Hokusai, Hiroshige e Utamaro: i miei migliori motivi per scoprire la mostra a Milano

Molto spesso per me scegliere di visitare una mostra equivale ad andare a trovare artisti che già conosco abbastanza bene e che solitamente amo. Un po’ come passare a salutare un vecchio amico, non capita anche a voi di avere quest’impressione?

“Ciao mio adorato Caravaggio, che belli i tuoi ritratti del popolo, chissà se hai finalmente trovato la pace!” – Oppure: “Ciao Vincent (Van Gogh), certo che i tuoi quadri sono davvero commoventi, ma non ti arrabbi a vedere che ora siamo tutti qui in coda per te mentre quando eri in vita nessuno riusciva a capirti?”

Ecco, spero di avere reso l’idea. Tutta questa introduzione è per dire che invece vedere la mostra Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Luoghi e volti del Giappone al Palazzo Reale di Milano è stata una grandissima sorpresa. Devo dire che conoscevo già la tecnica di stampa giapponese e alcune opere tra le più celebri, insieme all’ispirazione che hanno tratto dall’Oriente molti artisti europei, come Van Gogh e gli Impressionisti, ma questo è pochissimo se paragonato a ciò che ho visto e scoperto.


Hokusai, Hiroshige e Utamaro. Luoghi e volti del Giappone
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Katsushika Hokusai, il santuario Honganji di Asakusa a Edo dalla serie “Trentasei vedute del Monte Fuji”, 1830-1832.

Duecento xilografie, un video che racconta la tecnica e una bella serie di pannelli esplicativi mi hanno guidato attraverso un percorso esaustivo e completo. Si inizia dalla modesta origine di questa forma d’arte per arrivare a parlare dei grandi maestri e delle tematiche più trattate, raccontate attraverso molteplici opere, da me esemplificate in maniera piuttosto scarna nella galleria sottostante (che vi invito a guardare ingrandita con un click).

Le stampe giapponesi di Hokusai e Hiroshige raccontano soprattutto della natura e delle cultura locale: esistono e si possono vedere serie dedicate alle cascate del Giappone, al Monte Fuji, alle stazioni di posta lungo la strada che congiunge  Kyoto (capitale imperiale) a Tokyo (dove ha sede lo shogunato), ai grandi poeti del passato, ai fiori e agli animali. 

La sala dedicata a Utamaro vede invece come protagonista assoluto il ritratto, che nelle xilografie assume sempre tratti essenziali e bidimensionali che secondo me si addicono particolarmente bene agli antenati di chi ha inventato i celeberrimi manga. (E lo dico da amante del genere, non intendevo essere ironica!)


Attraversare le sale espositive significa assistere al perfezionamento delle stampe, mediante l’introduzione di nuovi pigmenti negli inchiostri dall’Europa (come il blu di Prussia, di origine chimica) e l’utilizzo di lastre di legno lavorate in maniera sempre più raffinata.

Credetemi: vale la pena impegnare un pomeriggio libero per rifarsi gli occhi con queste opere stupende che raccontano quello che è stato il mondo di ieri in un Paese complesso e affascinante come il Giappone, una realtà perduta nel momento stesso in cui noi occidentali abbiamo iniziato a conoscerla e ad inquinarla con la nostra cultura.


Bene, che voi riusciate ad andare a Palazzo Reale in tempo oppure no, spero di rendervi felici nel dire che parlerò ancora di Giappone e di stampe, anche perché ci sono degli interrogativi da risolvere, primo tra tutti il seguente: come si realizza una xilografia?

Se volete saperne di più vi consiglio caldamente di non perdervi la prossima puntata 😉  …Nel frattempo se siete già stati alla mostra e volete condividere la vostra opinione sono ben lieta di sentirla!

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Igor Mitoraj a Pompei: quando l’arte contemporanea sposa l’archeologia

mitoraj-pompei-11In ambito di restauro e di turismo, capita spesso di sentire la bellissima espressione valorizzazione del patrimonio e non si può negare che si tratti di un concetto assolutamente importante e indispensabile, se si vuole progredire in queste direzioni.

Purtroppo però molto spesso ho l’impressione che queste parole risultino vuote perché, se è facile riempirsi la bocca di termini come valorizzazione, conservazione e tutela del territorio, ben più complesso è invece avere un’idea che permetta di tradurre questi concetti nella pratica.

Per fortuna però devo dire ogni tanto si vede in giro qualcosa che stupisce e che scalda il cuore persino di una scettica come me.

Questo è il caso della mostra che impreziosirà gli inestimabili scavi archeologici di Pompei fino all’8 gennaio del 2017.

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Siete già riusciti a vederla? Io non ancora, quindi per il momento sto sfruttando le conoscenze ed il prezioso reportage fotografico di mia sorella (grazie ancora C.!), che si è permessa una fuga tra i reperti archeologici qualche settimana fa.

Per farla breve, si tratta dell’installazione di trenta grandi statue di bronzo realizzate dall’artista franco-polacco Igor Mitoraj (per saperne di più su di lui, ecco il link alla pagina di Wikipedia contenente una scarna biografia e le precedenti esposizioni in Italia), tutte raffiguranti soggetti mitologici di ispirazione classica.

Le maestose opere d’arte sono collocate in vari settori degli scavi, in una metafisica convivenza con con le architetture più celebri di Pompei: Dedalo nel Tempio di Venere, il Centauro nel Foro, il Centurione nelle Terme Stabiane, Ikaro alato nel Foro triangolare.

Non è la prima volta che si assiste ad un connubio del genere, ad esempio io ricordo di avere incontrato, seppure in maniera assolutamente casuale, molte di queste statue mentre popolavano la Valle dei Templi di Agrigento nel 2011. Vi posso confessare che è stato qualcosa di poetico che ha ulteriormente arricchito l’esperienza negli scavi archeologici.

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Il segreto del successo molte volte sta nel saper evocare lo spirito di un determinato luogo, senza scimmiottarne le caratteristiche o svilirne la nobiltà. In questo caso poi stiamo parlando di Pompei,  che è la testimonianza della grandezza dell’età romana e della bellezza della sua arte e della sua cultura.

Grazie alle opere di Igor Mitoraj si riesce a cogliere con una rinnovata intensità lo spirito di questo posto unico al mondo,  delle rovine che riescono ad affascinare chiunque e su cui aleggia un’aria diversa da quella che respiriamo di solito.

Dal momento che altre parole risulterebbero superflue, condivido con voi un po’ di fotografie, sperando che rimarrete colpiti quanto me da questa installazione poetica e per certi versi malinconica.

In conclusione, l’unica cosa che mi sento di aggiungere è che vorrei sempre vedere tante di queste iniziative sparpagliate nel nostro Paese. Mi piacerebbe assistere a installazioni fantasiose e ad incontri disinvolti tra opere del passato e del presente, senza troppo timore e allo stesso tempo senza cadere nel banale o nel commerciale.

Che ne dite, non piacerebbe anche a voi?

“Divisionismo tra Torino e Milano”: un’occasione da non perdere!

Esistono  quadri che hanno l’incredibile dote di possedere un’anima, riuscendo a nutrire le fantasie dell’osservatore e a solleticarne la memoria. Capita anche a voi di provare queste sensazioni?

A Torino, presso la Fondazione Accorsi – Ometto, fino al 24 di gennaio si può vedere una mostra dove sono esposte numerose opere bellissime e ricche di significato, dotate di un’innegabile anima.

Divisionismo tra Torino e Milano. Da Segantini a Balla

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Non sto parlando di uno di quegli eventi mediatici che hanno in pregio di attirare le masse ma che non sono sempre così soddisfacenti, ma piuttosto di un’esibizione meno pubblicizzata ma così meritevole che mi dispiace segnalarla a due sole settimane dalla chiusura.

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Giuseppe Pellizza da Volpedo, il Sole.

Si parla di quel periodo delicato e interessante che si pone tra il Risorgimento e il Futurismo, raccontato attraverso le opere di artisti celebri come Giovanni Segantini e Giuseppe Pellizza da Volpedo ma non solo: sono presenti Gaetano Previati, Emilio Longoni, Angelo Morbelli, Vittore Grubicy de Dragon,  Matteo Olivero, Carlo Fornara, Cesare Maggi e altri nomi che varrebbe la pena approfondire. Chiudono l’esposizione i lavori di Carrà, Boccioni e Balla prima di diventare i Futuristi che tutti conosciamo. (Sul Futurismo, ecco un bell’articolo che vi ricordo: Oltre la linea d’ombra: l’Italia e i Futuristi)

Come cercherò di spiegare, sono principalmente due le ragioni che mi spingono a invitare tutti gli interessati a non perderla.


La selezione vincente e originale delle opere
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Angelo Morbelli, Ave Maria della sera.

Percorrere le sale della mostra equivale ad immergersi nell’Atmosfera Fin du Siècle che si poteva trovare a Torino e Milano nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Ovviamente non ci si trova davanti a qualcosa di ardito, rivoluzionario e sfrontato paragonabile a quello che succede nell’Europa centrale, ma sicuramente un occhio attento percepisce gli echi del simbolismo di Alfons Mucha e i colori dei paesaggi di Gustav Klimt (di cui, se siete curiosi, ho parlato qui: Per andare oltre il bacio: l’altro lato di Klimt), le pennellate dei Secessionisti di Vienna e la personificazione della natura vicina alle ricerche di Edvard Munch (su questo tema: Il paesaggio dell’anima: il nord attraverso gli occhi di Edvard Munch).

Vedere i quadri di questi artisti italiani è come entrare in punta di piedi nella modernità, in quel modo razionale e semplice che è un po’ un tratto caratteristico di noi sabaudi, abituati a lavorare molto senza dare troppo nell’occhio.


Il legame con il territorio
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Emilio Longoni, Ghiacciaio di Cambrena.

Come si è detto, la bellezza di questa mostra è in primo luogo la scelta originale del tema, unita all’ottima qualità e soprattutto all’organicità complessiva dei quadri esposti. Ugualmente importante risulta però il forte legame con i luoghi.

Girando tra le sale si respira un’aria familiare: si possono osservare i paesaggi e i volti delle persone che un tempo hanno popolato le nostre montagne e le nostre valli, le radici insomma di quel mondo che ancora oggi avvolge le due grandi metropoli del nord Italia.

Questo è un valore aggiunto sia per chi ci vive sia per chi visita Torino, perché anche per un turista può essere l’occasione di cogliere un’ulteriore sfaccettatura di quello che è il Piemonte, una sfumatura espressa da quadri belli, moderni e tradizionali allo stesso tempo.

Probabilmente una raccolta di opere del genere non avrebbe lo stesso fascino se fosse esposta a migliaia di chilometri di distanza, ma forse anche questo è il suo fascino, in un periodo in cui persino le mostre d’arte sono globalizzate.


Spero che queste mie ragioni siano state sufficienti a convincervi a fare un salto alla Fondazione Accorsi – Ometto, nella centralissima via Po!

Se poi siete lì e volete bere un caffè godendovi delle belle fotografie, vi consiglio di passare al Caffè delle Arti, che è lì vicino e ospita fino al 30 gennaio una interessante mostra fotografica intitolata True Torino. Credo che sia un’occasione per paragonare il mondo prima del Futurismo con la realtà contemporanea che vive oggi Torino, una città dalle mille sfaccettature. Se siete interessati, questo è il link alla pagina Facebook del gruppo fotografico che l’ha organizzata.

Claude Monet a Torino: il vero fascino della mostra alla GAM

Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.
Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.

Per prima cosa, c’è un mito che vorrei sfatare: percorrere la mostra “Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay” non equivale a compiere una passeggiata tra le luci e i colori fatati dell’impressionismo, ma piuttosto è un’occasione per conoscere meglio la pittura di questo artista al di là dei suoi lavori più noti (oltre alle ninfee, per così dire).

Non è stato come andare al museo d’Orsay, o al Marmottan, o a Giverny, quindi se ci si aspetta di fare una scorpacciata di pitture floreali si rimarrà certamente delusi.

Chiarito questo primo punto, adesso cercherò di raccontare con un po’ di ordine le ragioni per cui, nonostante la premessa che ho fatto (e l’ora abbondante di coda all’ingresso), credo che valga la pena di visitare questa mostra.


Storia di una rivoluzione: dal realismo all’impressionismo
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Claude Monet, le ville a Bordighera.

Una cosa che ho apprezzato molto è stata l’opportunità di osservare quello che è stato il percorso artistico di Claude Monet, la serie di piccole trasformazioni che si sono succedute sino ad arrivare alla grandezza degli ultimi quadri.

Camminando tra le tre sale (eviterò le lamentele a proposito dello spazio espositivo poco organizzato) i colori cambiano, così come le pennellate. Ho potuto vedere come la mano di questo grande artista si è sciolta e liberata da qualunque vincolo formale, mentre anche la tavolozza ha abbandonato le regole più usuali. Si parte da paesaggi decisamente convenzionali, in linea con quelli della Scuola di Barbizon, per fare un esempio, per poi arrivare alle vetta quasi astratte delle opere più impressionisti.

Con questo non dico di avere apprezzato la scelta di tutte le opere, non mi fraintendete: sarebbe stato impossibile avere una selezione di quaranta quadri imperdibili, però nell’insieme sono rimasta soddisfatta, perché ho potuto rimirare alcune delle mie tematiche preferite.


La bellezza della cattedrale di Rouen
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.

Tra i temi seguiti da questo artista quello della riproduzione ostinata della facciata della cattedrale di Rouen sicuramente è uno dei miei preferiti.

Una delle cose che mi colpisce di Monet è la concretezza della sua arte e del suo pensiero (e scusate l’apparente gioco di parole). In effetti non si pone come un teorico, non scrive libri e non cerca obiettivi ultraterreni, ma semplicemente dipinge, con metodo e chiarezza, sino ad arrivare a quello che per lui è l’essenziale.

Ecco, secondo me le riproduzioni della Cattedrale di Rouen (arrivate in due fino a Torino) sono l’emblema del suo pensiero: dipingere, indagare e osservare sempre meglio, fino a cogliere lo spirito del momento, l’atmosfera data da una particolare condizione meteorologica e mentale.


50 sfumature di neve
Claude Monet, la gazza.
Claude Monet, la gazza.

Finalmente l’inverno sta arrivando (winter is coming, come si direbbe in un certo telefilm!), quindi cosa c’è di meglio a Torino che celebrarlo con qualche bel quadro dalle atmosfere soffuse e delicate? Nella mostra alla GAM troverete una piccola serie di opere su questo tema, dove si può notare come il bianco per Claude Monet sia raramente davvero bianco, ma piuttosto sia originato dalla fusione tra colori bellissimi e delicati che ricordano le atmosfere fiabesche delle limpide mattine invernali.

Ho un debole per questi lavori così come ho un debole per l’inverno e per le sue sottilissime sfumature, chissà se piaceranno anche a voi!


Detto questo, credo proprio di avere esposto i motivi per cui ho apprezzato questa mostra nonostante l’attesa, il troppo affollamento e l’allestimento che non era proprio il massimo. Voi ci siete già andati? Se sì, sarei curiosa di sapere la vostra opinione, se no, spero di avere solleticato la vostra curiosità!

Per alimentare ulteriormente  l’interesse e per condividere ancora un po’ dell’emozione che ho provato ieri, ho trovato un paio di altre immagini dei quadri esposti.


Ed ecco, per finire, qualche link utile:  punto primo, il sito della mostra per curiosare: Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay, aperta fino al 31 gennaio 2016.

Per gli interessati, invece, ecco i link agli articoli di questo blog che hanno trattato di Claude Monet e dell’impressionismo:

Claude Monet, Impression, soleil levant.

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era.

Claude Monet, Ninfee.

Quale altra musa, se non la Natura? Il giardino segreto di Claude Monet.

Tamara de Lempicka a Torino: la rivelazione

Dovete sapere che un giorno della scorsa settimana, intanto che ero a Torino per commissioni, ho sfidato l’afa più terribile per andare a vedere la mostra “Tamara de Lempicka”, aperta a Torino (Palazzo Chiablese, in pratica Piazza Castello) fino al 30 agosto 2015.

In realtà il pretesto è stato l’avere perso il treno per cinque minuti, così ho deciso di ottimizzare il tempo e di soddisfare la mia curiosità (giungendo infine a casa soltanto due treni dopo!), tanto più che per me queste sono giornate in cui vedo Art Déco dappertutto!

Tamara De Lempicka, ragazza in verde.
Tamara De Lempicka, ragazza in verde.

A parte le mie disavventure, vi dirò che ero abbastanza scettica prima di entrare: Tamara de Lempicka non è proprio la mia artista preferita e diffido sempre di questo genere di esposizioni, perché spesso offrono tanto fumo e poco arrosto, per sfoggiare un modo di dire.

Invece, incredibile ma vero, la mostra ha mantenuto in pieno le mie aspettative e mi è piaciuta dall’inizio alla fine. Soltanto non ho comprato il catalogo perché era pesantissimo e avrei ancora dovuto camminare sotto il sole cocente; ma direi di procedere con ordine, elencando ciò che ho trovato di positivo.

1. Sale come linee del tempo anziché il solito enorme pannello illeggibile appena entrati
Tamara De Lempicka, ritratto.
Tamara De Lempicka, ritratto.

Ho apprezzato molto l’assenza di pannelli fitti fitti che raccontano vita, morte e miracoli prima che uno sia entrato in sintonia con il tema della mostra. Qui l’idea interessante è stata quella di considerare le prime sale come lunghe linee del tempo, in cui si snodavano tutte le incredibili vicende biografiche di questa artista che ha girato il mondo e conosciuto infinite persone.

C’erano numerose fotografie sue e dei suoi atelier, per non parlare degli appartamentini parigini e della villa a Beverly Hills, dove dovevano tenersi delle feste niente male (per saperne di più sulla sia vita, vi invito a cliccare questo link per un riassunto, oppure questo link per qualcosa di ben più dettagliato).

Sarà che sono appassionata di architettura, ma le immagini degli interni di questi anni, fuse insieme ai suoi quadri e ai suoi ritratti, mi sono proprio piaciute.

Questa introduzione così approfondita ma allo stesso tempo godibile mi ha colpito, anche se i quadri sino a qui erano proprio pochini, tanto che ho iniziato a preoccuparmi.

Mi ero divertita, certo, ma per una mostra ci vuole ben altro. Varcata la soglia di una nuova sala, fortunatamente ho capito che ne sarei uscita soddisfatta (e arricchita).

2. tanti quadri per imparare a conoscere tamara de lempicka

Dopo la parentesi biografica, ecco che hanno iniziato a susseguirsi sale piene di quadri, che vi confesso che mi hanno aperto un mondo.

Conoscevo questa artista per il legame con la moda, per le sue trasgressioni e per la sensualità démodé dei suoi ritratti, ma qui ho capito che oltre alla facciata modaiola c’è di più.

Parallelamente ai quadri che conosciamo, Tamara de Lempicka ha sempre lavorato su soggetti decisamente meno avanguardisti, come temi religiosi oppure nature morte che ricordano i fiamminghi. Vi stupisce? Io sono rimasta decisamente impressionata!

3. Tamara De Lempicka: Trasgressiva soltanto di facciata? un’esauriente riflessione sul tema

Per tirare le somme, direi proprio che questa mostra è stata un modo per conoscere meglio sia l’artista sia la donna, anche perché forse alla fine preferisco il suo personaggio alla sua pittura.

Tamara de Lempicka è una donna moderna ed emancipata, che si rifugia dietro all’apparenza sfavillante della diva trasgressiva, popolare e modaiola, per poi nascondere un animo decisamente turbato e legato alla tradizione religiosa e pittorica.

Oltre a questo, grazie a questa mostra ho potuto riflettere sul peso di una vita senza radici, dove ci si sposta da un continente all’altro cercando di non perdere quel poco che tiene legati ad un luogo.

Ancora di più ho capito, tra una pennellata e l’altra, il senso di solitudine che nonostante tutto aleggia, unito alla distanza sottile e invalicabile con il resto del mondo, dove sembrano essere in vigore altre leggi e altri principi. Vi invito a guardare gli occhi dei ritratti e le loro posizioni e strutture da statue perché, almeno secondo me, trasmettono tutto tranne che interazione e appartenenza a qualche luogo.


Potrei continuare a scrivere per ore, vi garantisco che mi sono appuntata un discreto numero di spunti di riflessione, ma preferisco lasciare qualcosa in sospeso per stimolare la vostra curiosità e fantasia. Che dire, se non che invito chiunque ci riesca a perdersi nelle sale di Palazzo Chiablese!

Nel caso servisse, allego anche il link al sito della mostra, basta cliccare qui!

Modigliani e la Bohème di Parigi: pregi e difetti della mostra alla GAM di Torino

Ho sempre diffidato delle esposizioni intitolate ad un grande artista e alla cultura del suo tempo (proprio come questa, insomma!) perché mi rendo conto che molte volte si tratta di una scadente operazione mediatica, ritrovandomi davanti a pochissimi quadri del pittore a cui sono interessata, buttati in mezzo ad un’accozzaglia di vario genere, talvolta accostati senza una logica troppo comprensibile o condivisibile.

Forse la mia insoddisfazione deriva dal fatto che a me piace andare alle mostre per immergermi nel pensiero di un determinato artista, per toccare con mano cosa ha di così speciale e per vedere in che misura è riuscito ad andare oltre la famigerata sottile linea d’ombra.

Quindi, andando a visitare Modigliani a Torino, le mie aspettative erano altalenanti: da una parte temevo che si rivelasse uno specchietto per le allodole, dall’altra morivo dalla voglia di sprofondare nel clima parigino bohémien.

1° punto: scetticismo verso l’allestimento
Amedeo Modigliani, Ritratto di Dédie e locandina della mostra.
Amedeo Modigliani, Ritratto di Dédie (e locandina della mostra).

Vi assicuro che in linea di massima mi piace il piccolo mondo costruito all’interno delle esposizioni, fatto di cartongesso, tinte forti alle pareti e scritte sui muri, ma a volte trovo la scelta dei colori senza scopo e l’organizzazione dell’itinerario un po’ forzata. E in gran parte questo è il caso di Modigliani a Torino.

La disposizione accattivante dei setti divisori a zig zag porta a delle difficoltà di illuminazione e soprattutto rende difficile la circolazione della gente e la possibilità di vedere le opere  nei momenti in cui c’è maggiore frequentazione.

Così, durante la mia visita, mi indispettisco immediatamente!

2° punto: venendo al sodo, ecco la mia impressione

Per iniziare, un’altra nota negativa: la scarsezza di opere di Modigliani! Tra disegni, sculture e pochi quadri, credo che non si arrivi a trenta suoi lavori, quindi sicuramente sono rimasta delusa. È vero, qua e là si incontrano Picasso, Brancusi, Chagall, Soutine e il resto della cosiddetta Scuola di Parigi, però in generale ho sentito un certo squilibrio nelle opere esposte, perché c’era un sacco di materiale di medio livello che scompariva a causa dello sconfinato fascino dei dipinti di Amedeo Modigliani.

Perché accidenti, se nonostante tutto vi invito  a passare alla GAM di Torino, è proprio perché le opere di Modì sono immensamente belle. Probabilmente saprete che io personalmente lo adoro (come si evince da questo articolo), e c’è da dire che dal vivo è un’altra cosa.

Vedere di persona un suo quadro vuol dire scoprire tutti i colori che si mischiano per creare un incarnato tanto delicato, perdersi negli sguardi e nell’anima delle persone che ritrae, e ancora ammirare la purezza del suo tratto essenziale e quasi caricaturistico nei disegni a matita.

Sono dovuta andare due volte a vedere questa mostra per non crearmi un’opinione superficiale e per cercare di capire il significato di tutte le opere esposte. Tuttora non mi convincono, anche se, a forza di documentarmi, ho iniziato ad apprezzare maggiormente questi ragazzi spiantati e allucinati che dipingevano il loro mondo nella Parigi dell’inizio del Novecento, fregandosene delle convinzioni e delle Avanguardie che spuntavano un po’ dappertutto.

Per concludere, vi lascio con una frase che si legge sui muri della mostra e che ho apprezzato molto perché mi ha fornito una tessera in più di questo puzzle variegato, complesso e pieno di malinconia, trattandosi di una definizione che calza a pennello (e in questo caso il termine pennello è più che mai adatto).

La parola bohème dice tutto. La bohème non ha nulla e vive soltanto di quello che possiede. La speranza è la sua religione, la fede in se stessa la sua legge, la carità finisce con l’identificarsi con le sue risorse. Questi giovani sono più grandi delle loro disgrazie, inferiori alla loro fortuna, ma superiori al loro destino. 

Honoré de Balzac


Per continuare a inseguire il fascino di Modì, ecco un altro articolo: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle.