Tre cose da sapere per amare le stampe giapponesi

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Katsushika Hokusai, La grande onda di Kanagawa.

Vi è mai capitato di trovarvi di fronte una stampa giapponese, magari anche famosa ed inestimabile, e di non sapere bene come guardarla per comprenderla veramente? A volte viene spontaneo catalogare queste opere come qualcosa di esotico e decorativo, ma imparando a conoscerle si arriva a coglierne sia l’essenza poetica sia il valore di testimonianza di un mondo ormai scomparso.

Dopo un po’ di letture sono arrivata ad ipotizzare che siano principalmente tre le cose che bisogna assolutamente sapere prima di immergersi degnamente in una mostra o in un museo su questo tema come, tanto per fare un esempio, la bellissima esposizione di Milano di cui ho parlato in questo post: Hokusai, Hiroshige e Utamaro: i miei migliori motivi per scoprire la mostra a Milano.


01. Cos’è una xilografia?

Non posso che partire dalla singolare e affascinante tecnica con cui sono realizzate le stampe giapponesi: la xilografia su legno. Per quanto sia forse difficile da credere, le eleganti sfumature che le contraddistinguono non sono eseguite con pennellate, anche perché in questo caso sarebbe molto difficile ottenere decine di copie simili se non praticamente identiche. Si tratta invece di una lavorazione su più tavole di legno di ciliegio incise, una per ogni colore da inserire nell’opera (si arrivava fino a 10/15 tonalità!).

In pratica l’artista (Hokusai per esempio) realizzava su carta un disegno preliminare e lo dava alla bottega dell’incisore, il quale lo incollava alla prima tavola da utilizzare. Scavando per creare i vuoti otteneva una sorta di timbro, con il disegno iniziale in rilievo, che veniva inchiostrato e stampato su alcune copie. Questi fogli tornavano nelle mani dell’artista che a questo punto decideva i colori da inserire e ne riproduceva uno su ognuna della copie in bianco e nero.

Prendiamo ad esempio la Grande Onda per capire i colori che la compongono: lo schema sottostante mostra il successivo inserimento dei colori. Una tavola è dedicata al giallo delle barche, altre tre sono riservate ai tre punti di blu e azzurro che rendono viva l’acqua e infine una tavola con un giallo rosato colora il cielo.

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Una volta scelti i colori i disegni tornavano dall’incisore che li incollava separatamente su ogni tavola. A questo punto si procedeva come per quella del nero, realizzando una sorta di timbro per ogni tinta.

Infine, la stampa prevedeva che un foglio di carta di riso fosse appoggiato e premuto successivamente su tutte le tavole che componevano l’opera. Sembra complesso, non è vero? Tenete però conto che gli incisori erano così bravi e veloci da arrivare a una tiratura di duecento copie stampate al giorno!


02. Il contesto storico

Se poi vogliamo arrivare a capire la delicata magia delle storie raccontate attraverso le xilografie giapponesi, meglio definite come ukiyo-e, non possiamo trascurare il delicato momento storico in cui si assiste alla loro massima diffusione.

Gli incontrastati maestri di questa tecnica sono Katsushika Hokusai (1760-1849) e Utagawa Hiroshige (1797-1858), esponenti del momento in cui la stampa supera il ruolo di illustrazione a corredo di qualcos’altro  (testi, inviti, regali) e assume finalmente una sua valenza autonoma, purtroppo destinata a durare poco.

Gli anni d’oro dell’ukiyo-e sono infatti gli ultimi decenni del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, periodo storico in cui il Giappone si trova a combattere con l’isolamento l’invasione culturale ed economica dell’Occidente. Effettivamente le xilografie ci raccontano di un mondo decisamente diverso dall’Europa degli stessi anni: qui non è ancora avvenuta la rivoluzione industriale e gli usi e costumi sono ancora fortemente tradizionali.

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La fine dell’isolamento è datata 1853, quando il Giappone è costretto a firmare i primi trattati di amicizia e di commercio prima con gli Americani e poi con gli Europei. Da qui questo impero con radici profondissime decide di mettersi al passo con le potenze occidentali, così forti da poterlo minacciare, e avvia un periodo di serrata innovazione industriale, economica e culturale.

La contaminazione ha inizio e forme tradizionali come la stampa si perdono gradualmente nel processo di modernizzazione.


03. I temi

Ho lasciato per ultima quella che forse è la migliore e più intramontabile ragione che mi rende una fan delle stampe giapponesi, la forza narrativa che caratterizza queste opere e che a prima vista forse si nota poco. Molto spesso sono infatti raggruppate per argomenti e il loro numero permette di trovare e seguire un filo conduttore, come se si trattasse di un sottile racconto. 

Ne esistono molte, a partire dalla celebrazione di opere letterarie giapponesi fino alla descrizione delle stazioni di posta che costellavano il Tokaido, la celebre strada che collegava Kyoto a Tokyo. Per non dilungarmi troppo, ho scelto di approfondirne un paio a titolo di esempio.

Trentasei vedute del Monte Fuji

Tra i più celebri argomenti  c’è sicuramente quello delle Trentasei vedute del Monte Fuji, realizzate da Hokusai tra il 1826 e il 1833. Si tratta di una raccolta fantastica che permette di vedere paesaggi stupendi (tra cui la celeberrima Grande Onda) ma anche stralci di vita quotidiana, come scene di pescatori o carpentieri al lavoro.

Qui sopra ho riprodotto per voi una piccola selezione, ma se vi interessa vederle tutte in ordine ecco il link alla pagina di Wikipedia, dove sono indicate in maniera molto precisa e accurata.

Cascate famose in varie province

Un’altra serie che ho visto a Milano e che mi ha particolarmente affascinato per la bellezza e per la modernità dei paesaggi è quella delle Cascate famose in varie province realizzata sempre da Hokusai intorno al 1832. Anche in questo caso si assiste ad un interessante connubio tra natura e presenza umana, dove la prima prevale e la seconda si inserisce in un delicato equilibrio.


Direi che per oggi ho scritto abbastanza o forse anche troppo, spero di non avervi annoiato!

Vi è piaciuta questa digressione dal sapore orientare? Siete appassionati di xilografie oppure nonostante il mio tentativo non riescono a convincervi? Fatemi sapere, sono molto curiosa 🙂

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Hokusai, Hiroshige e Utamaro: i miei migliori motivi per scoprire la mostra a Milano

Molto spesso per me scegliere di visitare una mostra equivale ad andare a trovare artisti che già conosco abbastanza bene e che solitamente amo. Un po’ come passare a salutare un vecchio amico, non capita anche a voi di avere quest’impressione?

“Ciao mio adorato Caravaggio, che belli i tuoi ritratti del popolo, chissà se hai finalmente trovato la pace!” – Oppure: “Ciao Vincent (Van Gogh), certo che i tuoi quadri sono davvero commoventi, ma non ti arrabbi a vedere che ora siamo tutti qui in coda per te mentre quando eri in vita nessuno riusciva a capirti?”

Ecco, spero di avere reso l’idea. Tutta questa introduzione è per dire che invece vedere la mostra Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Luoghi e volti del Giappone al Palazzo Reale di Milano è stata una grandissima sorpresa. Devo dire che conoscevo già la tecnica di stampa giapponese e alcune opere tra le più celebri, insieme all’ispirazione che hanno tratto dall’Oriente molti artisti europei, come Van Gogh e gli Impressionisti, ma questo è pochissimo se paragonato a ciò che ho visto e scoperto.


Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Luoghi e volti del Giappone
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Katsushika Hokusai, il santuario Honganji di Asakusa a Edo dalla serie “Trentasei vedute del Monte Fuji”, 1830-1832.

Duecento xilografie, un video che racconta la tecnica e una bella serie di pannelli esplicativi mi hanno guidato attraverso un percorso esaustivo e completo. Si inizia dalla modesta origine di questa forma d’arte per arrivare a parlare dei grandi maestri e delle tematiche più trattate, raccontate attraverso molteplici opere, da me esemplificate in maniera piuttosto scarna nella galleria sottostante (che vi invito a guardare ingrandita con un click).

Le stampe giapponesi di Hokusai e Hiroshige raccontano soprattutto della natura e delle cultura locale: esistono e si possono vedere serie dedicate alle cascate del Giappone, al Monte Fuji, alle stazioni di posta lungo la strada che congiunge  Kyoto (capitale imperiale) a Tokyo (dove ha sede lo shogunato), ai grandi poeti del passato, ai fiori e agli animali. 

La sala dedicata a Utamaro vede invece come protagonista assoluto il ritratto, che nelle xilografie assume sempre tratti essenziali e bidimensionali che secondo me si addicono particolarmente bene agli antenati di chi ha inventato i celeberrimi manga. (E lo dico da amante del genere, non intendevo essere ironica!)


Attraversare le sale espositive significa assistere al perfezionamento delle stampe, mediante l’introduzione di nuovi pigmenti negli inchiostri dall’Europa (come il blu di Prussia, di origine chimica) e l’utilizzo di lastre di legno lavorate in maniera sempre più raffinata.

Credetemi: vale la pena impegnare un pomeriggio libero per rifarsi gli occhi con queste opere stupende che raccontano quello che è stato il mondo di ieri in un Paese complesso e affascinante come il Giappone, una realtà perduta nel momento stesso in cui noi occidentali abbiamo iniziato a conoscerla e ad inquinarla con la nostra cultura.


Bene, che voi riusciate ad andare a Palazzo Reale in tempo oppure no, spero di rendervi felici nel dire che parlerò ancora di Giappone e di stampe, anche perché ci sono degli interrogativi da risolvere, primo tra tutti il seguente: come si realizza una xilografia?

Se volete saperne di più vi consiglio caldamente di non perdervi la prossima puntata 😉  …Nel frattempo se siete già stati alla mostra e volete condividere la vostra opinione sono ben lieta di sentirla!