La nuova sede del Chicago Tribune: storia di un concorso da 50.000 dollari

Chicago, 1922: un ambizioso bando di concorso invita tutti i più importanti architetti del mondo a progettare il più bell’edificio per uffici immaginabile, con tanto di cospicuo premio in denaro.

Con queste premesse, quali risultati vi immaginereste? Dato il periodo, io punterei su un trionfo del funzionalismo o mal che vada dell’Art Déco, e dovete sapere che mi sbaglierei.

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Lewis Edward Hickmott, la corte d’onore dell’esposizione Colombiana, 1894.

Infatti, come anticipato nello scorso post (ve lo siete perso? Ecco il link per rimediare: Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?), le basi del Movimento Moderno gettate dalla Scuola di Chicago presto vengono sommerse da un’ondata di nuovo eclettismo: le strutture realizzate in maniera ormai nuova, con scheletro in acciaio, vengono mascherate da decorazioni ispirate a lessici architettonici del passato europeo, come il gotico oppure il barocco.

Un esempio in questa direzione è sicuramente l’Esposizione Universale del 1893 che, pur dovendo mostrare la grandezza architettonica di Chicago, sceglie edifici pomposi e assai poco moderni.

Ma torniamo a noi e al concorso sopra citato che, per farla breve, è un bando del 1922 per la realizzazione del progetto di una nuova sede per il Chicago Tribune (al tempo il secondo giornale per importanza degli Stati Uniti), che sarebbe letteralmente dovuta essere “il più bel palazzo per uffici del mondo”. 

Una campagna pubblicitaria forte, insieme al primo premio di 50.000 $ (l’equivalente di circa 690.000 $ odierni!) garantisce a questo concorso una grandissima attrattiva ed un notevole interesse, ulteriormente enfatizzato dalla scelta di invitare direttamente alcuni tra gli architetti più prestigiosi del mondo, pagando i loro progetti 2.000 $ l’uno.


I progetti presentati

Il concorso per la nuova sede del Chicago Tribune vede circa 260 studi partecipanti da una trentina Paesi del mondo, diventando un punto importante di confronto per l’architettura contemporanea e per il suo sviluppo. Se si guardano i progetti presentati, si può riscontrare una grandissima varietà. In linea di massima, gli Europei mantengono linee più moderne rispetto agli Americani, ad eccezione ad esempio del trionfo eclettico dell’italiano Saviero Dioguardi.

Qui di seguito trovate alcuni dei progetti da scorrere, tanto per farvi un’idea di quelle che sono state alcune proposte interessanti.

Una menzione speciale per Gropius e Meyer…

Non posso che spendere qualche parola per Walter Gropius, fondatore del Bauhaus, e per il suo socio Adolf Meyer.

Le linee geometriche pure e la composizione equilibrata fanno brillare gli occhi degli appassionati di architettura di tutto il mondo, così come l’assenza di inutili esercizi di stile o di ostentata originalità. Se penso a come questo grattacielo starebbe bene a Chicago, affacciato sul Loop e sul fiume, mi dispiace proprio che non siano stati i vincitori.

…E per Adolf Loos

Quello di Adolf Loos è un progetto a dir poco assurdo, se guardato con gli occhi di oggi, ma che tuttavia merita di essere conosciuto. Questo architetto è noto per la sua vena polemica, per il senso dell’umorismo e soprattutto per la sua lotta alle decorazioni (non per niente è l’autore di un saggio intitolato “Ornamento e delitto”), quindi a prima vista la scelta di una gigantesca colonna dorica ci sembra un gran bello scherzo.

Eppure la descrizione dell’opera è effettuata in maniera seria e rigorosa e, una volta saputo della sua sconfitta, pare abbia commentato così:

“La grande colonna dorica greca verrà costruita. Se non a Chicago in un’altra città. Se non per il Chigago Tribune, per qualcun altro. Se non da me, da qualche altro architetto.”

Che dire, se non che Loos rimane una figura piuttosto misteriosa? A me piace pensare che si tratti del frutto di un ragionamento squisitamente intellettuale: l’ordine architettonico dorico può diventare un simbolo ed essere usato come sintesi concettuale, così da condurre all’interpretazione di un’idea tradizionale usata in modo nuovo nel progetto di un grattacielo.


Il progetto vincitore

Il titolo di vincitore spetta ad uno studio di architetti americani, John Mead Howells e Raymond M. Hood, che propongono un progetto non molto innovativo, consistente in un parallelepipedo decorato in stile goticheggiante e piuttosto arzigogolato soprattutto nella parte alta.

La direzione del Chicago Tribune è così contenta che inizia la costruzione di questo sofisticato palazzo nel 1923 e lo completa nel giro di due anni, realizzando quello che diventa senza ombra di dubbio un nuovo e significativo landmark cittadino.

Ancora oggi, passeggiando tra il Loop ed il Magnificent Mile, è impossibile non notarlo e non fermarsi per osservarlo incuriositi, o per lo meno questo è quello che è capitato a me (che pure non sono propriamente un’appassionata di grattacieli neogotici, ve lo posso garantire).


Per finire ho un’ultima domanda: in fondo in fondo non avreste preferito anche voi il progetto di grattacielo-colonna ideato da quell’eccentrico di Adolf Loos, che per un motivo o per l’altro ha sempre uno spazio speciale nel mio arido cuore di architetto?

Fatemi sapere, se vi va, chi avreste fatto vincere voi! 😉

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Metropolitane verdi e guerre contro le decorazioni: anche questa è la Vienna fin du siècle

Otto Wagner, Karlsplatz pavillon
Otto Wagner, stazione della metropolitana di Karlsplatz

Se si è parlato fino ad ora di pittura (mi riferisco agli articoli su Egon Schiele), non si può trascurare però quella che tra le arti è più concreta, l’unica che riesce davvero a trasformare il filo dei pensieri e delle teorie in solide strutture di pietra, oppure in ponti o intere città. L’architettura è la disciplina che sta sempre davanti agli occhi, quella che non bisogna cercare nei musei protetta da teche di vetro, anche se forse questa sua onnipresenza paradossalmente la rende tante volte la più bistrattata e la meno apprezzata.

Digressioni a parte, tra il 1890 e il 1918 il panorama viennese è dominato da due titani indiscussi e celebratissimi, Otto Wagner da una parte e Adolf Loos in direzione ostinata e contraria, più giovane di trent’anni e annoverato dai posteri nel pantheon dei maestri dell’architettura contemporanea.

Otto Wagner è il perfetto ritratto dell’uomo di successo, del colto e capace accademico che rivoluziona senza farsi prendere la mano e allo stesso tempo sa sempre essere un professionista dinamico e al passo con i tempi. A Vienna arriva ad occuparsi di tutto: del piano regolatore, della prima linea metropolitana (che per inciso diventerà un assoluto capolavoro), di edifici pubblici e religiosi e, per non farsi mancare niente, di una cattedra all’Accademia di Belle Arti.

Nel 1898, trovandosi in conflitto con quest’ultima istituzione, prende parte alla Secessione Viennese, dato che influenza grandemente la sua progettazione, sia nella composizione geometrica sia nella decorazione. Si tuffa quindi in un liberty espressivo e genuino, moderno e innovativo, si pensi a realizzazioni come la Majolica Haus oppure la sua vicina, al numero 38 di Linke Wienzeile.

Otto Wagner, Majolica Haus.
Otto Wagner, Majolica Haus.
Otto Wagner, Linke Wienzeile.
Otto Wagner, Linke Wienzeile 38.

Quando anche la Secessione inizia a perdere il suo smalto, vira verso un maggiore funzionalismo, riducendo al minimo le decorazioni ed arrivando a opere come la Banca Postale imperial-regia, progettata nel 1903. La sua modernità è proprio la capacità di tradurre nella pratica le teorie espresse nelle numerose pubblicazioni, insieme all’abilità nel perseguire i propri obiettivi senza essere fagocitato dalle prese di posizione o da un’immagine pubblica da mantenere.

Dall’altra parte della linea d’ombra troviamo invece Adolf Loos, sempre di un passo troppo avanti, di quel tanto che basta a renderlo una figura sicuramente più discussa e spregiudicata, che apprezziamo sicuramente più noi rispetto ai suoi coetanei. Questo classico dandy è un damerino pieno di debiti con il suo sarto che invece nelle costruzioni ostenta la più rigorosa sobrietà. Conoscitore ed amatore dell’architettura americana, apprezza Louis Sullivan ed il suo concetto di funzionalismo (La forma segue la funzione).

Nel 1898 aderisce con entusiasmo alla Secessione Viennese, per poi andarsene risentito e pieno di critiche subito dopo, lamentando anche il questo movimento un’assenza di contenuti, ma forse a causa dell’assegnazione a Olbrich del Palazzo della Secessione.

Nemico giurato delle decorazioni e del concetto di opera d’arte totale tanto caro ai secessionisti, arriva nel suo saggio Ornamento e Delitto ad affermare fieramente che l‘architettura non è un’arte, poiché qualsiasi cosa serva a uno scopo va esclusa dalla sfera dell’arte.  Nei fatti, realizza edifici geometrici ed essenziali che anticipano il movimento moderno, e riesce persino a sconvolgere l’opinione pubblica viennese con l’assenza di orpelli della Looshaus in Michaelerplatz, esattamente di fronte all’ingresso del palazzo reale, che sarà costretto a mimetizzare aggiungendo i gerani alle finestre, in perfetto stile tirolese.

Adolf Loos, Looshaus in Michaelerplatz.
Adolf Loos, Looshaus in Michaelerplatz.

È sicuramente affascinate analizzare come la grande modernità di questi maestri risieda nel loro percorso individuale e nella testimonianza lasciata attraverso le opere, che ci indica come abbiano saputo gestire le esigenze del tempo che scorreva ad una velocità impressionante, senza scendere a compromessi.

La vivacità intellettuale della Secessione Viennese si dimostra dunque innovativa e avanguardista non solo in campo pittorico, ma anche nella realtà materiale dell’architettura, poiché è qui che si gettano le basi per le ricerche condotte dai grandi del Novecento, come Le Corbusier o Mies Van Der Rohe.