Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec

Se nomino Parigi scommetto che vi si colorerà la mente delle Ballerine di Edgar Degas, delle luci di Montmartre e delle pennellate vigorose di Amedeo Modigliani, non è vero? Molte volte purtroppo ci si dimentica delle opere di Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) e del loro modo unico e preziosissimo di raccontare uno dei periodi storici più affascinanti dell’età contemporanea, soprattutto per quanto riguarda l’arte.

Questo artista talentuoso e sfortunato non gode della notorietà dei grandi pittori che comunemente associamo a Parigi, eppure possiede qualcosa che strega l’osservatore più attento: ci regala il valore della sua testimonianza lucida, il privilegio di poter cogliere le mille sfaccettature che hanno tutte le realtà.

Riflettendoci un po’ su, mi vengono in mente tre principali motivi che credo siano le chiavi per imparare ad apprezzarlo come merita.


01. La magia del tratto

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Come forse ormai saprete, per prima cosa a me piace parlare della tecnica, di quello che rende grande un artista a discapito del mondo in cui è immerso e delle storie che racconta.

Ecco, nel caso di Toulouse-Lautrec secondo me è quasi doveroso perdersi ad ammirare il suo tratto deciso e pulito, preciso e inclemente nei confronti del malcapitato (o soprattutto della malcapitata, date le sue preferenze) che viene ritratto. Le sue figure risultano tanto caratterizzate da avere qualcosa di caricaturale, anche se in maniera sottile, come accade soltanto alle mani più dotate e allenate.

Da appassionata di disegno, subisco totalmente il fascino di un artista che non ha bisogno di riposare la matita e che fa sembrare il ritratto un gioco facilissimo, non trovate anche voi che ci sia qualcosa di magico nei contorni e nelle campiture che realizza?


02. Uno sguardo unico sulla Belle Epoque

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Henri de Toulouse Lautrec, Al Moulin Rouge, la danza.

Le opere di Henri de Toulouse-Lautrec raccontano in maniera magistrale l’altra faccia della Belle Epoque, l’aspetto forse meno romanzato ma più autentico, sicuramente meno poetico ma più genuino.

Questo artista, nato da famiglia nobile e affetto da una malattia genetica che l’ha condannato ad un’altezza di un metro e mezzo (se vi interessa saperne di più ecco il link all’esaustiva pagina di wikipedia), è riuscito ad arrivare oltre le luci patinate dei teatri, più lontano rispetto agli altri protagonisti della scena parigina. Per lui non esistono porte chiuse, nemmeno quelle delle camere del Moulin Rouge: ama tremendamente le donne nel momento in cui dismettono gli abiti di scena e loro sembrano ricambiarlo, mantenendo con lui un rapporto speciale e profondo.

Toulouse-Lautrec arriva a dedicare nel 1896 alle ragazze di Montmartre e dei suoi bordelli una raccolta di opere chiamata Elles, un insieme di opere  che raccontano il lato più intimo della loro quotidianità.


03. La modernità

In contrapposizione alla dolce intimità di cui ho parlato, Henri de Toulouse-Lautrec realizza anche opere decisamente moderne e impietose nei confronti della realtà in cui è immerso.

Nei volti spesso i tratti somatici sono evidenziati dal bianco verdastro del trucco e dalle prime e crude illuminazioni notturne, arrivando quasi alla realizzazione di un fumetto molto sofisticato.  Diventa poi celebre per i suoi manifesti pubblicitari di grandi dimensioni, semplicissimi e coraggiosamente caratterizzati da grandi campiture monocromatiche. Siamo ben lontani dai coevi manifesti di Alfons Mucha, non trovate anche voi?

Ecco, io credo che queste tinte, insieme alla bidimensionalità che caratterizza queste opere, contribuiscano in qualche modo allo sviluppo della grafica pubblicitaria dei decenni successivi. Dopotutto stiamo parlando di forme semplici e di giochi di colori primari, due elementi che sono i punti fermi della produzione artistica europea della prima metà del Novecento.


Detto questo, mi fermo prima di diventare troppo prolissa e vi invito, se siete interessati, a  completare il quadro esplorando molte altre sue opere, visibili nella pagina di Wikimedia Commons a lui dedicata.

Sono riuscita a convincervi a dare una chance in più a questo artista sfortunato nonostante la nobile famiglia d’origine, a quest’uomo destinato a vivere in tutto e per tutto la Parigi maledetta dei bordelli e degli eccessi, fatta di piacere e sofferenza?

Non bisogna infatti dimenticare che anche lui è annoverato nella folta schiera delle menti geniali morte giovani: purtroppo si spegne infatti a 37 anni a causa della sifilide e dei danni causati dall’alcolismo.

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Cape Cod: il luogo dove i quadri di Hopper diventano realtà

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Esiste un posto negli Stati Uniti in cui l’atmosfera e la luce hanno qualcosa di familiare: se si fa attenzione, non possono che venire in mente i quadri di Edward Hopper. (Sempre su di lui, ecco il link ad un altro articolo: Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista)

Non mi riferisco alle grandi città come New York, che cambiano aspetto troppo velocemente e sono invase da una frenesia fuori controllo, ma piuttosto a Cape Cod, la sottile penisola affacciata sull’Atlantico dove per quarant’anni, a partire dal 1930, questo artista ha trascorso il suo tempo libero insieme alla moglie Josephine. Possedevano una casa dalle parti di Truro e ancora oggi esiste il tour organizzato che prevede la visita della sua abitazione e di altri scorci dei suoi dipinti.

Vi dirò però che io ho preferito scoprire per caso i riferimenti alle opere di Hopper e soprattutto perdermi nell’atmosfera di questo particolare luogo di mare. Dopotutto, tra colori ad olio e acquerelli esistono più di cento sue opere che raccontano di Cape Cod, quindi non è stata una ricerca troppo difficile.

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Edward Hopper, Ottobre a Cape Cod.

I luoghi che più amiamo ci influenzano, è inutile negarlo.

Effettivamente, io non credo che sia solo suggestione se vi dico che secondo me esiste una sorta di connessione tra questo posto ancora oggi in parte solitario, luminoso e fosco allo stesso tempo, e la ricerca pittorica di Edward Hopper, frutto dell’introspezione e della rielaborazione del mondo esterno. Dalla contemplazione di un paesaggio derivano sicuramente la sua semplificazione e la comprensione dell’essenza, ma allo stesso tempo la sua rappresentazione è qualcosa di filtrato dalla mente dell’artista.

Potrei continuare a cercare di convincervi, ma credo sia molto meglio mostrarvi qualcosa anziché continuare con le parole, non lo pensate anche voi?


Ecco quindi una serie di quadri realizzati a Cape Cod…

…e una galleria di fotografie che io stessa ho fatto in giro per la penisola

(Purtroppo ho beccato un po’ di brutto tempo, quindi ho potuto vedere solo in poche occasioni la celeberrima luce dorata che avvolge questo lembo di terra).


Che ve ne pare? Anche secondo voi lo spirito di Edward Hopper è presente in questi luoghi? So che vi ho proposto soltanto poche foto, ma spero che vi saranno sufficienti per farvi un’idea!

Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista

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Edward Hopper, Nighthawks.

Chiedendomi quali siano le opere che meglio rispecchiano l’America della grande depressione, mi rendo conto che la mano che le ha realizzate grossomodo è una sola: ovviamente mi riferisco a quella di Edward Hopper, l’uomo che più di tutti ha saputo immortalare lo spirito di quegli anni e le difficoltà di un continente giovane che vive in questa fase gravi squilibri.

Per di più, questo artista non è soltanto un bravo ritrattista del mondo che ha di fronte. In effetti quello che secondo me lo rende grande e sempre attuale è soprattutto la sua capacità di riportare sulla tela dei tratti della natura umana, quei caratteri profondi capaci di emergere dalle scene che dipinge, a prima vista così semplici.

Nei pochi personaggi che popolano i suoi quadri l’osservatore può vedere l’irrequietezza umana, l’insoddisfazione, la solitudine ed il desiderio di altrove. E vedendole, sicuramente una parte del suo cuore si emoziona.

Ecco, per celebrare al meglio le sue qualità vorrei dedicare questa tappa del mio viaggio attraverso la pittura americana proprio a Edward Hopper, cercando di risalire alle principali ragioni che lo rendono un pittore così importante e amato. (Per chi volesse tornare alle scorse puntate, ecco i link: Esiste una vera “arte americana”?, Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River, Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth)


1. L’atmosfera delle sue opere

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Edward Hopper, Gas.

Regina di ogni quadro di Edward Hopper secondo me è sempre l’atmosfera, studiata nei minimi dettagli con grande precisione e con un taglio che oggi definiremmo cinematografico. Effettivamente non si può negare che non sia stata ripresa in molti film, ma questa è un’altra storia di cui forse un giorno parleremo, quindi per adesso non divago.

La composizione è forse il primo elemento che rende distinguibile una sua opera e che cattura lo sguardo dell’osservatore, grazie ad una serie di ingredienti che insieme fanno una magia.

Ad esempio, il numero di personaggi è sempre limitato, mentre il loro movimento sembra essere imprigionato nella pittura. La scelta del colore ricade poi spesso nella contrapposizione di tinte complementari, a cui si sommano tocchi di colore diverso che servono a indirizzare l’occhio. Le ombre e le luci giocano poi un ruolo fondamentale, animando scene altrimenti piatte: che si tratti di lampade da interni oppure di raggi di sole radente poco importa, l’effetto è sempre quello di dare vita alle architetture, ai paesaggi e alle persone.


2. L’immagine dell’America della Grande Depressione che riesce a dare

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Edward Hopper, Early sunday morning.

Ovviamente non si può trascurare il valore delle opere di Hopper come testimonianza del delicato e difficile periodo della storia che l’America vive per tutti gli anni Trenta.

Le opere di questo artista riescono a dare voce ad un malessere comune e alla mancanza di speranze e aspettative che si vive in questi momenti. Non so, riflettendoci mi viene in mente che magari l’amore che sembra che tutti provino per Hopper nelle ultime stagioni (basti pensare alla frequenza delle mostre su di lui ad esempio in Italia) sia in parte dovuto al fatto che, data la situazione politica ed economica in cui viviamo, riusciamo facilmente ad immedesimarci nei suoi soggetti.

Dopotutto è difficile avere rosee aspettative oggi esattamente come lo era allora: si viveva nell’innegabile e onnipresente mondo patinato costruito dalla prosperità dei decenni precedenti, un mondo fragile che però non era sostenibile e nemmeno al passo con la gente. Beh, non sembra anche a voi qualcosa di familiare?  [Mi fermo qui, visto che il mio intento oggi è unicamente quello di celebrare Hopper.]


3. Il silenzio

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Edward Hopper, Morning sun.

Infine, ciò che secondo me rende così importante Edward Hopper è l’introspezione delle sue opere, la capacità che hanno di raccontare la condizione umana, spesso imprigionata nel silenzio e nella difficoltà a comunicare.

Attraverso i quadri ci viene raccontata una situazione di muta introspezione, una reazione al mondo esterno ma anche l’insoddisfazione e all’infelicità che ogni tanto tutti abbiamo dentro. In relazione a questo, condivido con voi una piccola galleria da sfogliare di sue opere su questo tema.


Bene, ora però mi fermo, prima di mettermi a filosofeggiare troppo. Spero tanto che questo articolo vi sia piaciuto e che magari abbia contribuito, anche solo in minima parte, ad un’osservazione approfondita e curiosa delle opere di Edward Hopper, un artista che amo davvero molto.

Piace anche a voi? Sono curiosa di sapere la vostra opinione in merito! 🙂

10 momenti di autunno

Se doveste scegliere dieci tra le opere d’arte di tutti i tempi, quali sarebbero per voi quelle che meglio rappresentano l’autunno? Ecco, per il nuovo episodio di 10 Momenti di… il filo conduttore è proprio questa stagione.

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Vi ricordate di questo progettino inaugurato insieme al blog Artesplorando? Si tratta di una serie di brevi video in cui cerchiamo di raccontarvi con dieci dipinti delle sensazioni, dei temi o dei percorsi trasversali alla storia dell’arte (a proposito, se ve lo siete persi ecco il link alla scorsa puntata: 10 momenti di illusione).

In questa selezione trovate molti degli artisti che più amo e soprattutto i miei colori preferiti, quelli delle foglie prima di cadere e dei cieli limpidi di ottobre e novembre.

Che cosa aggiungere, se non che spero di avervi fatto incuriosire abbastanza da cliccare play? Fatemi sapere cosa ne pensate e soprattutto qual è il vostro preferito! 😉

Cartoline dal mare: come i grandi artisti hanno celebrato il profondo blu

Cosa vi viene in mente se pensate al mare? Sicuramente è un ambiente che racchiude in sé mille emozioni e che evoca ricordi e aspettative, quindi credo che non esistano due persone che darebbero la stessa risposta a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre il mare è una sfida ed un piacere per ogni pittore, così in questo post troverete una selezione di quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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Caspar David Friedrich, Il monaco vicino al mare.

Per Caspar David Friedrich, grandissimo esponente del Romanticismo, l’oceano è innanzitutto qualcosa di sublime, esaltato dalle atmosfere notturne e invernali. L’acqua diventa un mondo profondo ed impenetrabile, una massa scura che origina riflessi in grado di fondersi con il cielo.


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Snow storm.

Osservando i dipinti di Turner, sembra invece che il mare prenda vita. Non è soltanto un fenomeno naturale da indagare e conoscere a fondo, ma anche qualcosa di emozionante e dotato di enorme forza.

Il vigore delle onde in effetti è il vero protagonista delle sue opere, insieme alle imbarcazioni per cui sono sicura avesse un gran debole.


Claude Monet

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Claude Monet, Low tide at Pourville.

Che Claude Monet sia un mago con i colori non è sicuramente una novità, però nelle sue opere vi dirò che riesce sempre a stupirmi.

Dedicandosi al mare, riesce a regalarci l’atmosfera della perfetta estate mediterranea, quando i colori sono saturi e i pomeriggi pigri e soleggiati. Non vi fa venire voglia di tornare indietro all’inizio dell’estate?


Edvard Munch

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Edvard Much, Summer night by the beach.

Quando invece guardo i quadri di Edvard Munch mi rendo conto di quanto le parole possano essere superflue. L’intensità dei suoi paesaggi marini non ha bisogno di essere commentata, così mi fermo e mi metto a sospirare, sognando future vacanze decisamente a nord.


Piet Mondrian

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Piet Mondrian, Dune.

I quadri di Piet Mondrian che ho scelto fanno invece parte di una serie realizzata da questo maestro, sviluppata intorno all’osservazione delle dune sulle spiagge dell’Atlantico. 

Trovo che queste opere siano bellissime e soprattutto mi sono innamorata dei giochi cromatici che evidenziano la ricercatezza di questo artista: i colori complementari vengono accostati per creare un effetto surreale ma allo stesso tempo emozionante.


Henri Matisse

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Henri Matisse, Polinesia, mare.

Parlando di Henri Matisse, ho scelto due opere opposte che sottolineano due sue diverse nature: da una parte l’allegra sintesi e dall’altra il paesaggio dipinto a tratti veloci e decisi. Quali preferite? Io riscontro in entrambi una certa poesia.

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Henri Matisse, Cap d’Antibes.

René Magritte

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René Magritte, Le meraviglie della natura.

Da grande artista surreale, René Magritte ci mostra come sia possibile giocare anche con il mare, che diventa una sorta di illusione sofisticata e sottile.

L’orizzonte si fonde con il cielo, i piani della composizione si mischiano e i paesaggi sono popolati da creature immaginarie, quindi sembra in pratica di assistere ad un sogno.


Georgia O’Keeffe

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Geogia O’Keeffe, onda blu.

Attraversando l’Atlantico arriviamo negli Stati Uniti, dove per Georgia O’Keeffe il mare è soprattutto materia e profondità. I suoi quadri sono composti da profonde campiture omogenee caratterizzate da sfumature delicate.

Le onde e la linea dell’orizzonte sembrano quasi divorare la tela, trasformandola in qualcosa di introspettivo e delicato.

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Georgia O’Keeffe, Wave night.

Edward Hopper

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Edward Hopper, La lunga tratta.

Per ultimo ho lasciato un artista per cui in realtà ho una grandissima stima, il portavoce dell’America della prima metà del Novecento.

Quello di Edward Hopper è un mare decisamente azzurro e solitario, atlantico più che mediterraneo, dove la presenza umana non è rilevante e quella che trionfa sopra tutto il resto è la natura.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? E qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

Storie d’estate: come hanno elogiato il sole i grandi artisti?

Se la primavera è la stagione con i colori più saturi e variegati, l’estate è il trionfo della luce del sole, soprattutto per noi mediterranei. In realtà vi confesso che ho sempre pensato che fosse il periodo dell’anno meno interessante dal punto di vista pittorico, però in questi giorni di ricerche per il blog mi sono dovuta ricredere.

La verità è che riprodurre l’estate è una bella sfida ma anche un divertimento per ogni artista, libero di inseguire il piacere e di rappresentare quello che è più caratteristico della sua cultura. Vi invito quindi a godervi qualche bel dipinto, così posso provare a convincere anche voi. 😉


Claude Monet

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Claude Monet, Campo di papaveri in estate.

Se si parla di luce, non si può che cominciare da Claude Monet, il re del colore e dell’emozionante pittura en plein-air

La sua estate è caratterizzata dalle ombre scure e colorate che si vedono alle nostre latitudini, insieme a personaggi che passeggiano godendosi i mesi più belli dell’anno. Il cielo è azzurro e placido così come il mare, mentre i campi sono vitali e colorati.

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Claude Monet, Passeggiata sulla scogliera a Pourville.

Pierre Auguste Renoir

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Pierre Auguste Renoir, Paesaggio estivo.

Dopo Monet, ho voluto ricordare anche Renoir, un altro impressionista che fa della riproduzione della natura uno dei suoi cavalli di battaglia. Il colore dei fiori di campo ricorda molto l’estate, non lo pensate anche voi?


Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Campo di grano con cipressi

Parlando di campi di grano, il richiamo a Vincent Van Gogh è immediato. Per questo immenso artista l’estate è qualcosa che colpisce gli occhi ed il cuore, un momento dell’anno che diventa un’emozione.

Il cielo del primo dipinto ricorda i pomeriggi afosi di luglio, mentre in basso il sole divora tutto ciò che lo circonda in un caso, e nell’altro le nubi temporalesche rabbuiano il panorama, rendendolo improvvisamente fosco. (Per chi fosse interessato, ecco il link ad un bel post su Campo di grano con volo di corvi)


Paul Cézanne

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Paul Cézanne, La riviera.

Nei quadri di Paul Cézanne invece sembra quasi di percepire l’aria densa delle calde ed infinite giornate del sud della Francia. Dopotutto uno degli intenti della sua ricerca è proprio quello di riprodurre la consistenza dell’aria.

In basso, non ho resistito alla tentazione di allegare una delle versioni del Mont Sainte Victoire, parte di un ciclo che mi sta molto a cuore e di cui ho parlato in questo post.

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Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Edvard Munch

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Edvard Munch, La voce, notte d’estate

Per Edvard Munch anche questa stagione è piena di spettri.  Oltre la presenza di figure biancovestite e inquietanti, la cosa interessante è anche la sua rappresentazione dell’estate del nord Europa, in cui la notte rimane chiara e le tenebre non esistono quasi.

Non ci posso fare niente, ho un vero debole per questo artista!


Telemaco Signorini

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Telemaco Signorini, Il muro bianco.

Finalmente arriviamo in Italia e, grazie a Telemaco Signorini, abbiamo l’occasione di riconoscere quella luce che accomuna e caratterizza la nostra bellissima penisola.

Vi invito a cliccare su questi quadri e a goderveli uno per uno, perché davvero hanno dei dettagli che meritano di essere guardati con calma.


Alfons Mucha

In pieno stile Art Nouveau, l’estate diventa per Alfons Mucha il trionfo della vita dei campi. Ho scelto per voi due versioni diverse ma ugualmente belle: da una parte l’allegoria della mietitura e dall’altra il languore dei pomeriggi afosi e pigri.


Piet Mondrian

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Piet Mondrian, Notte d’estate.

Anche per Piet Mondrian, un altro nordico (per la precisione olandese), quella che solletica l’interesse è la notte estiva, carica di colori e di luci soffuse. Questi quadri ci regalano in effetti un’atmosfera fiabesca e magica, veramente lontana delle opere mediterranee.


Marc Chagall

Come sempre, Marc Chagall sceglie invece di raccontarci delle storie. L’estate non è soltanto una stagione ma piuttosto la somma di ciò che accade in questa stagione, che sia lavoro oppure piacere. Così, da una parte vediamo la mietitura sotto il sole e dall’altra la vita di mare, immersa in una luce azzurrina e fatata.


Edward Hopper

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Edward Hopper, La lunga tratta.

Per ultimo ho lasciato un artista per cui in realtà ho una grandissima stima, il portavoce dell’America della prima metà del Novecento.

Quella di Hopper è un’estate decisamente più azzurra e solitaria, atlantica molto più che mediterranea. Ricorda le ragazze vestite leggere, fresche e pronte per uscire, così come racconta la necessità di incontrarsi nelle sere estive in cui il buio porta finalmente con sé un po’ di brezza. Non vi sembra di avere vissuto almeno una delle scene che ho selezionato?


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? E qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate! 🙂

Turner a Roma: le meraviglie della città eterna

Rome: The Forum with a Rainbow 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma: il foro con arcobaleno.

Senza dubbio Roma è stata una grande fonte di ispirazione per Joseph Mallord William Turner, inglesissimo maestro abituato alla pioggerellina fine di Londra. La città eterna è infatti la protagonista di numerose tele e di molti acquerelli, tutti accomunati dall’attenzione per i dettagli e dalla luce dorata del Mediterraneo.

Riuscite ad immaginare l’emozione di un appassionato di archeologia ed architettura classica giunto in Italia per la prima volta?Teniamo conto che stiamo parlando della Gran Bretagna dei primi dell’Ottocento, una società che ha il mito della classicità e della cultura romana e greca. Quindi un viaggio di sei mesi verso Roma e oltre deve essere un vero premio per il quarantatreenne Turner, ormai ai vertici del panorama artistico inglese.


J. M. W. Turner in Italia

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J.M.W. Turner, Roma moderna da Campo Vaccino.

Nei primi giorni dell’agosto 1819 Joseph Mallord William Turner parte da Dover verso sud. Attraversa la Francia e arriva in Italia attraverso il Moncenisio, per poi scoprire Torino e Milano. Di qui si dirige a Venezia, dove soggiorna alcune settimane e si innamora dei colori e dell’inconsistenza della laguna. (Sulle impressioni di Venezia, ecco un articolo da non perdere: Un atto d’amore per J. M. W. Turner)

Dopo Venezia, è la volta di Bologna e Rimini, per poi giungere finalmente a Roma all’inizio di ottobre. Eppure il grande artista non è ancora sazio, così si permette ancora una tappa a Napoli, Pompei ed Ercolano, per godersi quelle che al momento sono le più belle rovine ritrovate.

Di ritorno alla città eterna vi soggiorna per quasi tre mesi, un periodo che nutre la sua mente ed i suoi occhi, al punto da originare una serie di quadri fenomenali, una volta rientrato in patria.

La Roma di Turner è un luogo dove il passato si fonde con il presente, creando una mescolanza tra la precisione di un rilevatore e l’aura di leggenda che circonda anche il presente decaduto. Anche i quadri qui di seguono esprimono questo dualismo: da una parte la visione di Roma antica, immaginata a partire dagli studi archeologici, dall’altra la città moderna, intrisa di una luce senza tempo.

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J. M. W. Turner, Antica Roma: Agrippina che approda con le ceneri di Germanico.
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J. M. W. Turner, Roma dall’Aventino.

Gli album di viaggio

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J. M. W. Turner, Roma, quaderni di viaggio.

Vi siete chiesti come abbia fatto Turner a dipingere quadri tanto dettagliati una volta rientrato a Londra? Il suo era il mondo prima delle macchine fotografiche, quindi la risposta è che bisognava sgobbare continuamente.

Il nostro grande artista è partito con una serie di album da disegno da riempire con i dati che gli servivano e con le meraviglie che aveva davanti agli occhi.

Ecco, vi confesso che io adoro questi quaderni meticolosamente compilati: con pochi tratti Turner è riuscito a riprodurre immagini dettagliate e fedeli della realtà, fornendoci un preciso spaccato di com’era Roma nel 1819 senza nessun errore o imprecisione.

In certi casi poi questi appunti diventano la base per preziosi quadri futuri, come si può notare nelle due immagini di seguito.

Study for 'Rome from the Vatican' 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Studio per “Roma dal Vaticano”.
Rome, from the Vatican. Raffaelle, Accompanied by La Fornarina, Preparing his Pictures for the Decoration of the Loggia exhibited 1820 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma dal Vaticano.

Non trovate anche voi che siano opere incredibili? Il bello è che Joseph Mallord William Turner non si è limitato a ritrarre Roma, ma si è dedicato a una grande parte dell’Italia. Siete curiosi di scoprire come ha disegnato la vostra città? Allora vi invito a non perdere il prossimo articolo 😉

Quasi dimenticavo: se volete guardare altri lavori di Turner, sul sito della Tate Gallery di Londra sono presenti tantissime opere, tutte commentate e catalogate. In particolare, questo è il link alla sezione dedicata al viaggio in Italia (Non c’è niente da fare, io amo gli Inglesi e la loro cura per il patrimonio e per i visitatori, reali o virtuali che siano!)

Fiori che emozionano: Piet Mondrian vs Egon Schiele

Stylized flowers before decorative background, still life fbQuando pensate a quadri a tema floreale, anche a voi vengono in mente pacifiche composizioni colorate che deliziano lo sguardo? Questo è quello che succede a me, ma se si parla di Mondrian e di Schiele bisogna abbandonare ogni preconcetto.

Questi due grandissimi artisti sono la dimostrazione di come anche lo studio della realtà riesca a diventare qualcosa di soggettivo e quasi mistico, nel momento in cui chi tiene in mano il pennello possiede un animo profondo, sensibile e così forte da guidare le linee e le scelte cromatiche.


Piet Mondrian e la ricerca dell’essenziale

mondrian-crisantemo2Osservando le opere di Mondrian, ci si trova spesso davanti all’esito di una ricerca accurata e a tratti ossessiva.

Si ha quest’impressione in primo luogo quando ci si perde dietro ai suoi alberi che negli anni si trasformano in linee geometriche (su questo tema, ti consiglio un altro articolo: Gli alberi sacri di Piet Mondrian), ma anche nelle altre opere, dove però il filo che le collega è meno palese.

Persino gli schizzi che ritraggono i fiori, crisantemi in primis, sono un modo per ammirare la forza delle linee e l’intensità di questo indiscusso maestro.

Seguire le pennellate nervose è difficile ma allo stesso tempo affascinante, ci rimanda a tutti i suoi dipinti che conosciamo meglio, creando una connessione drammatica e vibrante con quella che è la sua ricerca dell’essenziale, uno studio basato sulla riproduzione continua e costante dei temi che stanno maggiormente a cuore.

Non sono meravigliosi? Stranamente, i crisantemi non compaiono mai nei maggiori dipinti di Piet Mondrian, che solitamente non lascia spazio ai fiori. In un paio di occasioni però passiflore e amarillidi diventano protagoniste, come è possibile vedere di seguito.


Egon Schiele e i fiori dell’anima

egonschiele fioriChi mi conosce sa che amo profondamente Egon Schiele. E le ragioni di questa mia adorazione sono evidenti anche in questa serie di opere a tema floreale.

Vi invito ad ingrandire le immagini per gustare il tratto drammatico e unico al mondo di questo fenomenale artista beffato dal fato crudele (su questo tema, consiglio una serie di articoli che partono da qui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi (1/3)).

Quanta passione in questi fiori, e quanta immediatezza! L’apparente disordine nasconde un grande equilibrio, così come le imprecisioni se sommate portano ad un esito accurato.

Sono sempre in difficoltà quando devo commentare i suoi disegni, perché mi rendo conto che niente sarà mai come vederli dal vivo. Osservare anche il più stupido dei lavori di Egon Schiele è emozionante, quindi immaginate cosa si prova di fronte ad un capolavoro. (Voi avete già visto qualche suo disegno? Vi è capitata la stessa cosa?)

Guardate anche in questo caso un crisantemo, ci sono allo stesso tempo profonde analogie e differenze rispetto all’esempio di Piet Mondrian, non trovate?

schiele girasoli

Stylized flowers before decorative background, still life


Spero che questo excursus a tema floreale vi abbia interessato e soprattutto incuriosito, perché in fondo è proprio questo che vuol dire andare oltre la sottile linea d’ombra: scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo che valga la pena ricordare.

Vi vengono in mente altri fiori che meriterebbero di stare in questa galleria? Sono molto curiosa di sapere la vostra opinione:)

La classifica dei quadri del cuore

quadri-classifica-mixTutti i quadri hanno una storia e ad alcuni si sommano anche le vicende di chi li osserva stupito, per la prima o per la centesima volta. Ed è a questo punto che diventano davvero speciali e unici, la rappresentazione di qualcosa che va oltre al soggetto e alla tela.

Credo che questo loro potere sia ciò che ci riesce ad emozionare ogni volta che li vediamo. Insieme alla perfezione della tecnica e al loro fascino, fanno riaffiorare vecchi pensieri e ricordi destinati a rimanere collegati e a non sbiadire.

Succede anche a voi? Se penso a me, non ho alcun dubbio: mi vengono in mente subito alcuni dipinti che non smetterò mai di amare.


#1 Andrea Mantegna, San Sebastiano e #2 Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista

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Il San Sebastiano di Mantegna è per me l’emblema del Rinascimento. Emerge tutto l’orgoglio dello studio dei classici e questo santo (che più che un santo ricorda una statua romana o greca) si staglia immobile e candido come la colonna di un tempio. Al Louvre, nella Galleria Italiana, si può rimirare quasi subito sulla sinistra, serissimo e commovente.

Leonardo, invece, è stato in generale uno dei miei miti sin dall’infanzia. Per prima cosa era mancino come me, e per seconda era una mente geniale e mai ferma, assidua ricercatrice in molti ambiti del sapere. Tra tutti, era lui il mio idolo, forse anche per “colpa” di un libretto su di lui che mi aveva comprato mia madre quando facevo le elementari e per cui dovrei ancora ringraziarla.

Anche se magari non si direbbe, il mio amore per l’arte è partito dall’ammirazione per il Medioevo e per il Rinascimento, in assoluto i miei periodi preferiti per tutti gli anni del liceo.

Sono stata quattro volte al Louvre, ma la sensazione che ho provato nella Galleria Italiana non è mai cambiata. E per me, in particolare, questi due quadri rappresentano la visita di quell’ambiente straordinario, tutta la bellezza e la fierezza, nonostante tutto, di appartenere ad un popolo come il nostro, sempre inguaiato ma anche per questo tanto geniale.


#3 Michelangelo Merisi (Caravaggio), La cattura di Cristo

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Dublino, 2008. Due ragazze stufe della pioggia si rifugiano alla National Gallery, un po’ per curiosità e un po’ perchè l’ingresso è gratuito.

Quelle due eravamo mia sorella ed io, reduci da due settimane di vagabondaggio con lo zaino in spalla ed il bancomat che non funzionava più da giorni. In mezzo a opere decisamente meno notevoli, ricordo come se fosse oggi il momento in cui, da una stanza all’altra, abbiamo intravisto questo quadro di Caravaggio che divorava e annientava gli altri.

Ci siamo fermate lì davanti per una mezzora, chiacchierando persino con una guardia del museo che ci ha visto così emozionate. Ma come potevamo non esserlo, con quel gioco di luci e la perfezione espressiva dei volti?  Quello che non sapete ancora è che al tempo la mia accompagnatrice non era affatto un’appassionata d’arte. Beh, vi dirò che quel quadro ha cambiato le carte in tavola. Da quel giorno sperduto abbiamo inseguito insieme Caravaggio a Milano e per tutta Roma, ripromettendoci che prima o poi avremmo visto ogni sua opera.

In pratica, per me la Cattura di Cristo è la testimonianza imperitura dell’incredibile potere dell’arte, del suo effetto quando non ha bisogno di troppe spiegazioni.


#4 J. M. W. Turner, Venezia

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Le opere di Turner hanno cambiato la mia idea di acquerello. Forse hanno allargato anche la mia immagine del primo Ottocento, perché in mezzo alle accademie e all’eclettismo ho scoperto che c’è stato lo spazio anche per una disarmante modernità.

Oltre a questo devo ammettere che ho trascorso i miei ben diciotto anni di scuola disegnando continuamente, partendo da foglietti nelle tasche del grembiule per arrivare agli album da acquerello Moleskine. Bene, come vi ho già raccontato, Turner mi ha fatto compagnia con i suoi lavori per almeno due anni del liceo. (Ne ho parlato qui: Un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner)

Posso dire di avere imparato a dipingere decentemente ad acquerello da questo maestro straordinario!


#5 Egon Schiele, Autoritratto

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Come sapranno i lettori più assidui, Egon Schiele è forse l’artista che riesce maggiormente a commuovermi.

Il bello è che la sua scoperta da parte mia è stata quasi casuale. Questo perché le riproduzioni  dei libri non si avvicinano alla incredibile bellezza delle sue opere.

Sono dovuta capitare a Vienna, sempre insieme alla mia adorata sorella (2011 questa volta!), per ammirare al Leopold Museum dei suoi capolavori che mi hanno a dir poco stregato. Ammirare dal vivo la purezza del suo tratto e la nettezza delle sue linee è un’emozione che consiglio a tutti di provare.

Anche a distanza di anni, in occasione di altri due incontri con questo inusuale maestro, vi dirò che non ho avuto modo di cambiare idea!

Questo autoritratto poi ha avuto il merito di aprire una nuova fase nella mia carriera di acquerellista dilettante: vedete i colori forti e contrastati che fanno da protagonisti sul volto? Ecco, copiando Schiele e le sue tinte ho imparato qualcosa di nuovo e meraviglioso.


#6 Edward Hopper, Nottambuli

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Tra tutte, questa è la mia scelta più romantica. Il momento in cui ho capito che avrei potuto davvero amare il ragazzo che mi ha portato a Parigi dopo tre mesi che uscivamo insieme è stato quello in cui mi ha fatto notare il manifesto di una mostra di Edward Hopper al Petit Palais e ha sopportato con me tre ore di coda per entrarci, nel gelo più totale di una sera di inizio novembre (2012).

Il bello è che non era un grande appassionato d’arte, eppure di fronte ai Nottambuli ci siamo emozionati allo stesso modo. E questo è esattamente quello che io intendo quando insisto nel dire che alcuni quadri possiedono un’anima. 

Il lieto fine è che da quel momento le mostre d’arte sono diventate una consuetudine per entrambi e che lui è tornato a casa con il poster di questo quadro ben riposto nel borsone.


Dopo quest’ultimo aneddoto direi che posso concludere, anche se so che avrò sicuramente dimenticato moltissime opere. Però allo stesso tempo mi chiedo: anche voi vi emozionate davanti ai quadri? Quali sono quelli nella vostra classifica del cuore? Chissà se ne abbiamo qualcuno in comune!

Storie d’inverno: il gelo e la neve attraverso gli occhi dei grandi artisti

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Caspar David Friedrich, Cimitero del monastero nella neve.

Avete presente la luce incredibile delle mattine di dicembre, fredda e azzurrina, che rende le ombre più vivide e i raggi del sole più dorati?

Se l’autunno è la stagione in cui i colori esplodono, l’inverno è il momento in cui il mondo si fa più monocromatico, sia per la neve che ricopre tutto sia, in generale, per la vegetazione addormentata fino a primavera.

Credo che chi dipinge sarà d’accordo con me nel dire che riprodurre sulla tela le tinte tenui ma pure di questo periodo dell’anno è una sfida ardua, soprattutto se si vuole cogliere la sfumatura vivida del sole invernale ed evitare l’effetto cartolina di Natale.

Riflettendo su questo, mi sono chiesa quali siano i quadri dei grandi artisti che meglio esprimono, a mio parere, lo spirito di questa stagione. Ecco, qui vorrei pubblicare una galleria che raccolga un po’ di quelli che mi sono venuti in mente.


Caspar David Friedrich

Come insegnano per primi i Romantici, l’inverno può essere anche uno stato d’animo. Così, ho scelto di iniziare questa galleria con un paio di opere di Friedrich, un uomo che ha dedicato la sua ricerca pittorica alla rappresentazione della natura, specialmente nelle sue accezioni più estreme. (Per gli interessati, ecco un altro articolo su di lui: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)

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Caspar David Friedrich, Winter landscape.
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Caspar David Friedrich, Querce nella neve.

Impressionisti

Dopo il romanticismo, devo ammettere che uno dei movimenti che ha saputo rappresentare al meglio i paesaggi invernali con i loro splendidi colori è sicuramente l’impressionismo. E quella che segue è la selezione delle mie opere preferite.

Claude Monet

Per primo cito Monet, un artista così bravo da rendere vana ogni parola, dal momento che i suoi dipinti si commentano da soli.

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Claude Monet, ghiaccio sulla Senna.
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Claude Monet, la gazza.
Alfred Sisley

Per secondo ecco Sisley: non trovate anche voi una certa familiarità nei suoi soggetti? Questo dipinto, ad esempio, mi sembra il lontano ricordo di qualcosa che ho vissuto.

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Alfred Sisley, La Senna a Bougival in inverno.
Gustave Caillebotte

Caillebotte merita, a mio parere, di essere citato perché mostra quello che è l’inverno nelle grandi città, sicuramente meno luminoso e più ingrigito dal fumo dei camini.

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Gustave Caillebotte, tetti.

Vincent Van Gogh

Anche qui, come per i romantici, l’inverno diventa qualcosa decisamente più emozionale.  Quello che commuove sempre di Van Gogh è il suo modo di rendere personale e introspettivo ogni soggetto. I disegni in bianco e nero, poi, hanno il potere di enfatizzare l’unicità del suo tratto.

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Vincent Van Gogh, la chiesa di Nuenen in inverno.
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Vincent Van Gogh, Giardino d’inverno.

Edvard Munch

Sarà per la mia passione per il Nord Europa o per chissà cos’altro, ma Munch occupa un posto speciale nel mio cuore.

Ogni suo dipinto è un’emozione ed insieme un mondo parallelo, così in questo caso ci porta tra le conifere e le isole della Norvegia, tra il bianco della neve e le tenebre di quei giorni d’inverno in cui il sole non sorge nemmeno. (per chi fosse interessato, ecco un altro articolo sul tema: Il paesaggio dell’anima: il nord attraverso gli occhi di Edvard Munch)

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Edvard Munch, notte d’inverno.

Giovanni Segantini

Tornando in Italia, non potevo che citare Segantini e questo suo quadro che risente in pieno della mia amata atmosfera fin du siècle. Non c’è che dire, guardando le opere di questo artista mi sento sempre a casa!

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Giovanni Segantini, le madri del male.

Alfons Mucha

Dopo Segantini, collegarsi con Mucha mi è sembrato piuttosto inevitabile: non siete d’accordo con me?

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Alfons Mucha, l’inverno.

Vassily Kandinsky

Kandinsky invece ci regala una versione decisamente più colorata dell’inverno. Guardando i colori della neve però ci si stupisce: le pennellate sono sgargianti ma ci riescono a descrivere un vero e freddo paesaggio invernale.

Vassily Kandinsky, Paesaggio invernale.
Kandinsky Vasily – Winter Landscape

Marc Chagall

Chagall invece trasforma tutto in una fiaba, con il leggero garbo e l’aura di magia che lo contraddistinguono.

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Marc Chagall, Sopra Vicebsk.

Tom Thomson

Per concludere ci spostiamo in America e per la precisione in Canada, con uno dei membri del Gruppo di Sette, un insieme di artisti di cui vi ho già parlato qui, se vi interessa: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi.

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Tom Thomson, Aurora boreale.

Allora, vi è piaciuta questa galleria di quadri? Vi è venuto un po’ di freddo, insieme alla voglia di smarrirsi nella neve?

Ditemi se vi viene in mente qualche dipinto che ho dimenticato!

Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi

Gustave Caillebotte, tetti.
Gustave Caillebotte, tetti.

Oggi per noi Parigi è la città romantica per eccellenza, ma come doveva essere per chi la viveva un secolo fa o ancora un po’ prima?

Conosciamo tutti la storia degli artisti squattrinati che si smarrivano nella sua labirintica natura, vittime degli infiniti eccessi che offriva, illuminati e affiancati dalla sua luce sfavillante, ma cosa rimane oggi di quel mondo?

Ecco, io credo che quella particolare atmosfera oggi non esista più e che, per consolarci, esistano invece moltissimi quadri a testimoniare le infinite sfaccetture che la città aveva da offrire: architetture avanguardiste o classiche, industrie, svago borghese e svago bohémien, due mondi opposti che spesso si scontravano.

Oggi, anziché spendere inutili parole, vorrei condividere con voi una selezione di queste opere che ritraggono l’animo tormentato della città dai mille volti.

La modernità borghese secondo Gustave Caillebotte

Gustave Caillebotte, strada di Parigi.
Gustave Caillebotte, strada di Parigi.

Caillebotte mi piace sempre molto perché è un amante dell’architettura e questo si vede in molti dei suoi quadri. Non riuscendo a scegliere il migliore, qui ne propongo due che, secondo me, sono davvero significativi.

Emerge in queste opere l’ascesa della classe borghese e la fierezza del nuovo aspetto patinato e severo assunto da Parigi dopo le trasformazioni di Haussmann (per sapere di più su questo tema, ecco il link ad un articolo: La nostra amatissima Parigi e le sue trasformazioni scellerate).

Gustave Caillebotte, Rue Halevy vista dal sesto piano.
Gustave Caillebotte, Rue Halevy vista dal sesto piano.

Il progresso secondo Claude Monet

Claude Monet, la stazione di Saint-Lazare.
Claude Monet, la stazione di Saint-Lazare.

Monet si rivela invece spesso molto interessato alla rivoluzione industriale e all’impatto della modernità nel contesto urbano. In questo quadro in effetti il vapore della locomotiva sembra divorare le case borghesi sullo sfondo, così che l’ardita copertura in ferro e vetro della stazione diventa la vera protagonista dell’opera.


La solitudine di Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh, Boulevard de Clichy.
Vincent Van Gogh, Boulevard de Clichy.

Come spesso accade per Van Gogh, questo dipinto ci mostra una realtà filtrata dal suo stato d’animo. In questo caso i boulevards, seppure animati dal passaggio di gente, diventano un luogo di solitudine e smarrimento.


Lo svago per Georges Seurat

Georges Seurat, domenica alla Grande Jatte.
Georges Seurat, domenica alla Grande Jatte.

Quest’opera ritrae quella che è una grande conquista dell’età borghese: la possibilità di svagarsi nei parchi pubblici, messi a disposizione dell’intera popolazione. Così, il divertimento domenicale alla Grande Jatte, sulla riva della Senna, era possibile per tutti, non solamente per i ceti più elevati.


Le ballerine di Edgar Degas

Edgar Dega, Prove del balletto sul palco.
Edgar Degas, Prove del balletto sul palco.

Sicuramente il teatro dell’Opéra è un’altra realtà caratteristica di Parigi, così come le ballerine che vi lavoravano ma che, per mantenersi, erano costrette a lavorare anche nei bordelli.

E se si parla di ballerine, non si può che citare Edgar Degas, un grande appassionato che ci regala preziosissime riproduzioni di queste ragazze e della loro vita difficile.


Il mondo segreto di Henri de Toulouse Lautrec

Henri de Toulouse Lautrec, Al Moulin Rouge, la danza.
Henri de Toulouse Lautrec, Al Moulin Rouge, la danza.

E dopo il balletto, cambierei genere di danza e di svago, perché la Parigi di questi anni è anche quella del Moulin Rouge e delle notti scatenate nei bordelli. Ho scelto Toulouse Lautrec perché è una figura che ha sputo destreggiarsi in questi ambienti e coglierne l’atmosfera come nessun altro.


Pablo Picasso

Pablo Picasso, Moulin de la Galette.
Pablo Picasso, Moulin de la Galette.

Come si può vedere, Toulouse Lautrec non era l’unico che sapeva come divertirsi. Anche Picasso ha vissuto in questa Parigi notturna e spregiudicata, anche se in anni di maggiore eleganza apparente, come si vede dagli abiti ma non dalle facce.


Con quest’ultimo quadro concludo la mia galleria di opere…Chissà se a voi ne vengono in mente altre che ho dimenticato!

Vorrei però finire con una poesia bellissima di Charles Baudelaire, l’epilogo dello Spleen di Parigi, perché credo che racchiuda in sé tutte le sfaccettature di cui ho cercato di parlare.

Col cuore lieto salii sulla montagna a contemplare
Laggiù la grande città: ospedale
Purgatorio
Inferno galera e lupanare,
Tutta come fiore fiorisce quell’enormità,
Patrono del mio dolore tu Satana lo sai
Che non per spargere vane lacrime salii là;

Ma qual vecchio gaudente di vecchia amante
Dell’enorme puttana mi volevo inebriare
Del suo sempre vivificante fascino infernale.

Sia che tu ancora dorma tra le coltri del mattino
Buia arrochita pesante o che ti pavoneggi
In veli serali profilati d’oro fino

Io t’amo capitale infame!
Banditi e cortigiane voi spesso ci offrite
Piaceri incompresi dalle plebi profane

Tranquillo come un saggio e dolce come un maledetto, ho detto:
Ti amo mia bellissima o mia delizia umana…
Quante volte…
I tuoi vizi senza desiderio e i tuoi amori senza anima,

Il tuo gusto dell’infinito
Che ovunque anche nel male si proclama…

Claude Monet a Torino: il vero fascino della mostra alla GAM

Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.
Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.

Per prima cosa, c’è un mito che vorrei sfatare: percorrere la mostra “Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay” non equivale a compiere una passeggiata tra le luci e i colori fatati dell’impressionismo, ma piuttosto è un’occasione per conoscere meglio la pittura di questo artista al di là dei suoi lavori più noti (oltre alle ninfee, per così dire).

Non è stato come andare al museo d’Orsay, o al Marmottan, o a Giverny, quindi se ci si aspetta di fare una scorpacciata di pitture floreali si rimarrà certamente delusi.

Chiarito questo primo punto, adesso cercherò di raccontare con un po’ di ordine le ragioni per cui, nonostante la premessa che ho fatto (e l’ora abbondante di coda all’ingresso), credo che valga la pena di visitare questa mostra.


Storia di una rivoluzione: dal realismo all’impressionismo
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Claude Monet, le ville a Bordighera.

Una cosa che ho apprezzato molto è stata l’opportunità di osservare quello che è stato il percorso artistico di Claude Monet, la serie di piccole trasformazioni che si sono succedute sino ad arrivare alla grandezza degli ultimi quadri.

Camminando tra le tre sale (eviterò le lamentele a proposito dello spazio espositivo poco organizzato) i colori cambiano, così come le pennellate. Ho potuto vedere come la mano di questo grande artista si è sciolta e liberata da qualunque vincolo formale, mentre anche la tavolozza ha abbandonato le regole più usuali. Si parte da paesaggi decisamente convenzionali, in linea con quelli della Scuola di Barbizon, per fare un esempio, per poi arrivare alle vetta quasi astratte delle opere più impressionisti.

Con questo non dico di avere apprezzato la scelta di tutte le opere, non mi fraintendete: sarebbe stato impossibile avere una selezione di quaranta quadri imperdibili, però nell’insieme sono rimasta soddisfatta, perché ho potuto rimirare alcune delle mie tematiche preferite.


La bellezza della cattedrale di Rouen
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.

Tra i temi seguiti da questo artista quello della riproduzione ostinata della facciata della cattedrale di Rouen sicuramente è uno dei miei preferiti.

Una delle cose che mi colpisce di Monet è la concretezza della sua arte e del suo pensiero (e scusate l’apparente gioco di parole). In effetti non si pone come un teorico, non scrive libri e non cerca obiettivi ultraterreni, ma semplicemente dipinge, con metodo e chiarezza, sino ad arrivare a quello che per lui è l’essenziale.

Ecco, secondo me le riproduzioni della Cattedrale di Rouen (arrivate in due fino a Torino) sono l’emblema del suo pensiero: dipingere, indagare e osservare sempre meglio, fino a cogliere lo spirito del momento, l’atmosfera data da una particolare condizione meteorologica e mentale.


50 sfumature di neve
Claude Monet, la gazza.
Claude Monet, la gazza.

Finalmente l’inverno sta arrivando (winter is coming, come si direbbe in un certo telefilm!), quindi cosa c’è di meglio a Torino che celebrarlo con qualche bel quadro dalle atmosfere soffuse e delicate? Nella mostra alla GAM troverete una piccola serie di opere su questo tema, dove si può notare come il bianco per Claude Monet sia raramente davvero bianco, ma piuttosto sia originato dalla fusione tra colori bellissimi e delicati che ricordano le atmosfere fiabesche delle limpide mattine invernali.

Ho un debole per questi lavori così come ho un debole per l’inverno e per le sue sottilissime sfumature, chissà se piaceranno anche a voi!


Detto questo, credo proprio di avere esposto i motivi per cui ho apprezzato questa mostra nonostante l’attesa, il troppo affollamento e l’allestimento che non era proprio il massimo. Voi ci siete già andati? Se sì, sarei curiosa di sapere la vostra opinione, se no, spero di avere solleticato la vostra curiosità!

Per alimentare ulteriormente  l’interesse e per condividere ancora un po’ dell’emozione che ho provato ieri, ho trovato un paio di altre immagini dei quadri esposti.


Ed ecco, per finire, qualche link utile:  punto primo, il sito della mostra per curiosare: Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay, aperta fino al 31 gennaio 2016.

Per gli interessati, invece, ecco i link agli articoli di questo blog che hanno trattato di Claude Monet e dell’impressionismo:

Claude Monet, Impression, soleil levant.

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era.

Claude Monet, Ninfee.

Quale altra musa, se non la Natura? Il giardino segreto di Claude Monet.

Storie d’autunno: i colori più belli attraverso gli occhi dei grandi artisti

Finalmente l’autunno è arrivato; so che per molti sarò impopolare, ma io ne sono davvero felice. Questa stagione mi piace proprio, è legata ad una serie di piccole amene abitudini ma soprattutto si porta dietro dei colori fenomenali. Le sfumature delle foglie degli alberi sono incredibili, ma non è soltanto questo: l’aria diventa più limpida e pulita, il sole regala delle luci incredibili e anche le ombre sono più brillanti.

Riflettendo su questo, mi sono chiesa quali siano i quadri dei grandi artisti che meglio esprimono, a mio parere, lo spirito di questa stagione. Ecco, qui vorrei pubblicare una galleria che raccolga un po’ di quelli che mi sono venuti in mente.


Vincent Van Gogh ed egon Schiele
Vincent Van Gogh, Albero di more.
Vincent Van Gogh, Albero di more.
Egon Schiele, Sole d'autunno.
Egon Schiele, Sole d’autunno.

Per prime, ho scelto le opere di due artisti che, seppure diversissimi, hanno una cosa in comune: sia per Van Gogh sia per Schiele l’autunno è uno stato d’animo più che una stagione. I loro alberi effettivamente si allontanano dalla precisione naturalistica per trasportarci all’interno dell’animo dei questi pittori che sono stati prima di tutto degli uomini complessi e tormentati.

(Per i curiosi, di Schiele ho già parlato in una serie di articoli che inizia qui: Tre giorni di Schiele. Ovvero tre articoli per innamorarsi).


Telemaco Signorini
Telemaco Signorini, Novembre.
Telemaco Signorini, Novembre.

Ecco, qui si vede l’altra faccia dell’autunno, quello mediterraneo che si vive sul mare (che personalmente è quello che conosco di meno). Le foglie in questo caso lasciano spazio ad una luce incredibile, quella che segue o precede la pioggia.


Gustav Klimt
Gustav Klimt, fattoria con alberi di betulle.
Gustav Klimt, fattoria con alberi di betulle.

Dei paesaggi di Klimt ho già parlato (per chi volesse rinfrescarsi la memoria, questo è il link: Per andare oltre il bacio: l’altro lato di Klimt), ma non perdo mai l’occasione di riproporne uno, visto che l’animo paesaggista di questo grande artista non finisce mai di stufarmi.


Vassily Kandinsky
Vassily Kandinsky, Fiume d'autunno.
Vassily Kandinsky, Fiume d’autunno.

Come sempre, se tiro in ballo il maestro russo fatico a trattenermi (per saperne di più, questo è un altro articolo su di lui: Cavalieri azzurri e cupole a mosaico: un invito a perdersi nella geniale fantasia di Vassily Kandinsky, il migliore di tutti). Credo che Kandinsky sia tra i migliori nello studio e nell’uso dei colori, quindi anche per quanto riguarda l’autunno lo trovo impeccabile.

Quindi, ecco una piccolissima galleria da sfogliare:


F. Carlmichael, J. E. H. MacDonald, F. Horsman: impressioni dal Canada
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F. Carlmichael, Autumn hillside.
J. E. H. Macdonald, Autumn leaves.
J. E. H. Macdonald, Autumn leaves.
F. Horsman, The cloud red mountain.
F. Horsman, The cloud red mountain.

Sicuramente, tra gli esempi che ho scelto questi sono i meno noti. Per essere sincera, vi dirò che si tratta di una scoperta piuttosto recente anche per me, avvenuta più o meno per caso. A dirla tutta, spero di incuriosirvi, perché nel prossimo articolo vi vorrei parlare proprio di questi pittori, il cosiddetto “Gruppo dei sette” che, negli anni Venti del Novecento, è riuscito ad esprimere sulla tela la vastità e la poesia di un territorio duro e affascinante come il Canada.

Se sono riuscita a solleticare il vostro interesse, vi invito a non perdere il prossimo articolo e, nel frattempo, vi chiedo se siete soddisfatti della mia selezione:  quali sono i quadri che simboleggiano l’autunno per voi? Vi è venuto in mente qualcosa di meglio?

Oltre il Futurismo: cosa rimane dopo la guerra?

metafisica, fascismo o grafica pubblicitaria dagli influssi Art Déco
Fortunato Depero, grattacieli e tunnel.
Fortunato Depero, grattacieli e tunnel.

Nella mia mente, la prima guerra mondiale è come un gigantesco uragano: spazza via milioni di vite e insieme a loro si porta via convinzioni, ideologie e sciocchi sogni di supremazia. Le innovazioni e i manifesti delle Avanguardie quindi seguono questo destino tempestoso, diventando in quattro anni in molti casi obsoleti e fuori dal tempo, come se all’improvviso non riuscissero più a rappresentare le ambizioni e i sogni del genere umano.

Così, anche ai nostri Futuristi (ormai sfoltiti dagli eventi) tocca raccogliere i cocci di ciò che si è frantumato e cercare di rimetterli insieme come si riesce.

Carlo Carrà, Paesaggio - Laguna.
Carlo Carrà, Paesaggio – Laguna.

C’è chi ormai non vuole più sentire parlare di questo movimento, rigettando la guerra dopo averla vissuta e cercando qualcosa di più intimo ed adatto a rappresentare i tormenti dell’animo ed il desiderio di alienazione. Un esempio? Mi viene in mente Carlo Carrà, che dopo il fronte necessita di cure psichiatriche e si butta, insieme a De Chirico, nella metafisica, decisamente più contemporanea e vicina ad esempio alle coeve tematiche surrealiste.

Giacomo Balla, Genio futurista.
Giacomo Balla, Genio futurista.

Tra i futuristi, c’è anche chi non vuole demordere e continua ad operare in questa direzione, anche se il rischio è quello di essere privati dei contenuti e quindi di perdere quello che di concettuale c’era dietro le opere.

Un movimento artistico ancora sotto i riflettori, imperniato sulla fierezza di una nazione calpestata e sulla forza violenta, diventa in breve tempo il bersaglio di un’ideologia nuova e sicuramente vicina nelle basi: il fascismo.

Ed ecco allora che un artista come Giacomo Balla diventa l’esponente del fascismo per eccellenza, continuando così a godere di grande fama e avendo l’opportunità di produrre moltissimo.

Sempre nella sfera del regime, esiste un altro pittore che riesce ad andare oltre gli stereotipi, portando grandissime innovazioni in quel campo in pieno sviluppo che è la grafica pubblicitaria. Sto parlando di Fortunato Depero, che negli anni Venti assapora in pieno il clima ruggente stabilendosi a New York e collaborando, tra il resto, per la grafica di riviste come Vanity Fair e Vogue.

Non stupisce quindi che le sue opere possiedano quel fascino Art Déco che va oltre il futurismo, anche se lui stesso non si priva mai dell’appellativo “futurista”, dal momento che fa parte del suo brand.

Tornato in Italia dopo l’esperienza newyorkese, Depero non riesce a condividere l’attrazione per le metropoli e per le città industriali che provano i suoi colleghi, e anzi si va a rintanare in Trentino per lavorare in tutta tranquillità. (E come dargli torto!)

Dalla sua mano innovativa e moderna nascono simboli di grandi prodotti italiani, come la bottiglia e i manifesti del Campari, oltre alle pubblicità del liquore Strega e di vini e di molto altro.

Per concludere questo discorso, ho condiviso una serie di sue immagini pubblicitarie, che ormai dell’iniziale idea di futurismo hanno ben poco, se si ripensa al manifesto di Marinetti oppure alle utopie di Boccioni. Oltre ad essere un modo per apprezzare questo movimento, una delle chiavi di lettura per capirlo più a fondo forse può proprio essere l’analisi delle sfaccettature che ha avuto, insieme alla valutazione dell’influenza nel medio e lungo periodo che ha avuto nei diversi settori che compongono quel magnifico calderone che è l’arte.


Vi siete persi l’inizio del discorso su questo tema? Ecco il link alle scorse giornate futuriste: Oltre la linea d’ombra: l’Italia e i Futuristi. Luci e ombre L’Italia e i Futuristi: per primi vennero i guerrafondai e gli avanguardisti.

Paul Cézanne: la ricerca della purezza e dell’essenziale

Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.
Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Le rivoluzioni non avvengono da un giorno all’altro perché qualcuno un mattino si sveglia improvvisamente stufo della banalità che lo circonda e va oltre a tutto ciò che è assodato, spingendosi verso l’ignoto e l’imprevedibile.

No, il processo di innovazione che intendo io è graduale: è un meccanismo alimentato e portato avanti da chi meglio degli altri ha i mezzi o l’intuizione per attraversare il confine della linea d’ombra.

Per questa ragione io non posso arrivare a parlare di Braque o di Picasso senza prima menzionare quell’incredibile artista che è stato Paul Cézanne, migliore tra i migliori senza battere la grancassa o giocare a fare il protagonista. Io nutro per lui un amore profondo e reverenziale che non è la seduzione di Amedeo Modigliani e nemmeno il fascino di Egon Schiele, ma piuttosto una sorta di ammirazione quasi paterna.

La tecnica

Guardando le sue opere, per prima cosa saltano all’occhio le pennellate, coraggiose secondo la lezione degli impressionisti e allo stesso tempo così materiche da conferire una certa densità persino all’aria.

Quelle di Cézanne non sono opere leggere o decorative ma, al contrario, riflettono la gravità e la serietà di chi arriva a riprodurre una realtà idealizzata. Come lui stesso afferma, il suo scopo è proprio quello di arrivare a “un nuovo classicismo, non più fondato sull’imitazione scolastica degli antichi, ma rivolto a formare una nuova, concreta immagine del mondo”.

La ricerca continua

La base della ricerca di Paul Cézanne è quindi arrivare all’essenza delle cose, senza perdersi nei dettagli ed in ciò che non è rilevante. Così si spiegano le decine di tele che come questa riproducono la montagna che l’artista vede dalla finestra della sua casa in Provenza.

Non si accontenta di rappresentare soltanto l’impressione di un momento, ma continua a dipingere sino ad arrivare a cogliere un frammento di eternità, che è la montagna nella sua accezione più simbolica e spirituale. Non è più lo scorcio visto dalla finestra di una casa, ma sono linee che ormai conosce a memoria e semplifica sino ad individuarne la pura geometria, senza snaturarle.

La rivoluzione di Cézanne ovvero la sua modernità

È proprio la geometria che domina le sue composizioni a conferire un grandissimo valore alle opere di Paul Cézanne, che per primo opera nella fine dell’Ottocento la scomposizione della materia, introducendo inoltre una gamma di colori fenomenale che riuscirà ad influenzare la generazioni successive.

Ma questa è un’altra storia che affronterò tra un paio di giorni con il prossimo capolavoro, quindi per oggi mi accontento di perdermi nei suoi bellissimi dipinti.

Non resisto quindi concludo con una piccola gallery di quadri suoi che ho trovato in rete e che mi sembra giusto che vengano guardati. Io li apprezzo moltissimo e spero di non essere l’unica a provare un amore così grande per Cézanne, che spesso secondo me non viene considerato abbastanza.

Per chi fosse interessato, tantissimi altri dipinti di Paul Cézanne si possono vedere sulla pagina di Wikimedia Commons a lui dedicata, cliccando questo link.