Una storia d’amore vecchia di duemila anni: Catullo e i carmi dell’addio a Lesbia (III)

Edvard Munch, Malinconia

Con quali parole si può esprimere la fine di una storia d’amore?

Sicuramente il primo pensiero quando si viene lasciati non è di mettersi a scrivere, ma trasformare il proprio dolore in versi può essere un modo di affrontarlo, come sa chiunque abbia mai letto o scritto poesie d’amore tristi. Questo è esattamente quello che ha fatto Catullo, un poeta di epoca romana che, dopo essersi innamorato di una donna, Lesbia (e aver raccontato del suo innamoramento in alcuni carmi che trovate qui), ha scoperto che lei gli era infedele. Dopo un periodo in cui non riesce a lasciarla, anche se quello che prova per lei è un sentimento misto di odio e amore (che ha descritto in alcune poesie che potete trovare qui) alla fine decide di farsi forza e di abbandonare per sempre l’idea di un futuro con lei.

Ovviamente non è un processo facile, come testimoniano le poesie che ha scritto in questo periodo, da cui traspare però una grande determinazione. Uno dei motivi per cui questi carmi sono così intramontabili è proprio che chiunque sia stato nella stessa situazione può ritrovare il proprio stato d’animo: Catullo ci ha lasciato alcune delle poesie sull’amore infelice più famose e più belle che siano mai state scritte, esprimendo il dolore dell’abbandono con una grazia straordinaria.


I carmi dell’addio

Carme 8

 

 

Disperato Catullo, falla finita con le tue follie;
ciò che vedi perduto, come perduto consideralo.
Brillarono un tempo per te giornate radiose,
quando venivi agli incontri che la ragazza fissava,
quella che abbiamo amata come nessun’altra ameremo.
Là si svolgevano giochi gioiosi d’amore senza mai fine,
che tu pretendevi, né lei rifiutava
(brillarono veramente per te giornate radiose).
Ormai lei li rifiuta; rifiutali anche tu, sebbene incapace a frenarti.
Non cercarla, se sfugge; e non vivere da disperato,
ma con ostinazione sopporta e tieni duro.
Cara ragazza, addio. Alla fine Catullo tiene duro.
Più non ti cerca, più non t’implora, tanto tu non lo vuoi.
Ma ti pentirai, quando nessuno più t’implorerà.
Guai a te, disgraziata! Che vita t’attende?
Chi adesso ti verrà a cercare? Chi ti troverà carina?
Con chi farai oggi l’amore? A chi dirai: «Sono tua»?
A chi darai i tuoi baci? A chi morderai le labbra?
Ma tu, Catullo, con ostinazione tieni duro!

Credo che in queste righe si possa leggere la più commovente esortazione a sé stessi che sia mai stata scritta. Catullo è chiaramente triste, ma è stufo di vivere da disperato: un cuore spezzato non si può riaggiustare con la sola volontà, ma la volontà può aiutare ad andare avanti, perciò Catullo formalizza il suo addio e lo condisce con un po’ di sana ripicca, un po’ come dire: “adesso vediamo, Lesbia, se ne trovi un altro che ti amerà come ti ho amato io!”.

Sono finite le giornate radiose che brillavano quando Catullo e Lesbia erano insieme, ma il poeta non si lascia sopraffare dalla tristezza e invita sé stesso a considerare perduto quello che perduto ormai è e a proseguire con ostinazione nella sua decisione.


Carme 11

 

 

Furio ed Aurelio, che accompagnereste Catullo in ogni luogo,

anche se si avventurasse nella lontana India,

là dove con alto frastuono il lido è percosso

dall’onda d’oriente,

 

o fra gli Ircani e gli Arabi viziosi,

o fra gli Sciti e gli arcieri parti,

o dove il Nilo, sfociando dalle sette bocche,

insudicia il mare,

 

anche se valicasse le svettanti Alpi,

per osservare da presso i trofei di Cesare il grande,

il Reno che lambisce la Gallia e gli spaventosi

remoti Britanni,

 

voi, che tutto ciò sareste pronti ad affrontare insieme,

come decide il volere dei numi,

andate dalla mia ragazza a riferirle

queste parole amare:

 

viva e se la spassi con i suoi amanti,

che, trecento per volta, si stringe tra le braccia,

senza amarne nessuno veramente, ma sfiancando

a tutti e trecento le reni;

 

più non si volga, come un giorno, a cercare il mio amore,

che per sua colpa è caduto come un fiore

sul ciglio del prato, reciso dopo che sopra

è passato l’aratro.

Nelle prime strofe Catullo si rivolge ai suoi amici, Furio e Aurelio – che lo seguirebbero ovunque, fino nei più remoti e pericolosi angoli ai diversi confini dell’impero – per chiedere loro di andare da Lesbia e portarle un amaro messaggio di addio: vada pure con altri, che in realtà non ama, e mai più cerchi l’amore purissimo di Catullo, che ormai è caduto come un fiore sotto un aratro.

Catullo qui riprende una similitudine molto usata, ma efficace: il proprio amore è come un fiore ormai secco, reciso dal passaggio brutale dell’aratro che tutto spiana. Qui c’è anche, oltre al dolore per la fine della propria storia d’amore, quello per il fatto che Lesbia passa il suo tempo con molti altri uomini.

Lesbia, a quanto pare, aveva proprio il vizio del tradimento e questo deve aver profondamente scosso Catullo, che dello stesso tema parla anche in un carme più breve e più scurrile, il 58, in cui scrive: “la nostra Lesbia, quella Lesbia, sì, quella Lesbia famosa, la sola donna che Catullo ha amato più di sé stesso e di tutti i suoi” nelle vie più buie e malfamate se la spassa con i suoi amanti, come una volgare puttana.


Carme 76

 

 

Se è vero che gli uomini provano piacere nel ricordare

il bene compiuto, quando sanno di coltivare pietosi sentimenti,

di non aver mai mancato alle promesse, né ingannato i loro simili

in alcun giuramento, invocando, in mala fede, la divinità dei numi,

allora, o Catullo, nella tua esistenza futura ti attendono molte

soddisfazioni, che scaturiscono da questo tuo non ricambiato amore.

Poiché tutto ciò che di bene gli uomini possono o dire

o fare ai loro simili, tu l’hai detto e l’hai fatto.

Ma la bontà è stata inutile con quella donna che il cuore ha ingrato.

E allora perché tormentarti più a lungo?

Perché non ti fai coraggio e non ti scosti da lei

e la smetti d’essere infelice, se i numi ti sono contrari?

È difficile spezzare di colpo un lungo legame amoroso.

Lo so che è difficile; ma ci devi riuscire comunque.

Questa è la sola salvezza; qui devi vincere te stesso.

Devi farlo, sia che tu possa, sia che non lo possa.

O dei, se è vero che siete misericordiosi, o se mai proprio

in punto di morte avete recato a qualcuno l’aiuto supremo,

volgete lo sguardo su me infelice e, se sono vissuto senza colpa,

strappatemi dal cuore questo male che mi conduce a rovina, questo flagello

che, penetrato come un languore fino in fondo alle fibre,

mi ha cacciato via completamente dal petto la gioia.

Ormai non vi rivolgo più quella preghiera, che ricambi il mio amore,

oppure (tanto non è possibile) che voglia restarmi fedele.

Sono io che voglio guarire e liberarmi da questo male oscuro.

O dei, fatemi questa grazia in cambio della mia devozione.

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Edvard Munch, Separazione

Quest’ultimo carme è una preghiera agli dèi perché lo aiutino a dimenticarsi del suo amore infelice. Catullo comincia affermando che tutto ciò che di buono un uomo può fare o dire, lui l’ha detto e l’ha fatto: è dalla parte del giusto eppure non è servito a nulla perché Lesbia è una donna senza cuore.

Non ha più senso nemmeno pregare perché lei torni o smetta di tradirlo, l’unica cosa che Catullo vuole è guarire, liberarsi da ‘questo flagello che, penetrato come un languore fino in fondo alle fibre, mi ha cacciato via completamente dal petto la gioia’.

Come è tradizione, Catullo nella sua preghiera evidenzia i propri meriti e in cambio chiede di poter avere la forza di troncare il legame amoroso, il ‘male oscuro’ che lo sta consumando. Di tutte le poesie sulla fine di un amore che io ho mai letto credo che questa sia in assoluto la più piena di dignità: senza patetismi, Catullo da una parte esorta sé stesso a vincere con la volontà il sentimento che ancora lo lega a Lesbia, dall’altra, proprio perché è così difficile farlo e sa che con le proprie sole forze sarà dura, ricerca l’aiuto degli dèi, che non hanno motivo di non esaudire la sua preghiera perché lui è sempre stato devoto verso di loro e giusto con gli altri uomini.


In conclusione, abbiamo visto come Catullo abbia descritto in diversi carmi tutte le fasi della sua storia d’amore: dall’innamoramento, alla scoperta del tradimento di lei, al misto di odio e amore fino alla definitiva decisione di liberarsi da ogni sentimento per Lesbia.

Non trovate anche voi che sia incredibile il fatto che sono passati più di duemila anni da quando queste poesie sono state scritte? Per quanto mi riguarda, il livello di coinvolgimento emotivo è altissimo, soprattutto quando leggo questi ultimi carmi: non riesco a non soffrire per lui e a non provare un sentimento misto di compassione e ammirazione per la volontà che Catullo dimostra.

Spero che anche voi abbiate apprezzato questa selezione. Catullo ha scritto anche carmi di tutt’altro genere, ma questi sono sicuramente i più immediati da comprendere, sono in grado di parlare allo stesso modo a chi ha studiato latino per dieci anni e a chi non sa nemmeno come si declina rosa 🙂

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