime architetture ormai abbandonate?

Le risposte sono due: utilizzare stadi, teatri, terme e templi come cave di materiale già lavorato oppure trasformarle quel poco che basta per poterci vivere dentro.

Sono state seguite entrambe le direzioni, ma a me quello che interessa davvero è il riuso.

Non si tratta di casi isolati, ma di soluzioni adottate in ambiti geografici anche piuttosto diversi. Tra tutti, gli anfiteatri, i teatri e gli stadi, con la loro struttura compatta verso l’esterno e tanto alta da sembrare fortificata, dovevano proprio sembrare la soluzione migliore. Quelle che erano intere cittadine si racchiudono a vivere in un’unica megastruttura, che permette di vivere al sicuro e, perché no, eventualmente di coltivare nella parte centrale.

Piazza dell'Anfiteatro, Lucca. Le case sono costruite sugli antichi spalti, mentre gli affacci sulla piazza seguono ancora l'andamento delle arcate di accesso all'arena.
Piazza dell’Anfiteatro, Lucca. Le case sono costruite sugli antichi spalti, mentre gli affacci sulla piazza seguono ancora l’andamento delle arcate di accesso all’arena.

Lucca è un esempio perfetto, ma esistono altri casi di questo genere a Roma (Piazza Navona, il teatro di Marcello e quello di Pompeo, lungo via del Biscione), a Firenze e in molte altre cittadine anche molto meno note.


Come si sarà capito, questo argomento mi appassiona davvero molto, proprio perché osservando con curiosità l’architettura e la forma degli isolati si possono scoprire moltissime informazioni sulla storia della nostra civiltà.

Oltre a questo è incredibile pensare che in duemila anni in certi casi non è cambiata la sagoma di intere porzioni di città e che c’è gente che ancora oggi vive dentro a muri posati dai romani, unicamente perché sono stati i più robusti mai costruiti.

Non so come spiegarmi, ma per me alcune volte è come se le architetture fossero degli enigmi da svelare, quindi quello che vorrei fare nei prossimi giorni è proprio leggere quello che hanno da raccontare insieme a voi, sperando di non annoiarvi subito!

Torino turistica: le meraviglie del nuovo/antico Museo Egizio

statua museo egizio Premessa

Per iniziare, confesso di non essere affatto un’egittologa, quindi questo non sarà un articolo enciclopedico, ma piuttosto la recensione di una curiosissima amante dei musei che si avventura in questo mondo, popolato nella sua fantasia da mummie, scarabei, templi colossali e geroglifici in abbondanza.

Due parole sulla museografia: rischi e potenzialità

Sono stata spinta a visitare il nuovissimo allestimento del Museo Egizio di Torino (che in quanto a collezione è secondo soltanto a quello del Cairo), inaugurato il 1° aprile scorso, dopo iniziative pubblicitarie fortemente mediatiche che ho apprezzato molto e soprattutto che hanno alimentato moltissimo la mia proverbiale curiosità.

I lavori di rinnovamento museale sono spesso delicati e rischiosi, perché oggi ci si deve necessariamente porre molte domande: quale sarà il pubblico medio? Cosa vogliono o si aspettano di vedere i visitatori? In che misura si può rendere accattivante il patrimonio esposto senza finire per snaturarlo?

Non siamo più nell’Ottocento, quando i mecenati pubblici o privati aprivano le porte delle loro collezioni ad una cerchia strettissima di amatori sicuramente preparati ed interessati. Oggi nei musei ci si trova di fronte a tutta una serie di problematiche, a partire dall’accoglienza di gruppi di visitatori sempre più numerosi che necessitano di una bella serie di servizi accessori (bookshop, caffè, deposito bagagli, servizi igienici, grandi biglietterie…), fino a questioni concettuali, collegate appunto alla scelta di cosa mostrare e di come mostrarlo.

Il rischio delle operazioni di allestimento contemporaneo nei musei di questo genere è quello che il contenitore, le luci e l’atmosfera arrivino a fagocitare il contenuto, o per dirla in modo semplice, che ci si perda negli effetti da teatro e si esca senza avere imparato molto a causa delle distrazioni indotte dall’allestimento. Al contrario, un’esposizione tradizionale risulta noiosa e poco accattivante, quindi il visitatore si annoia e attraversa le sale senza che la sua curiosità venga smossa.

Ecco, nel corso della visita al Museo Egizio di Torino ho riscontrato una piacevole via di mezzo tra i due estremi che ha portato ad un percorso ben strutturato e coinvolgente, dove le didascalie sono equilibrate rispetto al materiale esposto. Per gli amanti del genere, l’audioguida è consegnata gratuitamente insieme al biglietto d’ingresso, quindi è molto difficile uscire senza conoscere cose nuove.

Ma in cosa consiste questo nuovo allestimento?
Il progetto del nuovo allestimento con l'ingresso sotterraneo sotto il cortile e la scala mobile che permette di organizzare il percorso.
Il progetto del nuovo allestimento con l’ingresso sotterraneo sotto il cortile interno e la scala mobile che permette di organizzare il percorso.

Innanzitutto, è stato creato uno spazio sotterraneo in corrispondenza del cortile interno per alloggiare i servizi accessori citati sopra in un ambiente su misura, poi ci si è concentrati nella creazione di un itinerario dall’alto verso il basso che guida il visitatore in ordine cronologico attraverso le principali fasi della civiltà egizia.

Ogni epoca ha le sue stanze dove sono ricostruite tombe a altri spazi così come sono stati scoperti dagli archeologi, utilizzando in alcuni casi anche il potente mezzo dei rendering tridimensionali per ricostruire sepolcri, affreschi e decorazioni. Si fornisce quindi un quadro completo non soltanto delle opere esposte ma anche delle campagne di ritrovamento, descrivendo ed evocando anche l’architettura delle tombe da cui proviene il materiale. Infine, quando ormai il visitatore ha sviluppato una certa conoscenza delle varie dinastie, delle influenze ellenistiche e romane, della valle delle regine e delle mummie, ecco che l’ultima sala abbandona il rigoroso intento didattico per stupire l’osservatore e risvegliare l’ammirazione per la grandezza della civiltà egizia. In una grande sala piuttosto buia e ricca di specchi, sono collocate divinamente imponenti statue di uomini, divinità e sfingi, illuminate in maniera sapiente e spettrale, così da impressionare ed alimentare quell’idea di lusso sfrenato che tutti associamo agli antichi egizi.

Per concludere, allego una serie di fotografie che secondo me rendono l’idea, un po’ scattate da me e un po’ trovate su internet, e consiglio a chi ne ha la possibilità di andare al museo egizio di Torino per trascorrere un pomeriggio diverso dagli altri, perdendosi nelle meraviglie di un popolo affascinante e misterioso, lontanissimo nella storia eppure in qualche modo vicino.