5 modi per vivere da turisti nella propria città

torino turistica2La città non è soltanto il luogo trafficato che affrontiamo tutti i giorni: allo stesso tempo è la meta di turisti che nella macchina a fianco non notano nemmeno la strada congestionata, distratti dalle sagome degli edifici e dalla bellezza di alcuni scorci che noi non vediamo nemmeno più. Oltre la stanchezza e la banalità della routine si apre il paese delle meraviglie, originato dall’insieme dei dettagli che trascuriamo troppo spesso.

Allora sapete qual è il consiglio che io vorrei dare a tutti per vivere meglio anche senza l’idea un viaggio fantastico dietro l’angolo? Io sostengo che bisogna prendersi dei momenti per dedicarsi a vivere la propria città da turisti, ovvero con la meraviglia nello sguardo.

Quindi ecco i miei migliori suggerimenti, proprio in questo periodo in cui li ho sperimentati dopo un tempo in cui avevo trascurato troppo la mia bella Torino, che tra l’inverno e la primavera è super affascinante.

torino turistica


#1 Stare seduti da qualche parte mangiando qualcosa di buono e osservando la città

A volte per sentirsi in vacanza basta sedersi a bere qualcosa in un caffè storico oppure affacciati su qualche bella piazza, mettendo per qualche attimo via il lavoro e i pensieri, trovando il tempo per leggere, disegnare, chiacchierare con qualche vecchio amico o semplicemente osservare il panorama. Ogni tanto è bello concedersi una colazione prima di partire in quarta, oppure anche solo guardare la gente da una panchina.

Ci sono dei luoghi a Torino che per me hanno un fascino speciale e mi ricordano altri luoghi o altri momenti, come il lungo Po con le gabbianelle che volano dappertutto, la scala di Palazzo Madama e una decina di bar sparpagliati per la città. Vale lo stesso anche per voi?


#2 Partecipare a tours o visite organizzate un po’ sopra le righe

Credo che in molte delle nostre città esista la possibilità di partecipare a tours, magari serali, che raccontano le curiosità del luogo ai suoi abitanti. 

Sono sempre stata un po’ scettica, ma una serata nei meandri della “Torino Sotterranea” mi ha fatto cambiare idea, visto che ho avuto l’opportunità di intrufolarmi in luoghi sconosciuti e inaccessibili, il tutto immerso in un’atmosfera di mistero. Dai cunicoli delle fortificazioni seicentesche alle regie ghiacciaie, passando per un cimitero e per gli infernotti della città. Consiglio a tutti i torinesi e non solo di regalarsi quest’esperienza!

Ci sono tours altrettanto interessanti e curiosi anche nelle vostre città? Sono molto curiosa di saperlo, visto che sono sempre alla ricerca della prossima meta!


#3 Scegliere un pomeriggio apposta per passeggiare senza meta (magari con la macchina fotografica al collo!)

Questa, tra tutte, è forse la mia attività preferita da finta turista. Volete sapere nel dettaglio come funziona? Eccovi serviti.

Si parte da foto, aneddoti o letture che mostrano aspetti o punti di Torino sconosciuti che sembrano abbastanza interessanti da incuriosirmi, poi passo ad un’ispezione dettagliata su Google Earth. Qui vedo se il tessuto del quartiere mi ispira, infine cerco possibili collegamenti con altri luoghi panoramici, fino a trovare il primo momento libero per partire. 

Spesso poi da un posto finisco all’altro, fino a camminare per chilometri e chilometri, fotografando tutto quello che mi interessa senza vergogna.

Succede anche a voi o sono l’unica così originale? (Per non dire di peggio!)


#4 Guardare un film ambientato nella propria città

Consiglio perfetto per i giorni di pioggia.

Certi film hanno il potere di mostrare un lato diverso delle città rispetto a quello che siamo abituati a vedere, regalandoci l’impressione di una personalità per quella che può essere una musa un po’ inconsueta. Non vi viene in mente Woody Allen con la sua New York?

A me è capitato nelle scorse settimane di rivedere Santa Maradona e Andata/Ritorno, entrambi film di Marco Ponti ambientati a Torino ormai circa 15 anni fa. Vi dirò che mi ha fatto una strana impressione vedere immortalati luoghi dove il tempo non è passato e punti che invece sono quasi irriconoscibili.


#5 Scoprire qualche mezzo pubblico panoramico e farci un bel giro sopra

Forse a questo punto penserete che sono pazza, ma vi confesso che a me piace da matti girare senza meta sui mezzi pubblici, soprattutto sui tram che attraversano il centro oppure quartieri interessanti dal punto di vista dell’architettura. 

Il mio preferito è il 16, un tram che viaggia in tondo intorno al centro di Torino, attraversando Piazza Vittorio e Porta Palazzo, costeggiando il Parco del Valentino e tutti i quartieri a metà tra il centro storico e la parte più contemporanea, in equilibrio tra Ottocento e Novecento per così dire.

Chissà se troverò qualche altro amatore dei mezzi pubblici!


Detto questo, spero di essere riuscita a incuriosirvi un po’ e mi chiedo quali siano invece i vostri modi per vivere da turisti la vostra città, se ne avete di particolari.

In ogni caso, vi invito ancora una volta a seguire i miei consigli e a farmi sapere se vi convincono!

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Turismo in Italia: storia di un bel Paese che non sa valorizzarsi

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Se si considera a livello globale, quello del turismo è un fenomeno in crescita: sarà grazie alla possibilità di spostarsi low cost, all’offerta ricettiva variegata, conveniente e gestibile in rete o al fatto che è diventata una moda, ma in ogni caso è un dato molto interessante.

Possiamo quindi lanciarci ad immaginare, per l’Italia, un fantastico futuro di ridente economia?

Ovviamente la risposta al momento è no, perché la triste realtà è che non riusciamo a tenere il passo con gli altri Paesi. Dico questo perché proprio ieri sono incappata in un articolo (Turismo in Italia: perché tutti dovremmo preoccuparcene, per chi volesse approfondire) che mi ha fatto infuriare, seguito da altri sulla stessa linea che ho cercato subito dopo.

Senza perdermi dietro ai numeri, il concetto è questo: anche se il turismo è uno dei fenomeni economici in maggiore aumento nel mondo, in Italia cresce più lentamente che in altri Paesi. Nonostante i nostri paesaggi, la cultura e il buon cibo, stiamo perdendo quello che è sempre stato un nostro primato, una grande risorsa che attualmente occupa il 12% dei lavoratori e che, con i giusti investimenti, potrebbe rivelarsi un settore su cui puntare per un futuro sostenibile e più roseo. La realtà purtroppo è diversa: chi viene in Italia soggiorna sempre meno a lungo e meno volentieri.

Per capirci, cito questo articolo che ho letto: Negli anni ’50 quasi un turista su cinque veniva da noi ed eravamo il paese più visitato del mondo. Oggi, da noi arriva un turista su 23.

Di chi è la colpa?

Potremmo cercare di scaricare la colpa alla concorrenza dei Paesi stranieri che offrono soggiorni a basso costo in città dove il viaggiatore si sente addirittura il benvenuto, viziato in hotel efficienti, moderni ed economici e in locali dove a basso costo si mangiano e bevono ottimi prodotti, per non parlare dell’organizzazione delle informazioni per i turisti, spesso facili da reperire già in rete.

Però la colpa forse in realtà è, ad esempio, dei ristoratori italiani che rifilano cibo scadente a prezzi disonesti solo perché hanno un locale in un posto turistico, oppure degli albergatori che pensano a tutto tranne che ad investire per rinnovare gli hotel (non so voi, ma gli hotel peggiori d’Europa io li ho trovati Italia, raramente mi sono sentita tanto presa in giro!). La colpa è dei troppi che qui trattano i turisti come polli da spennare, certi che tanto se non torneranno loro qualcun altro verrà comunque, e non come clienti da sedurre perché spargano la voce.

La responsabilità è anche di chi pensa che la conoscenza della storia e dell’arte in uno stato come il nostro siano inutili: se non conosciamo il nostro patrimonio come facciamo a gestirlo? Oggi non bastano le spiagge (spesso deturpate) e le montagne (a volte troppo antropizzate), se ci pensiamo bene è solo a livello culturale che noi italiani abbiamo il primato sugli altri, contando i siti Unesco e le infinite piccole realtà che possiamo offrire!

La colpa è di chi non si interessa alla politica, a tutti i livelli, perché non gli piace o non si sente rappresentato (in realtà sono convinta che, ora come ora, non sia soddisfatto nessuno!), perché è per questo che vengono impediti i cambiamenti e che nessuno si mette e fare di meglio.

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Ma molto di più la vera responsabilità è delle amministrazioni che hanno a cuore soltanto gli interessi personali e che se ne fregano della collettività e di chi rappresentano, senza impegnarsi a valorizzare quel ben di Dio che hanno tra le mani.

Allo stesso livello la colpa è della mafia che si riempie le tasche nel settore del restauro, sfruttando il sistema delle tangenti e la scarsa trasparenza degli appalti.

Al di sopra di tutto la colpa è di chi ci governa e sceglie di togliere lo studio dell’arte dai licei e di distruggere in generale la scuola, certo del fatto che un popolo di ignoranti è più facile da governare, anziché decidere di puntare sulle eccellenze e sull’inventiva per uscire da questa famigerata crisi che fa comodo a tanti. Volenti o nolenti, abbiamo una classe politica cieca che non sa agire favorendo le vere risorse del paese.

Alla fine, la responsabilità forse è un po’ di tutti noi che non abbiamo il coraggio di cambiare le cose, o che non sappiamo come fare a trasformare in qualcosa di concreto le nostre ambizioni.


Scusate lo sfogo, però questo argomento mi sta davvero a cuore, perché vedo intorno a me quanto in più si potrebbe fare per valorizzare le cose che abbiamo, innovando l’idea di turismo e i sistemi di comunicazione e promozione. E purtroppo vedo anche che gli investimenti degli enti pubblici spesso vanno in direzione opposta.

Che dire, prometto che non mi lamenterò più così tanto ma piuttosto mi impegnerò maggiormente a parlare delle cose belle che il nostro Paese ha da offrire, a tradurre in pratica le idee, per quanto questo blog sia una realtà minuscola e davvero non abbia una grande voce nell’ordine generale delle cose.

Berlino: tre simboli di rinascita da conoscere e amare

berlino-ricostruzione-reichstag-potsdamer-platz-isola-museiRiuscite ad immaginare la città di Berlino subito dopo la caduta del muro, a percepire quel mix di tensione e di sollievo, di speranza e preoccupazione?

La capitale tedesca si affaccia agli anni Novanta in una condizione delicatissima: interi quartieri sono ancora costituiti da vuoti urbani mai ricostruiti e ruderi, mentre una cicatrice lunga chilometri divide in due la città non come una linea sottile ma piuttosto come una larga striscia grigia vuota e desolante.

Nonostante le premesse disastrose e un’economia nazionale tutta da ricostruire, Berlino sin da subito è caratterizzata da un grande fermento, sintomo della volontà dei suoi abitanti di chiudere finalmente i conti con il recente passato.

Infatti se oggi, a distanza di venticinque anni, passeggiamo per la capitale tedesca, quello che abbiamo di fronte è un centro modernissimo, attrezzato e affascinante, che fa della contemporaneità uno dei suoi punti di forza. E se poi uno ci pensa bene, 25 anni non sono poi così tanti: quante cose sono cambiate nelle nostre città in quest’arco di tempo? Scommetto non tante, se si escludono i cambi della viabilità e della pavimentazione delle strade, sono pronta a scommetterci!

Tornando a noi, oggi vorrei parlare dei tre simboli che secondo me simboleggiano al meglio il desiderio di rinascita di questa metropoli, in tre campi diversi.


I. Il restauro del Palazzo del Parlamento

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A vederlo oggi sembra impossibile da credere, ma il Reichstag di Berlino è rimasto un rudere fino alla caduta del muro nel 1989. Il motivo è semplice, se si pensa che l’intento dei vincitori della guerra è quello di annientare la Germania come stato nazionale unito e sovrano.

Così, logicamente l’ipotesi del suo restauro assume un ruolo simbolico di primo piano per i tedeschi che vogliono dimostrare al mondo la loro rinascita.

Si affidano a uno dei miei architetti preferiti, Norman Foster (sir Norman Foster, per la precisione), che propone e realizza un progetto a dir poco geniale. Anziché riproporre un edificio uguale a quello ottocentesco, sceglie di evocare le forme utilizzando materiali innovativi e distinguibili, trasformando l’idea di una cupola in uno spazio panoramico che attira visitatori e che illumina dall’alto l’aula del parlamento dove si radunano i politici tedeschi, visibili dall’alto da chi passa. Non si può certo dire che a Berlino abbiano segreti da nascondere in politica, a differenza di qualche altro Paese che mi viene in mente!


II. Potsdamer Platz

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Forse non tutti sanno che in questa piazza è stato utilizzato il primo semaforo del mondo (non per niente nei negozi di souvenir trovate dappertutto gli omini neri su sfondo rosso e verde!). Nozioni da guida turistica a parte, questa piazza è un punto nevralgico della Berlino ante-1939, un animato crocevia dove già nel 1908 transitano 35 linee tranviarie ed è insediata la stazione di testa di una delle più importanti linee ferroviarie nazionali e internazionali. Potsdamer Platz in questa fase è dunque il simbolo della modernità e della vivacità economica della capitale tedesca.

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Dopo la guerra, il poco che rimane in piedi viene tagliato in due nel 1961 dal muro, rendendo di fatto impossibile l’utilizzo degli assi viari e la ricostruzione degli hotel e di tutti gli altri servizi.

A partire dal 1989, si può immaginare quindi la difficoltà nel cercare di ricucire uno spazio dilaniato e frantumato per più di quarant’anni. Riesco infatti a capire come mai oggi quello coordinato da Renzo Piano sia considerato uno tra gli interventi di recupero urbano più rilevanti a scala europea.

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Sicuramente si tratta del tentativo coraggioso di dare un nuovo volto ad una porzione di città sofferente cercando di seguire la sua originale vocazione senza arrivare a scimmiottare un passato ormai dimenticato. Si opta quindi per la dimostrazione coerente e affascinante di una modernità funzionale e simbolica, che attrae forse più i turisti rispetto ai Berlinesi.

C’è chi ha criticato questo intervento proprio facendo leva sullo scarso coinvolgimento degli abitanti, però c’è anche da dire che i tempi di una metropoli possono anche essere lunghi. Le dinamiche sociali non si cambiano da un giorno all’altro, non si può obbligare la gente a cambiare le sue abitudini, quindi credo che per poter giudicare ci vorrà ancora un po’ di tempo. E nel frattempo, io mi godo le belle architetture!


III. L’Isola dei Musei

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Se siete stati a Berlino, con ogni probabilità ricorderete l’attesa per entrare in musei come quello di Pergamo oppure l’Altes, uniti all’armonia di questo spazio ben organizzato e armonico, caratterizzato dalle strutture neoclassiche ed eclettiche.

Bene, tutto quello che si può vedere oggi, nella misura in cui si vede oggi, è il risultato (non ancora terminato) di un concorso bandito negli anni Novanta dalla città per recuperare questi edifici, bombardati in maniera più o meno grave dalla guerra e restaurati sommariamente per mano dei sovietici.

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Partecipano molti grandi architetti, tra cui Giorgio Grassi e Frank Gehry (i cui progetti sono qui riportati) e vince David Chipperfield, che prevede un passaggio sotterraneo che colleghi i cinque musei, insieme a una struttura contemporanea, in fase di realizzazione, che sarà destinata all’accoglienza e ai servizi per i turisti, prevedendo caffetteria, bookshop e tutto il resto.

La bellezza di questo intervento di rinascita culturale secondo me risiede proprio nella volontà di adeguare un complesso storico alle esigenze di oggi, visto che ormai sono milioni i visitatori che ogni anno scelgono Berlino e l’isola dei musei come meta.


Per farla breve, mi piace pensare a questi tre progetti perché, seppure diversi, rappresentano in pieno la volontà di rinascita di un popolo che non è abituato ad abbassare la testa: il Reichstag per dimostrarne la forza politica (che di anno in anno effettivamente è in aumento), Potsdamer Platz per omaggiare un passato che non esiste più e sfoggiare la vivacità economica e infine l’Isola dei musei, per ricordare le radici della nazione, i grandi artisti e gli interessi (e le razzie, per essere precisi) che hanno influenzato la cultura tedesca.

Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità

Il cortile del Bauhaus, a Dessau.
Il cortile del Bauhaus, a Dessau.

Riconoscete questo posto? Credo che molti appassionati di architettura e design lo considerino come una meta di pellegrinaggio, una specie di Mecca per chi cerca le origini della modernità. Ma partiamo dall’inizio.

Sicuramente non si può negare il fatto che la Prima Guerra Mondiale abbia cambiato le carte in tavola, anche se nel caso dell’architettura la ricerca di forme geometriche essenziali si è sviluppata già a partire dagli anni Dieci.

In ogni caso è dopo il 1918 che prende piede, introducendo vere e proprie innovazioni nella cultura dell’abitare. Grandi intellettuali come Le Corbusier e Mies Van Der Rohe ristudiano completamente gli spazi degli edifici residenziali e non, individuando quelli che sono requisiti ancora decisamente attuali, come la presenza di autorimesse, di bagni spaziosi, di ambienti confortevoli e di dotazioni impiantistiche. I progetti adesso non riguardano soltanto i ceti più abbienti: per la prima volta si pensa ad un’architettura e all’arredamento per le masse.

La rivoluzione del Movimento Moderno è proprio incentrata su questa nuova attenzione a livello sociale, unita ad idee avanguardiste.

Così, proprio in un Paese momentaneamente povero e maltrattato come la Germania, nasce una scuola di architettura e arti applicate destinata a cambiare tutto, con l’ambizioso intento di insegnare la progettazione “dal cucchiaino alla città”. Ed è questa la prossima ed inevitabile tappa del mio Grand Tour 2015.


| III Tappa |   La scuola perfetta per l’architettura perfetta

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Ovviamente mi riferisco al Bauhaus, fondato a Weimar nel 1919, trasferito a Dessau nel 1925 e a Berlino nel 1932, fino alla definitiva chiusura nel 1933. Di cosa si tratta a livello pratico? Cercherò di dare una breve spiegazione.

L’architetto e intellettuale Walter Gropius fonda questa specie di accademia con l’intento di dare ai ragazzi i mezzi per una progettazione funzionale, economica e standardizzata. Vi viene in mente l’Ikea? Ecco, diciamo che potrebbe considerarsi come una sorta di erede! Negli anni è caratterizzata da insegnanti prestigiosi e dalla grande apertura mentale, tanto da spaventare i Nazisti che pensano bene di farla chiudere, dopo anni di opposizione.

Oggi, se si va a Dessau si può vedere il complesso, progettato dallo stesso Walter Gropius, che ospitava i laboratori, le aule, i dormitori e gli spazi comuni della scuola. Io sono stata lì un paio di settimane fa e credo proprio che meriti il viaggio.

Per me, vedere il Bauhaus infatti non ha significato semplicemente la visita delle stanzette e dei laboratori aperti ai turisti, ma piuttosto l’affaccio su un mondo utopico che sarebbe potuto esistere, se solo non si fossero messi in mezzo quegli idioti dei Nazisti con la loro soppressione della libertà.

Quello in cui si viveva qui era infatti un mondo per prima cosa libero, al di sopra dei clientelismi, delle rigidezza delle accademie e dei luoghi comuni.

Sto parlando di una scuola che nel 1925 era frequentata quasi al 40% da ragazze, una specie di università dove insegnavano i massimi intellettuali e artisti dell’epoca (Kandinsky, Klee, Gropius e Mies Van Der Rohe, giusto per fare qualche nome!) e dove si viveva in un clima di totale rispetto reciproco e di condivisione. Poco importa in realtà che si studiassero architettura, design e arte: sarebbero potuti esistere  Bauhaus anche di altri settori, perché quello che veramente conta è l’approccio rivoluzionario e ineguagliato. (per lo meno che io sappia, ndr)

A Dessau la scuola viene progettata attentamente su misura degli studenti, che si ritrovano lì per passione e sicuramente si godono a pieno l’esperienza di lavorare al fianco di gente come coloro che ho elencato prima.

La bellezza di questo luogo è proprio l’atmosfera surreale che ancora oggi aleggia, un’idea di equilibrio ed armonia che raramente si prova (soprattutto in una scuola). Il Bauhaus mi fa pensare ad un’altra grande perdita subita a causa di un regime totalitario e di una guerra mondiale. Osteggiata, la scuola è infatti costretta a chiudere i battenti, mettendo così fine ad un periodo sicuramente unico nella storia recente.

Tutte queste menti geniali, se possono, se ne volano in America. Le ragazze rimaste da studentesse diventano “giovani hitleriane”, scambiando la scuola con i vestiti tradizionali e la grande ambizione di diventare madri solide per piccoli ariani. E ai maschi non va molto meglio, visto che la strada che si delinea è quella di diventare soldatini.

Addio modernità, quel che rimane è la triste architettura di regime. Così, l’Europa si è giocata qualcosa che avrebbe potuto cambiare la storia, a partire dalle prime ricostruzioni postbelliche. E forse persino noi poveri italiani, finiti nel boom della speculazione, saremmo riusciti a non deturpare meticolosamente quasi tutti i nostri bei paesaggi.


Mi sono dilungata troppo, solo adesso mi rendo conto che in pratica non vi ho raccontato molto di questo posto. Spero di avervi incuriosito, anche perché il prossimo articolo parlerà ancora di Bauhaus, lasciando da parte i miei pensieri e raccontando la realtà.

Che fine hanno fatto i grandi intellettuali che l’hanno frequentata o che vi hanno insegnato? Dove si deve andare per seguire le tracce di questa scuola? Concretamente, che cosa si studiava? …Lo scoprirete nella prossima puntata! 😉

Alla ricerca dell’Opera d’arte totale: intensità e follia in equilibrio tra due secoli

La Colonia degli Artisti di Darmstadt.
La Colonia degli Artisti di Darmstadt.

Avete mai sentito il termine tedesco Gesamtkunstwerk? Sembra una parola quasi minacciosa, invece  significa Opera d’arte totale e indica un concetto che, a partire dall’Ottocento, si diffonde nella Mitteleuropa. Di cosa si tratta? Della ricerca del filo che unisce le diverse arti, che lega insieme la pittura, l’architettura, la musica e la scultura. I cervelloni del tempo, da Wagner in poi, si interrogano sull’importanza della creazione di un artista e sulla possibilità di raggiungere la perfezione, intesa come un’opera che fonda insieme tutte le discipline.

La Secessione Viennese, esplosa nel 1898, nasce sotto questo auspicio e inaugura una straordinaria stagione per la capitale asburgica. Sarebbe infatti un’inesattezza pensare che la magia di Klimt riguardi soltanto i quadri, perché, come si è detto, tocca anche l’architettura, come testimonia l’edificio per le esposizioni progettato da Joseph Maria Olbrich (di cui parlo in questo articolo: “A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”).

Un altro errore potrebbe essere l’idea che questa rivoluzione culturale abbia riguardato soltanto Vienna. Basta infatti farsi un giro per il centro di Budapest oppure per il quartiere ebraico di Praga e ci si rende conto di quanto dell’atmosfera secessionista abbia raggiunto anche le altre città dell’impero. Se poi ci si avventura nelle gallerie nazionali d’arte di questi due nuclei urbani la percezione diventa ancora più concreta.

Eppure oggi non voglio parlare di questi luoghi esemplari, ma piuttosto di un complesso di edifici progettati proprio per accogliere dei grandi artisti e permettere loro di lavorare e creare insieme, voluto niente meno che dal Gran Duca Ernst Ludwig d’Assia e disegnato da Olbrich.


| II Tappa |   la colonia degli artisti a darmstadt

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Darmstadt è un comunissima cittadina tedesca situata vicino a Francoforte, dove dal 1899 al 1914 si insedia una comunità di artisti visionari, guidata dalla mente aperta del Gran Duca d’Assia. Olbrich progetta le innovative e stravaganti architetture, ma non è questo l’unico fattore rilevante. La cosa interessante è che questo diventa un territorio fertile per una grande sperimentazione artistica, dove si realizza una sorta di fusione tra l’arte e la vita. Per la prima volta si assiste ad una specie di accademia (anche se riservata ai professionisti) dove si intende rivoluzionare l’architettura, la pittura e l’arredo per promuovere una moderna cultura del vivere e dell’abitare.

Questo straordinario complesso oggi è composto da un palazzo per le esposizioni, da un museo che espone varie realizzazioni, dalle villette progettate dagli artisti per la loro residenza, da una cappella in stile russo con tanto di vasca e da un ampio giardino ombreggiato da platani. Purtroppo vi devo dire che una parte dell’atmosfera magica che doveva avere ormai è andata perduta a causa di un periodo di abbandono e di alterazioni che hanno subito alcuni edifici, quindi forse non è più così facile percepire lo spirito del luogo.

Quello che mi ha fatto ben sperare, quando l’ho visitato un paio di settimane fa, è stato notare un certo numero di interventi di restauro in corso, compresa la pulitura e il ripristino delle statue di ingresso. Chissà, dovrò informarmi meglio ma spero proprio che il futuro riservi una nuova fioritura a questa colonia, anche perché in adiacenza trova la facoltà di architettura e arti applicate di Darmstadt, come a voler preservare lo spirito di questo posto così unico.


In conclusione, mi chiedo: cosa conta veramente di questo posto, tanto da fare sì che dopo più di cent’anni di abbandono non sia ancora dimenticato?

Oltre al discorso dell’opera d’arte totale (oppure “gesamtkunstwerk” se preferite 😉 ), è sicuramente incredibile l’idea di una scuola avanguardista nel 1899, con tutti i limiti causati dalla sua natura esclusiva e fortemente connessa alle idee simboliste e secessioniste. Quello che importa è il germoglio che trova le sue radici e che è destinato a condurre a qualcosa di incredibile e unico.

Vi chiedete a cosa mi riferisco? Avete un’idea in mente? In ogni caso vi prego di avere pazienza e di non perdervi la terza tappa di questo Grand Tour!

Alla ricerca delle radici dell’arte contemporanea: dove conduce un moderno Grand Tour europeo?

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Perché scegliere di viaggiare in Europa?

Di ritorno dal mio ultimo grande viaggio europeo, mi sono resa conto di avere meditato molto su quanto sia importante la conoscenza del nostro vecchio continente.

Così, ora vorrei scrivere di qualcosa che conosco, di quel tempo fenomenale che nell’ultimo secolo (e un paio di decenni più in là) ha portato non solo a tutto quello che vediamo oggi nelle nostre città, ma anche a quello che purtroppo non possiamo più vedere per colpa dei terribili errori commessi in questo periodo da idioti megalomani e da gente senza onore o fantasia.

Non saremmo poi gran che se non avessimo un passato, se non seguissimo le tracce di qualcuno e se il nostro presente non fosse influenzato da chi che ci ha preceduto.

Quindi, ecco che ancora oggi, nel terzo millennio, io sponsorizzo quello che potrebbe essere un moderno Grand Tour, come facevano nel Settecento i promettenti ragazzi che da lontano venivano a curiosare nella nostra bella Italia.

Diciamocelo, ultimamente la vecchia Europa non è certamente la meta più alla moda, sarà perché attira meno dei grattacieli di Dubai e New York, dell’Oriente o delle isole sperdute negli oceani. Però io sono convinta che conoscere il nostro continente sia fondamentale per noi che ci viviamo, soprattutto se vogliamo essere parte di un mondo che va oltre il nostro naso. Giudicare è bello, ma è ancora più bello giudicare se si comprende quello che si sta vedendo.

E poi ci sono così tanti posti meravigliosi da girare!


Quali mete per un moderno gran tour?

Per compiere un viaggio alla ricerca delle radici e delle cicatrici del presente, non andrei a Parigi, a Londra e nemmeno a Roma. Per capirci, non che snobbi queste città meravigliose, ma sono dell’idea che la loro grande bellezza abbia origini più lontane e spiegazioni più complesse.

A livello culturale e soprattutto artistico e architettonico, sono i Paesi dell’Europa centrale che sceglierei, senza ombra di dubbio. Vi parlerò di nuovo di Mitteleuropa: temo che sembrerò un po’ monotona, ma cercherò di convincervi dell’esistenza di quel sottile filo rosso che lega città oggi diverse come Berlino, Praga e Vienna, che unisce realtà a prima vista opposte come la Secessione Viennese e il Bauhaus, per fare due esempi. Esiste qualcosa che secondo me avvicina le decadenti città troppo a lungo sovietiche, con le loro periferie tutte uguali, e lo scintillio delle metropoli dai  viali alberati e dai tesori barocchi.

Come dice Milan Kundera, uno scrittore ceco di cui non so molto altro, La Mitteleuropa non è uno Stato. E’ una cultura o un destino. I suoi confini sono immaginari e devono essere ridisegnati al formarsi di ogni nuova situazione storica.

Spero che non vi annoierò in questo viaggio virtuale alla ricerca delle origini delle città contemporanee e dell’arte di oggi e garantisco che cercherò di partire non troppo da lontano, (almeno per i miei gusti).

Siete curiosi di sapere quale sarà la prima tappa? Nessuna anticipazione: seguitemi e non tarderete a scoprirlo. 😉

Quali sono le migliori ragioni per mettersi in viaggio?

I miei omaggi a tutti, sono tornata per un saluto, proprio alla vigilia di Ferragosto. Nel remoto caso in cui qualcuno si fosse accorto della mia prolungata assenza e se ne fosse dispiaciuto, mi scuso solennemente, anche se vi dirò che sono state giornate un po’ impegnative. Ho lavorato fino a ieri (oggi è ufficialmente il mio primo giorno di ferie!), ma non è stato soltanto questo: sarà il caldo, saranno le cose da finire oppure i prossimi giorni da organizzare, ma vi dirò che sono proprio stanca. Che dire, se non che è ora di pensare alle vacanze: infatti, lunedì finalmente è arrivato anche per me il momento di partire. 🙂

Come sa bene chi mi conosce, io adoro viaggiare. Si tratta di una passione che nutro da sempre, originariamente nata per “colpa” dei miei genitori e successivamente alimentata da quelli che sono diventati i miei compagni di viaggio abituali, mia sorella e il mio innamorato, uniti al corso di studi che mi ha resa una instancabile adoratrice delle città.

Quindi, adesso che mi sto pianificando un bel viaggio di due settimane potrete intuire la fibrillazione!

viaggi

Voi come scegliete le vostre mete? Da cosa vi fate ispirare?

Di solito il mio interesse viene stuzzicato dai libri, dai film o più raramente dai consigli di altri fidati viaggiatori.

Mi piace cercare un tema nelle mie vacanze, che sia inseguire il sole fino a Capo Nord, scoprire i vulcani alle Azzorre, seguire il Danubio oppure avventurarsi in un’Irlanda molto fantasy. (Tutte esperienze degli anni passati di cui un giorno forse parlerò, n.d.r.)

Quest’anno per me (e per il mio povero innamorato che medita di aprire il blog “In viaggio con la Sottile Linea d’Ombra – non mi resta che piangere”) ha avuto la meglio la Mitteleuropa, che certamente già ho conosciuto ma per cui subisco sempre lo stesso fascino. Questo anche perché io sono convinta che tornare negli stessi posti più volte in realtà non sia affatto male, anzi permetta di vedere le stesse cose con una luce diversa, di approfondire, di fare nuovi collegamenti e di valutare quanto sono cambiata nel nel tempo intercorso tra le visite.

Come avrete capito, non sono il tipo di persona che immagina le vacanze come un momento di relax, in realtà preferisco nutrire la mia curiosità e seguire il bisogno che ho di conoscere realtà sempre nuove. Mi piacciono i viaggi stancanti possibilmente in climi freddi, con lo zaino sulla schiena, almeno tre guide diverse (generalmente del Touring, visto che sotto sotto sono una snob) ed i tempi serratissimi.

Partirò come sempre alla ricerca dell’ispirazione, con il mio quaderno per gli appunti, qualche libro e l’album per dipingere, sicura che tornerò arricchita. E alla fine spero proprio che sarò più rilassata, con le batterie belle cariche e un sacco di nuovi spunti destinati a diventare articoli.

Quindi vi chiedo di perdonare la prolungata assenza che seguirà: in realtà la Sottile Linea d’Ombra sarà più attiva che mai! 

Budapest: i mille volti di una città incantata

La sinagoga, il Bastione dei pescatori, il riunì pub Szimpla, la città vista dal Danubio.
La sinagoga, il Bastione dei pescatori, il riunì pub Szimpla, la città vista dal Danubio.
A voi cosa viene in mente se pensate a Budapest?

Alla sinagoga più grande d’Europa, allo Sziget, al Danubio onnipresente oppure ai parchi verdissimi? Alla prima metropolitana dell’Europa continentale, alle innumerevoli terme o ai palazzi in stile Secessione Viennese?

Io sono tornata a casa stanotte e ho ancora gli occhi pieni di immagini diversissime tra loro. Non c’è niente da fare: per me questa è e rimane la città dei mille volti, l’insieme dei mondi che gravitano in uno stesso universo, fondendosi e convivendo un’armonia decadente e allo stesso tempo tutto sommato serena.

So che detta così sembra la descrizione del paese dei balocchi, ma non vorrei far cadere nessuno in questo errore, perché per prima cosa ciò che accomuna tutti i punti della capitale è la sofferenza che è stata protagonista per troppi anni. In quasi tutti gli angoli trapela quella sensazione di tristezza endemica che si vuole sconfiggere, un’atmosfera unica che, da quella che è la mia esperienza, accomuna molte delle città dell’Europa centro-orientale. 

Dopotutto, sono Paesi più che giustificati, visto che al termine della Seconda Guerra Mondiale si sono trovati a cadere dalla padella nella brace, che in questo caso assume le sembianze dell’Unione Sovietica, la quale in pratica non ha fatto altro che aggravare le condizioni di povertà, seminare un nuovo terrore e frenare qualunque intenzione di ripresa. Basti pensare che esistono persone in queste nazioni che, dopo essere state deportate nei campi di concentramento, pochi anni dopo hanno rivissuto la stessa esperienza nei gulag in Siberia.

Eppure, da quello che ho visto, tutto questo dolore non ha piegato né atrofizzato gli abitanti di Budapest (così come di molte altre città da quelle parti), ma al contrario credo proprio che abbia dato loro una nuova e grande energia, alimentata dalla volontà di venirne fuori, di riemergere dal passato che ancora oggi condiziona tanto il territorio.

Così, palazzi non ancora restaurati dal 1945 (o dal 1956, scegliete voi la dittatura che preferite), se ne stanno malinconici su strade pulitissime e meravigliose, come per dire che è solo una questione di tempo, che questa città si riprenderà pezzo per pezzo tutto ciò che le è stato strappato, con tanto di interessi. E gli interessi siamo noi che ci innamoriamo del suo fascino decadente ma non decaduto (si direbbe il contrario dell’Italia, non credete?) e della sua tristezza allegra, che ci torneremo e che la consiglieremo ai nostri amici perché sappiamo che saranno coccolati così come lo siamo stati noi.

Io stessa ci sono stata tre volte in sei anni, innamorata delle sue sfaccettature. Adoro l’architettura liberty, le vie vivaci e monumentali, il quartiere ebraico, i pub negli edifici in rovina dai tempi della guerra, il Parlamento, i negozi di vecchi libri, il gulasch e l’acqua termale. Amo le mostre che ho visto nel Museo di Belle Arti, il clima mitteleuropeo che si respira e la valorizzazione che sta prendendo pieno negli ultimi anni.


Vi racconterò di più, lo prometto. Vi dirò quello che per me è imperdibile e su cosa mi soffermerei se fossi in voi, ma per questa sera mi accontento di un’introduzione, sperando di alimentare un po’ di curiosità. (In più sono nella vasca bagno e l’acqua sta diventando fredda, quindi mi tocca salutarvi!)

Italia: cinque meraviglie che mi sono rimaste nel cuore

mix italia

Come ci ricorda questo orribile caldo che ci sta soffocando (per lo meno dalle mie parti…), l’estate è alle porte, e con essa anche l’occasione di girare qualche spicchietto di mondo.

Spesso per noi italiani (me per prima) viaggiare significa fuggire all’estero, vivere qualche esperienza dove si parlano altre lingue e si vivono altre vite. Ci affanniamo a girare in lungo e in largo e corriamo a vedere posti che non offrono sicuramente di più di quanto è disponibile nel nostro Paese, tante volte a nemmeno troppi chilometri di distanza. L’erba del vicino è sempre più verde, si sa, ma in questo caso credo anche che sia quasi sempre più ospitale e più attrezzata per i turisti.

All’estero ci sono indicazioni stradali comprensibili, aiuole che sembrano prati inglesi e non pezzetti di giungla, hotel moderni e funzionali e centri storici conservati e gestiti come dei presepi. Non siamo stupidi se pensiamo di fuggire in Francia, in Germania o in Gran Bretagna, però se ci penso mi rendo conto di quante risorse sprechiamo.

So che torno spesso (forse anche troppo) su questo tema, ma davvero non riesco a capacitarmi di come chi ci governa riesca ad essere indifferente alle migliaia di risorse uniche al mondo distribuite uniformemente sul territorio, emergenze che oltre ad essere basi per una ricrescita finalmente paritaria tra nord e sud sono fondamentali testimonianze della nostra Italia. Dobbiamo ai nostri borghi, alle nostre architetture e alla nostra arte il poco di rispetto che continuiamo a mantenere agli occhi del mondo, quindi è un grande peccato mandare tutto in malora.

Per questo motivo oggi vorrei proporre cinque tra le infinite bellezze italiane, scelte sulla base di quella che è stata la mia esperienza. Sono cinque luoghi che mi hanno lasciato qualcosa sia per la loro monumentalità unica, sia per quello che rappresentano.

1. La cattedrale di Trani e il romanico pugliese

Estate 2012: io e mia sorella ci lanciamo in uno strepitoso giro d’Italia in macchina, che si rivela un’occasione unica di conoscenza. Sapevamo poco o niente dello stile romanico pugliese, così siamo rimaste folgorate. La bellezza di edifici come la cattedrale di Trani è unica e suggestiva, dovuta alla purezza delle forme geometriche e al candore delle pietre illuminate dal sole. 

Siamo rimaste a bocca aperta, di fronte ad una realtà metafisica ante litteram e fuori dal contesto, perse in quest’architettura antica, solenne e medievalissima. Consigliato a tutti, insieme a Barletta e Bari (per rimanere in tema e fare altri due esempi)!

2. Amalfi e il passato da repubblica marinara

Di Amalfi la prima immagine che mi torna in mente è la vista dal mare. Stesso viaggio del punto 1, quando siamo tornate più abbronzate che mai. Amalfi, insieme agli altri paesi della costiera, ci ha colpite per la sua atmosfera fiera e importante. C’erano una marea di turisti, ma passeggiando tra le vie si poteva ancora intravedere la grandezza dell’antica repubblica marinara, infilandosi nel tessuto storico e nelle scenografie medievali.

Una curiosità: una delle note più moderne della città, anche se non si direbbe, è la facciata del duomo, rifatta nell’Ottocento in stile neogotico. Se guardate bene le prossime foto, ho inserito una veduta della facciata originale, senza quegli archetti a sesto acuto e quel frontone a capanna che in effetti c’entrano proprio un po’ poco!

3. Il duomo di Siracusa e la cultura greca

Aprile 2011: per i 25 anni di nozze dei miei genitori ci siamo concessi una spedizione archeologica in lungo e in largo per tutta la Sicilia. Il fascino di questa regione è incredibile, ma tra tutti i luoghi forse il più suggestivo è stato il duomo di Siracusa, situato sull’isola di Ortigia ed esempio di luogo di culto da più di 2000 anni. (Ha pochi rivali in questo senso, non è vero?)

Se lo si guarda bene, infatti, ci si rende conto che si tratta di un tempio della Magna Grecia, convertito senza troppo mascherarlo in una chiesa cristiana. In origine veniva venerata la dea Minerva, poi lo spazio tra le colonne è stato tamponato, così senza clamore si è passati a pregare Santa Lucia. Concretamente cambiava poco, poi nel tempo sono state aggiunte alcune cappelle laterali e la facciata barocca, arrivando ad ottenere un edificio assolutamente unico.

Non era così raro che i templi pagani venissero riciclati da cristiani, così da evitare traumi al popolo, ma raramente si può assistere ad un edificio ancora in opera.

Il tema del riuso delle architetture antiche mi affascina troppo, quindi mi fermo adesso altrimenti potrei non andare più a dormire!

4. Venezia durante la Biennale

Non potevo non citare quella che è stata la mia meta per ben quattro anni: la Biennale d’arte di Venezia!

Non mi soffermerò in questa sede a valutare il contenuto delle esposizioni, perché quello che per me è uno degli aspetti più belli e divertenti è la possibilità di entrare e curiosare in un sacco di palazzi normalmente chiusi, che aprono i battenti per ospitare i padiglioni dei vari stati.

La biennale è un’esperienza unica in cui si riceve una mappa con decine di esposizioni segnalate un po’ dappertutto, pronte per essere scoperte come in una caccia al tesoro. Per me è stato il modo di andare oltre la Venezia più turistica, per scoprire piazzette tranquille e scorci autentici, ed è per questo motivo che la consiglio a chiunque sia un po’ curioso.

5. Il castello di Rivoli e la “corona delle delizie” intorno a Torino

Non potevo che scegliere una destinazione dalle mie parti, perché per me ha un valore affettivo e perché è un bene che merita di essere conosciuto.

Intorno a Torino esiste tutta una serie di residenze sabaude di pregio, tutelate dall’Unesco, che sono state coinvolte (alcune più e alcune meno) in processi di restauro e rifunzionalizzazione legati al turismo.

Tra queste, a Rivoli esiste un palazzo barocco, progettato da Juvarra su preesistenze medievali, che non è mai stato completato ed è rimasto abbandonato fino al 1979, quando l’architetto Andrea Bruno ha realizzato un intervento di restauro a dir poco straordinario.

Senza che venisse persa l’impressione di incompiutezza, è stato rifunzionalizzato in maniera magistrale, tanto che oggi ospita un prestigioso Museo di Arte Contemporanea, insieme al ristorante dello chef stellato Davide Scabin.

Sede di mostre ed eventi culturali, il castello Rivoli è l’esempio virtuoso che restaurare bene si può, e che una spesa grande ma oculata può trasformare il volto di un bene culturale, rendendolo fruibile a tutti e trasformandolo in un investimento per la comunità.

Basta sapere su cosa scommettere, ma per oggi credo che non mi dilungherò oltre.

La Sacra di San Michele: emblema di una nazione che non sa valorizzarsi

Sacra di San Michele notteDiciamocelo, in Italia non siamo degli assi a promuovere l’impareggiabile patrimonio culturale che ci ritroviamo un po’ dappertutto, per non parlare poi della possibilità utopica di sfruttare il turismo su tutto il territorio a livello capillare, cosa che accade in altri Paesi che pure obiettivamente non hanno così tanto da offrire. Viviamo di rendita grazie alle città d’arte che godono di fama ben più antica degli stupidotti e dei disonesti che ci governano e che sarebbero capaci a lasciarle andare in malora, se non fossero ormai così celebri.

La Sacra di San Michele rappresenta per me l’esempio perfetto di un bene importantissimo dal punto di vista cultuale di cui si però parla poco, ma sono sicura che a chiunque verrà in mente un altro luogo altrettanto paradigmatico legato alla sua realtà. Per farla breve, si tratta di un monastero medievale realizzato sulla cima del Monte Pirchiriano, all’imbocco della Val di Susa.

sacra san michele dall'altoOltre ad essere il simbolo della Regione Piemonte, teoricamente avrebbe le carte in regola per confermarsi come grande punto di interesse, visto che si trova in un punto di passaggio tra Italia e Francia e che è raggiungibile in un’ora di macchina da quel bacino d’utenza di un milione di persone che è Torino. Per i più sportivi, si può arrivare anche a piedi attraverso ben due sentieri molto suggestivi, avventurandosi per una via ferrata, oppure ancora, per i più spavaldi, seguendo una via lunga di arrampicata, composta da ben venticinque tiri.

Una volta raggiunta, con qualunque mezzo, la Sacra di San Michele offre poi un panorama spettacolare verso la pianura e verso le Alpi, anche se non è solo la sua  posizione a renderla tanto affascinante. E non è nemmeno soltanto la storia medievale che si respira nei suoi interni, grazie all’importanza che riveste dal punto di vista storico, artistico e architettonico, oppure alla connessione spirituale con Mont Saint-Michel in Francia e con il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo in Puglia.

sacra san michele interno sacra san michele chiesaCiò che affascina il visitatore è la magia che sprigiona questo luogo, insieme all’impressione che si ha di tuffarsi in un’altro tempo e in un’altra storia, quando dalla cima del Monte Pirchiriano si poteva vigilare sulle vie di comunicazione, sulle popolazioni della valle e sui pellegrini che si affannavano sulla via francigena.

Per tutti questi motivi la Sacra di San Michele è una testimonianza eccezionale di un periodo storico ed insieme è un edificio unico che riesce a fondersi con la roccia su cui poggia, che fa da fondazione, da parete e da pilastro. Si tratta di un luogo dove l’opera umana si armonizza in maniera speciale profonda con il contesto naturale, rispettando la montagna su cui sorge e trasmettendo forse anche per questo un grande senso di pace e di tranquillità.

Eppure rimane una meta turistica poco conosciuta, che riceve molte meno visite rispetto a quello a cui potrebbe aspirare. Ma la cosa peggiore secondo me sono gli scarsissimi servizi che sono offerti a chi viene a vederla. Non esiste un bookshop che inviti ad entrare, non c’è offerta culturale complementare e anche dal punto di vista ristorativo non c’è grande abbondanza. Non parliamo poi della possibilità di soggiornare, o dell’idea di organizzare passeggiate o altri percorsi nella natura.

Non fraintendetemi, non mi piace l’idea di commercializzare troppo l’arte e di rovinare un’atmosfera unica a fini di lucro, però in troppi casi qui in Italia vengono a mancare quelle iniziative e quegli accorgimenti che servono per aggiornare l’offerta turistica. Non siamo più nel Settecento quando il Grand Tour in Italia era una meta obbligata, le regole del gioco nei viaggi stanno cambiando e noi non riusciamo a stare al passo. E dire che la cultura è l’unica materia prima che è abbondante nel nostro Paese e che non dovrebbe temere la concorrenza di nessuno!

Se ci penso non posso che essere sfiduciata e chiedermi se ce ne accorgeremo soltanto quando sarà troppo tardi.

scara di san michele seraPer scoprire qualcosa in più sulla Sacra di San Michele, faccio un po’ di pubblicità: cliccate qui!