Finalmente è il 24 dicembre

Miei cari amici, anche quest’anno siamo arrivati sani e salvi alla Vigilia di Natale.

In queste settimane il mio tempo libero è stato completamente assorbito dai preparativi, così che come forse avrete notato ho trascurato persino il blog. Anche per voi è stato un mese fitto di impegni e dedicato alla ricerca dei regali e dello spirito  natalizio? Vi siete persi tra presepi e alberi da decorare, corse nei centri commerciali, operazioni di bricolage di prim’ordine e commissioni di ogni genere?

Immagino di sì e credo proprio che, come me, ora siate in trepidante attesa che la vera magia del Natale inizi. Mi piace pensare che tutti ci troviamo in quel momento in cui, finito di cucinare e di impacchettare doni, ci sediamo per un attimo a contemplare il nostro operato, a respirare profondamente prima di andare in scena.

Ecco, io voglio dedicare a voi quest’attimo di pace e tranquillità, augurando a tutti un Natale sereno da trascorrere con le persone che più amate.

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È un minuscolo gesto per ringraziarvi dell’affetto che mi date e del sostegno che portate a questa piccola comunità che si è creata e che adoro. 

E, mi raccomando, se avrete qualche giorno libero non dimenticate di visitare qualche bella mostra per andare a trovare i vostri artisti del cuore 😉

Io sarò sempre qui, mi prenderò qualche giorno di vacanza ma non troppi, quindi preparatevi ad essere dilettati da qualche post ogni tanto.

Vi abbraccio!

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Hokusai, Hiroshige e Utamaro: i miei migliori motivi per scoprire la mostra a Milano

Molto spesso per me scegliere di visitare una mostra equivale ad andare a trovare artisti che già conosco abbastanza bene e che solitamente amo. Un po’ come passare a salutare un vecchio amico, non capita anche a voi di avere quest’impressione?

“Ciao mio adorato Caravaggio, che belli i tuoi ritratti del popolo, chissà se hai finalmente trovato la pace!” – Oppure: “Ciao Vincent (Van Gogh), certo che i tuoi quadri sono davvero commoventi, ma non ti arrabbi a vedere che ora siamo tutti qui in coda per te mentre quando eri in vita nessuno riusciva a capirti?”

Ecco, spero di avere reso l’idea. Tutta questa introduzione è per dire che invece vedere la mostra Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Luoghi e volti del Giappone al Palazzo Reale di Milano è stata una grandissima sorpresa. Devo dire che conoscevo già la tecnica di stampa giapponese e alcune opere tra le più celebri, insieme all’ispirazione che hanno tratto dall’Oriente molti artisti europei, come Van Gogh e gli Impressionisti, ma questo è pochissimo se paragonato a ciò che ho visto e scoperto.


Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Luoghi e volti del Giappone
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Katsushika Hokusai, il santuario Honganji di Asakusa a Edo dalla serie “Trentasei vedute del Monte Fuji”, 1830-1832.

Duecento xilografie, un video che racconta la tecnica e una bella serie di pannelli esplicativi mi hanno guidato attraverso un percorso esaustivo e completo. Si inizia dalla modesta origine di questa forma d’arte per arrivare a parlare dei grandi maestri e delle tematiche più trattate, raccontate attraverso molteplici opere, da me esemplificate in maniera piuttosto scarna nella galleria sottostante (che vi invito a guardare ingrandita con un click).

Le stampe giapponesi di Hokusai e Hiroshige raccontano soprattutto della natura e delle cultura locale: esistono e si possono vedere serie dedicate alle cascate del Giappone, al Monte Fuji, alle stazioni di posta lungo la strada che congiunge  Kyoto (capitale imperiale) a Tokyo (dove ha sede lo shogunato), ai grandi poeti del passato, ai fiori e agli animali. 

La sala dedicata a Utamaro vede invece come protagonista assoluto il ritratto, che nelle xilografie assume sempre tratti essenziali e bidimensionali che secondo me si addicono particolarmente bene agli antenati di chi ha inventato i celeberrimi manga. (E lo dico da amante del genere, non intendevo essere ironica!)


Attraversare le sale espositive significa assistere al perfezionamento delle stampe, mediante l’introduzione di nuovi pigmenti negli inchiostri dall’Europa (come il blu di Prussia, di origine chimica) e l’utilizzo di lastre di legno lavorate in maniera sempre più raffinata.

Credetemi: vale la pena impegnare un pomeriggio libero per rifarsi gli occhi con queste opere stupende che raccontano quello che è stato il mondo di ieri in un Paese complesso e affascinante come il Giappone, una realtà perduta nel momento stesso in cui noi occidentali abbiamo iniziato a conoscerla e ad inquinarla con la nostra cultura.


Bene, che voi riusciate ad andare a Palazzo Reale in tempo oppure no, spero di rendervi felici nel dire che parlerò ancora di Giappone e di stampe, anche perché ci sono degli interrogativi da risolvere, primo tra tutti il seguente: come si realizza una xilografia?

Se volete saperne di più vi consiglio caldamente di non perdervi la prossima puntata 😉  …Nel frattempo se siete già stati alla mostra e volete condividere la vostra opinione sono ben lieta di sentirla!

Frank Lloyd Wright: 5 opere per amare il più grande architetto americano

Sono assolutamente convinta che le opere di Frank Lloyd Wright abbiano il potere di incarnare perfettamente lo spirito degli Stati Uniti. In effetti racchiudono la parte migliore di questo continente sconfinato: il legame con la natura, gli affacci su panorami sconfinati e infine il caldo conforto del focolare domestico.

Se fino ad ora vi ho raccontato soprattutto dell’evoluzione della pittura americana (vi siete persi il discorso? Ecco dove inizia: Esiste una vera “arte americana”?), credo che sia anche doveroso spendere almeno un articolo per parlare dell’architettura, un ambito interessante e sicuramente importante. Quindi mi auguro che siate pronti ad immergervi in una serie di opere fondamentali per capire e apprezzare quello che Frank Lloyd Wright continua ad avere da raccontare, anche a 150 anni dalla sua nascita.


01. La Casa e Studio ad Oak Park, Chicago (1893-1898)

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Tra tutte le opere di Frank Lloyd Wright, paradossalmente la prima casa/studio che ha progettato per se stesso è tra le meno rappresentative e immediatamente identificabili.

Allora perché inserirla in questo elenco?

Principalmente mi vengono in mente due motivi. In primo luogo, questo progetto ci dice qualcosa dell’architetto prima della trasformazione nel grande maestro, quando ancora seguiva gli insegnamenti di Louis Sullivan ed in generale della Scuola di Chicago. (Per saperne di più, ecco il link ad un articolo dedicato a Chicago e allo sviluppo della sua architettura)

Ma non fraintendetemi: nonostante le influenze visibili la casa e studio di Frank Lloyd Wright non ha niente in comune con le altre coeve che si affacciano sulle stradine del signorile sobborgo di Oak Park (Chicago). I prospetti sono caratterizzati da originalità e spontaneità, mentre all’interno si vede una versione sfocata delle scelte che caratterizzeranno tutta la sua carriera.

Ad esempio il camino gioca un ruolo centrale, anche se non rappresenta ancora il cuore della casa, mentre i locali di abitazione si avvicinano ad un unico open space (punto cardine dei suoi successivi progetti), anche se ci sono ancora ampi tendaggi per dividere gli ambienti all’occorrenza.  Si può poi notare ovunque una grande attenzione nei confronti dell’illuminazione naturale o comunque diffusa, sensibilità che crea sempre una certa gradevolezza nella sue realizzazioni.

La seconda ragione per apprezzare questo edificio è la bellezza dello studio di progettazione di Wright, l’atelier di un attento professionista che a fine Ottocento era assolutamente all’avanguardia. So che da “collega” sono di parte, ma vedere uno spazio così ampio e luminoso a disposizione dei collaboratori e degli apprendisti mi ha davvero fatto un certo effetto.


02. La Robie House, Chicago (1910)

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La Casa Robie è invece l’emblema della prima celeberrima fase delle architetture di Frank Lloyd Wright, quella delle Prairie Houses, o per meglio dire case della prateria, pur essendo situate nella prima periferia della città, in quelle zone destinate a diventare sobborghi residenziali con l’avvento della rete metropolitana e ferroviaria.

Questi progetti sono caratterizzati da prospetti con un forte andamento orizzontale, chiusi dall’esterno ma curiosamente permeabili alla luce e al verde dall’interno. Gli ambienti ruotano intorno ad un grande open space (nella fotografia in basso), a sua volta sviluppato intorno ad un grande camino.

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In particolare, Casa Robie si distingue e merita di essere citata per la ricercatezza dei dettagli. È sufficiente osservare le lampade o le decorazioni delle vetrate e del soffitto per capire che ci troviamo di fronte ad una vera opera d’arte.

wright-casa-robie-chicago-muroSe volete sorridere, guardate l’ingrandimento del muro perimetrale: notate come l’andamento orizzontale sia sottolineato non soltanto dai mattoni larghi e piatti realizzati su misura ma anche dal diverso impiego della malta?

La separazione orizzontale dei corsi è enfatizzata da uno spessore notevole e da un colore bianco, mentre la divisione verticale tra un mattone e l’altro è annullata da un sottile strato di malta di colore più rosato.

Questa cura per i dettagli la dice sicuramente lunga sulla genialità di Wright, anche se  bisogna anche ricordare che questa casa all’epoca è costata quanto circa 17 case normali!


03. La Casa sulla Cascata, Mill Run (1936-1939)

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La Casa sulla Cascata mostra invece una sfaccettatura più modernista dell’architettura di Wright, che sicuramente aveva visto quello che aveva combinato in Europa gente del calibro di Mies Van Der Rohe e Le Corbusier.

La sua bellezza è sicuramente nella posizione paesaggistica, ma sarebbe errato fermarsi qui, visto che si tratta di un ardito esperimento strutturale, come vi ho già raccontato in un altro articolo; se ve lo siete persi vi invito a curiosare, anche perché non mi ripeto in questo elenco già bello corposo: In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright)


04. Kentuck Knob, Chalk Hill (1953-1956)

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Tra le case che ho avuto la fortuna di vedere la scorsa estate vi posso dire che Kentuck Knob è forse stata quella che mi ha sorpreso di più. Si tratta di un’abitazione un po’ successiva alla Casa sulla Cascata ma situata a venti minuti di macchina, appartenente alla serie delle Usonian Houses.

Se vi state chiedendo di cosa si tratti, vi posso dire che ho scoperto che le Usonian Houses sono le abitazioni americane dell’America post grande depressione. Se le Prairie Houses avevano come modello le capanne dei pionieri e gli spazi sconfinati, queste si riducono di dimensioni e fanno della funzionalità il loro cavallo di battaglia.

Il risultato è sconvolgente, dal momento che conduce a cucine modernissime, a comode sale da pranzo con penisola e allo sfruttamento dell’irraggiamento solare e delle correnti d’aria per rendere confortevoli gli ambienti.

Siamo negli anni Cinquanta e le opere di Wright sono studiate per favorire la circolazione dell’aria, il riparo dal sole d’estate e il passaggio della luce calda in inverno. Un po’ come succede da noi negli ultimi anni, non vi pare incredibile?


05. Il Guggenheim Museum, New York (1959)

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Non potevo che chiudere questa sbrigativa carrellata con il Guggenheim Museum di New York, commissionato dallo stesso Solomon Guggenheim a Frank Lloyd Wright, che a Manhattan non aveva ancora avuto l’onore di progettare niente.

Qui il concetto di architettura organica, corrente ideata dallo stesso Wright per indicare l’attenzione progettuale nei confronti del rapporto con la natura e del mantenimento di una scala “umana”, viene realizzato su larga scala.

L’edificio, che ricorda per certi versi una conchiglia, assume una forma che dipende soltanto dalla migliore fruizione delle opere al suo interno. La grande rampa, con tanto di lucernario che fa piovere la luce dall’alto, è il modo migliore per passeggiare tra le sale e soprattutto presenta dimensioni tali da far sentire il visitatore a sua agio. Nonostante l’eccentricità apparente, questo museo non sovrasta che lo guarda per la prima volta, ma al contrario lo guida passo dopo passo attraverso il percorso espositivo.

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Vi confesso che vederlo dal vivo è stato bellissimo: mi è piaciuto molto notare come ogni scelta sia ragionata e tutto sommato semplice, non come accade a certe mediocri stravaganze che oggi ci siamo troppo spesso abituati a vedere, soprattutto quando si parla di archistar.


Bene, mi sono accorta di avere scritto più di mille parole, quindi credo proprio che sia giunto il momento di fermarmi. Che dite, vi è piaciuto leggere un po’ di Frank Lloyd Wright? Sono riuscita a farvi venire voglia di approfondire questa sommaria carrellata? Mi auguro proprio di sì 😉

P.S. Spero che le fotografie vi siano piaciute, visto che sono quasi tutte opera mia (o del mio compagno di viaggio!)

La difficile vita delle opere d’arte in tempo di guerra

Se la vostra città fosse sotto assedio, voi sareste capaci di sacrificare il vostro tempo e di mettere a rischio la vostra vita per preservare un monumento oppure un’opera d’arte?

Sinceramente non sono sicura di sapere come mi comporterei io in una situazione del genere, però per fortuna nel passato è esistito chi non ha avuto dubbi e ha saputo salvare il nostro patrimonio, permettendo alle generazioni future di poterlo vedere e soprattutto mantenendo viva e forte l’identità culturale che contraddistingue ogni popolo.


Questa settimana avevo in mente di parlare di tutt’altro, poi ho visto su internet una fotografia che mi ha colpito moltissimo, così tanto da decidere di condividerla con tutti voi.

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Emmanuel-Louis Mas, La cattedrale di Amiens protetta dai bombardamenti, 1940.

Bella, vero? Si tratta dell’interno della bellissima cattedrale gotica di Amiens (nord della Francia) e delle migliaia di sacchi di sabbia utilizzati per rinforzare gli snelli pilastri a fascio, in modo da poter resistere meglio ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Sono stata alcuni anni fa da quelle parti e ricordo ancora la grandissima emozione che ho provato in questo incredibile edificio, un capolavoro tra i più notevoli dell’architettura medievale francese.

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La cattedrale di Amiens oggi.

Ecco, se io ho potuto commuovermi di fronte alla perfezione delle sue linee è stato grazie agli ignoti che hanno contribuito a salvarla, e questo vale per tantissimi monumenti e oggetti antichi e moderni.


Come forse già sapete quello del destino dei beni culturali in tempo di guerra è un tema che mi interessa, come vi ho raccontato in questi altri due articoli: Quanto vale un’opera d’arte? Articolo in memoria dei Monuments MenQuanto vale un’opera d’arte (parte 2)? La risposta italiana ai Monuments Men.

Credo che sia importante non dimenticare l’esistenza dei partigiani dell’arte e di tutti gli eroi che silenziosamente hanno compiuto un gesto d’amore verso la loro terra e la loro cultura. Queste infatti non sono cose da poco: chi invade una nazione per prima cosa ne distrugge i simboli, ben consapevole dell’importanza che rivestono.

Oggi si parla tanto di conservazione e tutela del patrimonio eppure bisogna tenere a mente che, se da una parte in Europa siamo relativamente al sicuro, dall’altra esistono luoghi come la Siria, per fare un esempio, dove gradualmente stanno scomparendo i simboli e le testimonianze di quella che è stata una civiltà antichissima e incredibilmente avanzata.


Non voglio impartire lezioni o cadere nell’eccessiva retorica, quindi mi fermo qui, limitandomi ad invitare tutti a guardare e a ricordare questa bellissima foto, come prova di quanto possano essere fragili i capisaldi della nostra cultura e di quanto molte volte spetti anche a noi il delicato compito di tenerli vivi.

Cape Cod: il luogo dove i quadri di Hopper diventano realtà

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Esiste un posto negli Stati Uniti in cui l’atmosfera e la luce hanno qualcosa di familiare: se si fa attenzione, non possono che venire in mente i quadri di Edward Hopper. (Sempre su di lui, ecco il link ad un altro articolo: Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista)

Non mi riferisco alle grandi città come New York, che cambiano aspetto troppo velocemente e sono invase da una frenesia fuori controllo, ma piuttosto a Cape Cod, la sottile penisola affacciata sull’Atlantico dove per quarant’anni, a partire dal 1930, questo artista ha trascorso il suo tempo libero insieme alla moglie Josephine. Possedevano una casa dalle parti di Truro e ancora oggi esiste il tour organizzato che prevede la visita della sua abitazione e di altri scorci dei suoi dipinti.

Vi dirò però che io ho preferito scoprire per caso i riferimenti alle opere di Hopper e soprattutto perdermi nell’atmosfera di questo particolare luogo di mare. Dopotutto, tra colori ad olio e acquerelli esistono più di cento sue opere che raccontano di Cape Cod, quindi non è stata una ricerca troppo difficile.

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Edward Hopper, Ottobre a Cape Cod.

I luoghi che più amiamo ci influenzano, è inutile negarlo.

Effettivamente, io non credo che sia solo suggestione se vi dico che secondo me esiste una sorta di connessione tra questo posto ancora oggi in parte solitario, luminoso e fosco allo stesso tempo, e la ricerca pittorica di Edward Hopper, frutto dell’introspezione e della rielaborazione del mondo esterno. Dalla contemplazione di un paesaggio derivano sicuramente la sua semplificazione e la comprensione dell’essenza, ma allo stesso tempo la sua rappresentazione è qualcosa di filtrato dalla mente dell’artista.

Potrei continuare a cercare di convincervi, ma credo sia molto meglio mostrarvi qualcosa anziché continuare con le parole, non lo pensate anche voi?


Ecco quindi una serie di quadri realizzati a Cape Cod…

…e una galleria di fotografie che io stessa ho fatto in giro per la penisola

(Purtroppo ho beccato un po’ di brutto tempo, quindi ho potuto vedere solo in poche occasioni la celeberrima luce dorata che avvolge questo lembo di terra).


Che ve ne pare? Anche secondo voi lo spirito di Edward Hopper è presente in questi luoghi? So che vi ho proposto soltanto poche foto, ma spero che vi saranno sufficienti per farvi un’idea!

Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista

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Edward Hopper, Nighthawks.

Chiedendomi quali siano le opere che meglio rispecchiano l’America della grande depressione, mi rendo conto che la mano che le ha realizzate grossomodo è una sola: ovviamente mi riferisco a quella di Edward Hopper, l’uomo che più di tutti ha saputo immortalare lo spirito di quegli anni e le difficoltà di un continente giovane che vive in questa fase gravi squilibri.

Per di più, questo artista non è soltanto un bravo ritrattista del mondo che ha di fronte. In effetti quello che secondo me lo rende grande e sempre attuale è soprattutto la sua capacità di riportare sulla tela dei tratti della natura umana, quei caratteri profondi capaci di emergere dalle scene che dipinge, a prima vista così semplici.

Nei pochi personaggi che popolano i suoi quadri l’osservatore può vedere l’irrequietezza umana, l’insoddisfazione, la solitudine ed il desiderio di altrove. E vedendole, sicuramente una parte del suo cuore si emoziona.

Ecco, per celebrare al meglio le sue qualità vorrei dedicare questa tappa del mio viaggio attraverso la pittura americana proprio a Edward Hopper, cercando di risalire alle principali ragioni che lo rendono un pittore così importante e amato. (Per chi volesse tornare alle scorse puntate, ecco i link: Esiste una vera “arte americana”?, Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River, Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth)


1. L’atmosfera delle sue opere

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Edward Hopper, Gas.

Regina di ogni quadro di Edward Hopper secondo me è sempre l’atmosfera, studiata nei minimi dettagli con grande precisione e con un taglio che oggi definiremmo cinematografico. Effettivamente non si può negare che non sia stata ripresa in molti film, ma questa è un’altra storia di cui forse un giorno parleremo, quindi per adesso non divago.

La composizione è forse il primo elemento che rende distinguibile una sua opera e che cattura lo sguardo dell’osservatore, grazie ad una serie di ingredienti che insieme fanno una magia.

Ad esempio, il numero di personaggi è sempre limitato, mentre il loro movimento sembra essere imprigionato nella pittura. La scelta del colore ricade poi spesso nella contrapposizione di tinte complementari, a cui si sommano tocchi di colore diverso che servono a indirizzare l’occhio. Le ombre e le luci giocano poi un ruolo fondamentale, animando scene altrimenti piatte: che si tratti di lampade da interni oppure di raggi di sole radente poco importa, l’effetto è sempre quello di dare vita alle architetture, ai paesaggi e alle persone.


2. L’immagine dell’America della Grande Depressione che riesce a dare

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Edward Hopper, Early sunday morning.

Ovviamente non si può trascurare il valore delle opere di Hopper come testimonianza del delicato e difficile periodo della storia che l’America vive per tutti gli anni Trenta.

Le opere di questo artista riescono a dare voce ad un malessere comune e alla mancanza di speranze e aspettative che si vive in questi momenti. Non so, riflettendoci mi viene in mente che magari l’amore che sembra che tutti provino per Hopper nelle ultime stagioni (basti pensare alla frequenza delle mostre su di lui ad esempio in Italia) sia in parte dovuto al fatto che, data la situazione politica ed economica in cui viviamo, riusciamo facilmente ad immedesimarci nei suoi soggetti.

Dopotutto è difficile avere rosee aspettative oggi esattamente come lo era allora: si viveva nell’innegabile e onnipresente mondo patinato costruito dalla prosperità dei decenni precedenti, un mondo fragile che però non era sostenibile e nemmeno al passo con la gente. Beh, non sembra anche a voi qualcosa di familiare?  [Mi fermo qui, visto che il mio intento oggi è unicamente quello di celebrare Hopper.]


3. Il silenzio

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Edward Hopper, Morning sun.

Infine, ciò che secondo me rende così importante Edward Hopper è l’introspezione delle sue opere, la capacità che hanno di raccontare la condizione umana, spesso imprigionata nel silenzio e nella difficoltà a comunicare.

Attraverso i quadri ci viene raccontata una situazione di muta introspezione, una reazione al mondo esterno ma anche l’insoddisfazione e all’infelicità che ogni tanto tutti abbiamo dentro. In relazione a questo, condivido con voi una piccola galleria da sfogliare di sue opere su questo tema.


Bene, ora però mi fermo, prima di mettermi a filosofeggiare troppo. Spero tanto che questo articolo vi sia piaciuto e che magari abbia contribuito, anche solo in minima parte, ad un’osservazione approfondita e curiosa delle opere di Edward Hopper, un artista che amo davvero molto.

Piace anche a voi? Sono curiosa di sapere la vostra opinione in merito! 🙂

10 momenti di autunno

Se doveste scegliere dieci tra le opere d’arte di tutti i tempi, quali sarebbero per voi quelle che meglio rappresentano l’autunno? Ecco, per il nuovo episodio di 10 Momenti di… il filo conduttore è proprio questa stagione.

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Vi ricordate di questo progettino inaugurato insieme al blog Artesplorando? Si tratta di una serie di brevi video in cui cerchiamo di raccontarvi con dieci dipinti delle sensazioni, dei temi o dei percorsi trasversali alla storia dell’arte (a proposito, se ve lo siete persi ecco il link alla scorsa puntata: 10 momenti di illusione).

In questa selezione trovate molti degli artisti che più amo e soprattutto i miei colori preferiti, quelli delle foglie prima di cadere e dei cieli limpidi di ottobre e novembre.

Che cosa aggiungere, se non che spero di avervi fatto incuriosire abbastanza da cliccare play? Fatemi sapere cosa ne pensate e soprattutto qual è il vostro preferito! 😉

Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth

Oggi torniamo a parlare di Stati Uniti, seguendo il sottile filo rosso che si dipana dalle origini della pittura americana fino all’arte contemporanea. (Vi siete persi le scorse puntate? Ecco i link: Esiste una vera “arte americana”? e Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River)

Eravamo rimasti dalle parti dell’Hudson River o vicino al Canada, smarriti nei grandi paesaggi monumentali che caratterizzano la fine dell’Ottocento in questo continente. L’idillio bucolico che celebra il territorio incontaminato e fiero del Nord America tuttavia non è destinato a durare. 

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Charles Sheeler, River Rouge plant.

A partire dall’inizio del Novecento infatti l’attenzione degli artisti si sposta verso i luoghi in cui fermentano febbrili attività, ovvero le grandi città, New York prima di tutte. Siamo infatti in anni in cui la crescita economica e lo sviluppo dell’industria sono alle stelle, quindi anche nella pittura si assiste all’urbanizzazione degli Stati Uniti e all’importanza che assumono le metropoli.

Come se non bastasse, in Europa scoppia la Prima Guerra Mondiale, evento catastrofico per noi e occasione ghiotta per il giovane continente, che vede arrivare artisti emigrati e aumentare ulteriormente le sue ricchezze e opportunità. Da tutto questo caos e dal fermento continuo nasce una corrente chiamata Modernismo americano, che proclama New York, anziché Parigi, nuovo centro dell’avanguardia artistica e che si muove in due direzioni distanti tra loro e ben definite.

Da una parte abbiamo il trionfo dell’astrattismo, sulle orme del Cubismo europeo, guidato da artisti del calibro di Stuart Davis, Man Ray e Patrick Henry Bruce.

Dall’altra invece il corso dell’arte prende una strada che si allontana molto dalla scuola del vecchio continente e che per questo mi sembra estremamente affascinante, conducendo nelle gallerie d’arte newyorkesi di Alfred Stieglitz (su di lui, ecco la biografia tratta da Wikipedia). Questo brillante fotografo di origini ebreo tedesche riesce a creare intorno a sé un entourage di artisti che si impegnano a sintetizzare la realtà sino a coglierne l’essenziale, senza mai perdere il legame con le forme organiche.

Ed è proprio a loro che dedico questo articolo, dal momento che l’esito della loro ricerca risulta davvero affascinante e, allo stesso tempo, forse poco noto dalle nostre parti.


Georgia O’Keeffe

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Georgia O’Keeffe,

Parlando di Alfred Stieglitz, è doveroso iniziare questa galleria con Georgia O’Keeffe (1887 – 1986), talentuosa pittrice destinata a diventare moglie del celebre fotografo, che la aiuterà a raggiungere la fama grazie a numerose esposizioni. (Questa è una veloce carrellata, ma per i curiosi ecco il link alla biografia di Georgia O’Keeffe, sempre grazie a Wikipedia)

Negli anni Venti diventa una delle artiste più importanti d’America, anche grazie ad una serie di opere di grande formato ispirate proprio agli edifici di New York. Ed ecco che qui ne condivido con voi una piccola parte.


Charles Demuth

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Charles Demuth, Buildings Lancaster.

Anche Charles Demuth (1883 – 1935) è un pittore membro del Gruppo Stieglitz, associabile alla corrente del precisionismo. (Anche su di lui, ecco il link alla biografia di Wikipedia)

Vi confesso che, prima di vedere alcune sue opere negli Stati Uniti, non avevo idea di chi fosse. E a volte credo che il bello sia proprio nello stupore, nella bellezza di una scoperta inaspettata.

Mi piacciono molto le sue opere, paragonabili per certi versi ad alcuni esiti del futurismo (penso ad esempio ad Antonio Sant’Elia), ma allo stesso tempo diversissimi nell’intento e nell’armonia senza tempo.

Apprezzo poi i soggetti tipicamente americani come le grandi scritte sui muri e le cisterne sopra i tetti, insieme all’utilizzo dei colori primari sempre utilizzati in maniera equilibrata.


Charles Sheeler

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Charles Sheeler, fugue.

Ultimo di questa piccola selezione, Charles Sheeler (1883-1965) non è direttamente riconducibile al circolo di Alfred Stieglitz ma gli è molto vicino negli esiti della sua ricerca. (Anche su di lui, ecco il link alla biografia di Wikipedia)

Si tratta infatti di un grande esponente della corrente pittorica del precisionismo e di un fotografo molto celebre, che ha testimoniato la crescita dell’America industriale, tanto che è persino stato assunto negli anni Venti dalla Ford per ritrarre le proprie strutture.

Che ve ne pare? A me affascina molto anche per la sua freddezza.


Allora, vi sono piaciuti questi ritratti della metropoli americana? Spero proprio di sì e spero anche che vi interesserà la prossima puntata del mio viaggio attraverso l’arte statunitense, oltre la rappresentazione oggettiva: sapreste indovinare chi sarà il grande protagonista della prossima puntata?

Nell’attesa vi allego, a titolo di indizio, una sua opera in tema di città:

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Cartoline dal mare: come i grandi artisti hanno celebrato il profondo blu

Cosa vi viene in mente se pensate al mare? Sicuramente è un ambiente che racchiude in sé mille emozioni e che evoca ricordi e aspettative, quindi credo che non esistano due persone che darebbero la stessa risposta a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre il mare è una sfida ed un piacere per ogni pittore, così in questo post troverete una selezione di quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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Caspar David Friedrich, Il monaco vicino al mare.

Per Caspar David Friedrich, grandissimo esponente del Romanticismo, l’oceano è innanzitutto qualcosa di sublime, esaltato dalle atmosfere notturne e invernali. L’acqua diventa un mondo profondo ed impenetrabile, una massa scura che origina riflessi in grado di fondersi con il cielo.


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Snow storm.

Osservando i dipinti di Turner, sembra invece che il mare prenda vita. Non è soltanto un fenomeno naturale da indagare e conoscere a fondo, ma anche qualcosa di emozionante e dotato di enorme forza.

Il vigore delle onde in effetti è il vero protagonista delle sue opere, insieme alle imbarcazioni per cui sono sicura avesse un gran debole.


Claude Monet

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Claude Monet, Low tide at Pourville.

Che Claude Monet sia un mago con i colori non è sicuramente una novità, però nelle sue opere vi dirò che riesce sempre a stupirmi.

Dedicandosi al mare, riesce a regalarci l’atmosfera della perfetta estate mediterranea, quando i colori sono saturi e i pomeriggi pigri e soleggiati. Non vi fa venire voglia di tornare indietro all’inizio dell’estate?


Edvard Munch

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Edvard Much, Summer night by the beach.

Quando invece guardo i quadri di Edvard Munch mi rendo conto di quanto le parole possano essere superflue. L’intensità dei suoi paesaggi marini non ha bisogno di essere commentata, così mi fermo e mi metto a sospirare, sognando future vacanze decisamente a nord.


Piet Mondrian

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Piet Mondrian, Dune.

I quadri di Piet Mondrian che ho scelto fanno invece parte di una serie realizzata da questo maestro, sviluppata intorno all’osservazione delle dune sulle spiagge dell’Atlantico. 

Trovo che queste opere siano bellissime e soprattutto mi sono innamorata dei giochi cromatici che evidenziano la ricercatezza di questo artista: i colori complementari vengono accostati per creare un effetto surreale ma allo stesso tempo emozionante.


Henri Matisse

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Henri Matisse, Polinesia, mare.

Parlando di Henri Matisse, ho scelto due opere opposte che sottolineano due sue diverse nature: da una parte l’allegra sintesi e dall’altra il paesaggio dipinto a tratti veloci e decisi. Quali preferite? Io riscontro in entrambi una certa poesia.

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Henri Matisse, Cap d’Antibes.

René Magritte

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René Magritte, Le meraviglie della natura.

Da grande artista surreale, René Magritte ci mostra come sia possibile giocare anche con il mare, che diventa una sorta di illusione sofisticata e sottile.

L’orizzonte si fonde con il cielo, i piani della composizione si mischiano e i paesaggi sono popolati da creature immaginarie, quindi sembra in pratica di assistere ad un sogno.


Georgia O’Keeffe

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Geogia O’Keeffe, onda blu.

Attraversando l’Atlantico arriviamo negli Stati Uniti, dove per Georgia O’Keeffe il mare è soprattutto materia e profondità. I suoi quadri sono composti da profonde campiture omogenee caratterizzate da sfumature delicate.

Le onde e la linea dell’orizzonte sembrano quasi divorare la tela, trasformandola in qualcosa di introspettivo e delicato.

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Georgia O’Keeffe, Wave night.

Edward Hopper

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Edward Hopper, La lunga tratta.

Per ultimo ho lasciato un artista per cui in realtà ho una grandissima stima, il portavoce dell’America della prima metà del Novecento.

Quello di Edward Hopper è un mare decisamente azzurro e solitario, atlantico più che mediterraneo, dove la presenza umana non è rilevante e quella che trionfa sopra tutto il resto è la natura.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? E qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

Igor Mitoraj a Pompei: quando l’arte contemporanea sposa l’archeologia

mitoraj-pompei-11In ambito di restauro e di turismo, capita spesso di sentire la bellissima espressione valorizzazione del patrimonio e non si può negare che si tratti di un concetto assolutamente importante e indispensabile, se si vuole progredire in queste direzioni.

Purtroppo però molto spesso ho l’impressione che queste parole risultino vuote perché, se è facile riempirsi la bocca di termini come valorizzazione, conservazione e tutela del territorio, ben più complesso è invece avere un’idea che permetta di tradurre questi concetti nella pratica.

Per fortuna però devo dire ogni tanto si vede in giro qualcosa che stupisce e che scalda il cuore persino di una scettica come me.

Questo è il caso della mostra che impreziosirà gli inestimabili scavi archeologici di Pompei fino all’8 gennaio del 2017.

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Siete già riusciti a vederla? Io non ancora, quindi per il momento sto sfruttando le conoscenze ed il prezioso reportage fotografico di mia sorella (grazie ancora C.!), che si è permessa una fuga tra i reperti archeologici qualche settimana fa.

Per farla breve, si tratta dell’installazione di trenta grandi statue di bronzo realizzate dall’artista franco-polacco Igor Mitoraj (per saperne di più su di lui, ecco il link alla pagina di Wikipedia contenente una scarna biografia e le precedenti esposizioni in Italia), tutte raffiguranti soggetti mitologici di ispirazione classica.

Le maestose opere d’arte sono collocate in vari settori degli scavi, in una metafisica convivenza con con le architetture più celebri di Pompei: Dedalo nel Tempio di Venere, il Centauro nel Foro, il Centurione nelle Terme Stabiane, Ikaro alato nel Foro triangolare.

Non è la prima volta che si assiste ad un connubio del genere, ad esempio io ricordo di avere incontrato, seppure in maniera assolutamente casuale, molte di queste statue mentre popolavano la Valle dei Templi di Agrigento nel 2011. Vi posso confessare che è stato qualcosa di poetico che ha ulteriormente arricchito l’esperienza negli scavi archeologici.

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Il segreto del successo molte volte sta nel saper evocare lo spirito di un determinato luogo, senza scimmiottarne le caratteristiche o svilirne la nobiltà. In questo caso poi stiamo parlando di Pompei,  che è la testimonianza della grandezza dell’età romana e della bellezza della sua arte e della sua cultura.

Grazie alle opere di Igor Mitoraj si riesce a cogliere con una rinnovata intensità lo spirito di questo posto unico al mondo,  delle rovine che riescono ad affascinare chiunque e su cui aleggia un’aria diversa da quella che respiriamo di solito.

Dal momento che altre parole risulterebbero superflue, condivido con voi un po’ di fotografie, sperando che rimarrete colpiti quanto me da questa installazione poetica e per certi versi malinconica.

In conclusione, l’unica cosa che mi sento di aggiungere è che vorrei sempre vedere tante di queste iniziative sparpagliate nel nostro Paese. Mi piacerebbe assistere a installazioni fantasiose e ad incontri disinvolti tra opere del passato e del presente, senza troppo timore e allo stesso tempo senza cadere nel banale o nel commerciale.

Che ne dite, non piacerebbe anche a voi?

Tomas Cole e gli altri: una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River

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F. E. Church, Monte Ktaadn

Se c’è qualcosa su cui può puntare un Paese con poca storia come gli Stati Uniti del primo Ottocento, è sicuramente lo spazio vasto, selvaggio e incontaminato di cui dispone. Ed è proprio da qui che si parte per il viaggio verso l’indipendenza nel campo dell’arte, un percorso che che ha inizio poco sopra New York, nella terra che collega la città alle Cascate del Niagara. Non sono luoghi così remoti o distanti dalla civiltà, eppure in questi anni risultano ancora sconosciuti.

Sicuramente i tempi sono maturi per l’evoluzione della pittura paesaggistica, come ci racconta l’Europa nel fiore del Romanticismo: Friedrich in Germania esprime i colori e le suggestioni del Nord, mentre Turner in Inghilterra rivoluziona la pittura con le sue opere visionarie (su questo tema, ecco il link a un post che consiglio: Il mio amore per il romanticismo).

Gli Stati Uniti d’America poi sono all’inizio della loro carriera autonoma, quindi la natura, il loro punto di forza, viene in un certo senso anche utilizzata per mitizzare questa nuova terra così giovane da poter vantare poca storia.


Thomas Cole e la nascita della Hudson River School

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Thomas Cole, North mountain and Catskill Creek.

Il pioniere di questo movimento artistico è Thomas Cole (1801–1848), inglese di nascita ed emigrato dalle parti di New York City.

Prima di morire tragicamente a quarantasette anni (un altro della folta schiera degli artisti morti troppo presto), riesce a creare qualcosa di grande, imbarcandosi a ventiquattro anni su un battello, pronto ad esplorare e a risalire l’Hudson River in quella stagione autunnale che colora i paesaggi di tonalità dorate e stupende.

La serie di quadri che produce in questo viaggio è sufficiente a regalargli la fama e a costruire intorno a lui un entourage di amici e in seguito di discepoli, destinato a chiamarsi Hudson River School.

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Thomas Cole, The Connecticut River near Northampton

Questi artisti inizialmente trovano  l’ispirazione nella terra incontaminata americana, grandiosa e tranquilla, fondendo spirito d’avventura e interesse per l’esotico. Nei paesaggi la presenza umana, sempre minima, si inserisce con armonia e pace, regalando un’immagine decisamente lontana da quella che riportano i film sulla conquista del West.

Eppure l’ovest è destinato a diventare uno dei protagonisti della seconda fase della storia dell’Hudson River.


Frederic Edwin Church e gli artisti della seconda generazione

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S. R. Gifford, Morning in te Hudson, Haverstraw Bay.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento in effetti gli artisti dell’Hudson River School non si accontentano più del placido stato di New York, affiancando i pionieri nella conquista del Far West e spingendosi addirittura in Sud America.

Tra loro, Albert Bierstadt trova il successo proprio con le grandi tele dedicate ai paesaggi delle Montagne Rocciose realizzati quando, dalla fine degli anni cinquanta,  comincia a esplorare l’ovest al seguito di una spedizione governativa. Nel 1863, in California, si innamora poi della Yosemite Valley, quella che viene definito da chi la scopre un vero paradiso terrestre.

Oltre a lui, altri artisti della Hudson River School che trovate nella galleria qui sotto sono Albert Bierstadt, Thomas Moran, J. F. Kinsett, Worthington Whittredge, M. J. Heade e S. R. Giffred.

L’ultimo, ma allo stesso tempo il più noto tra i discepoli di Thomas Cole, è Frederic Edwin Church (1826–1900, di cui avevo già parlato qui: L’America selvaggia della corsa all’oro e della conquista del west: le impressioni di Frederic E. Church), artista appassionato di scienze e fenomeni naturali.

Nelle sue opere in effetti si riscontra sempre una sorta di curiosità che si unisce e va ad arricchire il gusto tardo romantico. La sua attenzione è rivolta ai vulcani, alle foreste sudamericane e, ovviamente, alla bellezza selvaggia delle cascate del Niagara.


Vorrei raccontare ancora qualcosa e mostrare altri quadri (per una volta vi posso annunciare con fierezza che sono quasi tutte fotografie scattate da me nei vari musei che ho girato negli USA), ma so che sono già stata parecchio prolissa quindi preferisco fermarmi qui. Vi piacciono queste opere? Le conoscevate già?

In ogni caso spero che la prima puntata in tema Esiste una vera “Arte americana”? vi abbia fatto venire voglia di scoprire il seguito, decisamente più vicino alle metropoli che alla natura.

Nel frattempo, se siete curiosi di approfondire, ecco il link all’interessantissima pagina che il Metropolitan Museum di New York dedica alla Hudson River School, tenendo conto che da lì ci si può collegare a molti altri saggi che non sono niente male:  http://www.metmuseum.org/toah/hd/hurs/hd_hurs.htm

Esiste una vera “arte americana”?

Dopo la prolungata pausa estiva, esordisco con questa domanda complessa ma affascinante (o almeno spero), un interrogativo che mi è rimasto in testa durante tutte le ultime tre settimane.

Sono assolutamente convinta che si possa risalire ad un momento, vago o preciso che sia, in cui la cultura americana prende una sua deriva caratteristica, facendosi timidamente forza ed arrivando finalmente a scostarsi da quelli che sono i binari dettati dalla vecchia Europa, fulcro fino alla metà del Novecento di tutta la cultura mondiale.

House by the Railroad, by Edward Hopper
Edward Hopper, la casa lungo la ferrovia.

Esistono poi luoghi dove la storia sembra impazzire, punti precisi nello spazio e nel tempo in cui gli eventi si susseguono e le menti geniali hanno il loro spazio, divorandosi tutto quello che c’è intorno. Per fare un grande esempio, avete presente Firenze nel Rinascimento, la piccola città che in qualche decennio riesce a stravolgere completamente il destino della pittura?

Ecco, io credo che anche la ricerca dell’origine dell’arte e dell’architettura americana conduca in due luoghi precisi, due città con una grandissima personalità ed un fascino innegabile.

Come forse saprete (se avete seguito il blog e il profilo Instagram), negli scorsi giorni sono riuscita a esplorare un pezzetto di Stati Uniti, e più precisamente quella porzione che forse è la più cruciale dal punto di vista storico, artistico e architettonico, senza nulla togliere a tutto il resto che ancora non ho potuto vedere.

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Grant Wood, Fall plowing.

Mi riferisco a tre settimane tra Chicago, New York e tutta l’immensità che si trova in mezzo, alla ricerca di meraviglie naturali e di tracce che mi raccontassero qualcosa in più sullo sviluppo dell’arte e dell’architettura americana.

Ho visto incredibili musei, vere e proprie città nella città, palazzi, paesaggi ispiratori e capolavori a livello mondiale. Non voglio annoiarvi raccontando tutto adesso (e a dire la verità devo ancora ragionarci un po’ sopra), ma prometto che condividerò tutto con voi e arriverò a trovare la risposta della domanda che intitola questo articolo.

Sono riuscita ad incuriosirvi? Allora non perdetevi i prossimi articoli, perché ogni tanto salterà sicuramente fuori qualche bella storia su Frank Lloyd Wright, su Edward Hopper e sulla Hudson River School, solo per fare qualche esempio.


Aggiornamento: ecco i link ai post che continuano questo viaggio alla ricerca della bellezza
  1. Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River
  2. Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth
  3. Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista
  4. Cape Cod: il luogo dove i quadri di Hopper diventano realtà
  5. Frank Lloyd Wright: 5 opere per amare il più grande architetto americano
  6. New York City: 5 luoghi imperdibili per un appassionato d’arte
  7. Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?
  8. La nuova sede del Chicago Tribune: storia di un concorso da 50.000 dollari

Aspettando New York

Aggiornamenti dall’altro lato dell’oceano.

Miei cari amici, per prima cosa vi devo dire che non mi sono dimenticata del blog, soltanto questo viaggio che sto vivendo sta assorbendo tutte le mie energie. Vi devo confessare che sono felicissima: ho pianificato per quasi un anno queste tappe e allo stesso tempo ho realizzato un po’ dei miei sogni d’infanzia (come mettere piede in Canada, anche se solo per un’ora, oppure vedere con i miei occhi i grandi laghi).

Ormai la mia dolce metà ed io siamo arrivati oltre la metà e davvero non ci possiamo lamentare, visto che persino le minacce di uragano finalmente si stanno placando.

Tra un paio di giorni raggiungeremo quella che sarà la tappa finale: New York, la leggendaria Grande Mela. Sapete che tra tutto è quello che mi preoccupa di più?

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Uno dei primi grattacieli a Chicago, progettato da Louis Sullivan, la Robie House di F. L. Wright e un qualche imprecisato punto della Pennsylvania.

Abbiamo iniziato il nostro lungo giro da Chicago e personalmente vi dirò che me ne sono un po’ innamorata, con la sua spontanea aria da dura e la natura così poco turistica, nonostante sia una specie di mecca per gli amanti dell’architettura. Abbiamo esplorato i tesori di Frank Lloyd Wright e apprezzato l’evoluzione dei grattacieli, che è proprio qui che sono nati.

Dopo la Windy City, abbiamo conosciuto i vasti spazi pianeggianti e ondulati dell’Ohio, della Pennsylvania e dello Stato di New York, scoprendo una grande tranquillità e un altro volto della mitica America.

Adesso temo che lo scontro con la vivacissima e caotica New York City possa non soddisfare a pieno le mie rosee aspettative; sono un po’ pazza vero? Una parte di me teme che Manhattan ormai abbia venduto la sua anima ai turisti e che ormai nel mio cuore non ci sia posto per tutti. In realtà credo e spero di sbagliarmi, ma nel frattempo sapete cos’è che mi consola e che rimane come punto fermo nella mia insaziabile curiosità? Vi svelo la risposta: quello che mi tranquillizza e mi fa morire dall’impazienza è più di tutto la presenza di ben 5 musei che non vedo l’ora di vedere, 5 paradisi che sono certa mi faranno commuovere.

E allora avanti tutta, senza pregiudizi o problemi inesistenti.

Voi invece come state? Spero che per tutto settembre sia un mese bellissimo 🙂

Verso nuovi orizzonti

USA-PartenzaBuongiorno a tutti miei cari, mentre state leggendo queste parole io sono finalmente partita per il mio tanto agognato viaggio di quest’estate.

Gli Stati Uniti mi hanno attirato nelle loro spire, o per meglio dire sono io che volo verso di loro in classe turistica. Con il mio innamorato ho pianificato un gran vagabondaggio nella parte orientale, alla ricerca delle origini della cultura, dell’arte e dell’architettura statunitensi. (Ormai sapete che le mie ossessioni non mi lasciano mai in pace 🙂 )

Starò via per un po’ e non so se riuscirò ad aggiornare il blog, però se siete curiosi e vi ricordate della vostra Sottile Linea d’Ombra potete sempre dare un’occhiata su Instagram o su Facebook, dove pubblicherò qualche foto.

Spero di tornare con tante storie affascinanti da raccontare, per regalare a tutti un autunno all’insegna della curiosità. Intanto, buon inizio di settembre, io me lo godrò dall’altra parte dell’Atlantico!

Europe Top 10: Londra e Parigi, le regine della mia classifica

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Chi vincerebbe la vostra classifica delle 10 città più affascinanti d’Europa?

Sarò banale ma non ho mai avuto dubbi su quali sarebbero stati i primi due posti della mia Top 10 europea (te la sei persa? Ecco il post da cui iniziare: La magia dei viaggi di un weekend e le meraviglie della nostra Europa). Quella che ho cercato di stilare infatti non è solo una classifica basata sulle caratteristiche estetiche, paesaggistiche o di vivibilità, ma piuttosto la ricerca di qualcosa di più profondo, dei caratteri culturali, umani e storici che riescono a creare un’aura di magia in ben determinati luoghi.

Esplorare Londra e Parigi non vuol dire soltanto percorrere le loro strade piene di negozi e architetture, ma anche immergersi in un mondo speciale e rimanere come intimiditi all’idea di stare vedendo qualcosa di importante, un nucleo di civiltà oppure la traccia di qualcosa che ha saputo cambiare il mondo.


#2 Parigi – la musa ispiratrice

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La prima cosa che colpisce di Parigi, ancora più delle vetrine scintillanti, è sicuramente il suo forte legame con il mondo dell’arte, soprattutto in età contemporanea. Come è possibile infatti dimenticare Montmartre e i suoi pittori e poeti maledetti, oppure il Moulin Rouge di Henri de Toulouse Lautrec? (Per vedere come è stata dipinta la città ecco un articolo da non perdere: Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi)

Questa metropoli illuminata e scandalosa allo stesso tempo ha sempre attratto gli artisti come una sorta di stella polare, o per meglio dire come il canto di una sirena spietata e affascinante.

Eppure Parigi non è solo questo: è anche teatro di rivoluzioni e di imperi, di momenti cruciali le cui tracce sono ancora ben visibili. Avete mai notato in quanti punti si nasconde ancora oggi la “N” di Napoleone, I o III che sia? Basta osservare la facciata dell’Opéra oppure il Pont ai Change, per non parlare del celeberrimo Arco di Trionfo!

Ecco, io credo che l’influenza sulla città da parte di chi l’ha governata sia un aspetto fondamentale per capire meglio la capitale francese, soprattutto se si pensa alla sua moderna età imperiale. Di questo però vi ho già parlato (ecco il link, per i curiosi: La nostra amatissima Parigi e le sue trasformazioni scellerate), quindi non mi dilungherò oltre.

Per una visita

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Scegliere un museo da citare tra i gioielli che offre Parigi è davvero un’impresa ardua, non credete? Eviterò i grandi nomi perché non hanno bisogno di pubblicità, ma citerò quella che che è stata la mia ultima scoperta.

Conoscevo già di fama il Museo dell’Orangerie, ma ritrovarmi al suo interno lo scorso luglio è stato davvero emozionante. Le parole non possono descrivere l’emozione che si vive immergendosi in grandi stanze ovali con pareti rivestite da immensi paesaggi di Claude Monet, quindi il mio consiglio è indubbiamente quello di andare a curiosare di persona: credo che sia impossibile rimanere delusi!

Per una passeggiata e un po’ di svago

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Per gli amanti delle atmosfere d’altri tempi e dei negozi di libri e antiquariato, i Passages couvertes sono una specie di paradiso al riparo dalle orde del turismo di massa. 

Volete approfondire il tema? Ecco un articolo da cui prendere spunto: Parigi in autunno: la magia della ville lumière.


#1 Londra – l’imperatrice del mio cuore

Londra

Sono stata a Londra soltanto due volte, eppure il mio amore per questa città è immenso, tanto grande da concederle l’onore del primo posto in classifica. Posso quasi arrivare a dire che per me si tratta di un richiamo, di una curiosità nata quando i miei cartoni preferiti erano Mary Poppins, Peter Pan e La Carica dei 101, tutti esclusivamente ambientati lì (almeno in parte).

Queste sciocchezze sono un modo per dire che quello che mi affascina non sono le strade grandiose, anche perché Londra ci regala una struttura squisitamente policentrica e complessa, variegata e priva di grandi assi rettori di riferimento, il frutto insomma del libero mercato più che di qualche imperatore delirante.

Non è una città dalle prospettive barocche e forzate, ma stupisce il visitatore mostrandosi come un luogo con un passato forte e importante che tuttavia non opprime o soffoca il presente. Al contrario, i grattacieli convivono serenamente con le costruzioni medievali, mentre ovunque si respira un’aria vivace di amore per la modernità ma anche per la tradizione, simboleggiata dalle cabine telefoniche, dai taxi e dagli inconfondibili bus.

Ho sempre amato la cultura inglese ed il suo essere sempre in anticipo sugli altri e credo proprio che anche la capitale rispecchi questo spirito. Un giorno vi racconterò tutto meglio, lo prometto, ma per oggi mi tocca essere sintetica.

Per una visita

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Da brava amante dell’arte, il museo che vi propongo è la Tate Gallery, la galleria d’arte che è il santuario di quel genio di Joseph Mallord William Turner, che come probabilmente ormai sapete è uno dei miei idoli.

Si entra gratuitamente e questa è una ragione in più per amare Londra, quindi consiglio  tutti un salto in questo posto tanto prezioso!

Per una passeggiata e un po’ di svago

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Se in tutto il mondo sono famosi i “giardini all’inglese” ovviamente c’è un motivo, quindi secondo me visitare Londra significa necessariamente sprecare un po’ di tempo in una delle sue formidabili aree verdi, in compagnia di papere e scoiattoli.

Vedere tanta natura in una metropoli è sempre una fonte di stupore e allo stesso tempo un segno di grande civiltà e intelligenza da parte di chi ha sempre amministrato la città. So che sono di parte, quindi mi fermo prima di fare troppi complimenti agli inglesi!


Miei cari, siamo finalmente arrivati alla fine di questa bella classifica, spero che via sia piaciuta. Sono riuscita ad incuriosirvi? Vi confesso che è stata una scelta molto difficile e sofferta, ma come avete visto ho optato per Londra per ragioni sentimentali. Voi chi avreste fatto vincere? Chissà se anche per voi esiste una città del cuore!