La gazza di Claude Monet: cosa rende quest’opera un capolavoro?

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Ci sono opere d’arte che mettono tutti d’accordo, quadri che, nel momento il cui li osserviamo, non lasciano spazio a dubbi: ci piacciono e non ci stanchiamo di guardarli.

Credo che un esempio sia proprio La gazza di Claude Monet, un dipinto ad olio che ho avuto la fortuna di vedere più di una volta dal vero e che trovo sia un concentrato di poesia e allo stesso tempo di maestria tecnica: non siete colpiti anche voi di fronte a tutte le sfumature che vanno a comporre la neve, incolore per definizione?

Dopo aver parlato un po’ di realismo, in tema di “un incanto di panorama” oggi è doveroso arrivare a Claude Monet e alla rivoluzione compiuta dagli impressionisti, una ventata di novità destinata a cambiare il futuro della pittura. E, tra tutti i quadri che mi sono passati per la testa, ho scelto la piccola gazza appollaiata per ragioni affettive ma anche oggettive, come cercherò di spiegarvi, partendo come sempre da qualche cenno biografico.


La gazza, 1868-69

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La gazza, Claude Monet
Chi è Claude Monet (1840-1926)?

Claude Monet vive la sua infanzia a Le Havre, perde la madre a diciassette anni e due anni dopo va a studiare arte a Parigi, grazie ai risparmi del padre. Rimane sostanzialmente nella ville lumière per molti anni (nonostante varie vicissitudini), sotto molteplici influenze dal punto di vista pittorico. Nel 1870 si sposa con Camille, sua amata e modella di molte opere e, nello stesso anno, la guerra curiosamente porta a qualcosa di buono: da soldato, viene mandato a Londra, dove può vedere le opere di J. M. W. Turner.

Tornando, passa per i Paesi Bassi dove acquista alcune stampe giapponesi, rimanendone affascinato, per poi trasferirsi a vivere vicino a Parigi.

Da qui, la rivoluzione: luce anziché linee, volumi anziché disegni; ecco che l’impressionismo, grazie anche all’effervescente clima parigino, sta venendo al mondo. Il nome di questo movimento si deve all’esposizione del 1874, a cui Monet partecipa, anche se poi lascerà presto gli altri impressionisti, per spingersi più lontano in cerca di maggiori soddisfazioni. 

Camille muore prematuramente nel 1879, e l’artista si trasferisce nel 1883 a Giverny con Alice, la sua nuova compagna, e la famiglia. In questo piccolo paese riesce a creare il suo giardino segreto, il luogo dove dipingere ininterrottamente senza stancarsi.

Ormai è un artista affermato e i decenni successivi sono un periodo in cui la sua fama si consacra e la sua passione per la pittura non si placa: Claude Monet è l’uomo che sente il dovere morale di dipingere, di esprimersi e di proseguire la sua ricerca, consapevole di stare compiendo qualcosa di grande.


Qual è la magia de La gazza?

Veniamo finalmente al vero argomento di questo post, un quadro impressionista dipinto ancora prima che il termine “impressionismo” fosse coniato: siamo infatti ben cinque anni in anticipo rispetto alla prima esposizione ufficiale.

Eppure, se osserviamo i dettagli, non possiamo negare che ci siano tutti gli ingredienti che hanno reso grande questo movimento: la luce come protagonista, la pennellata libera e la libertà nell’uso del colore.

Si tratta di un’opera dipinta en plein air che rappresenta un soggetto semplicissimo e quasi banale: una gazza appollaiata su uno steccato con alcune case e il bosco come sfondo, il tutto immerso in una neve soffice e materica, resa magistralmente grazie al sapiente gioco di luci e di ombre che caratterizza il quadro.

Quali sono i vostri particolari preferiti? I miei sono il rosso dei comignoli (necessario per bilanciare cromaticamente la composizione) e la perfetta ombra della gazza, accentuata affinché si noti e crei un punto di vista.

A parte il gusto personale, bisogna notare che il paesaggio diventa in questo caso l’impressione di un momento, e che questo viene sottolineato dalle pennellate rapide e dalla spontaneità che contraddistingue un tale capolavoro.

Capolavoro, vi dico. Eppure, sapete che per i contemporanei è stato considerato un fallimento? Come ci racconta molto bene il sito del Museo d’Orsay in una scheda dedicata, le tonalità chiare e luminose dell’opera, inconsuete per il pubblico abituato ai colori scuri utilizzati dalle accademie, non vengono assolutamente apprezzate. Incredibile, non trovate? Noi spesso storciamo il naso di fronte alle tinte buie dei monumentali quadri ottocenteschi e invece centocinquant’anni fa è successo esattamente l’opposto.

Soltanto sapendo queste cose secondo me possiamo davvero capire l’audacia e l’innovazione compiuta da Claude Monet in questa tela, che è stata persino rifiutata dalla giuria del Salon del 1869.

I tempi forse non erano ancora proprio maturi, ma sicuramente in questi anni a Parigi e dintorni la storia dell’arte ha imboccato una nuova direzione: l’invasione dei colori vivaci e luminosi, il vigore vistoso delle pennellate e la rappresentazione di un’impressione diventano elementi che influenzeranno e rivoluzioneranno il futuro.

A cosa mi riferisco? Se volete scoprirlo, non perdetevi i prossimi post!


Nel frattempo, Claude Monet non vi ha ancora stancato? Ecco allora altri articoli in cui ho parlato di lui e dell’impressionismo:

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era
Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?
Il giardino segreto di Claude Monet
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I miei buoni motivi per amare Gustave Caillebotte e la sua Parigi luminosa

Della Parigi incantata e maledetta, spietata musa ispiratrice, abbiamo già parlato in passato, ve ne ricordate?

Un esempio è sicuramente questo post: Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi), ma anche se ve lo foste perso scommetto che se vi citassi Montmartre e il Moulin Rouge vi verrebbero subito in mente alcuni artisti che tutti consideriamo i grandi protagonisti dell’epoca: Modigliani (di cui ho parlato qui: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle), il primo Picasso, Henri de Toulouse-Lautrec (di cui ho parlato qui: Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec) e prima di loro gli impressionisti.

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Gustave Caillebotte, Rue Halevy vista dal sesto piano.

Se invece vi chiedessi di pensare alle opere che riguardano principalmente gli immensi Boulevards e la vita sfavillante dei quartieri benestanti e illuminati, verrebbe subito in mente anche a voi Gustave Caillebotte (1848-1894)?

Tra tutti quelli che ho citato forse non è la figura più romantica e romanzesca, però credo che ci siano delle cose da sapere per avvicinarsi a lui e comprenderlo a fondo. Premesso questo, ho provato ad elencarle qui di seguito.


La luce bianca e i soggetti: una diversa interpretazione dell’impressionismo

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Gustave Caillebotte, i raschiatori del parquet.

Il primo motivo per amare Gustave Caillebotte secondo me è la sua originale interpretazione dell’impressionismo, che conduce spesso ad opere più dettagliate rispetto a quelle dei suoi colleghi e all’utilizzo di una tavolozza meno ricca, in cui il bianco ha un ruolo predominante. La luce per lui non si declina nei mille colori degli elementi che tocca, ma al contrario si mantiene di un candore perfetto.

Caillebotte, figlio di un imprenditore di successo e destinato a condurre una vita agiata, si differenzia in questo da molti degli artisti che si ritrovavano a Parigi in cerca di fortuna e questo aspetto emerge chiaramente nella scelta dei soggetti. Lui non ci racconta delle notti folli e degli eccessi, ma piuttosto della bellezza della città in cui vive, del progresso e della sua natura borghese.

Diciamo che a Montmartre preferisce i Boulevards Haussmanniani, e dunque assume per noi un ruolo importante di testimonianza di quello che poteva essere il mondo per chi aveva la fortuna di essere benestante o per lo meno tradizionalmente inserito nella società.


Il ruolo di mecenate e promotore

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Gustave Caillebotte, Boulevard Haussmann nella neve.

Uno degli aspetti che preferisco di Gustave Caillebotte è inoltre il suo ruolo all’interno del gruppo impressionista.

Innanzitutto la sua ricchezza personale gli permette di acquistare molte opere dei suoi colleghi ed amici, finanziandone di fatto sia il lavoro sia le successive esposizioni (dal 1879 sino alla trasferta a New York del 1885).

Cerca poi nel corso degli anni di tenere unito il gruppo impressionista, sempre diviso da gelosie e altre fonti di litigio, fino a quando, deluso, decide di abbandonare la pittura per dedicarsi alla navigazione (che praticava spesso con il fratello) e al giardinaggio nei suoi appezzamenti parigini.


La triste sorte

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Gustave Caillebotte, Autoritratto.

Come purtroppo accade un po’ troppo spesso agli artisti, anche Gustave Caillebotte è destinato a morire anzitempo: si spegne infatti nel 1894, a soli quarantasei anni.

In seguito a questo evento, è significativo scoprire quello che hanno detto di lui gli amici e colleghi del mondo dell’arte:

Ecco una persona che possiamo rimpiangere, è stato buono e generoso e, ciò che non guasta, un pittore di talento. (Camille Pissarro)

Aveva tanti doni naturali quanto buoni sentimenti e, quando l’abbiamo perso, era appena all’inizio della sua carriera. (Claude Monet)


Avete scoperto qualcosa di nuovo su Gustave Caillebotte? Spero proprio di sì e voglio concludere questo piccolo articolo con una bella galleria delle sue opere, soprattutto di quelle parigine, per celebrare al meglio questo artista forse non abbastanza noto e celebrato. Qual è la vostra preferita? Io vi confesso che subisco da sempre il fascino dei tetti 😉

Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?

Claude Monet, Donna con l'ombrellino, Mme Monet e suo figlio.
Claude Monet, Donna con l’ombrellino, Madame Monet e suo figlio.

Non ci sono dubbi: l’impressionismo è il movimento artistico che riscuote maggiore successo. I quadri di Monet, Degas, Manet e Renoir riescono sempre a riempire le mostre e ad affollare i musei, molto più di altri pittori che sicuramente hanno avuto la stessa importanza nel corso dell’arte.

Quindi, sul tema dell’elogio alla curiosità iniziato l’altro giorno (per chi se lo fosse perso, lascio il link: Elogio alla curiosità), ecco che il primo dei perché che vi vorrei proporre, cercando di analizzare le possibili risposte.


Il colore

Per prima cosa, quello che colpisce e affascina di molti quadri impressionisti è l’utilizzo del colore. Rispetto ai grandi giochi di luce e soprattutto di ombre dei periodi precedenti, in cui le cromie sono estremamente studiate e la vivacità è spesso smorzata, in queste opere realizzate all’aria aperta i colori sembrano esplodere.

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.

Se penso a Caravaggio, ad esempio, oppure a Jacques Louis David (più vicino nel tempo e nello spazio agli impressionisti), per prima cosa mi viene in mente quella lotta tra la luce e l’ombra che ha un sapore barocco o classicheggiante e che soprattutto si avvale di un forte senso iconografico. Le tonalità assumono un valore simbolico, allontanandosi da ogni pretesa di realtà. A partire da Turner e dalla Scuola di Barbizon, quello che conta invece è cogliere l’atmosfera di un attimo nella vita reale, anziché il tentativo di raccontare qualcosa di eterno e immobile.

Così, il colore diventa il protagonista, perché è l’elemento che differenzia un momento dall’altro, una stagione dalle altre. Viene usato in abbondanza e in maniera spontanea, accostando toni energici e saturi per creare sapientemente quella gradevolezza che è capace di affascinare quasi chiunque vi capiti di fronte. In questo senso, non vi vengono in mente le ninfee di Monet oppure le scene di Renoir?


L’immediatezza

La seconda caratteristica che rende l’impressionismo un movimento incredibilmente amato è sicuramente la sua immediatezza, ovvero la facilità che hanno le opere appartenenti a questo movimento di essere apprezzate. Per farla breve, si può dire che non ci vuole necessariamente una cultura fuori dalla media oppure un grande allenamento per ammirare e sentirsi coinvolti dai quadri di questi maestri.

Pierre Auguste Renoir, Boulevard di Parigi.
Pierre Auguste Renoir, Boulevard di Parigi.

Sono dipinti che si spiegano da soli, che ci mostrano senza simbolismi o elucubrazioni l’emozione di chi li ha creati. Esprimono concetti semplici e universali come la bellezza dei pomeriggi estivi, la magia della luce del sole e  lo strano fascino di Parigi (proprio sulla capitale francese, ecco una galleria di opere da non perdere: Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi). Evocano la bellezza della modernità ma anche della natura, celebrando la vita come qualcosa di piacevole e degno di essere riprodotto su tela. Scalzano dal podio le figure mitologiche e religiose che per secoli hanno monopolizzato la scena artistica, in favore di una realtà che irrompe nelle tele e che non ha bisogno di intermediari per essere compresa.

E probabilmente è proprio questa immediatezza così sfrontata la ragione per cui, al loro tempo, gli impressionisti sono stati tanto rivoluzionari. Oggi ci sembrano artisti molto per bene, ma dobbiamo tenere conto del fatto che siamo abituati a ben altro, e per rendercene conto basta fare un giro ad una qualunque esposizione di arte contemporanea. Ma nella seconda metà dell’Ottocento sono questi i quadri che scandalizzano chi li vede per la prima volta. Ma come hanno osato quei poveretti ritrarre qualcosa di così biecamente reale? – si saranno chiesti in molti.

Immagino che alle loro mostre ci sarà un sacco di gente decisamente curiosa e sicuramente un po’ piccata: perché ritrarre le stazioni ferroviarie e i porti industriali? Perché dipingere le prostitute anziché le sante? E perché mai di Parigi si mostrano i caotici boulevards e non gli spazi più celebrativi e monumentali?

Secondo me in sintesi la risposta è una sola: gli artisti sono stufi di perdersi nelle stupidaggini delle accademie e hanno capito che sono la modernità e la realtà quelle che meritano di essere celebrate. Da qui, direi che la sottile linea d’ombra è superata, quindi si salvi chi può perché le Avanguardie ormai sono in arrivo.


Che dire, vi è piaciuto il primo dei perché della Sottile Linea d’Ombra? Spero proprio di sì, anche perché ne ho altri in serbo e spero proprio che non vi annoierò. Nel frattempo, se a voi ne viene in mente qualcuno non esitate a farmi sapere e io prometto che cercherò di rispondervi! 😉

Claude Monet a Torino: il vero fascino della mostra alla GAM

Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.
Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.

Per prima cosa, c’è un mito che vorrei sfatare: percorrere la mostra “Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay” non equivale a compiere una passeggiata tra le luci e i colori fatati dell’impressionismo, ma piuttosto è un’occasione per conoscere meglio la pittura di questo artista al di là dei suoi lavori più noti (oltre alle ninfee, per così dire).

Non è stato come andare al museo d’Orsay, o al Marmottan, o a Giverny, quindi se ci si aspetta di fare una scorpacciata di pitture floreali si rimarrà certamente delusi.

Chiarito questo primo punto, adesso cercherò di raccontare con un po’ di ordine le ragioni per cui, nonostante la premessa che ho fatto (e l’ora abbondante di coda all’ingresso), credo che valga la pena di visitare questa mostra.


Storia di una rivoluzione: dal realismo all’impressionismo
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Claude Monet, le ville a Bordighera.

Una cosa che ho apprezzato molto è stata l’opportunità di osservare quello che è stato il percorso artistico di Claude Monet, la serie di piccole trasformazioni che si sono succedute sino ad arrivare alla grandezza degli ultimi quadri.

Camminando tra le tre sale (eviterò le lamentele a proposito dello spazio espositivo poco organizzato) i colori cambiano, così come le pennellate. Ho potuto vedere come la mano di questo grande artista si è sciolta e liberata da qualunque vincolo formale, mentre anche la tavolozza ha abbandonato le regole più usuali. Si parte da paesaggi decisamente convenzionali, in linea con quelli della Scuola di Barbizon, per fare un esempio, per poi arrivare alle vetta quasi astratte delle opere più impressionisti.

Con questo non dico di avere apprezzato la scelta di tutte le opere, non mi fraintendete: sarebbe stato impossibile avere una selezione di quaranta quadri imperdibili, però nell’insieme sono rimasta soddisfatta, perché ho potuto rimirare alcune delle mie tematiche preferite.


La bellezza della cattedrale di Rouen
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.

Tra i temi seguiti da questo artista quello della riproduzione ostinata della facciata della cattedrale di Rouen sicuramente è uno dei miei preferiti.

Una delle cose che mi colpisce di Monet è la concretezza della sua arte e del suo pensiero (e scusate l’apparente gioco di parole). In effetti non si pone come un teorico, non scrive libri e non cerca obiettivi ultraterreni, ma semplicemente dipinge, con metodo e chiarezza, sino ad arrivare a quello che per lui è l’essenziale.

Ecco, secondo me le riproduzioni della Cattedrale di Rouen (arrivate in due fino a Torino) sono l’emblema del suo pensiero: dipingere, indagare e osservare sempre meglio, fino a cogliere lo spirito del momento, l’atmosfera data da una particolare condizione meteorologica e mentale.


50 sfumature di neve
Claude Monet, la gazza.
Claude Monet, la gazza.

Finalmente l’inverno sta arrivando (winter is coming, come si direbbe in un certo telefilm!), quindi cosa c’è di meglio a Torino che celebrarlo con qualche bel quadro dalle atmosfere soffuse e delicate? Nella mostra alla GAM troverete una piccola serie di opere su questo tema, dove si può notare come il bianco per Claude Monet sia raramente davvero bianco, ma piuttosto sia originato dalla fusione tra colori bellissimi e delicati che ricordano le atmosfere fiabesche delle limpide mattine invernali.

Ho un debole per questi lavori così come ho un debole per l’inverno e per le sue sottilissime sfumature, chissà se piaceranno anche a voi!


Detto questo, credo proprio di avere esposto i motivi per cui ho apprezzato questa mostra nonostante l’attesa, il troppo affollamento e l’allestimento che non era proprio il massimo. Voi ci siete già andati? Se sì, sarei curiosa di sapere la vostra opinione, se no, spero di avere solleticato la vostra curiosità!

Per alimentare ulteriormente  l’interesse e per condividere ancora un po’ dell’emozione che ho provato ieri, ho trovato un paio di altre immagini dei quadri esposti.


Ed ecco, per finire, qualche link utile:  punto primo, il sito della mostra per curiosare: Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay, aperta fino al 31 gennaio 2016.

Per gli interessati, invece, ecco i link agli articoli di questo blog che hanno trattato di Claude Monet e dell’impressionismo:

Claude Monet, Impression, soleil levant.

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era.

Claude Monet, Ninfee.

Quale altra musa, se non la Natura? Il giardino segreto di Claude Monet.

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era

Claude Monet, Impression, soleil levant.
Claude Monet, Impression, soleil levant.

In questo caso, la prima rivoluzione che salta all’occhio è quella del tratto. Se già Turner ha rinnovato la tavolozza post-barocca e classicista che imperversava in tutta Europa in favore dei colori fantastici del cielo e dei paesaggi, è Claude Monet che sconvolge il pubblico e la critica con le sue pennellate a prima vista grossolane.

Gli albori della civiltà industriale

Oggi i suoi tratti non ci stupiscono minimamente, visto che siamo abituati a ben altre trasgressioni, ma si deve sempre tenere a mente il contesto storico. Siamo negli anni Settanta dell’Ottocento, la macchina fotografica è stata inventata da poco e il mondo sta cambiando velocemente, a causa della rivoluzione industriale che modifica il paesaggio e la società. Tuttavia esiste un’istituzione che di fronte agli sconvolgimenti rimane imperturbabile: mi riferisco delle accademie di belle arti francesi, che ricercano ancora ideali ampollosi e lontani da qualunque contatto con la realtà.

Siamo ben distanti dalle visioni di Turner e dalle timide sperimentazioni della scuola di Barbizon, eppure i tempi sono maturi. I giovani, squattrinati o meno, che si trasferiscono a Parigi in cerca di fortuna non si accontentano di riprodurre le ennesime figure mitologiche, proprio perché ci si rende conto che la realtà, con i suoi alti e bassi, è molto più interessante.

La rivoluzione dell’impressionismo

Ed ecco che “Impressione, levar del sole” diventa il simbolo di questa volontà e insieme  l’origine del nome di questo movimento artistico, l’impressionismo per l’appunto. Si tratta di un termine che viene adottato quando questi ribelli organizzano la loro mostra (alla faccia di quelle dell’accademia di belle arti) e i critici cercano una caratteristica che li unisca. Il filo rosso che tiene insieme le diversissime opere in mostra di quelli che diventeranno dei grandi nomi (tra gli altri Dégas, Renoir, Pissarro e Manet) è in effetti proprio l’intento di riprodurre l’impressione e lo spirito di un singolo momento, anzichè inseguire un bagliore di eternità.

la tecnica

Per questo motivo Monet compie una rivoluzione: se si vuole cogliere l’attimo, non si ha tempo da perdere, quindi anche la pennellata deve essere rapida, intuitiva ed espressiva. Non si lavora più rintanati nella comodità degli atelier, ma si inventano i tubetti per trasportare il colore e si parte per dipingere en plein air. Le tele diventano più piccole per essere più maneggevoli e i soggetti si fanno più semplici, ispirati alla sola realtà.

I colori sono puri e si mescolano direttamente sul dipinto, si lavora sicuramente in maniera libera da preconcetti e coinvolgente. Non è forse vero che l’impressionismo è il primo movimento artistico che piace praticamente a tutti?

Viene apprezzato universalmente perché è immediato e si spiega da solo, senza che servano molte parole. Sono i colori forti e le pennellate coraggiose e rendere partecipe l’osservatore della creazione dell’artista. Le tonalità poi sono così incredibili da essere affascinanti, misteriose e irriproducibili: vi invito a provare a cercare su google quest’opera e a vedere nelle immagini cosa salta fuori…Nemmeno le fotografie riescono a riprodurre questi colori!

Per concludere, un’ultima novità

Non voglio dilungarmi a commentare un quadro che si spiega da solo, se soltanto si perdono cinque minuti ad osservarlo, ma c’è ancora un particolare su cui mi voglio soffermare.

Una caratteristica che rende “Impressione, levar del sole” di Claude Monet un’opera d’arte moderna, coraggiosa e rivoluzionaria (e per questo di immenso valore) è la scelta del soggetto. Non si vedono castelli o architetture fantastiche nello sfondo abbozzato ma leggibile, ma al contrario si tratta di un porto industriale. Il fumo delle ciminiere e le gru diventano per la prima volta protagoniste indiscusse di un dipinto che rispecchia e anticipa i tempi, diventando la testimonianza di un momento storico che oscilla tra le contraddizioni e le aspettative. 

Quale altra musa, se non la Natura? (2/4)

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.

Il giardino segreto di Claude Monet

Se pensiamo agli impressionisti, ci vengono in mente quadri che ormai possiamo definire quasi tradizionali, molto per bene e poco trasgressivi. Eppure sono proprio loro che hanno varcato la linea d’ombra, aprendo la strada alle avanguardie e rivoluzionando a dir poco il mondo della pittura. Basta in questo senso considerare il fatto che il rivale del giovane Claude Monet era niente meno che Eugène Delacroix, accademico e assolutamente monumentale. Anche a livello di storia personale, più che degli aristocratici questi artisti sono stati dei giovani spregiudicati che hanno invaso la stessa Parigi che era la culla dei maledetti.

Tornando a Monet, si può senz’altro dire che possa vantare una vita una vita burrascosa e nient’affatto banale, segnata da numerosi lutti familiari che dai quadri forse non si presagiscono a differenza ad esempio di Edvard Munch, decisamente più trasparente (su questo artista: Per andare oltre l’Urlo, due giorni di Munch).

Perde la madre a diciassette anni, va a studiare a Parigi, a ventisette lascia Camille, la fidanzata incinta, per vivere con gli amici Bazille e Renoir, poi nello stesso anno torna con lei e cerca di suicidarsi a causa dei debiti. Nel 1870, quando Claude Monet ha trent’anni, la guerra curiosamente porta a qualcosa di buono: da soldato, viene mandato a Londra, dove può vedere le opere di J. M. W. Turner.

Da qui, la rivoluzione: luce anziché linee, volumi anziché disegni; ecco che l’impressionismo, grazie anche all’effervescente clima parigino, sta venendo al mondo. Il nome di questo movimento di deve all’esposizione del 1874, a cui Monet partecipa, anche se poi lascerà presto gli altri impressionisti, per spingersi più lontano in cerca di maggiori soddisfazioni. Sono gli anni in cui si trasferisce a Giverny, un piccolo paese a debita distanza da Parigi. È l’uomo che sente il dovere morale di dipingere, di esprimersi e di proseguire la sua ricerca, consapevole di stare compiendo qualcosa di grande.

Claude Monet, Glicine.
Claude Monet, Glicine.
Due parole su Giverny

Lungo la Senna, immerso in un celebre giardino romantico,  esiste l’edificio che Claude Monet sceglie come studio, lontano dal caos della città e vicino all’amatissima natura, musa ispiratrice per eccellenza.

Claude Monet, Ponte con ninfee.
Claude Monet, Ponte con ninfee.

Qui l’artista si ispira a ciò che vede passeggiando, dipinge en plein air per cogliere il momento, per trasmettere un’impressione, per l’appunto. Con il tempo, forse complice la vista più debole, i paesaggi studiati si trasformano in tele quasi astratte, dove sovrano è il colore. 

È questa la sua grandezza, la completezza di una vita vissuta a pieno e a lungo: Monet ha la possibilità di crescere e di evolversi nel tempo sino a spingersi oltre ogni etichetta e classificazione. 

Da questo punto in poi, il tempo prenderà ad accelerare in maniera forsennata, facendo intimidire forse anche questa prima rivoluzione, fiera e moderata.

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.