Come si vedeva Egon Schiele? Dodici autoritratti per scoprirlo

Cosa spinge un artista a ritrarre sé stesso?

Se vi ricordate, questa domanda è stata negli scorsi mesi una sorta di filo conduttore per una bella serie di post a tema autoritratti d’autore (se volete rinfrescarvi le idee, ecco il link), che ci hanno portato a spasso per la storia dell’arte dal Rinascimento fino a František Kupka.

Allo stesso tempo per me è una sorta di dovere morale quello di onorare la memoria di Egon Schiele e di promuoverne la conoscenza, almeno nel mio piccolo. Dovete sapere che vado matta per il talento e che, proprio per questa ragione, non posso proprio non apprezzare questo artista austriaco sfortunato e geniale, turbato eppure dotato di una tratto che secondo me non ha eguali.

Così, oggi colgo l’occasione per parlare un po’ degli autoritratti di Egon Schiele, una tematica che accompagna la sua produzione durante tutta la sua breve vita e che costituisce un’ottima maniera per apprezzarlo e per entrare nel suo mondo.

Gli autoritratti di Egon Schiele

Per prima cosa, dobbiamo tenere conto del fatto che Schiele (di cui in fondo trovate una sintetica biografia) è un artista che ama dipingere la figura e che preferisce sempre riprodurla dal vero. Questo lo porta da una parte a stringere rapporti professionali e sentimentali con numerose modelle (anche minorenni, cosa che lo condurrà in carcere), e dall’altra ad indagare su quella persona che può sempre avere davanti, studiare e scoprire nei dettagli più minuti, ovvero sé stesso.

L’autoritratto diventa così il modo migliore per fare pratica e soprattutto per portare avanti la sua ricerca, uno studio che lo porta all’essenzialità del disegno dell’essere umano, senza rinunciare a descriverne la complessità e il turbamento.

Come lui stesso dice, l’arte appartiene all’eternità, ed è un concetto che possiamo capire perfettamente osservando queste sue opere.

Guardandolo negli occhi, per me Egon Schiele sarà sempre il ragazzo insoddisfatto e sfaccettato che vedo nei suoi ritratti, oltre l’immobilità delle fotografie, in una rappresentazione senza tempo della considerazione che lui aveva di sé.

Non sono bellissimi? Ci sono momenti in cui persino a me, famosa chiacchierona, mancano le parole. Quindi, senza dilungarmi o ripetermi, lascio a voi il compito di formulare il vostro pensiero e di affinare l’opinione che avete di Egon Schiele anche grazie a questi preziosissimi autoritratti.

Se poi voleste leggere qualcosa in più su di lui e vedere qualche altra bella opera, vi consiglio questo vecchio post: Egon Schiele: perché amare questo artista e le sue opere?


Breve biografia: chi era Egon Schiele?

Egon Schiele nasce vicino a Vienna nel 1890 (convenzionale inizio della stagione fin du siècle), ha una famiglia normalissima e a scuola non ottiene buoni voti, per dirla con un eufemismo. In pochi anni si verificano i primi due fattori straordinari che lo riguardano: da una parte, la morte del padre quando ha appena 14 anni, evento che minerà la sua personalità adolescenziale, e dall’altra, la incredibile abilità che gli permette di essere ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna a soli 16 anni.

Da qui iniziano gli alti e bassi: l’approvazione da parte di maestri del calibro di Otto Wagner e Gustav Klimt, e allo stesso tempo le critiche da parte degli insegnanti universitari, che non sono pronti per una tale innovazione. In questi anni Schiele è un ragazzo insoddisfatto ed incompreso, che non apprezza l’accademia e cerca l’ispirazione fuori, tra gli echi Art Nouveau e i colori dell’Espressionismo. Così, nel 1909 lascia la scuola e si dedica ad esporre a a creare utilizzando ragazze e bambini come modelli.

Finalmente emergono linguaggi e temi caratteristici: un’angoscia esistenziale tutta novecentesca insieme ad un desiderio di introspezione, sicuramente legato a temi modernissimi come la psicoanalisi, che sono i protagonisti delle sue opere. Tuttavia la fama è ancora lontana, anzi nel 1912 viene addirittura incarcerato con l’accusa di avere sedotto una minorenne e di produrre arte pornografica.

Tra in 1913 e il 1914 finalmente si avverte una notevole inversione di tendenza: anche Egon Schiele è destinato ad attraversare la linea d’ombra, che per lui assume le fattezze del successo e dell’amore finalmente adulto e senza tenebre, che conduce al matrimonio con Edith Harms. Così, inizia una nuova fase di pittura più consapevole e di maggiore equilibrio, che lo rende la figura di maggiore spicco nel panorama viennese del momento.

Ora, è inutile chiedersi a quale vette possa portare questa nuova direzione, quali influenze possa creare negli anni Egon Schiele, perché nel 1918 muore per colpa dell’influenza spagnola, tre giorni dopo la moglie, incinta di sei mesi.

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