Perché dopo il 1945 l’arte abbandona l’Europa?

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Edward Hopper, Rooms for tourists (1945)

La fine della seconda guerra mondiale è un momento cruciale sotto molti punti di vista: sicuramente per la storia e per la politica, ma anche per il mondo dell’arte.

Saranno stati gli intellettuali fuggiti in America dall’Europa della guerra e dei totalitarismi, oppure la crescita economica sfrenata, però il punto è che l’immortale Parigi cede il suo scettro di musa a New York, mentre gli Stati Uniti diventano il fulcro della cultura mondiale.

Oltre allo spostamento geografico, sono convinta che i fatti tragici e sconvolgenti che hanno attraversato il pianeta nella prima metà del Novecento arrivino a portare un radicale cambiamento nella figura dell’artista in generale.

In effetti l’aura di purezza che aveva caratterizzato il periodo precedente si corrompe (su questo periodo, vi invito a leggere questo articolo: Ad ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà), la solennità si incrina e gli artisti vengono scacciati dal piedistallo fatto di teorie e sogni che si sono costruiti. Non sono più i sacerdoti e i profeti in quella che Baudelaire chiamava una foresta di simboli, ma il vento del cambiamento li rigetta in un mondo che vive un momento di caos e una crisi dei vecchi valori.


 

E quindi cosa rimane a noi poveri posteri?

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Andy Warhol, collage.

Se vogliamo comprendere quello che succede dopo le gloriose Avanguardie (che tanto amo), dobbiamo tenere conto che una grande caratteristica della contemporaneità è il cambiamento dello scopo dell’arte, che da ricerca dell’essenziale diventa in molti casi denuncia: si passa dal mondo delle idee alla concretezza, per così dire.

Gli uomini hanno imparato a loro spese che non esiste una verità assoluta e che forse le cose che succedono non hanno sempre senso. In un periodo storico in cui la comunicazione di massa assume sempre maggiore rilevanza, i grandi artisti si accorgono del potere che possiedono, dell’influenza che possono avere sul numero sempre più ampio di persone che li seguono e vedono le loro opere.

Così, uno come Andy Warhol diventa il simbolo di questi tempi che stanno cambiando, con le sue opere che celebrano e denunciano la superficialità degli anni in cui vive. E a dirla tutta uno dei suoi più celebri aforismi risulta quasi essere profetico, se pensato in riferimento all’epoca social in cui siamo immersi. A quale frase mi riferisco? Scommetto che avrete tutti indovinato:

“Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti.”


 

In conclusione, vi posso dire che nei prossimi giorni mi piacerebbe continuare a parlare di questo, della Pop Art ma non soltanto, e spero proprio di essere riuscita ad incuriosirvi almeno un po’ 😉

 

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3 thoughts on “Perché dopo il 1945 l’arte abbandona l’Europa?

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