L’amore secondo Montale: i Mottetti (parte 2)

Yoshida Toshi, Cherry Blossoms

Chi di noi non sa cosa voglia dire essere abbandonati da qualcuno? Prima o poi succede quasi a tutti, ma come sempre c’è modo e modo di affrontare le cose e se un’esperienza simile capita a un grande poeta quello che ne viene fuori è una poesia sì triste, ma anche bellissima.

Dei Mottetti, brevi poesie d’amore che Montale scrive per una donna amatissima, Clizia, ho parlato qui, in particolare di uno abbastanza felice. In realtà, l’umore predominante della raccolta è un altro: Montale scrive ad una donna che lo ha lasciato e che se n’è andata oltreoceano, quindi c’è poco da stare allegri… nella poesia di seguito, infatti, il tema principale è proprio quello dell’abbandono.

Eugenio Montale – Mottetto VII

 

Il saliscendi bianco e nero dei
balestrucci dal palo
del telegrafo al mare
non conforta i tuoi crucci su lo scalo
né ti riporta dove più non sei.

 

Già profuma il sambuco fitto su
lo sterrato; il piovasco si dilegua.
Se il chiarore è una tregua
la tua cara minaccia la consuma.

Dal punto di vista del paesaggio, quella che ci viene descritta è una scena semplice: nella prima strofa c’è una rappresentazione della natura in tutto il suo trionfo primaverile, nella seconda il sambuco che emette il suo profumo dopo un temporale.

spring-mucha
Alfons Mucha, Primavera

Lo scalo, con il mare, i balestrucci (dei piccoli uccelli simili alle rondini) che volano e il profumo del sambuco non offre nessun conforto né a Clizia, per ragioni che non sappiamo, né al poeta, perché nemmeno la vista di un luogo amato può servire a riportare indietro la donna che lo ha lasciato. È probabile che in precedenza lo stesso luogo sia riuscito a portare un qualche tipo di sollievo, se è vero che la felicità consiste anche nel riconoscersi in un luogo, nel sentirsi a casa – in Montale spesso il luogo nativo porta conforto – ma in questo caso l’assenza di Clizia ha la meglio sul potere del luogo.

La bellezza del paesaggio non può nulla, non riesce a colmare la mancanza di senso perché il senso è Clizia, che se n’è andata. Dal momento in cui l’ha conosciuta ogni possibilità di pace interiore è diventata impossibile e anche ora che lei non c’è più la pace perduta non è comunque recuperabile. L’assenza di lei non impedisce al chiarore di riaffermarsi sulla scena, ma se anche il chiarore dopo il temporale è una tregua, Clizia la minaccia, seppur in maniera involontaria, e la consuma con la sua assenza. È una cara minaccia (un ossimoro bellissimo), ma pur sempre una minaccia: se n’è andata e non tornerà, e non è abbastanza nemmeno la grazia della natura e dei balestrucci che volano su e giù allegramente, simbolo della primavera e della forza vitale che con essa ritorna sulla terra.

Come dire: tu mi manchi, la natura può trionfare quanto vuole, gli uccelli possono diffondere la loro allegria, il cielo si può rischiarare dopo il temporale, ma niente ti riporterà qui e la tua assenza è così forte da corrodere qualsiasi pace.

 

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