I maestri della poesia giapponese: 5 haiku di Yosa Buson

Katsushika Hokusai, Fulmini sotto la vetta (Vedute del Monte Fuji)

Nei mesi scorsi ho parlato di due dei tre massimi maestri giapponesi di haiku dell’era premoderna, Matsuo Bashō e Kobayashi Issa, e oggi vorrei concludere questo discorso con un post sul terzo di questi grandi autori: Yosa Buson.

Nonostante l’enorme ammirazione per Bashō, il capostipite del genere – una specie di Petrarca per noi, per intenderci, se ha senso fare un paragone – Buson ha un carattere e degli interessi molto diversi: al contrario del maestro, infatti, non ricerca il distacco tipico della filosofia Zen, ma tende ad identificarsi pienamente con quanto sceglie di rappresentare.

Al centro della sua ricerca artistica (Buson fu molto apprezzato sia come poeta sia come pittore) c’è il mondo nei suoi aspetti più vari. La sua ispirazione principale è costituita, come per la maggioranza degli scrittori di haiku, dalla natura e dall’esperienza umana nel suo confrontarsi con essa, ma non mancano anche scene di vita quotidiana. Si tratta di un autore molto umano, sotto certi aspetti forse meno lontano da noi rispetto ad altri (come Bashō ed Issa), più serafici e contemplativi. Per lo meno, questa è la mia impressione, vediamo se siete d’accordo 🙂

-hokusai-
Katsushika Hokusai, Il passo di Mishima nella provincia di Kai

1.

Via ieri,
via oggi,
ormai
non più un’oca selvatica,
stanotte –

 

traduzione di Irene Iarocci

Per capire a pieno il significato di questo haiku è bene soffermarsi un attimo su uno dei concetti alla base dell’estetica e della filosofia Zen: il mono no aware, un’espressione giapponese difficile da tradurre, che generalmente si rende con ‘il pathos delle cose’ o ‘il sentimento delle cose’, ad indicare la partecipazione emotiva del soggetto alla vita delle cose che osserva.

Si tratta di una specie di conseguenza del consapevole apprezzamento della bellezza del mondo, soprattutto naturale: la contemplazione implica anche una certa tristezza, che ne consegue quando si pensa che ciò che si osserva è destinato a dileguarsi. Il mono no aware è la sensazione di malinconia e di nostalgia che deriva dalla contemplazione della bellezza, che – come la vita – è precaria ed effimera.

Nel caso di questo haiku la partenza degli uccelli migratori, evento che si ripete ogni anno, rende triste il poeta che guarda partire le oche ad una ad una, bellissime nel loro volo, finché non ne resta nessuna: era uno spettacolo bello, ha dato gioia, ma ora è finito, restano la tristezza e una testimonianza che ha un spessore che va ben al di là delle poche sillabe che la racchiudono.


2.

Nella mia stanza pesto
il pettine che fu di mia moglie –
nella mia carne, un morso

 

traduzione di Elena Dal Pra

Anche senza grande contesto, queste poche parole sono sufficienti a raccontare una storia: ci immaginiamo il poeta, vedovo, che cammina per la stanza e, senza accorgersene, pesta un pettine della moglie defunta, caduto chissà quando.

Ovviamente il dolore della carne non sarà l’unico che ha provato il poeta nel ricordarla improvvisamente, nel cuore avrà sentito un morso ben più doloroso, ma non c’è bisogno di dirlo: basta l’immagine evocata, l’oggetto inconsapevole che scatena una doppia sofferenza.


3.

Caduto il fiore
resiste l’immagine
della peonia

 

traduzione di Elena Dal Pra

Io qui vedo un volersi opporre all’immutabile legge del tempo che tutto distrugge: se è vero che ciò che è vivo decade – e in fretta, soprattutto ciò che è bello – è anche vero che la natura ci ha dotato di quel meraviglioso strumento chiamato memoria, che ci permette di salvare qualcosa e mantenerlo vivo un po’ più a lungo.

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4.

All’uomo solo,
ancora più amica,
la luna

 

traduzione di Elena Dal Pra

La luna è una delle indiscusse protagoniste di molte poesie della letteratura mondiale, non è certo una novità quella di immaginarsela come entità amichevole, ma io trovo che in questo haiku ci sia una particolare grazia.

L’uomo solo che cammina di notte alza gli occhi al cielo e vede una presenza rassicurante: niente di speciale, eppure in qualche modo per un attimo sembra anche a me di essere sulla cima di un colle, percorrendo un sentiero notturno – magari in primavera – sotto la luce della luna.


5.

Immobile,
la rana contempla
il vagar delle nuvole.

 

traduzione di Irene Starace

Sarà per il fatto che a me piacciono tutte le poesie sugli animali – perché adoro gli animali 🐸🐙🐾 – ma trovo che questo haiku sia carinissimo. L’umanizzazione della rana, che io mi immagino un po’ come un vecchio signore giapponese contemplativo, lo rende speciale.

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