Top Ten 2016: i post più letti dello scorso anno

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Ripercorrendo l’anno appena passato, non piace anche a voi perdervi nei bilanci per scoprire quali sono le cose che hanno funzionato meglio nei vari ambiti? Bene, se vi parlo dell’attività del blog vi posso dire che ho trovato molto interessanti i dieci articoli più letti del 2016, una selezione prevista in parte e inaspettata per altri versi.

Voi sapreste dire qual è stato il vostro articolo preferito de La Sottile Linea d’Ombra nel 2016? Immagino che sia una domanda difficilissima, quindi vi invito a rinfrescarvi la memoria con questa Top Ten: basterà cliccare sul titolo per aprire il post in nuovo pannello.


10. “A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”

Secessione viennese: ecco quello che succede quando in un clima di vivacità intellettuale le accademie viennesi continuano a propinare le solite discipline classicheggianti e banali.

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Al decimo posto con mia somma sorpresa e soddisfazione si piazza uno dei primissimi articoli che ho scritto (datato 10 febbraio 2015!), per di più dedicato a un tema non troppo virale, per dirla con un eufemismo. Ma si sa, il web ha delle strade tutte sue e quindi non mi pongo domande dall’ineffabile risposta.

Fatto sta che vi racconta di Vienna e di una generazione di ragazzi che cento anni fa credevano in un futuro fatto di bellezza e cultura e che immaginavano di poter vivere in una colonia di Artisti (a Darmstadt, progettata dallo stesso Olbrich), lontani dalla guerra che presto avrebbe distrutto tutto e fatto crollare un impero secolare.


09. Storie d’estate: come hanno elogiato il sole i grandi artisti?

Van Gogh, Monet, Hopper e molti altri: sfogliate questa galleria per vedere come i più grandi artisti hanno celebrato l’estate!

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Noto con piacere che quasi tutti i post che ho dedicato alle stagioni si sono piazzati in classifica (vi accorgerete che manca solo la primavera, rimasta comunque ad un onorevole 12° posto).

Ho messo in campo i più grandi artisti della storia dell’arte e le opere che in questo caso hanno dedicato all’estate, dunque è stato relativamente facile stimolare la curiosità, lo ammetto, però mi piace pensare che abbiate gradito la selezione che ho operato!


08. Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?

Anche voi avete un debole per gli impressionisti? E quale pensate che sia il segreto del loro successo planetario?

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Gli impressionisti garantiscono un intramontabile successo, ormai lo do per assodato e questa la considero una conferma.

Vi ricordate la serie dei Perché de la Sottile Linea d’Ombra? Ecco, questo è uno dei due che hanno avuto maggiore fortuna, ma se volete recuperare con gli altri ecco il link al primo della serie: Elogio alla curiosità.


07. Perché Christo ha realizzato una passerella galleggiante sul Lago d’Iseo?

Se non per provare l’ebbrezza di camminare sulle acque, quali sono le altre ragioni di un’impresa tanto ardita?

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Ed ecco invece il secondo dei perché che riguarda il grande topic dello scorso giugno: anche se ce ne siamo già quasi scordati, quanti di noi sono corsi a vedere quest’opera o ne hanno anche solo parlato (nel bene o nel male)?

Da amante del genere, anche io mi sono regalata un’alba sul Lago d’Iseo e ho condiviso con voi una riflessione a tema.


06. In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright

Cosa rende questa architettura una delle più amate e famose del Novecento? E cosa ha da insegnarci ancora oggi?

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Finalmente ritroviamo un altro post in tema architettura, dedicato per giunta ad uno dei più grandi maestri del Novecento: il mio amato Frank Lloyd Wright.

Questo articolo è stato scritto prima di vedere dal vero la bellissima Casa sulla Cascata, ma vi posso confermare che la mia opinione è rimasta la stessa anche dopo l’incontro faccia a faccia della scorsa estate.


05. Storie d’inverno: il gelo e la neve attraverso gli occhi dei grandi artisti

Come è stato celebrato dai pittori l’inverno, la stagione in cui la natura riserva i suoi colori più tenui? Per scoprirlo basta guardare queste immagini!

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Torniamo a parlare di stagioni: questa volta è il turno dell’inverno e della sua atmosfera glaciale. Senza dilungarmi oltre, vi segnalo che questo post è stato anche trasformato in un video molto carino, come potete vedere qui: 10 Momenti di… Inverno!


04. Edward Hopper, Felice Casorati e la solitudine esistenziale

Cosa hanno in comune il piemontesissimo Felice Casorati ed il celebre statunitense Edward Hopper? Vi invito a scoprirlo!

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Il fatto che questo post sia arrivato in quarta posizione mi onora e mi stupisce: anche in questo caso siamo di fronte a uno dei primi articoli che ho scritto (datato 25 marzo 2015) e ad un tema piuttosto ristretto.

Qualunque sia la ragione, se ve lo siete dimenticati dopo tanto tempo vi consiglio di dare un’occhiata!


03. Cosa decide il valore di un’opera d’arte?

Come mai la Gioconda ha così tanto valore? E perché le righe di Mondrian sono inestimabili? Un invito alla ricerca di una risposta!

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Questo eterno dilemma si è vinto una meritata medaglia di bronzo. Avreste una risposta migliore rispetta a quella che ho provato a darvi io? Siete pregati di comunicarmelo 😉


02. Turner a Roma: le meraviglie della città eterna

Immaginate l’emozione di Turner a Roma, capitale classica, per la prima volta? Ecco una serie di quadri, acquerelli e disegni da non perdere su questo tema!

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Il secondo posto appartiene invece ad uno degli articoli che io stessa riguardo più volentieri ed un artista che mi affascina davvero molto.

Turner ha ritratto la nostra Roma in una maniera che merita di essere vista e rivista, regalando fotogrammi della città di ieri, prima di tutte le vicende dei giorni nostri.


01. Storie d’autunno: i colori più belli attraverso gli occhi dei grandi artisti

Come è stato celebrato dai pittori l’autunno, la stagione in cui la natura ci riserva i suoi colori migliori? Per scoprirlo basta guardare queste immagini!

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Infine, il post più visto del 2016 è stata la galleria di quadri a tema autunno, la mia stagione preferita!

Immagino che i suoi stupendi colori abbiano impressionato anche voi e vi ricordo che anche questo post è stato trasformato a ampliato con un video che potete trovare qui: 10 momenti di autunno.


In conclusione, avete trovato l’articolo che vi è piaciuto di più nello scorso anno? Siete d’accordo con il “vincitore” di questa classifica? Aspetto la vostra opinione 😉

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Cartoline dalla montagna: come i migliori artisti hanno celebrato le alte vette

Cosa vi viene in mente se pensate alla montagna? Abitando ai piedi delle Alpi credo di essere di parte, però sono convinta che si tratti di un ambiente naturale unico e affascinante, mutevole, duro ed emozionante allo stesso tempo. Le alte vette evocano tante emozioni e racchiudono aspettative, e immagino che ognuno di noi risponderebbe diversamente a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre la montagna è una sfida ed un piacere per ogni pittore che la ami, così in questo post troverete una selezione di bellissimi quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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C. D. Friedrich, Nebbia sulle montagne.

Quando parlo di paesaggi, mi sembra sempre doveroso iniziare da Caspar David Friedrich, uno dei più grandi esponenti del Romanticismo e l’artista che maggiormente è stato in grado di celebrare la natura nei suoi aspetti più selvaggi e sublimi.

Le sue montagne sono quelle del Nord Europa e sembra che il ghiaccio, la nebbia e la neve siano i protagonisti, insieme alle foreste di conifere. Mi ricorda molto l’inverno e credo proprio che abbia qualcosa di speciale, non credete anche voi?

(Per i curiosi, ecco un articolo su questo tema: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Il lago di Zug.

Per Joseph Mallord William Turner, viaggiatore instancabile, le montagne hanno molte facce e sono raccontate come un ricordo e, allo stesso tempo, una suggestione.

I suoi quaderni di viaggio raccontano i paesaggi della Gran Bretagna, della Svizzera e dell’Italia, con una particolare attenzione verso gli agenti atmosferici e la forza della luce. Vanno scoperti e guardati uno alla volta, per riconoscere i diversi luoghi e immaginare quelli in cui non siamo mai stati.


Paul Cézanne

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Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Di Paul Cézanne e del suo maniacale interesse per il Monte Sainte-Victoire abbiamo già parlato (ve lo siete perso? Ecco l link: La montagna incantata di Paul Cézanne), però i colori del Mediterraneo mancavano in questa selezione.

Le sue montagne sono in assoluto le più dolci e le meno misteriose, non credete anche voi?


Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Piante di olivo in un paesaggio montagnoso.

Anche se le montagne non sono sicuramente i soggetti più ricorrenti nelle opere di Vincent Van Gogh, ho scovato questi quadri e, tanto per cambiare, mi hanno impressionata.

Come spesso accade, i suoi paesaggi diventano la chiara impressione del suo tormento interiore e del suo modo unico di vedere il mondo. I colori sono quelli delle montagne in lontananza e dei campi d’estate, mentre i cieli sembrano voler invadere il terreno sottostante.


Paul Gauguin

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Dopo aver visto luoghi vicini, ora ci spostiamo dall’altra parte del mondo, e per la precisione in Polinesia, per guardare le montagne decisamente colorate che ha dipinto Paul Gauguin.

Le palme sono molto diverse dalle conifere di Friedrich, così come l’idea di calore che ci regalano, però non si può dire che non siano ricche di fascino esotico.


Giovanni Segantini

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Giovanni Segantini, Il ritorno dal bosco.

Dopo questo piccolo viaggio oltreoceano, torniamo dalle nostre parti, per rimirare le opere del nostro Giovanni Segantini, un artista che ha saputo raccontare la realtà alpina quotidiana e allo stesso tempo renderla il fondale di affascinantissime opere simboliste. 

Entrambi i generi hanno condotto a tele bellissime, non siete d’accordo con me?


Ferdinand Hodler

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Ferdinand Hodler, Jungfrau e Schwarzmonch.

Dopo Segantini, ci spostiamo in Svizzera per vedere le opere di un altro pittore simbolista, Ferdinand Hodler, un uomo in grado di realizzare grandi tele in cui la montagna è l’unica e assoluta protagonista.

Mi piacciono i cieli gialli dei pomeriggi invernali e il blu della neve delle vette più alte, li adoro tanto perché mi ricordano i panorami che nella mia mente identificano il paesaggio della valle in cui vivo.


Vassily Kandinsky

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Vassily Kandinsky, Dunaberg.

Finalmente è arrivato anche il turno di Vassily Kandinsky, uno dei miei preferiti in assoluto.

Come per tutti i soggetti che lui riporta su tela, anche le montagne diventano per prima cosa forma e colore, dando origine a composizioni evocative e fantastiche, racconti e sogni dipinti con mano sicura.


John E. H. Macdonald

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J. E. H. Macdonald, Lake O’Hara and Cathedral Mountain

Dopo la Russia di Kandinsky, ci spostiamo in Canada, per celebrare John E. H. MacDonald, uno degli artisti del Gruppo dei Sette. (Ve li siete persi? Ecco un post interamente dedicato a loro: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi)

Qui al Nord quello che riusciamo a vedere è proprio il mondo glaciale, freddo e a suo modo colorato di una terra ricca di fascino. La ricerca pittorica prende una piega diversa da quella europea, una strada che avevano aperto i romantici americani e che non perde di freschezza.


René Magritte

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René Magritte, Il dominio di Arnheim.

Dopo tutta questa carrellata, mi sono voluta concedere un finale metafisico, una montagna dipinta da René Magritte che diventa il simbolo di qualcosa di più, la custode di un segreto profondo e di un equilibrio solitario.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? Qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

New York City: 5 luoghi imperdibili per un appassionato d’arte

Prima che vi avventuriate nella lettura, lasciate che vi confessi una cosa: non mi considero un’esperta di New York e nemmeno mi vanterò di esserlo, anche se ho studiato questa città sotto vari aspetti e ho trascorso lì un’intensa settimana in cui ho cercato di immergermi il più possibile nel suo spirito caratteristico ma fuggevole. Esistono realtà troppo grandi e troppo mutevoli per essere comprese al primo sguardo e questo vale secondo me per la Grande Mela: lasciandola sapevo già che non mi è davvero appartenuta, avevo l’impressione di aver captato soltanto qualcuna delle sue mille sfaccettature.

Posso però confermarvi che io sono il prototipo dell’appassionata d’arte, quindi in questo post cercherò di condividere con voi i consigli che mi sembrano più utili e di descrivervi quei luoghi che, nel momento in cui ci si ritrova a scegliere tra mille attrazioni, vanno secondo me assolutamente messi ai primi posti.


Il Guggenheim: un matrimonio tra pittura e architettura

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Da vera fan di Wright (e anche della famiglia Guggenheim) non potevo che partire da qui. Vedere dal vivo questa architettura prima dall’esterno e successivamente poterla girare liberamente è stata una vera emozione, e come se non bastasse la collezione di opere d’arte custodita al suo interno è a dir poco strepitosa.

Il Guggenheim Museum si trova all’angolo tra la 5th Avenue (la via dei musei) e l’88th strada, affacciato su Central Park. Il progetto è del 1959 ed è stato pensato come il contenitore perfetto per l’inestimabile raccolta dei quadri di Solomon Guggenheim, ricco industriale e lungimirante collezionista.

Una parte del percorso espositivo è costituita da una rampa a spirale discendente, dedicata spesso alle mostre temporanee, e illuminata dalla luce naturale che piove dall’alto e da quelli che dall’esterno sembrano dei tagli nella facciata. Esiste poi tutta un’altra porzione di edificio più tradizionale, dove l’attenzione per l’illuminazione si dimostra sempre una scelta vincente e dove si possono ammirare capolavori soprattutto del periodo delle Avanguardie.

In poche stanza si concentrano opere di una qualità altissima: Georges Braque, Paul Cézanne, Marc Chagall, Edgar Degas, Paul Gauguin, Vassily Kandinsky, Piet Mondrian, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir e Henri de Toulouse-Lautrec sono infatti solo alcuni dei grandi artisti che si possono incontrare. Con questo spero di avervi convinti!


Chelsea: il paradiso delle gallerie d’arte

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Chelsea secondo me è il classico quartiere che ci si aspetta di trovare a New York appena al di fuori dei grandi grattacieli: è estremamente fotogenico, brulica di vita mondana e ha un passato industriale che fa mostra di sé negli edifici industriali tutti ormai rifunzionalizzati a dovere. L’arte contemporanea ed il rinnovamento urbano sembrano essere il motore che porta avanti la continua trasformazione di quest’area sita nella porzione sud di Manhattan.

Passeggiare tra le sue strade (soprattutto tra l’Hudson River, la 10th Avenue, la 18th e la 28h strada) è a dir poco fantastico: può capitare di varcare la soglia di una galleria d’arte e di trovarsi di fronte opere di Warhol, Koons, Haring e Lichtenstein, come è successo a me alla Tagliatella Galleries, oppure di capitare in mezzo a futuristiche opere contemporanee d’avanguardia.

Certo, bisogna apprezzare il genere, ma in ogni caso vi assicuro che l’atmosfera che si respira è molto bella!


Whitney Musem e High Line: tra pittura, architettura e paesaggio

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Siamo di nuovo a Chelsea, lo so, ma non potevo non citare due luoghi che per me sono stati molto importanti.

Il primo è il Whitney Museum of American Art, il tempio dell’arte contemporanea statunitense. Se siete stati anche voi a New York vi sarete sicuramente accorti di come gli Americani tendano a valorizzare più la pittura europea rispetto alla loro, che lasciano spesso in posizione quasi marginale nei grandi musei. Probabilmente la vedono come un modello, ma io credo che se si è in viaggio in un certo luogo è la cultura locale che bisogna inseguire prima di tutto. Al Whitney troverete opere di Edward Hopper, di George Bellows, di Jasper Johns e di Georgia O’Keeffe, insieme a fotografie bellissime e a opere probabilmente sconosciute che susciteranno la vostra curiosità, il tutto in un contenitore d’eccezione, progettato dal nostro connazionale Renzo Piano.

Proprio di fianco al Whitney ha inizio quella che è una delle più celebri passeggiate della città, famosa soprattutto per gli amanti dell’architettura: si tratta della High Line, una ferrovia sopraelevata che correva per un bel pezzo di Manhattan, dismessa a partire dagli anni Ottanta e trasformata dal 2009 in un parco pedonale. Si tratta di un’idea geniale, di un punto di vista privilegiato per osservare la città e di un’oasi di relax dove tutto è curato nel minimo dettaglio: l’arredo urbano, la scelta delle piante e la loro disposizione.

Una delle mie cose preferite di tutta New York, credo di poterla definire imperdibile!


MoMA e MET: gli immancabili

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Ovviamente non potevo dimenticare i due templi dell’arte di New York, favolosi contenitori di opere d’arte inestimabili.

Potrei dilungarmi sia sul MoMA – Museum of Modern Art, mecca per gli amanti dell’arte contemporanea, sia sul MET – Metropolitan Museum of Arts, immenso contenitore di opere d’arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi del mondo, ma ho preferito inserire i link al loro sito ufficiale che sicuramente si saprà raccontare meglio di me. Posso soltanto aggiungere che si tratta di due luoghi assolutamente all’altezza della loro fama, commoventi e gestiti in maniera davvero ammirevole. 

Un’ultima cosa, per gli amanti dell’arte medievale: non dimenticate che il biglietto di ingresso al MET comprende anche l’accesso ad una sua speciale sezione distaccata, The Cloisters, un monastero realizzato a partire dal 1927 con parti di chiese e abbazie di tutta Europa, smontate, trasportate e rimontate all’estremità nord di Manhattan.


DUMBO: quello che succede oltre il Ponte di Brooklyn

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DUMBO (acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass) è il primo quartiere che si incontra se si decide di avventurarsi per Brooklyn. Si tratta di una zona portuale e industriale, caratterizzata un tempo dalla presenza di magazzini di stoccaggio e di manifatture. Oggi questi edifici conoscono una seconda vita fatta di arte e design, in quanto sono diventati la nuova casa di galleristi e creativi in fuga dalla troppo cara Manhattan.

Passeggiare per questo piccolo quartiere dove Street Art è un po’ dappertutto è davvero bello: la vista verso il ponte di Brooklyn è una specie di cartolina vivente che caratterizza il panorama, mentre si respira un’aria vivace nei caffè, nei negozi e nei locali.

Se il tempo accompagna, vi garantisco che non vi pentirete di questa piccola fuga dal caos di Manhattan!


In conclusione, sapete che vi dico? Soltanto a ripensarci e a cercare qualche immagine mi è venuta una grandissima voglia di tornare a New York e di riprendere le mie esplorazioni esattamente dove le ho interrotte, in modo da arrivare più in profondità.

Voi invece ci siete già stati? Condividete quelle che sono state le mie impressioni?


Nel caso invece che vi siate persi un po’ di puntate precedenti, vi ricordo che questo è solo l’ultimo di una serie di post dedicata agli Stati Uniti, l’ultima tappa di un ragionamento che ha avuto inizio da qui: Esiste una vera “arte americana”?. Se siete curiosi di saperne di più, vi auguro una buona lettura! 🙂

Tre cose da sapere per amare le stampe giapponesi

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Katsushika Hokusai, La grande onda di Kanagawa.

Vi è mai capitato di trovarvi di fronte una stampa giapponese, magari anche famosa ed inestimabile, e di non sapere bene come guardarla per comprenderla veramente? A volte viene spontaneo catalogare queste opere come qualcosa di esotico e decorativo, ma imparando a conoscerle si arriva a coglierne sia l’essenza poetica sia il valore di testimonianza di un mondo ormai scomparso.

Dopo un po’ di letture sono arrivata ad ipotizzare che siano principalmente tre le cose che bisogna assolutamente sapere prima di immergersi degnamente in una mostra o in un museo su questo tema come, tanto per fare un esempio, la bellissima esposizione di Milano di cui ho parlato in questo post: Hokusai, Hiroshige e Utamaro: i miei migliori motivi per scoprire la mostra a Milano.


01. Cos’è una xilografia?

Non posso che partire dalla singolare e affascinante tecnica con cui sono realizzate le stampe giapponesi: la xilografia su legno. Per quanto sia forse difficile da credere, le eleganti sfumature che le contraddistinguono non sono eseguite con pennellate, anche perché in questo caso sarebbe molto difficile ottenere decine di copie simili se non praticamente identiche. Si tratta invece di una lavorazione su più tavole di legno di ciliegio incise, una per ogni colore da inserire nell’opera (si arrivava fino a 10/15 tonalità!).

In pratica l’artista (Hokusai per esempio) realizzava su carta un disegno preliminare e lo dava alla bottega dell’incisore, il quale lo incollava alla prima tavola da utilizzare. Scavando per creare i vuoti otteneva una sorta di timbro, con il disegno iniziale in rilievo, che veniva inchiostrato e stampato su alcune copie. Questi fogli tornavano nelle mani dell’artista che a questo punto decideva i colori da inserire e ne riproduceva uno su ognuna della copie in bianco e nero.

Prendiamo ad esempio la Grande Onda per capire i colori che la compongono: lo schema sottostante mostra il successivo inserimento dei colori. Una tavola è dedicata al giallo delle barche, altre tre sono riservate ai tre punti di blu e azzurro che rendono viva l’acqua e infine una tavola con un giallo rosato colora il cielo.

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Una volta scelti i colori i disegni tornavano dall’incisore che li incollava separatamente su ogni tavola. A questo punto si procedeva come per quella del nero, realizzando una sorta di timbro per ogni tinta.

Infine, la stampa prevedeva che un foglio di carta di riso fosse appoggiato e premuto successivamente su tutte le tavole che componevano l’opera. Sembra complesso, non è vero? Tenete però conto che gli incisori erano così bravi e veloci da arrivare a una tiratura di duecento copie stampate al giorno!


02. Il contesto storico

Se poi vogliamo arrivare a capire la delicata magia delle storie raccontate attraverso le xilografie giapponesi, meglio definite come ukiyo-e, non possiamo trascurare il delicato momento storico in cui si assiste alla loro massima diffusione.

Gli incontrastati maestri di questa tecnica sono Katsushika Hokusai (1760-1849) e Utagawa Hiroshige (1797-1858), esponenti del momento in cui la stampa supera il ruolo di illustrazione a corredo di qualcos’altro  (testi, inviti, regali) e assume finalmente una sua valenza autonoma, purtroppo destinata a durare poco.

Gli anni d’oro dell’ukiyo-e sono infatti gli ultimi decenni del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, periodo storico in cui il Giappone si trova a combattere con l’isolamento l’invasione culturale ed economica dell’Occidente. Effettivamente le xilografie ci raccontano di un mondo decisamente diverso dall’Europa degli stessi anni: qui non è ancora avvenuta la rivoluzione industriale e gli usi e costumi sono ancora fortemente tradizionali.

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La fine dell’isolamento è datata 1853, quando il Giappone è costretto a firmare i primi trattati di amicizia e di commercio prima con gli Americani e poi con gli Europei. Da qui questo impero con radici profondissime decide di mettersi al passo con le potenze occidentali, così forti da poterlo minacciare, e avvia un periodo di serrata innovazione industriale, economica e culturale.

La contaminazione ha inizio e forme tradizionali come la stampa si perdono gradualmente nel processo di modernizzazione.


03. I temi

Ho lasciato per ultima quella che forse è la migliore e più intramontabile ragione che mi rende una fan delle stampe giapponesi, la forza narrativa che caratterizza queste opere e che a prima vista forse si nota poco. Molto spesso sono infatti raggruppate per argomenti e il loro numero permette di trovare e seguire un filo conduttore, come se si trattasse di un sottile racconto. 

Ne esistono molte, a partire dalla celebrazione di opere letterarie giapponesi fino alla descrizione delle stazioni di posta che costellavano il Tokaido, la celebre strada che collegava Kyoto a Tokyo. Per non dilungarmi troppo, ho scelto di approfondirne un paio a titolo di esempio.

Trentasei vedute del Monte Fuji

Tra i più celebri argomenti  c’è sicuramente quello delle Trentasei vedute del Monte Fuji, realizzate da Hokusai tra il 1826 e il 1833. Si tratta di una raccolta fantastica che permette di vedere paesaggi stupendi (tra cui la celeberrima Grande Onda) ma anche stralci di vita quotidiana, come scene di pescatori o carpentieri al lavoro.

Qui sopra ho riprodotto per voi una piccola selezione, ma se vi interessa vederle tutte in ordine ecco il link alla pagina di Wikipedia, dove sono indicate in maniera molto precisa e accurata.

Cascate famose in varie province

Un’altra serie che ho visto a Milano e che mi ha particolarmente affascinato per la bellezza e per la modernità dei paesaggi è quella delle Cascate famose in varie province realizzata sempre da Hokusai intorno al 1832. Anche in questo caso si assiste ad un interessante connubio tra natura e presenza umana, dove la prima prevale e la seconda si inserisce in un delicato equilibrio.


Direi che per oggi ho scritto abbastanza o forse anche troppo, spero di non avervi annoiato!

Vi è piaciuta questa digressione dal sapore orientare? Siete appassionati di xilografie oppure nonostante il mio tentativo non riescono a convincervi? Fatemi sapere, sono molto curiosa 🙂

Il mio migliore augurio

Miei cari amici, avete trascorso un buon primo giorno del 2017?

Spero proprio di sì e vi dico che io sono in ritardo per farvi gli auguri perché mi sono presa una piccola parentesi di vera vacanza e di vera festa, lontana da ogni pensiero e dalle incombenze quotidiane. Ieri ho trascorso l’intera giornata sugli sci, approfittando della scarsa affluenza causata dal capodanno 🙂 …Vi confesso che è stato davvero bello e rigenerante!

Da oggi invece torno in me, riprendo a pianificare le cose da fare e a fantasticare su tutto quello che avrà in serbo questo 2017, che sembra ancora lontano anche se è già qui. Cosa vi piacerebbe concludere nei prossimi mesi? Io ho molte idee, tutte esclusivamente fumose e difficilmente realizzabili.

Che dire, se non che auguro a tutti un anno nuovo felice, pieno di soddisfazioni e all’insegna della bellezza e della curiosità (possibilmente vissuta insieme alla vostra Sottile Linea d’Ombra!). 

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Un abbraccio! 🙂

 

Finalmente è il 24 dicembre

Miei cari amici, anche quest’anno siamo arrivati sani e salvi alla Vigilia di Natale.

In queste settimane il mio tempo libero è stato completamente assorbito dai preparativi, così che come forse avrete notato ho trascurato persino il blog. Anche per voi è stato un mese fitto di impegni e dedicato alla ricerca dei regali e dello spirito  natalizio? Vi siete persi tra presepi e alberi da decorare, corse nei centri commerciali, operazioni di bricolage di prim’ordine e commissioni di ogni genere?

Immagino di sì e credo proprio che, come me, ora siate in trepidante attesa che la vera magia del Natale inizi. Mi piace pensare che tutti ci troviamo in quel momento in cui, finito di cucinare e di impacchettare doni, ci sediamo per un attimo a contemplare il nostro operato, a respirare profondamente prima di andare in scena.

Ecco, io voglio dedicare a voi quest’attimo di pace e tranquillità, augurando a tutti un Natale sereno da trascorrere con le persone che più amate.

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È un minuscolo gesto per ringraziarvi dell’affetto che mi date e del sostegno che portate a questa piccola comunità che si è creata e che adoro. 

E, mi raccomando, se avrete qualche giorno libero non dimenticate di visitare qualche bella mostra per andare a trovare i vostri artisti del cuore 😉

Io sarò sempre qui, mi prenderò qualche giorno di vacanza ma non troppi, quindi preparatevi ad essere dilettati da qualche post ogni tanto.

Vi abbraccio!

Hokusai, Hiroshige e Utamaro: i miei migliori motivi per scoprire la mostra a Milano

Molto spesso per me scegliere di visitare una mostra equivale ad andare a trovare artisti che già conosco abbastanza bene e che solitamente amo. Un po’ come passare a salutare un vecchio amico, non capita anche a voi di avere quest’impressione?

“Ciao mio adorato Caravaggio, che belli i tuoi ritratti del popolo, chissà se hai finalmente trovato la pace!” – Oppure: “Ciao Vincent (Van Gogh), certo che i tuoi quadri sono davvero commoventi, ma non ti arrabbi a vedere che ora siamo tutti qui in coda per te mentre quando eri in vita nessuno riusciva a capirti?”

Ecco, spero di avere reso l’idea. Tutta questa introduzione è per dire che invece vedere la mostra Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Luoghi e volti del Giappone al Palazzo Reale di Milano è stata una grandissima sorpresa. Devo dire che conoscevo già la tecnica di stampa giapponese e alcune opere tra le più celebri, insieme all’ispirazione che hanno tratto dall’Oriente molti artisti europei, come Van Gogh e gli Impressionisti, ma questo è pochissimo se paragonato a ciò che ho visto e scoperto.


Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Luoghi e volti del Giappone
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Katsushika Hokusai, il santuario Honganji di Asakusa a Edo dalla serie “Trentasei vedute del Monte Fuji”, 1830-1832.

Duecento xilografie, un video che racconta la tecnica e una bella serie di pannelli esplicativi mi hanno guidato attraverso un percorso esaustivo e completo. Si inizia dalla modesta origine di questa forma d’arte per arrivare a parlare dei grandi maestri e delle tematiche più trattate, raccontate attraverso molteplici opere, da me esemplificate in maniera piuttosto scarna nella galleria sottostante (che vi invito a guardare ingrandita con un click).

Le stampe giapponesi di Hokusai e Hiroshige raccontano soprattutto della natura e delle cultura locale: esistono e si possono vedere serie dedicate alle cascate del Giappone, al Monte Fuji, alle stazioni di posta lungo la strada che congiunge  Kyoto (capitale imperiale) a Tokyo (dove ha sede lo shogunato), ai grandi poeti del passato, ai fiori e agli animali. 

La sala dedicata a Utamaro vede invece come protagonista assoluto il ritratto, che nelle xilografie assume sempre tratti essenziali e bidimensionali che secondo me si addicono particolarmente bene agli antenati di chi ha inventato i celeberrimi manga. (E lo dico da amante del genere, non intendevo essere ironica!)


Attraversare le sale espositive significa assistere al perfezionamento delle stampe, mediante l’introduzione di nuovi pigmenti negli inchiostri dall’Europa (come il blu di Prussia, di origine chimica) e l’utilizzo di lastre di legno lavorate in maniera sempre più raffinata.

Credetemi: vale la pena impegnare un pomeriggio libero per rifarsi gli occhi con queste opere stupende che raccontano quello che è stato il mondo di ieri in un Paese complesso e affascinante come il Giappone, una realtà perduta nel momento stesso in cui noi occidentali abbiamo iniziato a conoscerla e ad inquinarla con la nostra cultura.


Bene, che voi riusciate ad andare a Palazzo Reale in tempo oppure no, spero di rendervi felici nel dire che parlerò ancora di Giappone e di stampe, anche perché ci sono degli interrogativi da risolvere, primo tra tutti il seguente: come si realizza una xilografia?

Se volete saperne di più vi consiglio caldamente di non perdervi la prossima puntata 😉  …Nel frattempo se siete già stati alla mostra e volete condividere la vostra opinione sono ben lieta di sentirla!

Frank Lloyd Wright: 5 opere per amare il più grande architetto americano

Sono assolutamente convinta che le opere di Frank Lloyd Wright abbiano il potere di incarnare perfettamente lo spirito degli Stati Uniti. In effetti racchiudono la parte migliore di questo continente sconfinato: il legame con la natura, gli affacci su panorami sconfinati e infine il caldo conforto del focolare domestico.

Se fino ad ora vi ho raccontato soprattutto dell’evoluzione della pittura americana (vi siete persi il discorso? Ecco dove inizia: Esiste una vera “arte americana”?), credo che sia anche doveroso spendere almeno un articolo per parlare dell’architettura, un ambito interessante e sicuramente importante. Quindi mi auguro che siate pronti ad immergervi in una serie di opere fondamentali per capire e apprezzare quello che Frank Lloyd Wright continua ad avere da raccontare, anche a 150 anni dalla sua nascita.


01. La Casa e Studio ad Oak Park, Chicago (1893-1898)

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Tra tutte le opere di Frank Lloyd Wright, paradossalmente la prima casa/studio che ha progettato per se stesso è tra le meno rappresentative e immediatamente identificabili.

Allora perché inserirla in questo elenco?

Principalmente mi vengono in mente due motivi. In primo luogo, questo progetto ci dice qualcosa dell’architetto prima della trasformazione nel grande maestro, quando ancora seguiva gli insegnamenti di Louis Sullivan ed in generale della Scuola di Chicago. (Per saperne di più, ecco il link ad un articolo dedicato a Chicago e allo sviluppo della sua architettura)

Ma non fraintendetemi: nonostante le influenze visibili la casa e studio di Frank Lloyd Wright non ha niente in comune con le altre coeve che si affacciano sulle stradine del signorile sobborgo di Oak Park (Chicago). I prospetti sono caratterizzati da originalità e spontaneità, mentre all’interno si vede una versione sfocata delle scelte che caratterizzeranno tutta la sua carriera.

Ad esempio il camino gioca un ruolo centrale, anche se non rappresenta ancora il cuore della casa, mentre i locali di abitazione si avvicinano ad un unico open space (punto cardine dei suoi successivi progetti), anche se ci sono ancora ampi tendaggi per dividere gli ambienti all’occorrenza.  Si può poi notare ovunque una grande attenzione nei confronti dell’illuminazione naturale o comunque diffusa, sensibilità che crea sempre una certa gradevolezza nella sue realizzazioni.

La seconda ragione per apprezzare questo edificio è la bellezza dello studio di progettazione di Wright, l’atelier di un attento professionista che a fine Ottocento era assolutamente all’avanguardia. So che da “collega” sono di parte, ma vedere uno spazio così ampio e luminoso a disposizione dei collaboratori e degli apprendisti mi ha davvero fatto un certo effetto.


02. La Robie House, Chicago (1910)

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La Casa Robie è invece l’emblema della prima celeberrima fase delle architetture di Frank Lloyd Wright, quella delle Prairie Houses, o per meglio dire case della prateria, pur essendo situate nella prima periferia della città, in quelle zone destinate a diventare sobborghi residenziali con l’avvento della rete metropolitana e ferroviaria.

Questi progetti sono caratterizzati da prospetti con un forte andamento orizzontale, chiusi dall’esterno ma curiosamente permeabili alla luce e al verde dall’interno. Gli ambienti ruotano intorno ad un grande open space (nella fotografia in basso), a sua volta sviluppato intorno ad un grande camino.

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In particolare, Casa Robie si distingue e merita di essere citata per la ricercatezza dei dettagli. È sufficiente osservare le lampade o le decorazioni delle vetrate e del soffitto per capire che ci troviamo di fronte ad una vera opera d’arte.

wright-casa-robie-chicago-muroSe volete sorridere, guardate l’ingrandimento del muro perimetrale: notate come l’andamento orizzontale sia sottolineato non soltanto dai mattoni larghi e piatti realizzati su misura ma anche dal diverso impiego della malta?

La separazione orizzontale dei corsi è enfatizzata da uno spessore notevole e da un colore bianco, mentre la divisione verticale tra un mattone e l’altro è annullata da un sottile strato di malta di colore più rosato.

Questa cura per i dettagli la dice sicuramente lunga sulla genialità di Wright, anche se  bisogna anche ricordare che questa casa all’epoca è costata quanto circa 17 case normali!


03. La Casa sulla Cascata, Mill Run (1936-1939)

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La Casa sulla Cascata mostra invece una sfaccettatura più modernista dell’architettura di Wright, che sicuramente aveva visto quello che aveva combinato in Europa gente del calibro di Mies Van Der Rohe e Le Corbusier.

La sua bellezza è sicuramente nella posizione paesaggistica, ma sarebbe errato fermarsi qui, visto che si tratta di un ardito esperimento strutturale, come vi ho già raccontato in un altro articolo; se ve lo siete persi vi invito a curiosare, anche perché non mi ripeto in questo elenco già bello corposo: In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright)


04. Kentuck Knob, Chalk Hill (1953-1956)

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Tra le case che ho avuto la fortuna di vedere la scorsa estate vi posso dire che Kentuck Knob è forse stata quella che mi ha sorpreso di più. Si tratta di un’abitazione un po’ successiva alla Casa sulla Cascata ma situata a venti minuti di macchina, appartenente alla serie delle Usonian Houses.

Se vi state chiedendo di cosa si tratti, vi posso dire che ho scoperto che le Usonian Houses sono le abitazioni americane dell’America post grande depressione. Se le Prairie Houses avevano come modello le capanne dei pionieri e gli spazi sconfinati, queste si riducono di dimensioni e fanno della funzionalità il loro cavallo di battaglia.

Il risultato è sconvolgente, dal momento che conduce a cucine modernissime, a comode sale da pranzo con penisola e allo sfruttamento dell’irraggiamento solare e delle correnti d’aria per rendere confortevoli gli ambienti.

Siamo negli anni Cinquanta e le opere di Wright sono studiate per favorire la circolazione dell’aria, il riparo dal sole d’estate e il passaggio della luce calda in inverno. Un po’ come succede da noi negli ultimi anni, non vi pare incredibile?


05. Il Guggenheim Museum, New York (1959)

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Non potevo che chiudere questa sbrigativa carrellata con il Guggenheim Museum di New York, commissionato dallo stesso Solomon Guggenheim a Frank Lloyd Wright, che a Manhattan non aveva ancora avuto l’onore di progettare niente.

Qui il concetto di architettura organica, corrente ideata dallo stesso Wright per indicare l’attenzione progettuale nei confronti del rapporto con la natura e del mantenimento di una scala “umana”, viene realizzato su larga scala.

L’edificio, che ricorda per certi versi una conchiglia, assume una forma che dipende soltanto dalla migliore fruizione delle opere al suo interno. La grande rampa, con tanto di lucernario che fa piovere la luce dall’alto, è il modo migliore per passeggiare tra le sale e soprattutto presenta dimensioni tali da far sentire il visitatore a sua agio. Nonostante l’eccentricità apparente, questo museo non sovrasta che lo guarda per la prima volta, ma al contrario lo guida passo dopo passo attraverso il percorso espositivo.

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Vi confesso che vederlo dal vivo è stato bellissimo: mi è piaciuto molto notare come ogni scelta sia ragionata e tutto sommato semplice, non come accade a certe mediocri stravaganze che oggi ci siamo troppo spesso abituati a vedere, soprattutto quando si parla di archistar.


Bene, mi sono accorta di avere scritto più di mille parole, quindi credo proprio che sia giunto il momento di fermarmi. Che dite, vi è piaciuto leggere un po’ di Frank Lloyd Wright? Sono riuscita a farvi venire voglia di approfondire questa sommaria carrellata? Mi auguro proprio di sì 😉

P.S. Spero che le fotografie vi siano piaciute, visto che sono quasi tutte opera mia (o del mio compagno di viaggio!)

La difficile vita delle opere d’arte in tempo di guerra

Se la vostra città fosse sotto assedio, voi sareste capaci di sacrificare il vostro tempo e di mettere a rischio la vostra vita per preservare un monumento oppure un’opera d’arte?

Sinceramente non sono sicura di sapere come mi comporterei io in una situazione del genere, però per fortuna nel passato è esistito chi non ha avuto dubbi e ha saputo salvare il nostro patrimonio, permettendo alle generazioni future di poterlo vedere e soprattutto mantenendo viva e forte l’identità culturale che contraddistingue ogni popolo.


Questa settimana avevo in mente di parlare di tutt’altro, poi ho visto su internet una fotografia che mi ha colpito moltissimo, così tanto da decidere di condividerla con tutti voi.

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Emmanuel-Louis Mas, La cattedrale di Amiens protetta dai bombardamenti, 1940.

Bella, vero? Si tratta dell’interno della bellissima cattedrale gotica di Amiens (nord della Francia) e delle migliaia di sacchi di sabbia utilizzati per rinforzare gli snelli pilastri a fascio, in modo da poter resistere meglio ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Sono stata alcuni anni fa da quelle parti e ricordo ancora la grandissima emozione che ho provato in questo incredibile edificio, un capolavoro tra i più notevoli dell’architettura medievale francese.

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La cattedrale di Amiens oggi.

Ecco, se io ho potuto commuovermi di fronte alla perfezione delle sue linee è stato grazie agli ignoti che hanno contribuito a salvarla, e questo vale per tantissimi monumenti e oggetti antichi e moderni.


Come forse già sapete quello del destino dei beni culturali in tempo di guerra è un tema che mi interessa, come vi ho raccontato in questi altri due articoli: Quanto vale un’opera d’arte? Articolo in memoria dei Monuments MenQuanto vale un’opera d’arte (parte 2)? La risposta italiana ai Monuments Men.

Credo che sia importante non dimenticare l’esistenza dei partigiani dell’arte e di tutti gli eroi che silenziosamente hanno compiuto un gesto d’amore verso la loro terra e la loro cultura. Queste infatti non sono cose da poco: chi invade una nazione per prima cosa ne distrugge i simboli, ben consapevole dell’importanza che rivestono.

Oggi si parla tanto di conservazione e tutela del patrimonio eppure bisogna tenere a mente che, se da una parte in Europa siamo relativamente al sicuro, dall’altra esistono luoghi come la Siria, per fare un esempio, dove gradualmente stanno scomparendo i simboli e le testimonianze di quella che è stata una civiltà antichissima e incredibilmente avanzata.


Non voglio impartire lezioni o cadere nell’eccessiva retorica, quindi mi fermo qui, limitandomi ad invitare tutti a guardare e a ricordare questa bellissima foto, come prova di quanto possano essere fragili i capisaldi della nostra cultura e di quanto molte volte spetti anche a noi il delicato compito di tenerli vivi.

Cape Cod: il luogo dove i quadri di Hopper diventano realtà

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Esiste un posto negli Stati Uniti in cui l’atmosfera e la luce hanno qualcosa di familiare: se si fa attenzione, non possono che venire in mente i quadri di Edward Hopper. (Sempre su di lui, ecco il link ad un altro articolo: Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista)

Non mi riferisco alle grandi città come New York, che cambiano aspetto troppo velocemente e sono invase da una frenesia fuori controllo, ma piuttosto a Cape Cod, la sottile penisola affacciata sull’Atlantico dove per quarant’anni, a partire dal 1930, questo artista ha trascorso il suo tempo libero insieme alla moglie Josephine. Possedevano una casa dalle parti di Truro e ancora oggi esiste il tour organizzato che prevede la visita della sua abitazione e di altri scorci dei suoi dipinti.

Vi dirò però che io ho preferito scoprire per caso i riferimenti alle opere di Hopper e soprattutto perdermi nell’atmosfera di questo particolare luogo di mare. Dopotutto, tra colori ad olio e acquerelli esistono più di cento sue opere che raccontano di Cape Cod, quindi non è stata una ricerca troppo difficile.

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Edward Hopper, Ottobre a Cape Cod.

I luoghi che più amiamo ci influenzano, è inutile negarlo.

Effettivamente, io non credo che sia solo suggestione se vi dico che secondo me esiste una sorta di connessione tra questo posto ancora oggi in parte solitario, luminoso e fosco allo stesso tempo, e la ricerca pittorica di Edward Hopper, frutto dell’introspezione e della rielaborazione del mondo esterno. Dalla contemplazione di un paesaggio derivano sicuramente la sua semplificazione e la comprensione dell’essenza, ma allo stesso tempo la sua rappresentazione è qualcosa di filtrato dalla mente dell’artista.

Potrei continuare a cercare di convincervi, ma credo sia molto meglio mostrarvi qualcosa anziché continuare con le parole, non lo pensate anche voi?


Ecco quindi una serie di quadri realizzati a Cape Cod…

…e una galleria di fotografie che io stessa ho fatto in giro per la penisola

(Purtroppo ho beccato un po’ di brutto tempo, quindi ho potuto vedere solo in poche occasioni la celeberrima luce dorata che avvolge questo lembo di terra).


Che ve ne pare? Anche secondo voi lo spirito di Edward Hopper è presente in questi luoghi? So che vi ho proposto soltanto poche foto, ma spero che vi saranno sufficienti per farvi un’idea!

Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista

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Edward Hopper, Nighthawks.

Chiedendomi quali siano le opere che meglio rispecchiano l’America della grande depressione, mi rendo conto che la mano che le ha realizzate grossomodo è una sola: ovviamente mi riferisco a quella di Edward Hopper, l’uomo che più di tutti ha saputo immortalare lo spirito di quegli anni e le difficoltà di un continente giovane che vive in questa fase gravi squilibri.

Per di più, questo artista non è soltanto un bravo ritrattista del mondo che ha di fronte. In effetti quello che secondo me lo rende grande e sempre attuale è soprattutto la sua capacità di riportare sulla tela dei tratti della natura umana, quei caratteri profondi capaci di emergere dalle scene che dipinge, a prima vista così semplici.

Nei pochi personaggi che popolano i suoi quadri l’osservatore può vedere l’irrequietezza umana, l’insoddisfazione, la solitudine ed il desiderio di altrove. E vedendole, sicuramente una parte del suo cuore si emoziona.

Ecco, per celebrare al meglio le sue qualità vorrei dedicare questa tappa del mio viaggio attraverso la pittura americana proprio a Edward Hopper, cercando di risalire alle principali ragioni che lo rendono un pittore così importante e amato. (Per chi volesse tornare alle scorse puntate, ecco i link: Esiste una vera “arte americana”?, Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River, Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth)


1. L’atmosfera delle sue opere

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Edward Hopper, Gas.

Regina di ogni quadro di Edward Hopper secondo me è sempre l’atmosfera, studiata nei minimi dettagli con grande precisione e con un taglio che oggi definiremmo cinematografico. Effettivamente non si può negare che non sia stata ripresa in molti film, ma questa è un’altra storia di cui forse un giorno parleremo, quindi per adesso non divago.

La composizione è forse il primo elemento che rende distinguibile una sua opera e che cattura lo sguardo dell’osservatore, grazie ad una serie di ingredienti che insieme fanno una magia.

Ad esempio, il numero di personaggi è sempre limitato, mentre il loro movimento sembra essere imprigionato nella pittura. La scelta del colore ricade poi spesso nella contrapposizione di tinte complementari, a cui si sommano tocchi di colore diverso che servono a indirizzare l’occhio. Le ombre e le luci giocano poi un ruolo fondamentale, animando scene altrimenti piatte: che si tratti di lampade da interni oppure di raggi di sole radente poco importa, l’effetto è sempre quello di dare vita alle architetture, ai paesaggi e alle persone.


2. L’immagine dell’America della Grande Depressione che riesce a dare

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Edward Hopper, Early sunday morning.

Ovviamente non si può trascurare il valore delle opere di Hopper come testimonianza del delicato e difficile periodo della storia che l’America vive per tutti gli anni Trenta.

Le opere di questo artista riescono a dare voce ad un malessere comune e alla mancanza di speranze e aspettative che si vive in questi momenti. Non so, riflettendoci mi viene in mente che magari l’amore che sembra che tutti provino per Hopper nelle ultime stagioni (basti pensare alla frequenza delle mostre su di lui ad esempio in Italia) sia in parte dovuto al fatto che, data la situazione politica ed economica in cui viviamo, riusciamo facilmente ad immedesimarci nei suoi soggetti.

Dopotutto è difficile avere rosee aspettative oggi esattamente come lo era allora: si viveva nell’innegabile e onnipresente mondo patinato costruito dalla prosperità dei decenni precedenti, un mondo fragile che però non era sostenibile e nemmeno al passo con la gente. Beh, non sembra anche a voi qualcosa di familiare?  [Mi fermo qui, visto che il mio intento oggi è unicamente quello di celebrare Hopper.]


3. Il silenzio

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Edward Hopper, Morning sun.

Infine, ciò che secondo me rende così importante Edward Hopper è l’introspezione delle sue opere, la capacità che hanno di raccontare la condizione umana, spesso imprigionata nel silenzio e nella difficoltà a comunicare.

Attraverso i quadri ci viene raccontata una situazione di muta introspezione, una reazione al mondo esterno ma anche l’insoddisfazione e all’infelicità che ogni tanto tutti abbiamo dentro. In relazione a questo, condivido con voi una piccola galleria da sfogliare di sue opere su questo tema.


Bene, ora però mi fermo, prima di mettermi a filosofeggiare troppo. Spero tanto che questo articolo vi sia piaciuto e che magari abbia contribuito, anche solo in minima parte, ad un’osservazione approfondita e curiosa delle opere di Edward Hopper, un artista che amo davvero molto.

Piace anche a voi? Sono curiosa di sapere la vostra opinione in merito! 🙂

10 momenti di autunno

Se doveste scegliere dieci tra le opere d’arte di tutti i tempi, quali sarebbero per voi quelle che meglio rappresentano l’autunno? Ecco, per il nuovo episodio di 10 Momenti di… il filo conduttore è proprio questa stagione.

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Vi ricordate di questo progettino inaugurato insieme al blog Artesplorando? Si tratta di una serie di brevi video in cui cerchiamo di raccontarvi con dieci dipinti delle sensazioni, dei temi o dei percorsi trasversali alla storia dell’arte (a proposito, se ve lo siete persi ecco il link alla scorsa puntata: 10 momenti di illusione).

In questa selezione trovate molti degli artisti che più amo e soprattutto i miei colori preferiti, quelli delle foglie prima di cadere e dei cieli limpidi di ottobre e novembre.

Che cosa aggiungere, se non che spero di avervi fatto incuriosire abbastanza da cliccare play? Fatemi sapere cosa ne pensate e soprattutto qual è il vostro preferito! 😉

Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth

Oggi torniamo a parlare di Stati Uniti, seguendo il sottile filo rosso che si dipana dalle origini della pittura americana fino all’arte contemporanea. (Vi siete persi le scorse puntate? Ecco i link: Esiste una vera “arte americana”? e Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River)

Eravamo rimasti dalle parti dell’Hudson River o vicino al Canada, smarriti nei grandi paesaggi monumentali che caratterizzano la fine dell’Ottocento in questo continente. L’idillio bucolico che celebra il territorio incontaminato e fiero del Nord America tuttavia non è destinato a durare. 

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Charles Sheeler, River Rouge plant.

A partire dall’inizio del Novecento infatti l’attenzione degli artisti si sposta verso i luoghi in cui fermentano febbrili attività, ovvero le grandi città, New York prima di tutte. Siamo infatti in anni in cui la crescita economica e lo sviluppo dell’industria sono alle stelle, quindi anche nella pittura si assiste all’urbanizzazione degli Stati Uniti e all’importanza che assumono le metropoli.

Come se non bastasse, in Europa scoppia la Prima Guerra Mondiale, evento catastrofico per noi e occasione ghiotta per il giovane continente, che vede arrivare artisti emigrati e aumentare ulteriormente le sue ricchezze e opportunità. Da tutto questo caos e dal fermento continuo nasce una corrente chiamata Modernismo americano, che proclama New York, anziché Parigi, nuovo centro dell’avanguardia artistica e che si muove in due direzioni distanti tra loro e ben definite.

Da una parte abbiamo il trionfo dell’astrattismo, sulle orme del Cubismo europeo, guidato da artisti del calibro di Stuart Davis, Man Ray e Patrick Henry Bruce.

Dall’altra invece il corso dell’arte prende una strada che si allontana molto dalla scuola del vecchio continente e che per questo mi sembra estremamente affascinante, conducendo nelle gallerie d’arte newyorkesi di Alfred Stieglitz (su di lui, ecco la biografia tratta da Wikipedia). Questo brillante fotografo di origini ebreo tedesche riesce a creare intorno a sé un entourage di artisti che si impegnano a sintetizzare la realtà sino a coglierne l’essenziale, senza mai perdere il legame con le forme organiche.

Ed è proprio a loro che dedico questo articolo, dal momento che l’esito della loro ricerca risulta davvero affascinante e, allo stesso tempo, forse poco noto dalle nostre parti.


Georgia O’Keeffe

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Georgia O’Keeffe,

Parlando di Alfred Stieglitz, è doveroso iniziare questa galleria con Georgia O’Keeffe (1887 – 1986), talentuosa pittrice destinata a diventare moglie del celebre fotografo, che la aiuterà a raggiungere la fama grazie a numerose esposizioni. (Questa è una veloce carrellata, ma per i curiosi ecco il link alla biografia di Georgia O’Keeffe, sempre grazie a Wikipedia)

Negli anni Venti diventa una delle artiste più importanti d’America, anche grazie ad una serie di opere di grande formato ispirate proprio agli edifici di New York. Ed ecco che qui ne condivido con voi una piccola parte.


Charles Demuth

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Charles Demuth, Buildings Lancaster.

Anche Charles Demuth (1883 – 1935) è un pittore membro del Gruppo Stieglitz, associabile alla corrente del precisionismo. (Anche su di lui, ecco il link alla biografia di Wikipedia)

Vi confesso che, prima di vedere alcune sue opere negli Stati Uniti, non avevo idea di chi fosse. E a volte credo che il bello sia proprio nello stupore, nella bellezza di una scoperta inaspettata.

Mi piacciono molto le sue opere, paragonabili per certi versi ad alcuni esiti del futurismo (penso ad esempio ad Antonio Sant’Elia), ma allo stesso tempo diversissimi nell’intento e nell’armonia senza tempo.

Apprezzo poi i soggetti tipicamente americani come le grandi scritte sui muri e le cisterne sopra i tetti, insieme all’utilizzo dei colori primari sempre utilizzati in maniera equilibrata.


Charles Sheeler

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Charles Sheeler, fugue.

Ultimo di questa piccola selezione, Charles Sheeler (1883-1965) non è direttamente riconducibile al circolo di Alfred Stieglitz ma gli è molto vicino negli esiti della sua ricerca. (Anche su di lui, ecco il link alla biografia di Wikipedia)

Si tratta infatti di un grande esponente della corrente pittorica del precisionismo e di un fotografo molto celebre, che ha testimoniato la crescita dell’America industriale, tanto che è persino stato assunto negli anni Venti dalla Ford per ritrarre le proprie strutture.

Che ve ne pare? A me affascina molto anche per la sua freddezza.


Allora, vi sono piaciuti questi ritratti della metropoli americana? Spero proprio di sì e spero anche che vi interesserà la prossima puntata del mio viaggio attraverso l’arte statunitense, oltre la rappresentazione oggettiva: sapreste indovinare chi sarà il grande protagonista della prossima puntata?

Nell’attesa vi allego, a titolo di indizio, una sua opera in tema di città:

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Cartoline dal mare: come i grandi artisti hanno celebrato il profondo blu

Cosa vi viene in mente se pensate al mare? Sicuramente è un ambiente che racchiude in sé mille emozioni e che evoca ricordi e aspettative, quindi credo che non esistano due persone che darebbero la stessa risposta a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre il mare è una sfida ed un piacere per ogni pittore, così in questo post troverete una selezione di quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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Caspar David Friedrich, Il monaco vicino al mare.

Per Caspar David Friedrich, grandissimo esponente del Romanticismo, l’oceano è innanzitutto qualcosa di sublime, esaltato dalle atmosfere notturne e invernali. L’acqua diventa un mondo profondo ed impenetrabile, una massa scura che origina riflessi in grado di fondersi con il cielo.


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Snow storm.

Osservando i dipinti di Turner, sembra invece che il mare prenda vita. Non è soltanto un fenomeno naturale da indagare e conoscere a fondo, ma anche qualcosa di emozionante e dotato di enorme forza.

Il vigore delle onde in effetti è il vero protagonista delle sue opere, insieme alle imbarcazioni per cui sono sicura avesse un gran debole.


Claude Monet

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Claude Monet, Low tide at Pourville.

Che Claude Monet sia un mago con i colori non è sicuramente una novità, però nelle sue opere vi dirò che riesce sempre a stupirmi.

Dedicandosi al mare, riesce a regalarci l’atmosfera della perfetta estate mediterranea, quando i colori sono saturi e i pomeriggi pigri e soleggiati. Non vi fa venire voglia di tornare indietro all’inizio dell’estate?


Edvard Munch

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Edvard Much, Summer night by the beach.

Quando invece guardo i quadri di Edvard Munch mi rendo conto di quanto le parole possano essere superflue. L’intensità dei suoi paesaggi marini non ha bisogno di essere commentata, così mi fermo e mi metto a sospirare, sognando future vacanze decisamente a nord.


Piet Mondrian

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Piet Mondrian, Dune.

I quadri di Piet Mondrian che ho scelto fanno invece parte di una serie realizzata da questo maestro, sviluppata intorno all’osservazione delle dune sulle spiagge dell’Atlantico. 

Trovo che queste opere siano bellissime e soprattutto mi sono innamorata dei giochi cromatici che evidenziano la ricercatezza di questo artista: i colori complementari vengono accostati per creare un effetto surreale ma allo stesso tempo emozionante.


Henri Matisse

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Henri Matisse, Polinesia, mare.

Parlando di Henri Matisse, ho scelto due opere opposte che sottolineano due sue diverse nature: da una parte l’allegra sintesi e dall’altra il paesaggio dipinto a tratti veloci e decisi. Quali preferite? Io riscontro in entrambi una certa poesia.

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Henri Matisse, Cap d’Antibes.

René Magritte

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René Magritte, Le meraviglie della natura.

Da grande artista surreale, René Magritte ci mostra come sia possibile giocare anche con il mare, che diventa una sorta di illusione sofisticata e sottile.

L’orizzonte si fonde con il cielo, i piani della composizione si mischiano e i paesaggi sono popolati da creature immaginarie, quindi sembra in pratica di assistere ad un sogno.


Georgia O’Keeffe

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Geogia O’Keeffe, onda blu.

Attraversando l’Atlantico arriviamo negli Stati Uniti, dove per Georgia O’Keeffe il mare è soprattutto materia e profondità. I suoi quadri sono composti da profonde campiture omogenee caratterizzate da sfumature delicate.

Le onde e la linea dell’orizzonte sembrano quasi divorare la tela, trasformandola in qualcosa di introspettivo e delicato.

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Georgia O’Keeffe, Wave night.

Edward Hopper

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Edward Hopper, La lunga tratta.

Per ultimo ho lasciato un artista per cui in realtà ho una grandissima stima, il portavoce dell’America della prima metà del Novecento.

Quello di Edward Hopper è un mare decisamente azzurro e solitario, atlantico più che mediterraneo, dove la presenza umana non è rilevante e quella che trionfa sopra tutto il resto è la natura.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? E qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

Igor Mitoraj a Pompei: quando l’arte contemporanea sposa l’archeologia

mitoraj-pompei-11In ambito di restauro e di turismo, capita spesso di sentire la bellissima espressione valorizzazione del patrimonio e non si può negare che si tratti di un concetto assolutamente importante e indispensabile, se si vuole progredire in queste direzioni.

Purtroppo però molto spesso ho l’impressione che queste parole risultino vuote perché, se è facile riempirsi la bocca di termini come valorizzazione, conservazione e tutela del territorio, ben più complesso è invece avere un’idea che permetta di tradurre questi concetti nella pratica.

Per fortuna però devo dire ogni tanto si vede in giro qualcosa che stupisce e che scalda il cuore persino di una scettica come me.

Questo è il caso della mostra che impreziosirà gli inestimabili scavi archeologici di Pompei fino all’8 gennaio del 2017.

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Siete già riusciti a vederla? Io non ancora, quindi per il momento sto sfruttando le conoscenze ed il prezioso reportage fotografico di mia sorella (grazie ancora C.!), che si è permessa una fuga tra i reperti archeologici qualche settimana fa.

Per farla breve, si tratta dell’installazione di trenta grandi statue di bronzo realizzate dall’artista franco-polacco Igor Mitoraj (per saperne di più su di lui, ecco il link alla pagina di Wikipedia contenente una scarna biografia e le precedenti esposizioni in Italia), tutte raffiguranti soggetti mitologici di ispirazione classica.

Le maestose opere d’arte sono collocate in vari settori degli scavi, in una metafisica convivenza con con le architetture più celebri di Pompei: Dedalo nel Tempio di Venere, il Centauro nel Foro, il Centurione nelle Terme Stabiane, Ikaro alato nel Foro triangolare.

Non è la prima volta che si assiste ad un connubio del genere, ad esempio io ricordo di avere incontrato, seppure in maniera assolutamente casuale, molte di queste statue mentre popolavano la Valle dei Templi di Agrigento nel 2011. Vi posso confessare che è stato qualcosa di poetico che ha ulteriormente arricchito l’esperienza negli scavi archeologici.

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Il segreto del successo molte volte sta nel saper evocare lo spirito di un determinato luogo, senza scimmiottarne le caratteristiche o svilirne la nobiltà. In questo caso poi stiamo parlando di Pompei,  che è la testimonianza della grandezza dell’età romana e della bellezza della sua arte e della sua cultura.

Grazie alle opere di Igor Mitoraj si riesce a cogliere con una rinnovata intensità lo spirito di questo posto unico al mondo,  delle rovine che riescono ad affascinare chiunque e su cui aleggia un’aria diversa da quella che respiriamo di solito.

Dal momento che altre parole risulterebbero superflue, condivido con voi un po’ di fotografie, sperando che rimarrete colpiti quanto me da questa installazione poetica e per certi versi malinconica.

In conclusione, l’unica cosa che mi sento di aggiungere è che vorrei sempre vedere tante di queste iniziative sparpagliate nel nostro Paese. Mi piacerebbe assistere a installazioni fantasiose e ad incontri disinvolti tra opere del passato e del presente, senza troppo timore e allo stesso tempo senza cadere nel banale o nel commerciale.

Che ne dite, non piacerebbe anche a voi?