I maestri della poesia giapponese: 5 haiku di Matsuo Bashō

Katsushika Hokusai, Contadini che attraversano un ponte sospeso

Quando si parla di haiku, il nome che viene subito in mente a chiunque sia un po’ in confidenza con questa forma poetica è quello di Matsuo Bashō, maestro indiscusso che, per primo, ha innalzato gli haiku ad una vera e propria forma d’arte.

Ma cosa sono precisamente gli haiku?

In sostanza, si tratta di brevi componimenti poetici che devono obbedire a due caratteristiche fondamentali. La prima è legata alla forma: sono cortissimi, la loro lunghezza stabilita in giapponese è di 17 more (che corrispondono generalmente a 17 sillabe). La seconda è la presenza di un kigo, cioè una parola che per i giapponesi rimanda chiaramente ad una specifica stagione; di solito si tratta di un elemento naturale. A partire da questi due vincoli, la bravura di un autore sta proprio nel riuscire a convogliare una sensazione o un’impressione vividissima in uno spazio così breve, e il primo a compiere una seria riflessione sulla possibilità e la difficoltà di condensare uno stato d’animo in poche parole fu proprio Bashō.

Due parole su Matso Bashō

Matso Bashō (1644–1694) si dedicò sin da giovane a comporre poesia ed acquistò in fretta una certa fama. Ai suoi tempi, gli haiku erano una sorta di poesia di intrattenimento, ritenuta molto semplice e diffusa anche tra gli strati più bassi della popolazione proprio per la loro semplicità. In concomitanza con alcuni eventi della sua vita, Bashō cominciò a provare insoddisfazione nei confronti della vita di città. Prima si avvicinò alle pratiche della meditazione zen, poi cominciò ad intraprendere viaggi a piedi sempre più lunghi attraverso il Giappone feudale.

Alcune delle strade che percorse erano molto pericolose, ma è proprio nel viaggio che trovò la pace che cercava e che arrivò a sviluppare una serie di riflessioni, che ha trascritto in alcuni diari. I diari offrono una testimonianza di come mano a mano crescono le sue abilità introspettive e di osservazione della natura e dei suoi cambiamenti. Nei diari sono contenuti anche numerosi esempi di haiku, che mano a mano diventano sempre più profondi e volti a cogliere e trasmettere il fascino di un unico breve momento, sia esso di bellezza, consapevolezza, tristezza o altro.

La sua fama crebbe moltissimo, tra un viaggio e l’altro ebbe modo di accogliere ed istruire numerosi discepoli, ma è solo dopo la sua morte che la sua opera venne pubblicata ed ebbe un enorme successo.

Oggi vorrei condividere con voi cinque haiku di Bashō, che secondo me sono tra i più belli che ha scritto.

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Katsushika Hokusai, La spiaggia di Shichiri nella provincia di Sagami

1.

Antico stagno.
Una rana si tuffa.
Suono d’acqua.
traduzione di Irene Starace

Composto nel 1686, questo è uno degli haiku più famosi al mondo, in Giappone e all’estero, ed è considerato il primo esempio di haiku diverso rispetto alla tradizione.

Normalmente si fa risalire alla stesura di questo haiku l’origine della rivoluzione poetica operata da Bashō. Di per sé può non sembrare niente di speciale – racconta di una rana che si tuffa in uno stagno – ma la sua importanza sta in quello che rappresenta. Il più autorevole studiosi nel campo degli haiku, Reginald Horace Blyth, scrive che un haiku è “espressione di un’illuminazione momentanea, nella quale riusciamo a cogliere l’esistenza delle cose”. Bashō, sentendo il rumore dell’acqua dovuto al salto della rana nel vecchio stagno, raggiunge la consapevolezza: il rumore occupa tutta la sua mente e gli permette per un istante di vedere oltre il velo delle cose (è un concetto molto complicato, lo so! Ma i giapponesi e la complessità vanno spesso a braccetto 😊).

Per spiegarlo meglio, riporto un’altra citazione di Blyth: “Lo haiku […] ci presenta la cosa priva di tutte le nostre contorsioni mentali e degli offuscamenti emotivi; o meglio, mostra la cosa che esiste al tempo stesso dentro e fuori la mente, perfettamente soggettiva, noi stessi indivisi dall’oggetto, l’oggetto nella sua unità originaria con noi stessi… È una via per tornare alla natura, alla nostra natura luna, alla nostra natura fiore di ciliegio, alla nostra natura foglia che cade, in breve alla nostra natura Bud­dha. È una via nella quale la fredda pioggia invernale, le rondini della sera, lo stesso giorno con la sua calura e la lunga notte diven­tano realmente vivi, condividono la nostra umanità, parlano la loro lingua silenziosa ed espressiva”.


2.

Passero amico,
risparmialo, il tafano
che gioca tra i fiori
traduzione di Elena Dal Pra

Questo haiku mi piace tantissimo perché trasmette un senso di armonia e di amore nei confronti di qualsiasi creatura vivente.

In parte, la scelta di rendere protagonista di una poesia un animale poco nobile come il tafano è diretta conseguenza di un modo di pensare secondo cui non è bello solamente ciò che è perfetto, ma può esserlo anche quello che non lo è.


3.

Stanchezza:
entrando in una locanda,
i glicini
traduzione di Elena Dal Pra

Queste poche parole bastano ad evocare la sensazione di stanchezza di un viandante, sensazione che però svanisce, di colpo, nel momento in cui questi entra in una locanda, con la mente già rivolta al riposo, e viene colpito inaspettatamente dalla bellezza dei glicini, che gli fanno dimenticare tutta la fatica.


4.

Sera:
tra i fiori si spengono
rintocchi di campana
traduzione di Elena Dal Pra

La grandezza dell’arte dell’haiku sta nella capacità di apprezzare un evento minimo, se vogliamo banale, ed elevarlo ad occasione di consapevolezza della sua unicità, irripetibilità e bellezza. Anche qui non si parla di niente di speciale: la sera, i rintocchi della campana del tempio, i fiori intorno. Eppure, in qualche modo questo momento viene cristallizzato e ha la capacità di evocare ricordi e sensazioni in chi legge: a me, ad esempio, fa venire in mente le sere d’estate nella casa di montagna dei miei nonni, quando ero bambina 🙂


5.

Tracce d’un sogno
di guerrieri
nell’erba d’estate.
traduzione di Irene Starace

Questo haiku è un po’ particolare e per capirlo serve una piccola spiegazione. Bashō, visitando le rovine di un castello dove molto tempo prima si erano asserragliati dei valorosi guerrieri, che furono poi sconfitti, a ricordare le loro eroiche gesta trova solo resti ricoperti d’erba. Pensa così alla gloria effimera dei guerrieri e all’implacabile forza della natura, che prima o poi arriva a riprendersi quello che l’uomo ha costruito. Della gloria dei soldati non resta nulla, l’erba ha ricoperto il teatro delle loro battaglie, la primavera ritorna come ogni anno, mentre di loro è quasi sparita anche la memoria.

Nel suo diario, a proposito di questo episodio, Bashō scrive:

Ma la fama di Yoshitsune e dei suoi valorosi guerrieri arroccati in questo castello è rapidamente svanita in sterpaglia. “Distrutto il paese rimangono monti e fiume, nel castello è primavera, verdeggiano le erbe” [citazione di un poema cinese di Tu Fu]: mi seggo sul mio copricapo e immemore del tempo lente mi sgorgano le lacrime.

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