Perché per Magritte la memoria è una testa di donna col sopracciglio insanguinato?

Girovagando per un museo, è facile rendersi conto di come ci siano alcune opere d’arte che comprendiamo subito e altre che, al contrario, sfuggono completamente, come se adoperassero un linguaggio diversissimo dal nostro. Ecco, quando capito di fronte ad un quadro di René Magritte ho spesso l’impressione di trovarmi a metà strada tra queste due grandi categorie.

Prendiamo ad esempio il quadro La memoria (che potete vedere qui sotto in cinque versioni): il soggetto è chiaramente comprensibile, ma l’associazione con il titolo complica tutto. L’idea che la memoria sia una testa di statua dal sopracciglio insanguinato, che dà le spalle al mare, è bellissima, ma qual è il significato? Come per tutte le opere di questo autore, l’interpretazione sicuramente non è univoca.

Cercando una chiave di lettura, ho chiesto un parere a Pinkcherrytai, interessata a René Magritte e appassionata di misteri, che mi ha deliziato con l’interpretazione che trovate di seguito.


 

Riguardo a uno di questi dipinti, René Magritte ha scritto:

“il quadro non è la rappresentazione delle idee seguenti: quando noi pronunciamo la parola memoria, noi vediamo che corrisponde all’immagine di una testa umana. Se la memoria può occupare un posto nello spazio, non può essere che all’interno della testa. Allora la macchia di sangue può suggerire in noi la supposizione che la persona di cui vediamo il viso sia stata vittima di un incidente mortale. Infine, si tratta di un avvenimento del passato, che resta presente nel nostro spirito grazie alla memoria.”

La spiegazione di Magritte è abbastanza sibillina: ci dice cosa il quadro non è, ma non cosa rappresenti. La negazione è uno degli artifici utilizzati dai surrealisti per innescare nell’osservatore il sentimento di straniamento, come nel celeberrimo caso del quadro di una pipa che riporta la dicitura Questa non è una pipa.

Esistono comunque alcune possibili interpretazioni del significato di questi quadri. La prima parte dagli elementi rappresentati:

  • la testa di statua che sanguina può significare che quando un ricordo doloroso riaffiora riapre una ferita, anche se ormai è passato tanto tempo e quell’esperienza era talmente sepolta nella memoria che chi l’aveva vissuta pensava di essere diventato insensibile (come la testa che è di pietra);
  • i campanellini rappresentano per Magritte Gilly, il paese della sua infanzia, che nella sua memoria di bambino risuonava del tintinnio dei sonagli attaccati ai finimenti dei cavalli che ne percorrevano le strade, tirando il carro del padre;
  • la foglia verde, così come la rosa, possono indicare il fatto che la memoria è qualcosa di vivo, in contrapposizione alla statua di pietra inerte;
  • la presenza di un drappo di stoffa o del muro di legno possono far pensare all’idea del muro che nella nostra testa a volte viene eretto intorno ai ricordi più dolorosi.

Dato il titolo, tutto porta a pensare che il tratto comune a tutte le versioni sia l’esistenza di un ricordo talmente doloroso da far sanguinare anche la pietra e che, quando torna alla mente, è come una ferita che si riapre.

La seconda interpretazione si concentra sul fatto che gli schizzi di sangue sulla fronte della statua sembrano provenire da un corpo esterno, probabilmente ucciso in modo violento. La testa ha assistito muta ed impassibile all’omicidio, di cui conserverà la memoria senza poterla comunicare a nessuno. La statua, come l’arte, non può fare altro che starsene a guardare mentre gli uomini si massacrano a vicenda, con una macchia di sangue come ricordo indelebile.

Personalmente propendo per la prima, ma la soggettività dell’interpretazione è un sacrosanto diritto di ognuno di noi, e come ha scritto Magritte stesso: “Cosa rappresenta questo quadro? È colui che guarda che rappresenta il quadro, i suoi sentimenti e le sue idee rappresentano il quadro”.


Allora, vi è piaciuta questa interpretazione?

Come Pinkcherrytai, devo dire che anche io preferisco la prima interpretazione, perché trovo che conferisca una certa universalità all’opera di René Magritte, eseguita da lui con i simboli da lui codificati, ma potenzialmente condivisibile da tutti noi, una volta svelato l’enigma.

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