Anna Achmatova: amore e abbandono nelle poesie giovanili di una grande poetessa del Novecento

La scorsa settimana abbiamo parlato di amore e di abbandono e di come uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, Montale, sia riuscito a racchiudere in pochi versi, ma densissimi di significato, lo stato d’animo di chi rimane indietro (se vi interessa e ve lo siete perso, il post è questo). Oggi vorrei tornare sullo stesso tema, vissuto però dal punto di vista di una donna e raccontato in termini più immediati, anche se altrettanto suggestivi.

Non so se sei vivo
o sei perduto per sempre,
se posso ancora cercarti nel mondo
o ti debbo piangere mestamente
come morto nei pensieri della sera.

 

Ti ho dato tutto: la quotidiana preghiera
e la struggente febbre dell’insonnia,
lo stormo bianco dei miei versi
e l’azzurro incendio degli occhi.

 

Nessuno mi è stato più intimo di te,
nessuno mi ha reso più triste,
nemmeno chi mi ha tradita fino al tormento,
nemmeno chi mi ha lusingata e poi dimenticata.

 

Anna Achmatova, da Lo stormo bianco

In tempi lontanissimi (la poesia è del 1915) quando qualcuno se ne andava poteva diventare impossibile rintracciarlo, avere sue notizie, persino sapere se era vivo o morto: cosa molto difficile da immaginare per noi, che viviamo in un mondo in cui l’informazione viaggia molto più veloce dell’uomo e dove è praticamente impossibile sparire senza lasciare traccia.

Perciò è difficile anche immaginare lo stato d’animo di chi si trova nella posizione di non sapere nulla del destino di una persona che, seppur nolente, ama, così come è complicato immaginare la difficoltà del ‘cercare qualcuno nel mondo’, perché noi non abbiamo quasi mai bisogno di farlo.

Nonostante la lontananza nel tempo e nello spazio e la distanza culturale, l’immagine che emerge dalla seconda e dalla terza strofa è vividissima, lo stato d’animo descritto è perfettamente comprensibile e condivisibile da chiunque abbia vissuto una situazione simile: ti ho dato tutto e non è stato abbastanza, e la tristezza dell’abbandono è ancora più profonda perché la persona che se n’è andata è quella che ci conosceva meglio di chiunque altro.

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Edvard Munch, Separazione

 


Due parole sull’autrice

Anna Achmatova (Bol’soj Fontan, 1889 – Mosca, 1966) è una delle poetesse russe più famose del Novecento, anche se la sua fortuna, soprattutto in patria, è stata quantomeno altalenante: è passata dall’essere oggetto di un vero e proprio culto alla censura e infine alla fama e al riconoscimento internazionali.

La sua vita non è stata facile e la sua produzione poetica rispecchia la storia della Russia – patria amatissima che, nonostante le difficoltà estreme, il primo marito giustiziato nel post rivoluzione, l’imprigionamento del figlio e la morte del compagno in un gulag, si è rifiutata di abbandonare, al contrario di tanti altri intellettuali suoi compatrioti – da prima della Prima guerra mondiale fino alla metà degli anni Sessanta: le poesie che ha scritto da giovane, come quella riportata qui sopra, sono principalmente liriche d’amore, mentre in seguito diventa sempre più presente la denuncia della guerra, del regime staliniano e dell’estrema povertà del suo Paese, della cui sventura ha scelto di essere la portavoce.

Se qualcuno fosse curioso di approfondire, qui trovate il link al suo profilo su Wikipedia e qui un articolo un po’ lungo, ma molto interessante.

 

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