La Tempesta di Giorgione: 500 anni di mistero in uno stupendo paesaggio

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Forse voi mi immaginate più affezionata agli artisti moderni o contemporanei, ma dovete sapere che il mio cuore batte segretamente per un pittore che spesso rimane appena un passo indietro rispetto ai grandi del passato, un uomo vissuto nella Venezia del Rinascimento. Non sto parlando del celeberrimo Tiziano Vecellio, ma piuttosto di  Giorgione, il suo misterioso maestro, difficile da capire e morto troppo giovane per permetterci di fare chiarezza.

Ovunque io mi trovi, quando so che in un museo ci sono delle sue opere le cerco sempre in maniera febbrile, come mi accade con pochissimi artisti, e devo dire che queste grandi aspettative non mi deludono mai.

Questo vale sicuramente per la Tempesta, capolavoro custodito nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Ho visto questo quadro per la prima volta quasi dieci anni fa e ancora ricordo quell’attimo, così come non riesco a dimenticare il suo fascino magnetico.

Così, per cominciare a trattare il tema “un incanto di panorama” (per chi se lo fosse perso, ecco il link per rimediare: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?) ho scelto un’opera che amo molto, anche se ci tengo a precisare che le mie ragioni non sono state (unicamente) sentimentali. Si tratta infatti di uno dei capisaldi della rappresentazione paesaggistica occidentale, in cui il mondo naturale non è più fondale ma protagonista, circondato da un alone di mistero.


La tempesta di Giorgione, 1500-1505

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Giorgione, La Tempesta.
Per prima cosa, qualche necessario cenno biografico

Giorgio di Castelfranco (1478-1510), detto Giorgione, è stato un pittore rinascimentale della scuola veneta e allo stesso tempo una delle figure più enigmatiche della storia della pittura.

La sua brutta abitudine di non firmare le opere rende piuttosto complicato anche solo capire quale sia la sua effettiva produzione, mentre allo stesso tempo il significato simbolico e iconografico delle sue tele appare spesso misterioso e incerto.

Muore intorno ai trent’anni e questo dato lo rende uno delle meteore che tanto amo, anche perché nel poco tempo che gli è stato concesso riesce a rivoluzionare la pittura veneta, aprendo le porte al tonalismo che contraddistinguerà i suoi successori ed in primo luogo Tiziano, che come ho già anticipato è stato il suo più esimio allievo, insieme a Sebastiano del Piombo.

Tutte queste informazioni che vi ho brevemente riportato contribuiscono a fare di lui una figura singolare e quasi leggendaria, apprezzata in vita e stimata e studiata ancora a cinquecento anni dalla sua morte. Per chi volesse approfondire, ecco il link alla pagina di Wikipedia dedicata a lui, nel frattempo io mi avvicino al suo capolavoro.


La Tempesta e qualcuna delle moltissime parole che ci sarebbero da spendere

Si tratta di un “semplice” dipinto a tempera e olio di noce, nemmeno troppo grande (83×73 centimetri), capace però di rivoluzionare l’approccio al paesaggio e di confondere chiunque ne cerchi un’interpretazione definitiva.

Come potete vedere, in primo piano si trovano tre figure umane: a destra una donna seminuda che allatta un neonato e a sinistra un uomo che li guarda, tenendo in mano un alto bastone. Intorno a loro sono presenti delle rovine, un fiume, delle case in lontananza immerse nella vegetazione e, infine, un lampo che squarcia il cielo.

Gli storici dell’arte si divertono da sempre ad ipotizzare un possibile significato per quest’opera, avventurandosi nella simbologia oppure raccontandosi che si tratti semplicemente di un esperimento, di figure isolate che l’artista voleva riprodurre.

Io non ho la competenza per entrare nel merito e per di più credo che a certi dilemmi sia impossibile trovare una risposta certa, specialmente dopo tutto il tempo trascorso. Quella che per me conta è la forza del paesaggio rappresentato, in cui rovine architettoniche e natura si fondono nella luce spettrale e affascinante della tempesta, simboleggiata dalla saetta che squarcia il cielo. Mi piace osservare la luce dorata delle foglie oppure la loro ombra scurissima, insieme al candore delle case contrapposte al cielo plumbeo.

Prima di Giorgione, in pochi si sono cimentati nella sfida della riproduzione del mondo naturale come rappresentazione di qualcosa di nascosto ed intimo, ed è proprio questo secondo me il grande valore della Tempesta, di questo fenomeno che incombe eppure non spaventa.


Dopo la Tempesta, il Tramonto

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Giorgione, Tramonto.

Miei cari, avrei voluto limitarmi a parlare di un’opera ma non ho resistito alla tentazione di condividere con voi anche questo secondo paesaggio di Giorgione, che secondo me mantiene un collegamento impalpabile con il primo.

Si tratta di uno scorcio selvaggio in cui sono inseriti San Giorgio a cavallo che uccide il drago sulla destra e San Rocco con il suo assistente Gottardo sulla sinistra.

In questo caso il fenomeno naturale è un tramonto sereno e dorato, unico elemento colorato in una tela quasi monocromatica. In effetti, le rocce, gli alberi e il villaggio in lontananza mantengono le tinte delle terre, mentre il cielo e lo sfondo incantano l’osservatore con la loro misteriosa vivacità.

Le differenze tra i due quadri sono molte, è vero, però non trovate anche voi alcune analogie nella composizione? Potrei andare avanti a lungo con le mie congetture, ma preferisco interrompere questo post che mi sembra già piuttosto lungo.


In un itinerario sul paesaggio, anche voi sareste partiti da qui? E soprattutto, adorate anche voi la Tempesta di Giorgione? Fatemi sapere 🙂

 

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Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?

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Vincent Van Gogh, Notte stellata.
Come è possibile trasformare in un capolavoro ciò che si vede fuori dalla finestra?

Per un artista dipingere un paesaggio è prima di tutto una sfida: equivale ad andare oltre la fotografia e la sterile riproduzione della realtà, cercando di esprimere qualcosa in più. “Qualcosa”, vi dico, senza scendere nel dettaglio, perché sono convinta che quello che un pittore vuole esprimere sia sempre diverso, in base alla sua ricerca personale, al suo vissuto e alla sua sensibilità.

La poesia sottile eppure stupenda che si nasconde dietro l’interpretazione di un panorama varia poi sicuramente anche in base al contesto storico e sociale.

Effettivamente, ci sono persino estesi periodi in cui questo tema non ha poi nemmeno una grande rilevanza e viene adoperato unicamente come fondale per soggetti più nobili, come ritratti o scenari religiosi. Basti pensare al lunghissimo medioevo, che ci regala raramente dei paesaggi, quasi mai realistici e quasi sempre allegorici.

Se poi arriviamo a parlare del Rinascimento, vengono anche a voi in mente le grandi e celebri opere in cui i personaggi che affollano le tele sono spesso inseriti in un contesto paesaggistico?  Beh, anche questi panorami che possiamo definire secondari in molti casi sono a dir poco meravigliosi, non siete d’accordo con me? In più identificano perfettamente gli artisti: come confondere ad esempio le rocce dure e affascinanti di Leonardo con la natura dolce di Botticelli?

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Leonardo da Vinci, La Vergine delle Rocce (particolare).

I secoli immediatamente seguenti in generale non ci regalano particolari sorprese in questo tema: dobbiamo arrivare al lungo Ottocento, il secolo che più di tutti rivaluta il paesaggio, attraverso le varie correnti artistiche che si susseguono e che accelerano lo scorrere del tempo.

Finalmente si compie il tuffo oltre la ormai famigerata linea d’ombra e noi ci ritroviamo estasiati di fronte al sublime, espressione della forza della natura, colpiti dalla luce vivace degli impressionisti, emozionati dall’introspezione dei simbolisti e infine spaesati nel momento in cui l’astrattismo inizia a palesarsi nella sua veste più geometrica.


Dopo questa grandiosa introduzione, vi devo confessare che muoio dalla voglia di condividere alcune delle opere a tema paesaggio che più ammiro, lavori innovativi che raccontano qualcosa della vita di chi li ha faticosamente creati. Adoro i panorami dipinti quindi non mi posso accontentare di un misero post, quindi rimanete insieme a me nei prossimi giorni per scoprire quello che vi mostrerò. 

Nel frattempo, sapreste dire quali sono i paesaggi più belli della storia dell’arte secondo voi?

Henri de Toulouse-Lautrec a Torino: 3 cose da apprezzare della mostra a Palazzo Chiablese

locandina-toulouse-lautrecAvete presente quelle abbondanti mostre monografiche in cui si ha la possibilità di conoscere molte delle sfaccettature di un artista e di immergersi nei suoi pensieri?

Ecco, vi dico subito che l’esposizione in corso a Torino a Palazzo Chiablese (Toulouse-Lautrec. La Belle Epoque) non è una di queste, vuoi per lo spazio non così ampio, vuoi per la provenienza delle opere, tutte parte della stessa collezione, quella dell’Herakleidon Museum di Atene.

Premesso ciò, vi dirò che non significa che non sia stata interessante o che non mi sia piaciuta molto, anzi ho avuto modo di apprezzare alcune cose.  In primo luogo ho trovato originale e piacevole il taglio che si è scelto di dare alla mostra, che punta molto sul ruolo di osservatore e complice di Henri de Toulouse-Lautrec, artista che si immerge nella realtà del suo tempo analizzandone implacabilmente sia le luci sia le ombre. Quest’idea si trova concentrata in una citazione riportata su una parete e pronunciata dal talentuoso pittore:

“Dipingo le cose come stanno. Io non commento, io registro”.

Dopo questa premessa, ecco le mie tre migliori ragioni per visitare questa mostra entro il 5 marzo 2017 (scusate se arrivo all’ultimo!).


01. Un tuffo nella Belle Epoque

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La prima vera ragione per spingersi fino a Palazzo Chiablese è la possibilità di immergersi nella Parigi degli artisti maledetti, in quel magico sobborgo arroccato sulla collina di Montmartre.

henri-de-toulouse-lautrec-au-concert-before-letters-1896Le prime sale sono dedicate ai personaggi di questo mondo fatto di teatri e danze sfrenate, con tanto di filmato a tema can can.

Sembra quasi troppo folcloristico detto in questo modo, però dal vivo è un ottimo modo per entrare nell’atmosfera, anche perché queste amenità sono corredate da parecchi disegni del nostro Henri de Toulouse-Lautrec, che con la sua mano fatata è riuscito ad immortalare la realtà ancora meglio che con le fotografie.

Ritrae sapientemente molti dei protagonisti di questo mondo, come cantanti (tra tutte ricordo Jane Avril e May Belfort) e organizzatori di spettacoli (tra cui Aristide Bruant, il più celebre).


02. La modernità della grafica pubblicitaria

Ed ecco che qui arriviamo alla seconda delle ragioni per visitare la mostra a Torino, che dà grande spazio alle opere di grafica pubblicitaria.

Come anticipato, vengono presentati molto bene i personaggi cardine della Parigi della Belle Epoque, anche attraverso le pubblicità che facevano realizzare e che li ritraevano.

Al di là dei soggetti, quella che è molto interessante è la composizione di queste grandi opere, semplici e caratterizzate da grandi campiture monocromatiche, decisamente all’avanguardia rispetto ai suo contemporanei. Ecco, io credo che queste tinte, insieme alla bidimensionalità che caratterizza queste opere, contribuiscano in qualche modo allo sviluppo della grafica pubblicitaria dei decenni successivi. Dopotutto stiamo parlando di forme semplici e di giochi di colori primari, due elementi che sono i punti fermi della produzione artistica europea della prima metà del Novecento.

Se volete approfondire questo tema ed in generale conoscere qualcosa in più su questo artista, ecco il link ad un articolo a tema: Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec.


03. La raccolta “Elles”

La seconda metà della mostra abbandona invece i fasti dei caffè e dei locali notturni per raccontarci qualcosa di più personale, un aspetto della produzione artistica di Toulouse-Lautrec che ci dice qualcosa in più della sua anima.

La protagonista indiscussa di questa sezione è la raccolta Elles, un insieme di opere che raccontano il lato più intimo della quotidianità delle ragazze che animavano le notti di Montmartre con i loro balli ed i loro corpi.

Ne ho già accennato in passato, ma devo confessarvi che è stata una scoperta che ho fatto visitando questa mostra. Sapevo della predilezione che Henri de Toulouse-Lautrec aveva  per le donne ed intuivo il suo affetto sincero e realistico, però Elles è un bel modo per approfondire e per innamorarsi di qualcosa di più spontaneo e genuino.

Senza dilungarmi troppo, ecco alcune immagini di questa raccolta: quasi tutte se non erro si possono vedere a Palazzo Chiablese fino al 5 marzo.


Allora, avete già visitato questa mostra oppure avete intenzione di andarci? Quali sono gli aspetti che avete preferito? E quelli che non vi sono piaciuti? Come sempre, fatemi sapere!

Quando un quadro diventa un gesto d’amore: come hanno celebrato le loro muse i grandi artisti?

Oggi vi voglio raccontare di come alcuni tra i più grandi pittori hanno celebrato l’amore, questo sentimento straordinario che li ha condotti verso la salvezza oppure verso la rovina, influenzando irrimediabilmente le loro vite, perché si sa, per loro natura gli artisti tendono spesso a mettere l’istinto al di sopra della ragione.

Nella produzione di molti grandi del passato più o meno recente le donne giocano spesso un ruolo fondamentale, esercitando un’influenza che va oltre a quella di un bel corpo oppure di un viso perfetto. Conoscendo le biografie dei pittori infatti alle vicende delle loro opere si mescolano quelle delle loro modelle, cortigiane o mogli rispettabili che siano, con i loro lineamenti che sembrano assorbire tutta l’attenzione.

Senza generalizzare troppo, ecco per voi cinque esempi che ho selezionato tra i più interessanti che mi sono venuti in mente.


01. Raffaello Sanzio e Margherita Luti

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Raffaello Sanzio, La Fornarina.

La prima storia a cui ho pensato è quella di Raffaello Sanzio e della misteriosissima Margherita Luti, figlia di un fornaio e dunque soprannominata Fornarina.

Di lei si sa poco, ma quello che è abbastanza certo è che sia comparsa in alcune opere dell’artista, come la Fornarina, per l’appunto, ma anche la Velata e la Madonna Sistina.

Il quadro più emblematico è sicuramente il primo che ho citato, decisamente appassionato e realistico: la ragazza è rappresentata con pennellate piene d’amore e sul braccio porta un monile su cui si può leggere la firma del suo creatore.

Da qui alla leggenda immortale il passo è breve: pare che il nostro Raffaello si fosse innamorato perdutamente di lei e che si fossero persino sposati in segreto. Le cose certe però sono due: primo, l’artista ha conservato la Fornarina nel suo studio fino all’improvvisa morte e, secondo,  Margherita Luti dal momento della sua scomparsa si è ritirata per sempre in monastero. 


02. Dante Gabriel Rossetti ed Elizabeth Siddal

Dante Gabriel Rossetti: Beata Beatrix, ca 1864-70.
Dante Gabriel Rossetti, Beata Beatrix.

Con i Preraffaelliti il dramma è sempre dietro l’angolo, e la storia di Dante Gabriel Rossetti e della sua musa non fa eccezione.

L’artista infatti si innamora perdutamente di Elizabeth Siddal, una sua modella,  l’ideale di bellezza preraffaellita: delicata, cagionevole e melanconica, per di più colta e dotata per le arti.

Dopo dieci anni di relazione e di ispirazione i due si sposano, nel 1860. Soltanto due anni dopo però Elizabeth Siddal muore a causa di un errato dosaggio di laudano (probabilmente voluto data la depressione che la attanagliava).

La morte della sua musa sconvolge Dante Gabriel Rossetti, che negli anni a venire continua ad essere ossessionato da lei e ad ispirarsi al suo ricordo in maniera ossessiva, tanto da rasentare la follia e da ricercare persino il suicidio.


03. Amedeo Modigliani e Jeanne Hèbuterne

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Amedeo Modigliani, Ritratto dei Jeanne Hèbuterne.

Anche in questo caso si parla di una storia d’amore assolutamente drammatica, capace di commuoverci con grande intensità anche ad un secolo di distanza.

Jeanne Hèbuterne è stata la musa ispiratrice di Amedeo Modigliani ed il suo grande amore, la sua salvezza e la sua maledizione. 

I due riescono a vivere insieme per tre soli anni, perché l’artista, malato di tubercolosi, muore nel 1920 a soli trentacinque anni, gettando la sua amata nello sconforto. Il giorno successivo infatti si suiciderà lanciandosi dalla finestra, pur essendo al nono mese di gravidanza.

Non vi basta questa breve sintesi sulla loro storia? Eccovi il link ad un bel post a tema: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle.


04. Egon Schiele ed Edith Harms

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Egon Schiele, Edith con un vestito a righe.

Come forse già saprete, per me Egon Schiele è sinonimo di passione ma anche di amore smisurato.

Ho un gran debole per questo ragazzo tormentato e incompreso, attratto dai lati più nascosti della natura umana. Anche lui, che finisce persino in carcere per colpa della sua pittura così esplicita, ad un certo punto trova il suo equilibrio, nelle fattezze di Edith Harms. 

Con lei l’artista arriva a conoscere un amore adulto e senza tenebre, quel sentimento quasi libresco che riesce a curare anche le anime più straziate.

Eppure la sua felicità non è destinata a durare: proprio quando il mondo si accorge di lui e sta vivendo un matrimonio felice, Egon Schiele viene ucciso dall’influenza spagnola, che pochi giorni dopo causerà anche la morte di Edith Schiele, incinta di sei mesi.

Credo che questa sia un esempio lampante di scherzi crudeli del fato e di vite segnate dalla sfortuna; ogni volta che ci penso sento il cuore che si stringe. Se invece voi volete leggere qualcos’altro su Egon Schiele, ecco il link al primo di tre post dedicati interamente a lui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (1/3).


05. Salvador Dalì e Gala

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Salvador Dalì, Leda e il cigno.

Per concludere in maniera non troppo triste, ho scelto la storia di un amore felice e duraturo, che rappresenta la salvezza e la forza.

Elena Ivanovna Diakonova, meglio conosciuta come Gala, quando ha conosciuto Salvador Dalì era ancora sposata con il poeta Paul Éluard. Tra lei ed il pittore catalano è scattato un amore che ne ha legato i destini dal 1929 sino al 1982 (anno di morte di Gala). 

Questa donna straordinaria è stata la sua maggiore fonte di ispirazione e la sua devota moglie, la modella preferita e la salvezza dalla pazzia, come Salvador Dalì stesso ha affermato.

L’idea che un amore così tradizionale abbia assorbito completamente uno degli uomini più eccentrici dello scorso secolo mi fa sempre riflettere sull’inspiegabile valore di questo sentimento, che va ben oltre le sciocche frasette che si trovano nei cioccolatini.


Senza polemizzare (proprio oggi, per giunta!), direi che è ora di concludere questo lungo post. Allora, vi sono piaciute queste storie in cui l’arte si fonde con l’amore? Qual è la musa che preferite? Sapreste dirmi se ho dimenticato qualcuno di importante per voi? Un abbraccio a tutti!

La nuova sede del Chicago Tribune: storia di un concorso da 50.000 dollari

Chicago, 1922: un ambizioso bando di concorso invita tutti i più importanti architetti del mondo a progettare il più bell’edificio per uffici immaginabile, con tanto di cospicuo premio in denaro.

Con queste premesse, quali risultati vi immaginereste? Dato il periodo, io punterei su un trionfo del funzionalismo o mal che vada dell’Art Déco, e dovete sapere che mi sbaglierei.

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Lewis Edward Hickmott, la corte d’onore dell’esposizione Colombiana, 1894.

Infatti, come anticipato nello scorso post (ve lo siete perso? Ecco il link per rimediare: Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?), le basi del Movimento Moderno gettate dalla Scuola di Chicago presto vengono sommerse da un’ondata di nuovo eclettismo: le strutture realizzate in maniera ormai nuova, con scheletro in acciaio, vengono mascherate da decorazioni ispirate a lessici architettonici del passato europeo, come il gotico oppure il barocco.

Un esempio in questa direzione è sicuramente l’Esposizione Universale del 1893 che, pur dovendo mostrare la grandezza architettonica di Chicago, sceglie edifici pomposi e assai poco moderni.

Ma torniamo a noi e al concorso sopra citato che, per farla breve, è un bando del 1922 per la realizzazione del progetto di una nuova sede per il Chicago Tribune (al tempo il secondo giornale per importanza degli Stati Uniti), che sarebbe letteralmente dovuta essere “il più bel palazzo per uffici del mondo”. 

Una campagna pubblicitaria forte, insieme al primo premio di 50.000 $ (l’equivalente di circa 690.000 $ odierni!) garantisce a questo concorso una grandissima attrattiva ed un notevole interesse, ulteriormente enfatizzato dalla scelta di invitare direttamente alcuni tra gli architetti più prestigiosi del mondo, pagando i loro progetti 2.000 $ l’uno.


I progetti presentati

Il concorso per la nuova sede del Chicago Tribune vede circa 260 studi partecipanti da una trentina Paesi del mondo, diventando un punto importante di confronto per l’architettura contemporanea e per il suo sviluppo. Se si guardano i progetti presentati, si può riscontrare una grandissima varietà. In linea di massima, gli Europei mantengono linee più moderne rispetto agli Americani, ad eccezione ad esempio del trionfo eclettico dell’italiano Saviero Dioguardi.

Qui di seguito trovate alcuni dei progetti da scorrere, tanto per farvi un’idea di quelle che sono state alcune proposte interessanti.

Una menzione speciale per Gropius e Meyer…

Non posso che spendere qualche parola per Walter Gropius, fondatore del Bauhaus, e per il suo socio Adolf Meyer.

Le linee geometriche pure e la composizione equilibrata fanno brillare gli occhi degli appassionati di architettura di tutto il mondo, così come l’assenza di inutili esercizi di stile o di ostentata originalità. Se penso a come questo grattacielo starebbe bene a Chicago, affacciato sul Loop e sul fiume, mi dispiace proprio che non siano stati i vincitori.

…E per Adolf Loos

Quello di Adolf Loos è un progetto a dir poco assurdo, se guardato con gli occhi di oggi, ma che tuttavia merita di essere conosciuto. Questo architetto è noto per la sua vena polemica, per il senso dell’umorismo e soprattutto per la sua lotta alle decorazioni (non per niente è l’autore di un saggio intitolato “Ornamento e delitto”), quindi a prima vista la scelta di una gigantesca colonna dorica ci sembra un gran bello scherzo.

Eppure la descrizione dell’opera è effettuata in maniera seria e rigorosa e, una volta saputo della sua sconfitta, pare abbia commentato così:

“La grande colonna dorica greca verrà costruita. Se non a Chicago in un’altra città. Se non per il Chigago Tribune, per qualcun altro. Se non da me, da qualche altro architetto.”

Che dire, se non che Loos rimane una figura piuttosto misteriosa? A me piace pensare che si tratti del frutto di un ragionamento squisitamente intellettuale: l’ordine architettonico dorico può diventare un simbolo ed essere usato come sintesi concettuale, così da condurre all’interpretazione di un’idea tradizionale usata in modo nuovo nel progetto di un grattacielo.


Il progetto vincitore

Il titolo di vincitore spetta ad uno studio di architetti americani, John Mead Howells e Raymond M. Hood, che propongono un progetto non molto innovativo, consistente in un parallelepipedo decorato in stile goticheggiante e piuttosto arzigogolato soprattutto nella parte alta.

La direzione del Chicago Tribune è così contenta che inizia la costruzione di questo sofisticato palazzo nel 1923 e lo completa nel giro di due anni, realizzando quello che diventa senza ombra di dubbio un nuovo e significativo landmark cittadino.

Ancora oggi, passeggiando tra il Loop ed il Magnificent Mile, è impossibile non notarlo e non fermarsi per osservarlo incuriositi, o per lo meno questo è quello che è capitato a me (che pure non sono propriamente un’appassionata di grattacieli neogotici, ve lo posso garantire).


Per finire ho un’ultima domanda: in fondo in fondo non avreste preferito anche voi il progetto di grattacielo-colonna ideato da quell’eccentrico di Adolf Loos, che per un motivo o per l’altro ha sempre uno spazio speciale nel mio arido cuore di architetto?

Fatemi sapere, se vi va, chi avreste fatto vincere voi! 😉

Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?

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La Chicago dei primi grattacieli.

Riuscite ad immaginare il momento in cui la modernità (sotto forma di grattacielo) ha preso piede e ha iniziato a trasformare le città?

Ancora nella seconda metà dell’Ottocento gli architetti si divertivano a progettare i grandi edifici pubblici con dettagli stilistici ispirati (o in molti casi scopiazzati) ai periodi storici precedenti. Mi riferisco ai vari teatri dell’opera, alle chiese di ispirazione goticheggiante oppure ai palazzi governativi in stile rinascimentale, tanto per fare alcuni esempi riscontrabili in molte nostre città. Improvvisamente poi questi stessi architetti una mattina si sono alzati e, guardandosi allo specchio, hanno deciso che era ora di smettere di vergognarsi dei prodigi dell’industria dell’acciaio e del progresso tecnologico, che bisognava invece utilizzare questi nuovi materiali. Così, bullone dopo bullone, è nata l’architettura contemporanea.

Sarebbe bello se la storia procedesse in maniera così semplice e lineare, non credete? Purtroppo, o per fortuna, la realtà del nostro mondo non è quasi mai come ho appena descritto: spesso è molto più sfaccettata e complessa, composta da passi in avanti e all’indietro che più che una strada sembrano formare un assurdo balletto.

Questo vale anche per l’invenzione dei grattacieli e dell’architettura dell’acciaio e del vetro in generale. Si tratta di una grande rivoluzione che, come spesso accade, avviene grazie ad una concomitanza di eventi ed al raggiungimento di una serie di traguardi minori, che proverò ad elencare di seguito.


1. L’evoluzione dell’industria
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I Magazzini Fair di Chicago in costruzione, 1891.

Come già accennato, questa è la condizione necessaria per l’evoluzione delle strutture a telaio: il progresso tecnologico che procede a braccetto con la rivoluzione industriale crea fabbriche in grado di produrre in serie ed in maniera relativamente economica tutti gli elementi in acciaio che trasformeranno l’arte edificatoria in un gioco delle costruzioni a larga scala.

Pensiamo alle travi e ai piedritti ma anche ai bulloni e ai rivetti, elementi che diventano basilari e che pochi decenni prima venivano realizzati soltanto in maniera artigianale, con tanto di fabbro che batteva il ferro.

L’utilizzo dell’acciaio è importante perché permette di progettare strutture molto più alte, ripetibili ad ogni piano e snelle rispetto a quelle in muratura portante: avete presente le case vecchie che ci sono da noi? Ecco, se misurate lo spessore delle pareti vi accorgete che per arrivare a quattro piani di altezza si avvicina ai 60 centimetri, figuriamoci se i piani diventassero dieci o dodici!

Con la muratura portante poi le aperture devono essere necessariamente limitate, soprattutto ai piani inferiori, quelli più ombrosi.


2. L’invenzione dell’ascensore elettrico

Una seconda invenzione da non trascurare è quella dell’ascensore (insieme alla diffusione dell’energia elettrica ovviamente), avvenuta negli anni Cinquanta dell’Ottocento. Rendendo comodamente fruibili anche i piani più alti, li trasforma in quelli  con maggiore valore, data la maggiore luminosità e la progressiva distanza dai rumori della strada. Inoltre, la possibilità di salire i piani meccanicamente permette di realizzarne di più senza che siano svalutati.


3. La crescita smisurata delle metropoli

Il periodo della Rivoluzione industriale è anche il primo momento in cui storicamente le città iniziano a crescere in maniera smisurata e rapida, trasformandosi in metropoli contemporanee, con tutto il fascino e gli squilibri che ne derivano.

Il alcune città degli Stati Uniti, poi, questo processo è ancora più evidente, dal momento che in pochi anni lungo le vie del commercio e del passaggio verso l’ovest da conquistare crescono degli enormi centri. Chicago è tra queste, come vi ho raccontato un po’ di tempo fa in questo post: Chicago, tra grattacieli, expo e case nella prateria: le cose che chi sogna l’America deve conoscere)

Senza dilungarmi troppo direi di passare oltre: come abbiamo appena visto, gli ingredienti ormai sono tutti pronti per essere usati, quello che manca ancora è un pretesto, una scintilla che inneschi il cambiamento.


L’incendio di Chicago del 1871

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Mappa di Chicago e dell’incendio del 1871.

Il pretesto è il grande incendio che colpisce e distrugge il centro e la zona nord della città di Chicago nel 1871.

I grandi studi di architettura della città riescono a trasformare questa catastrofe in una ghiotta opportunità: inizia infatti la gara per lo sfruttamento di porzioni di città nuovamente libere, decisamente appetibili. Il risultato? Grazie all’utilizzo dell’acciaio strutturare le costruzioni diventano sempre più alte, per ottimizzare lo spazio.

Dai pionieri dell’acciaio e del vetro nasce qualcosa di grande, la Scuola di Chicago, fondata dai più arditi architetti/ingegneri del tempo: Louis Sullivan e Dankman Adler (maestri di Frank Lloyd Wright tra le altre cose). Questa generazione arriva a definire quella che da questo momento diventerà l’architettura americana per eccellenza, espressa nei palazzi per uffici, nelle città verticali e ancora meglio nelle parole di Sullivan “La forma segue la funzione, decisamente rivoluzionaria se si pensa all’architettura eclettica che dominava l’Europa.

Lo scheletro in acciaio non spaventa più, quindi le decorazioni si riducono al minimo: sempre Sullivan descrive il grattacielo come un organismo costituito da tre parti funzionalmente distinte: un basamento, con funzione rappresentativa, un corpo centrale di uffici identici e indifferenziati e un coronamento contenente i locali tecnici.

Ed ecco a voi qui di seguito due tra gli esempi più famosi che si possono incontrare passeggiando per Chicago; soprattutto nel primo noterete come davvero il piano terreno è decorato in modo da essere rappresentativo e riconoscibile, mentre in alto domina la linearità.

Louis Sullivan, Grandi magazzini Schlesinger & Mayer (poi Carson, Pirie & Scott), 1885-1903

 


Daniel H. Burnham e John root, reliance Building, 1891-1896

Oltre all’importanza degli esterni, voglio condividere con voi anche l’attenzione che viene riposta nella progettazione degli interni dei luoghi pubblici, dotati di decorazioni che mi hanno a dir poco stregato:  si tratta di qualcosa che in Europa non esiste (anche se spesso vi si ispira), di uno stile squisitamente americano adottato in alto in una biblioteca e in basso in un centro commerciale e per uffici.

Shepley, Rutan and Coolidge, Chicago cultural Center, 1897

Frank Lloyd Wright, ristrutturazione del Rookery Building, 1905

Forse le fotografie non sono sufficienti e rendere l’idea, ma dovete sapere che la prima architettura del ferro è stata quella che mi ha fatto innamorare di Chicago, prima mia meta delle scorse vacanze.

Ancora oggi in giro per il centro si vedono grattacieli raffinati vecchi di più di cent’anni vicini ad altri modernissimi, un un disordine tutto sommato armonico. Questa città continua a crescere e a chiamare i migliori architetti per rinnovarsi, così da mantenere il suo ruolo di santuario per gli appassionati di architettura.

(Abbiate pazienza se le fotografie non sono il massimo ma sono tutte scattate da me, ad eccezione di quelle d’epoca ovviamente).

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Tornando però al nostro discorso, devo però ricordare che l’evoluzione dell’architettura contemporanea compie un passo in avanti e due indietro, quindi non dobbiamo aspettarci dall’illuminata Chicago soltanto la figura di capitale del modernismo, perché sarà anche qui che si potrà assistere ad un prepotente ritorno dell’eclettismo e dell’amore per le decorazioni, seppure applicate a strutture in acciaio.

Questo perché bisogna tenere a mente che i grattacieli non vestono sempre abiti minimalisti e geometrici: spesso si calano nei panni di immense strutture goticheggianti oppure classiche, come vedremo, se vi va, nella prossima puntata.

Allora, questa architettura americana vi appassiona? Spero che questo post vi sia piaciuto e che siate curiosi di scoprire qualcosa di assolutamente bizzarro che vi racconterò nei prossimi giorni. 😉

Due anni oltre la Sottile Linea d’Ombra

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Anche se è praticamente impossibile che ve ne siate resi conto, La vostra Sottile Linea d’Ombra oggi compie ben due anni dal primo post: 731 giorni, 164 articoli pubblicati e più di centocinquantamila visite! 🙂

La cosa incredibile è che dopo tutto questo tempo curare il blog mi dà ancora soddisfazioni (forse anche di più rispetto all’inizio) e non credo sia una cosa da poco, non è vero?

Sono stati due anni in cui mi sono impegnata molto per costruire la mia strada oltre la famigerata linea d’ombra, ovvero nella mia nuova fase da persona adulta, un percorso professionale che mi soddisfa e che viaggia in direzione diversa ma spero non incompatibile con il piccolo ma gradevolissimo sentiero è che questo blog, un angolo del web in cui racconto le cose che più mi appassionano e mi affascinano del mondo.

È quindi doveroso ringraziare tutti voi che con le vostre visite, con i commenti e con le condivisioni avete dato ossigeno al mio progetto e ogni giorno contribuite alla mia soddisfazione e soprattutto al mio buon umore.

Ecco, non credo che una misera frase di ringraziamento possa bastare, quindi vi chiedo gentilmente 2 minuti del vostro tempo per sentire la vostra voce: vorrei sapere quello che più vi piace per regalare a voi e a me un nuovo anno possibilmente ancora più interessante di quelli appena trascorsi. 😉

Siete voi che date uno scopo alle ore che perdo; lo tengo sempre a mente e per questo mi domando che cosa amiate maggiormente di quello che scrivo, se siate più affascinati dalla pittura, dall’architettura o dalle città. Sono curiosa da matti anche se spesso non riesco a ricambiare l’attenzione che meritate, ma purtroppo (e per fortuna) non ho tutto il tempo libero che a volte sogno.

Per rimediare, ecco quindi un piccolo sondaggio tutto per voi: 10 brevi domande, nemmeno tutte obbligatorie, per scoprire la vostra sincera opinione su La Sottile Linea d’Ombra!

 

Compilato? Spero che sia stato anche un po’ divertente!

Per concludere, vi ringrazio ancora una volta e mi permetto di augurare a me stessa altri innumerevoli giorni entusiasmanti come questi e ricchi di incontri e conoscenze 😉

I miei buoni motivi per amare Gustave Caillebotte e la sua Parigi luminosa

Della Parigi incantata e maledetta, spietata musa ispiratrice, abbiamo già parlato in passato, ve ne ricordate?

Un esempio è sicuramente questo post: Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi), ma anche se ve lo foste perso scommetto che se vi citassi Montmartre e il Moulin Rouge vi verrebbero subito in mente alcuni artisti che tutti consideriamo i grandi protagonisti dell’epoca: Modigliani (di cui ho parlato qui: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle), il primo Picasso, Henri de Toulouse-Lautrec (di cui ho parlato qui: Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec) e prima di loro gli impressionisti.

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Gustave Caillebotte, Rue Halevy vista dal sesto piano.

Se invece vi chiedessi di pensare alle opere che riguardano principalmente gli immensi Boulevards e la vita sfavillante dei quartieri benestanti e illuminati, verrebbe subito in mente anche a voi Gustave Caillebotte (1848-1894)?

Tra tutti quelli che ho citato forse non è la figura più romantica e romanzesca, però credo che ci siano delle cose da sapere per avvicinarsi a lui e comprenderlo a fondo. Premesso questo, ho provato ad elencarle qui di seguito.


La luce bianca e i soggetti: una diversa interpretazione dell’impressionismo

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Gustave Caillebotte, i raschiatori del parquet.

Il primo motivo per amare Gustave Caillebotte secondo me è la sua originale interpretazione dell’impressionismo, che conduce spesso ad opere più dettagliate rispetto a quelle dei suoi colleghi e all’utilizzo di una tavolozza meno ricca, in cui il bianco ha un ruolo predominante. La luce per lui non si declina nei mille colori degli elementi che tocca, ma al contrario si mantiene di un candore perfetto.

Caillebotte, figlio di un imprenditore di successo e destinato a condurre una vita agiata, si differenzia in questo da molti degli artisti che si ritrovavano a Parigi in cerca di fortuna e questo aspetto emerge chiaramente nella scelta dei soggetti. Lui non ci racconta delle notti folli e degli eccessi, ma piuttosto della bellezza della città in cui vive, del progresso e della sua natura borghese.

Diciamo che a Montmartre preferisce i Boulevards Haussmanniani, e dunque assume per noi un ruolo importante di testimonianza di quello che poteva essere il mondo per chi aveva la fortuna di essere benestante o per lo meno tradizionalmente inserito nella società.


Il ruolo di mecenate e promotore

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Gustave Caillebotte, Boulevard Haussmann nella neve.

Uno degli aspetti che preferisco di Gustave Caillebotte è inoltre il suo ruolo all’interno del gruppo impressionista.

Innanzitutto la sua ricchezza personale gli permette di acquistare molte opere dei suoi colleghi ed amici, finanziandone di fatto sia il lavoro sia le successive esposizioni (dal 1879 sino alla trasferta a New York del 1885).

Cerca poi nel corso degli anni di tenere unito il gruppo impressionista, sempre diviso da gelosie e altre fonti di litigio, fino a quando, deluso, decide di abbandonare la pittura per dedicarsi alla navigazione (che praticava spesso con il fratello) e al giardinaggio nei suoi appezzamenti parigini.


La triste sorte

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Gustave Caillebotte, Autoritratto.

Come purtroppo accade un po’ troppo spesso agli artisti, anche Gustave Caillebotte è destinato a morire anzitempo: si spegne infatti nel 1894, a soli quarantasei anni.

In seguito a questo evento, è significativo scoprire quello che hanno detto di lui gli amici e colleghi del mondo dell’arte:

Ecco una persona che possiamo rimpiangere, è stato buono e generoso e, ciò che non guasta, un pittore di talento. (Camille Pissarro)

Aveva tanti doni naturali quanto buoni sentimenti e, quando l’abbiamo perso, era appena all’inizio della sua carriera. (Claude Monet)


Avete scoperto qualcosa di nuovo su Gustave Caillebotte? Spero proprio di sì e voglio concludere questo piccolo articolo con una bella galleria delle sue opere, soprattutto di quelle parigine, per celebrare al meglio questo artista forse non abbastanza noto e celebrato. Qual è la vostra preferita? Io vi confesso che subisco da sempre il fascino dei tetti 😉

Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec e le sue bellissime opere

Se nomino Parigi scommetto che vi si colorerà la mente delle Ballerine di Edgar Degas, delle luci di Montmartre e delle pennellate vigorose di Amedeo Modigliani, non è vero? Molte volte purtroppo ci si dimentica delle opere di Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) e del loro modo unico e preziosissimo di raccontare uno dei periodi storici più affascinanti dell’età contemporanea, soprattutto per quanto riguarda l’arte.

Questo artista talentuoso e sfortunato non gode della notorietà dei grandi pittori che comunemente associamo a Parigi, eppure possiede qualcosa che strega l’osservatore più attento: ci regala il valore della sua testimonianza lucida, il privilegio di poter cogliere le mille sfaccettature che hanno tutte le realtà.

Riflettendoci un po’ su, mi vengono in mente tre principali motivi che credo siano le chiavi per imparare ad apprezzarlo come merita.


01. La magia del tratto

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Come forse ormai saprete, per prima cosa a me piace parlare della tecnica, di quello che rende grande un artista a discapito del mondo in cui è immerso e delle storie che racconta.

Ecco, nel caso di Toulouse-Lautrec secondo me è quasi doveroso perdersi ad ammirare il suo tratto deciso e pulito, preciso e inclemente nei confronti del malcapitato (o soprattutto della malcapitata, date le sue preferenze) che viene ritratto. Le sue figure risultano tanto caratterizzate da avere qualcosa di caricaturale, anche se in maniera sottile, come accade soltanto alle mani più dotate e allenate.

Da appassionata di disegno, subisco totalmente il fascino di un artista che non ha bisogno di riposare la matita e che fa sembrare il ritratto un gioco facilissimo, non trovate anche voi che ci sia qualcosa di magico nei contorni e nelle campiture che realizza?


02. Uno sguardo unico sulla Belle Epoque

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Henri de Toulouse Lautrec, Al Moulin Rouge, la danza.

Le opere di Henri de Toulouse-Lautrec raccontano in maniera magistrale l’altra faccia della Belle Epoque, l’aspetto forse meno romanzato ma più autentico, sicuramente meno poetico ma più genuino.

Questo artista, nato da famiglia nobile e affetto da una malattia genetica che l’ha condannato ad un’altezza di un metro e mezzo (se vi interessa saperne di più ecco il link all’esaustiva pagina di wikipedia), è riuscito ad arrivare oltre le luci patinate dei teatri, più lontano rispetto agli altri protagonisti della scena parigina. Per lui non esistono porte chiuse, nemmeno quelle delle camere del Moulin Rouge: ama tremendamente le donne nel momento in cui dismettono gli abiti di scena e loro sembrano ricambiarlo, mantenendo con lui un rapporto speciale e profondo.

Toulouse-Lautrec arriva a dedicare nel 1896 alle ragazze di Montmartre e dei suoi bordelli una raccolta di opere chiamata Elles, un insieme di opere  che raccontano il lato più intimo della loro quotidianità.


03. La modernità

In contrapposizione alla dolce intimità di cui ho parlato, Henri de Toulouse-Lautrec realizza anche opere decisamente moderne e impietose nei confronti della realtà in cui è immerso.

Nei volti spesso i tratti somatici sono evidenziati dal bianco verdastro del trucco e dalle prime e crude illuminazioni notturne, arrivando quasi alla realizzazione di un fumetto molto sofisticato.  Diventa poi celebre per i suoi manifesti pubblicitari di grandi dimensioni, semplicissimi e coraggiosamente caratterizzati da grandi campiture monocromatiche. Siamo ben lontani dai coevi manifesti di Alfons Mucha, non trovate anche voi?

Ecco, io credo che queste tinte, insieme alla bidimensionalità che caratterizza queste opere, contribuiscano in qualche modo allo sviluppo della grafica pubblicitaria dei decenni successivi. Dopotutto stiamo parlando di forme semplici e di giochi di colori primari, due elementi che sono i punti fermi della produzione artistica europea della prima metà del Novecento.


Detto questo, mi fermo prima di diventare troppo prolissa e vi invito, se siete interessati, a  completare il quadro esplorando molte altre sue opere, visibili nella pagina di Wikimedia Commons a lui dedicata.

Sono riuscita a convincervi a dare una chance in più a questo artista sfortunato nonostante la nobile famiglia d’origine, a quest’uomo destinato a vivere in tutto e per tutto la Parigi maledetta dei bordelli e degli eccessi, fatta di piacere e sofferenza?

Non bisogna infatti dimenticare che anche lui è annoverato nella folta schiera delle menti geniali morte giovani: purtroppo si spegne infatti a 37 anni a causa della sifilide e dei danni causati dall’alcolismo.

Top Ten 2016: i post più letti dello scorso anno

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Ripercorrendo l’anno appena passato, non piace anche a voi perdervi nei bilanci per scoprire quali sono le cose che hanno funzionato meglio nei vari ambiti? Bene, se vi parlo dell’attività del blog vi posso dire che ho trovato molto interessanti i dieci articoli più letti del 2016, una selezione prevista in parte e inaspettata per altri versi.

Voi sapreste dire qual è stato il vostro articolo preferito de La Sottile Linea d’Ombra nel 2016? Immagino che sia una domanda difficilissima, quindi vi invito a rinfrescarvi la memoria con questa Top Ten: basterà cliccare sul titolo per aprire il post in nuovo pannello.


10. “A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”

Secessione viennese: ecco quello che succede quando in un clima di vivacità intellettuale le accademie viennesi continuano a propinare le solite discipline classicheggianti e banali.

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Al decimo posto con mia somma sorpresa e soddisfazione si piazza uno dei primissimi articoli che ho scritto (datato 10 febbraio 2015!), per di più dedicato a un tema non troppo virale, per dirla con un eufemismo. Ma si sa, il web ha delle strade tutte sue e quindi non mi pongo domande dall’ineffabile risposta.

Fatto sta che vi racconta di Vienna e di una generazione di ragazzi che cento anni fa credevano in un futuro fatto di bellezza e cultura e che immaginavano di poter vivere in una colonia di Artisti (a Darmstadt, progettata dallo stesso Olbrich), lontani dalla guerra che presto avrebbe distrutto tutto e fatto crollare un impero secolare.


09. Storie d’estate: come hanno elogiato il sole i grandi artisti?

Van Gogh, Monet, Hopper e molti altri: sfogliate questa galleria per vedere come i più grandi artisti hanno celebrato l’estate!

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Noto con piacere che quasi tutti i post che ho dedicato alle stagioni si sono piazzati in classifica (vi accorgerete che manca solo la primavera, rimasta comunque ad un onorevole 12° posto).

Ho messo in campo i più grandi artisti della storia dell’arte e le opere che in questo caso hanno dedicato all’estate, dunque è stato relativamente facile stimolare la curiosità, lo ammetto, però mi piace pensare che abbiate gradito la selezione che ho operato!


08. Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?

Anche voi avete un debole per gli impressionisti? E quale pensate che sia il segreto del loro successo planetario?

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Gli impressionisti garantiscono un intramontabile successo, ormai lo do per assodato e questa la considero una conferma.

Vi ricordate la serie dei Perché de la Sottile Linea d’Ombra? Ecco, questo è uno dei due che hanno avuto maggiore fortuna, ma se volete recuperare con gli altri ecco il link al primo della serie: Elogio alla curiosità.


07. Perché Christo ha realizzato una passerella galleggiante sul Lago d’Iseo?

Se non per provare l’ebbrezza di camminare sulle acque, quali sono le altre ragioni di un’impresa tanto ardita?

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Ed ecco invece il secondo dei perché che riguarda il grande topic dello scorso giugno: anche se ce ne siamo già quasi scordati, quanti di noi sono corsi a vedere quest’opera o ne hanno anche solo parlato (nel bene o nel male)?

Da amante del genere, anche io mi sono regalata un’alba sul Lago d’Iseo e ho condiviso con voi una riflessione a tema.


06. In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright

Cosa rende questa architettura una delle più amate e famose del Novecento? E cosa ha da insegnarci ancora oggi?

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Finalmente ritroviamo un altro post in tema architettura, dedicato per giunta ad uno dei più grandi maestri del Novecento: il mio amato Frank Lloyd Wright.

Questo articolo è stato scritto prima di vedere dal vero la bellissima Casa sulla Cascata, ma vi posso confermare che la mia opinione è rimasta la stessa anche dopo l’incontro faccia a faccia della scorsa estate.


05. Storie d’inverno: il gelo e la neve attraverso gli occhi dei grandi artisti

Come è stato celebrato dai pittori l’inverno, la stagione in cui la natura riserva i suoi colori più tenui? Per scoprirlo basta guardare queste immagini!

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Torniamo a parlare di stagioni: questa volta è il turno dell’inverno e della sua atmosfera glaciale. Senza dilungarmi oltre, vi segnalo che questo post è stato anche trasformato in un video molto carino, come potete vedere qui: 10 Momenti di… Inverno!


04. Edward Hopper, Felice Casorati e la solitudine esistenziale

Cosa hanno in comune il piemontesissimo Felice Casorati ed il celebre statunitense Edward Hopper? Vi invito a scoprirlo!

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Il fatto che questo post sia arrivato in quarta posizione mi onora e mi stupisce: anche in questo caso siamo di fronte a uno dei primi articoli che ho scritto (datato 25 marzo 2015) e ad un tema piuttosto ristretto.

Qualunque sia la ragione, se ve lo siete dimenticati dopo tanto tempo vi consiglio di dare un’occhiata!


03. Cosa decide il valore di un’opera d’arte?

Come mai la Gioconda ha così tanto valore? E perché le righe di Mondrian sono inestimabili? Un invito alla ricerca di una risposta!

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Questo eterno dilemma si è vinto una meritata medaglia di bronzo. Avreste una risposta migliore rispetta a quella che ho provato a darvi io? Siete pregati di comunicarmelo 😉


02. Turner a Roma: le meraviglie della città eterna

Immaginate l’emozione di Turner a Roma, capitale classica, per la prima volta? Ecco una serie di quadri, acquerelli e disegni da non perdere su questo tema!

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Il secondo posto appartiene invece ad uno degli articoli che io stessa riguardo più volentieri ed un artista che mi affascina davvero molto.

Turner ha ritratto la nostra Roma in una maniera che merita di essere vista e rivista, regalando fotogrammi della città di ieri, prima di tutte le vicende dei giorni nostri.


01. Storie d’autunno: i colori più belli attraverso gli occhi dei grandi artisti

Come è stato celebrato dai pittori l’autunno, la stagione in cui la natura ci riserva i suoi colori migliori? Per scoprirlo basta guardare queste immagini!

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Infine, il post più visto del 2016 è stata la galleria di quadri a tema autunno, la mia stagione preferita!

Immagino che i suoi stupendi colori abbiano impressionato anche voi e vi ricordo che anche questo post è stato trasformato a ampliato con un video che potete trovare qui: 10 momenti di autunno.


In conclusione, avete trovato l’articolo che vi è piaciuto di più nello scorso anno? Siete d’accordo con il “vincitore” di questa classifica? Aspetto la vostra opinione 😉

Cartoline dalla montagna: come i migliori artisti hanno celebrato le alte vette

Cosa vi viene in mente se pensate alla montagna? Abitando ai piedi delle Alpi credo di essere di parte, però sono convinta che si tratti di un ambiente naturale unico e affascinante, mutevole, duro ed emozionante allo stesso tempo. Le alte vette evocano tante emozioni e racchiudono aspettative, e immagino che ognuno di noi risponderebbe diversamente a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre la montagna è una sfida ed un piacere per ogni pittore che la ami, così in questo post troverete una selezione di bellissimi quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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C. D. Friedrich, Nebbia sulle montagne.

Quando parlo di paesaggi, mi sembra sempre doveroso iniziare da Caspar David Friedrich, uno dei più grandi esponenti del Romanticismo e l’artista che maggiormente è stato in grado di celebrare la natura nei suoi aspetti più selvaggi e sublimi.

Le sue montagne sono quelle del Nord Europa e sembra che il ghiaccio, la nebbia e la neve siano i protagonisti, insieme alle foreste di conifere. Mi ricorda molto l’inverno e credo proprio che abbia qualcosa di speciale, non credete anche voi?

(Per i curiosi, ecco un articolo su questo tema: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Il lago di Zug.

Per Joseph Mallord William Turner, viaggiatore instancabile, le montagne hanno molte facce e sono raccontate come un ricordo e, allo stesso tempo, una suggestione.

I suoi quaderni di viaggio raccontano i paesaggi della Gran Bretagna, della Svizzera e dell’Italia, con una particolare attenzione verso gli agenti atmosferici e la forza della luce. Vanno scoperti e guardati uno alla volta, per riconoscere i diversi luoghi e immaginare quelli in cui non siamo mai stati.


Paul Cézanne

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Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Di Paul Cézanne e del suo maniacale interesse per il Monte Sainte-Victoire abbiamo già parlato (ve lo siete perso? Ecco l link: La montagna incantata di Paul Cézanne), però i colori del Mediterraneo mancavano in questa selezione.

Le sue montagne sono in assoluto le più dolci e le meno misteriose, non credete anche voi?


Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Piante di olivo in un paesaggio montagnoso.

Anche se le montagne non sono sicuramente i soggetti più ricorrenti nelle opere di Vincent Van Gogh, ho scovato questi quadri e, tanto per cambiare, mi hanno impressionata.

Come spesso accade, i suoi paesaggi diventano la chiara impressione del suo tormento interiore e del suo modo unico di vedere il mondo. I colori sono quelli delle montagne in lontananza e dei campi d’estate, mentre i cieli sembrano voler invadere il terreno sottostante.


Paul Gauguin

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Dopo aver visto luoghi vicini, ora ci spostiamo dall’altra parte del mondo, e per la precisione in Polinesia, per guardare le montagne decisamente colorate che ha dipinto Paul Gauguin.

Le palme sono molto diverse dalle conifere di Friedrich, così come l’idea di calore che ci regalano, però non si può dire che non siano ricche di fascino esotico.


Giovanni Segantini

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Giovanni Segantini, Il ritorno dal bosco.

Dopo questo piccolo viaggio oltreoceano, torniamo dalle nostre parti, per rimirare le opere del nostro Giovanni Segantini, un artista che ha saputo raccontare la realtà alpina quotidiana e allo stesso tempo renderla il fondale di affascinantissime opere simboliste. 

Entrambi i generi hanno condotto a tele bellissime, non siete d’accordo con me?


Ferdinand Hodler

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Ferdinand Hodler, Jungfrau e Schwarzmonch.

Dopo Segantini, ci spostiamo in Svizzera per vedere le opere di un altro pittore simbolista, Ferdinand Hodler, un uomo in grado di realizzare grandi tele in cui la montagna è l’unica e assoluta protagonista.

Mi piacciono i cieli gialli dei pomeriggi invernali e il blu della neve delle vette più alte, li adoro tanto perché mi ricordano i panorami che nella mia mente identificano il paesaggio della valle in cui vivo.


Vassily Kandinsky

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Vassily Kandinsky, Dunaberg.

Finalmente è arrivato anche il turno di Vassily Kandinsky, uno dei miei preferiti in assoluto.

Come per tutti i soggetti che lui riporta su tela, anche le montagne diventano per prima cosa forma e colore, dando origine a composizioni evocative e fantastiche, racconti e sogni dipinti con mano sicura.


John E. H. Macdonald

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J. E. H. Macdonald, Lake O’Hara and Cathedral Mountain

Dopo la Russia di Kandinsky, ci spostiamo in Canada, per celebrare John E. H. MacDonald, uno degli artisti del Gruppo dei Sette. (Ve li siete persi? Ecco un post interamente dedicato a loro: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi)

Qui al Nord quello che riusciamo a vedere è proprio il mondo glaciale, freddo e a suo modo colorato di una terra ricca di fascino. La ricerca pittorica prende una piega diversa da quella europea, una strada che avevano aperto i romantici americani e che non perde di freschezza.


René Magritte

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René Magritte, Il dominio di Arnheim.

Dopo tutta questa carrellata, mi sono voluta concedere un finale metafisico, una montagna dipinta da René Magritte che diventa il simbolo di qualcosa di più, la custode di un segreto profondo e di un equilibrio solitario.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? Qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

New York City: 5 luoghi imperdibili per un appassionato d’arte

Prima che vi avventuriate nella lettura, lasciate che vi confessi una cosa: non mi considero un’esperta di New York e nemmeno mi vanterò di esserlo, anche se ho studiato questa città sotto vari aspetti e ho trascorso lì un’intensa settimana in cui ho cercato di immergermi il più possibile nel suo spirito caratteristico ma fuggevole. Esistono realtà troppo grandi e troppo mutevoli per essere comprese al primo sguardo e questo vale secondo me per la Grande Mela: lasciandola sapevo già che non mi è davvero appartenuta, avevo l’impressione di aver captato soltanto qualcuna delle sue mille sfaccettature.

Posso però confermarvi che io sono il prototipo dell’appassionata d’arte, quindi in questo post cercherò di condividere con voi i consigli che mi sembrano più utili e di descrivervi quei luoghi che, nel momento in cui ci si ritrova a scegliere tra mille attrazioni, vanno secondo me assolutamente messi ai primi posti.


Il Guggenheim: un matrimonio tra pittura e architettura

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Da vera fan di Wright (e anche della famiglia Guggenheim) non potevo che partire da qui. Vedere dal vivo questa architettura prima dall’esterno e successivamente poterla girare liberamente è stata una vera emozione, e come se non bastasse la collezione di opere d’arte custodita al suo interno è a dir poco strepitosa.

Il Guggenheim Museum si trova all’angolo tra la 5th Avenue (la via dei musei) e l’88th strada, affacciato su Central Park. Il progetto è del 1959 ed è stato pensato come il contenitore perfetto per l’inestimabile raccolta dei quadri di Solomon Guggenheim, ricco industriale e lungimirante collezionista.

Una parte del percorso espositivo è costituita da una rampa a spirale discendente, dedicata spesso alle mostre temporanee, e illuminata dalla luce naturale che piove dall’alto e da quelli che dall’esterno sembrano dei tagli nella facciata. Esiste poi tutta un’altra porzione di edificio più tradizionale, dove l’attenzione per l’illuminazione si dimostra sempre una scelta vincente e dove si possono ammirare capolavori soprattutto del periodo delle Avanguardie.

In poche stanza si concentrano opere di una qualità altissima: Georges Braque, Paul Cézanne, Marc Chagall, Edgar Degas, Paul Gauguin, Vassily Kandinsky, Piet Mondrian, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir e Henri de Toulouse-Lautrec sono infatti solo alcuni dei grandi artisti che si possono incontrare. Con questo spero di avervi convinti!


Chelsea: il paradiso delle gallerie d’arte

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Chelsea secondo me è il classico quartiere che ci si aspetta di trovare a New York appena al di fuori dei grandi grattacieli: è estremamente fotogenico, brulica di vita mondana e ha un passato industriale che fa mostra di sé negli edifici industriali tutti ormai rifunzionalizzati a dovere. L’arte contemporanea ed il rinnovamento urbano sembrano essere il motore che porta avanti la continua trasformazione di quest’area sita nella porzione sud di Manhattan.

Passeggiare tra le sue strade (soprattutto tra l’Hudson River, la 10th Avenue, la 18th e la 28h strada) è a dir poco fantastico: può capitare di varcare la soglia di una galleria d’arte e di trovarsi di fronte opere di Warhol, Koons, Haring e Lichtenstein, come è successo a me alla Tagliatella Galleries, oppure di capitare in mezzo a futuristiche opere contemporanee d’avanguardia.

Certo, bisogna apprezzare il genere, ma in ogni caso vi assicuro che l’atmosfera che si respira è molto bella!


Whitney Musem e High Line: tra pittura, architettura e paesaggio

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Siamo di nuovo a Chelsea, lo so, ma non potevo non citare due luoghi che per me sono stati molto importanti.

Il primo è il Whitney Museum of American Art, il tempio dell’arte contemporanea statunitense. Se siete stati anche voi a New York vi sarete sicuramente accorti di come gli Americani tendano a valorizzare più la pittura europea rispetto alla loro, che lasciano spesso in posizione quasi marginale nei grandi musei. Probabilmente la vedono come un modello, ma io credo che se si è in viaggio in un certo luogo è la cultura locale che bisogna inseguire prima di tutto. Al Whitney troverete opere di Edward Hopper, di George Bellows, di Jasper Johns e di Georgia O’Keeffe, insieme a fotografie bellissime e a opere probabilmente sconosciute che susciteranno la vostra curiosità, il tutto in un contenitore d’eccezione, progettato dal nostro connazionale Renzo Piano.

Proprio di fianco al Whitney ha inizio quella che è una delle più celebri passeggiate della città, famosa soprattutto per gli amanti dell’architettura: si tratta della High Line, una ferrovia sopraelevata che correva per un bel pezzo di Manhattan, dismessa a partire dagli anni Ottanta e trasformata dal 2009 in un parco pedonale. Si tratta di un’idea geniale, di un punto di vista privilegiato per osservare la città e di un’oasi di relax dove tutto è curato nel minimo dettaglio: l’arredo urbano, la scelta delle piante e la loro disposizione.

Una delle mie cose preferite di tutta New York, credo di poterla definire imperdibile!


MoMA e MET: gli immancabili

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Ovviamente non potevo dimenticare i due templi dell’arte di New York, favolosi contenitori di opere d’arte inestimabili.

Potrei dilungarmi sia sul MoMA – Museum of Modern Art, mecca per gli amanti dell’arte contemporanea, sia sul MET – Metropolitan Museum of Arts, immenso contenitore di opere d’arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi del mondo, ma ho preferito inserire i link al loro sito ufficiale che sicuramente si saprà raccontare meglio di me. Posso soltanto aggiungere che si tratta di due luoghi assolutamente all’altezza della loro fama, commoventi e gestiti in maniera davvero ammirevole. 

Un’ultima cosa, per gli amanti dell’arte medievale: non dimenticate che il biglietto di ingresso al MET comprende anche l’accesso ad una sua speciale sezione distaccata, The Cloisters, un monastero realizzato a partire dal 1927 con parti di chiese e abbazie di tutta Europa, smontate, trasportate e rimontate all’estremità nord di Manhattan.


DUMBO: quello che succede oltre il Ponte di Brooklyn

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DUMBO (acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass) è il primo quartiere che si incontra se si decide di avventurarsi per Brooklyn. Si tratta di una zona portuale e industriale, caratterizzata un tempo dalla presenza di magazzini di stoccaggio e di manifatture. Oggi questi edifici conoscono una seconda vita fatta di arte e design, in quanto sono diventati la nuova casa di galleristi e creativi in fuga dalla troppo cara Manhattan.

Passeggiare per questo piccolo quartiere dove Street Art è un po’ dappertutto è davvero bello: la vista verso il ponte di Brooklyn è una specie di cartolina vivente che caratterizza il panorama, mentre si respira un’aria vivace nei caffè, nei negozi e nei locali.

Se il tempo accompagna, vi garantisco che non vi pentirete di questa piccola fuga dal caos di Manhattan!


In conclusione, sapete che vi dico? Soltanto a ripensarci e a cercare qualche immagine mi è venuta una grandissima voglia di tornare a New York e di riprendere le mie esplorazioni esattamente dove le ho interrotte, in modo da arrivare più in profondità.

Voi invece ci siete già stati? Condividete quelle che sono state le mie impressioni?


Nel caso invece che vi siate persi un po’ di puntate precedenti, vi ricordo che questo è solo l’ultimo di una serie di post dedicata agli Stati Uniti, l’ultima tappa di un ragionamento che ha avuto inizio da qui: Esiste una vera “arte americana”?. Se siete curiosi di saperne di più, vi auguro una buona lettura! 🙂

Tre cose da sapere per amare le stampe giapponesi

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Katsushika Hokusai, La grande onda di Kanagawa.

Vi è mai capitato di trovarvi di fronte una stampa giapponese, magari anche famosa ed inestimabile, e di non sapere bene come guardarla per comprenderla veramente? A volte viene spontaneo catalogare queste opere come qualcosa di esotico e decorativo, ma imparando a conoscerle si arriva a coglierne sia l’essenza poetica sia il valore di testimonianza di un mondo ormai scomparso.

Dopo un po’ di letture sono arrivata ad ipotizzare che siano principalmente tre le cose che bisogna assolutamente sapere prima di immergersi degnamente in una mostra o in un museo su questo tema come, tanto per fare un esempio, la bellissima esposizione di Milano di cui ho parlato in questo post: Hokusai, Hiroshige e Utamaro: i miei migliori motivi per scoprire la mostra a Milano.


01. Cos’è una xilografia?

Non posso che partire dalla singolare e affascinante tecnica con cui sono realizzate le stampe giapponesi: la xilografia su legno. Per quanto sia forse difficile da credere, le eleganti sfumature che le contraddistinguono non sono eseguite con pennellate, anche perché in questo caso sarebbe molto difficile ottenere decine di copie simili se non praticamente identiche. Si tratta invece di una lavorazione su più tavole di legno di ciliegio incise, una per ogni colore da inserire nell’opera (si arrivava fino a 10/15 tonalità!).

In pratica l’artista (Hokusai per esempio) realizzava su carta un disegno preliminare e lo dava alla bottega dell’incisore, il quale lo incollava alla prima tavola da utilizzare. Scavando per creare i vuoti otteneva una sorta di timbro, con il disegno iniziale in rilievo, che veniva inchiostrato e stampato su alcune copie. Questi fogli tornavano nelle mani dell’artista che a questo punto decideva i colori da inserire e ne riproduceva uno su ognuna della copie in bianco e nero.

Prendiamo ad esempio la Grande Onda per capire i colori che la compongono: lo schema sottostante mostra il successivo inserimento dei colori. Una tavola è dedicata al giallo delle barche, altre tre sono riservate ai tre punti di blu e azzurro che rendono viva l’acqua e infine una tavola con un giallo rosato colora il cielo.

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Una volta scelti i colori i disegni tornavano dall’incisore che li incollava separatamente su ogni tavola. A questo punto si procedeva come per quella del nero, realizzando una sorta di timbro per ogni tinta.

Infine, la stampa prevedeva che un foglio di carta di riso fosse appoggiato e premuto successivamente su tutte le tavole che componevano l’opera. Sembra complesso, non è vero? Tenete però conto che gli incisori erano così bravi e veloci da arrivare a una tiratura di duecento copie stampate al giorno!


02. Il contesto storico

Se poi vogliamo arrivare a capire la delicata magia delle storie raccontate attraverso le xilografie giapponesi, meglio definite come ukiyo-e, non possiamo trascurare il delicato momento storico in cui si assiste alla loro massima diffusione.

Gli incontrastati maestri di questa tecnica sono Katsushika Hokusai (1760-1849) e Utagawa Hiroshige (1797-1858), esponenti del momento in cui la stampa supera il ruolo di illustrazione a corredo di qualcos’altro  (testi, inviti, regali) e assume finalmente una sua valenza autonoma, purtroppo destinata a durare poco.

Gli anni d’oro dell’ukiyo-e sono infatti gli ultimi decenni del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, periodo storico in cui il Giappone si trova a combattere con l’isolamento l’invasione culturale ed economica dell’Occidente. Effettivamente le xilografie ci raccontano di un mondo decisamente diverso dall’Europa degli stessi anni: qui non è ancora avvenuta la rivoluzione industriale e gli usi e costumi sono ancora fortemente tradizionali.

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La fine dell’isolamento è datata 1853, quando il Giappone è costretto a firmare i primi trattati di amicizia e di commercio prima con gli Americani e poi con gli Europei. Da qui questo impero con radici profondissime decide di mettersi al passo con le potenze occidentali, così forti da poterlo minacciare, e avvia un periodo di serrata innovazione industriale, economica e culturale.

La contaminazione ha inizio e forme tradizionali come la stampa si perdono gradualmente nel processo di modernizzazione.


03. I temi

Ho lasciato per ultima quella che forse è la migliore e più intramontabile ragione che mi rende una fan delle stampe giapponesi, la forza narrativa che caratterizza queste opere e che a prima vista forse si nota poco. Molto spesso sono infatti raggruppate per argomenti e il loro numero permette di trovare e seguire un filo conduttore, come se si trattasse di un sottile racconto. 

Ne esistono molte, a partire dalla celebrazione di opere letterarie giapponesi fino alla descrizione delle stazioni di posta che costellavano il Tokaido, la celebre strada che collegava Kyoto a Tokyo. Per non dilungarmi troppo, ho scelto di approfondirne un paio a titolo di esempio.

Trentasei vedute del Monte Fuji

Tra i più celebri argomenti  c’è sicuramente quello delle Trentasei vedute del Monte Fuji, realizzate da Hokusai tra il 1826 e il 1833. Si tratta di una raccolta fantastica che permette di vedere paesaggi stupendi (tra cui la celeberrima Grande Onda) ma anche stralci di vita quotidiana, come scene di pescatori o carpentieri al lavoro.

Qui sopra ho riprodotto per voi una piccola selezione, ma se vi interessa vederle tutte in ordine ecco il link alla pagina di Wikipedia, dove sono indicate in maniera molto precisa e accurata.

Cascate famose in varie province

Un’altra serie che ho visto a Milano e che mi ha particolarmente affascinato per la bellezza e per la modernità dei paesaggi è quella delle Cascate famose in varie province realizzata sempre da Hokusai intorno al 1832. Anche in questo caso si assiste ad un interessante connubio tra natura e presenza umana, dove la prima prevale e la seconda si inserisce in un delicato equilibrio.


Direi che per oggi ho scritto abbastanza o forse anche troppo, spero di non avervi annoiato!

Vi è piaciuta questa digressione dal sapore orientare? Siete appassionati di xilografie oppure nonostante il mio tentativo non riescono a convincervi? Fatemi sapere, sono molto curiosa 🙂

Il mio migliore augurio

Miei cari amici, avete trascorso un buon primo giorno del 2017?

Spero proprio di sì e vi dico che io sono in ritardo per farvi gli auguri perché mi sono presa una piccola parentesi di vera vacanza e di vera festa, lontana da ogni pensiero e dalle incombenze quotidiane. Ieri ho trascorso l’intera giornata sugli sci, approfittando della scarsa affluenza causata dal capodanno 🙂 …Vi confesso che è stato davvero bello e rigenerante!

Da oggi invece torno in me, riprendo a pianificare le cose da fare e a fantasticare su tutto quello che avrà in serbo questo 2017, che sembra ancora lontano anche se è già qui. Cosa vi piacerebbe concludere nei prossimi mesi? Io ho molte idee, tutte esclusivamente fumose e difficilmente realizzabili.

Che dire, se non che auguro a tutti un anno nuovo felice, pieno di soddisfazioni e all’insegna della bellezza e della curiosità (possibilmente vissuta insieme alla vostra Sottile Linea d’Ombra!). 

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Un abbraccio! 🙂

 

Finalmente è il 24 dicembre

Miei cari amici, anche quest’anno siamo arrivati sani e salvi alla Vigilia di Natale.

In queste settimane il mio tempo libero è stato completamente assorbito dai preparativi, così che come forse avrete notato ho trascurato persino il blog. Anche per voi è stato un mese fitto di impegni e dedicato alla ricerca dei regali e dello spirito  natalizio? Vi siete persi tra presepi e alberi da decorare, corse nei centri commerciali, operazioni di bricolage di prim’ordine e commissioni di ogni genere?

Immagino di sì e credo proprio che, come me, ora siate in trepidante attesa che la vera magia del Natale inizi. Mi piace pensare che tutti ci troviamo in quel momento in cui, finito di cucinare e di impacchettare doni, ci sediamo per un attimo a contemplare il nostro operato, a respirare profondamente prima di andare in scena.

Ecco, io voglio dedicare a voi quest’attimo di pace e tranquillità, augurando a tutti un Natale sereno da trascorrere con le persone che più amate.

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È un minuscolo gesto per ringraziarvi dell’affetto che mi date e del sostegno che portate a questa piccola comunità che si è creata e che adoro. 

E, mi raccomando, se avrete qualche giorno libero non dimenticate di visitare qualche bella mostra per andare a trovare i vostri artisti del cuore 😉

Io sarò sempre qui, mi prenderò qualche giorno di vacanza ma non troppi, quindi preparatevi ad essere dilettati da qualche post ogni tanto.

Vi abbraccio!