J. M. W. Turner: la rivoluzione del colore e della luce nella pittura del paesaggio

Se doveste scegliere una tra le opere di Turner, quale secondo voi rappresenterebbe meglio gli esiti della sua ricerca pittorica e la sua interpretazione del romanticismo?

Ad essere onesta trovo questa domanda difficilissima. Che sia per il mio troppo amore o per la sua grande versatilità, ma il risultato è che in questo post sapevo di voler parlare di questo grande artista, ma avevo troppi quadri in testa. Alla fine, per continuare in tema “un incanto di panorama” e dopo avervi raccontato dell’aspirazione al sublime di Caspar David Friedrich, oggi ho deciso di proporvi L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni, perché credo che rappresenti la sua rivoluzione in campo di paesaggi.

Il salto in avanti che Joseph Mallord William Turner compie infatti riguarda i soggetti, la tecnica, la pennellata e soprattutto la luce, che è l’indiscussa protagonista di quest’opera. La sua mano fatata apre porte destinate ad essere sfondate nei decenni successivi e racconta storie emozionanti, testimonianza di un periodo storico ma anche della natura umana.


L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni, 1835

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Joseph Mallord William Turner, Incendio delle Camere dei Lords e dei Comuni del 16 ottobre 1834.
Chi era Joseph Mallord William Turner (1775-1851)?

Turner è una figura solitaria ed eccentrica e allo stesso tempo un artista dall’indubbia fama, un instancabile sperimentatore che non sazia mai la sua sete di conoscenza. Cercando di andare con ordine, per prima cosa cercherò di sintetizzare qualche cenno biografico.

Nasce a Londra nel 1775 e viene cresciuto principalmente dal padre, con cui sviluppa un legame che si mantiene saldo negli anni. A quattordici anni viene ammesso alla Royal Academy School, dove studia prospettiva e pittura, cimentandosi specialmente in soggetti architettonici e topografici. (Che dire, è proprio vero che la natura di un individuo in certi casi si manifesta ben presto)

A partire dall’anno successivo inizia a girare le campagne inglesi alla ricerca di spunti per dipinti dal vero, un viaggio destinato ad essere reiterato negli anni. La sua abilità pittorica nel frattempo non passa inosservata: la sua produzione è abbondante e dà grandi risultati, sempre accompagnata da nuovi viaggi in Gran Bretagna e poi nel continente. Nel 1811 inizia a tenere conferenze alla Royal Academy con il titolo di professore di prospettiva, mentre nel 1819 compie finalmente un lungo viaggio in Italia, Paese che, inutile dirlo, lo fa innamorare. Questo suo interesse si riflette nelle numerose opere che dedica a Roma, alle archeologie di del sud Italia e a Venezia, per esempio.

Con il tempo il suo carattere peggiora, tanto che nel 1846 si trasferisce in anonimato a Chelsea, dove rimane fino alla morte nel 1851.


Cosa racconta l’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni?

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Questo dipinto di Turner immortala l’incendio delle camere dei Lord e dei Comuni nel centro di Londra, realmente accaduto il 16 ottobre del 1834.

Il primo piano troviamo la folla, poco dettagliata, che osserva la scena dall’altro lato del Tamigi. Poi c’è il fiume e dietro il palazzo del parlamento (nella veste precedente rispetto a come lo vediamo oggi) e Westminster Abbey, lambiti dalle fiamme. Le due scene sono unite dalla presenza del ponte che le collega.

Si tratta di un fatto di cronaca che diventa il pretesto per descrivere uno degli aspetti più estremi del mondo naturale: il fuoco che divampa e cresce a dismisura. Non dimentichiamo che Turner, riflettendo il gusto romantico, era un appassionato di tempeste, temporali ed eventi “sublimi” in genere.

In questo dipinto, due elementi colpiscono subito l’osservatore: i colori e le proporzioni.

Il vigore delle fiamme divora ed occupa una grande parte della tela, mentre tutt’intorno ogni superficie riflette la sua luce calda, in contrasto con l’oscurità del fiume. Questa condizione estrema porta ad una gamma cromatica originale che però allo stesso tempo riprende molte delle caratteristiche dei quadri di Turner come, in primo piano, il ponte che acquisisce solidità grazie al suo candore, giustapposto al cielo fosco dietro di lui.

Per quanto riguarda le proporzioni, è facile notare come le persone risultino minuscole e il ponte immenso, con lo scopo di dilatare le dimensioni e le distanze, affinché l’incendio troneggi ancora in più di quanto doveva essere in realtà. Questa deformazione prospettica è però creata sapientemente, senza che quasi si percepisca, ed è questo che mi stupisce sempre di Turner: fa sembrare semplici operazioni complessissime. Ad esempio, avete notato come Westminster Abbey sembra davvero arretrata rispetto alle rovine del vecchio parlamento? Questo è forse il particolare che preferisco dell’intera opera!

In conclusione, osservando e analizzando L’incendio delle Camere dei Lord e dei Comuni non restano più dubbi: siamo di fronte ad una rivoluzione nel mondo della pittura. La luce diventa non solo protagonista ma fonte inesauribile di colore, mentre l’impeto del soggetto si riflette anche nelle pennellate, che non sono più delicate, limate e quasi impercettibili, come ci hanno abituato i quadri contemporanei e dei periodi precedenti, ma vigorose e ricche di significato. Turner non si accontenta di procedere per velature, ma accompagna le sapienti sfumature a punti in cui il colore è applicato denso e direttamente sulla tela.

In questo, non ci ricorda la successiva generazione degli Impressionisti? Non a caso, Monet in gioventù è stato a Londra, ma questa è un’altra storia. E un’altra storia merita un altro post, quindi dovrete aspettare la prossima puntata di questo lunghissimo viaggio nella pittura paesaggistica.


La seconda versione dell’opera

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Joseph Mallord William Turner, Incendio alla Camera dei Lords e dei Comuni del 16 ottobre 1834.

Ma prima di concludere davvero, come sempre non resisto alla tentazione di mostrare un altro quadro, anche se in questo caso il collegamento è quasi d’obbligo.

Si tratta di una seconda opera, eseguita nel medesimo anno, che racconta lo stesso soggetto. Oltre all’incendio, in questo caso il protagonista è il fiume, che con il suo ampio riflesso enfatizza il colore e la forza delle fiamme.

La folla è stipata sui bordi del dipinto, separata dal fuoco da un ampio spazio vuoto e silente occupato dalle acque.

Potrei procedere oltre ma sono convinta che questa bellissima opera si commenti da sola, non credete anche voi? Mi sembra che sia sufficiente perdersi ad osservarla.


Turner ha solleticato il vostro interesse? Ecco altri post dedicati a lui!
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Cartoline dalla montagna: come i migliori artisti hanno celebrato le alte vette

Cosa vi viene in mente se pensate alla montagna? Abitando ai piedi delle Alpi credo di essere di parte, però sono convinta che si tratti di un ambiente naturale unico e affascinante, mutevole, duro ed emozionante allo stesso tempo. Le alte vette evocano tante emozioni e racchiudono aspettative, e immagino che ognuno di noi risponderebbe diversamente a questa domanda.

Figuriamoci poi quando parliamo dei grandi artisti! Cercare di ritrarre la montagna è una sfida ed un piacere per ogni pittore che la ami, così in questo post troverete una selezione di bellissimi quadri su questo tema.


Caspar David Friedrich

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C. D. Friedrich, Nebbia sulle montagne.

Quando parlo di paesaggi, mi sembra sempre doveroso iniziare da Caspar David Friedrich, uno dei più grandi esponenti del Romanticismo e l’artista che maggiormente è stato in grado di celebrare la natura nei suoi aspetti più selvaggi e sublimi.

Le sue montagne sono quelle del Nord Europa e sembra che il ghiaccio, la nebbia e la neve siano i protagonisti, insieme alle foreste di conifere. Mi ricorda molto l’inverno e credo proprio che abbia qualcosa di speciale, non credete anche voi?

(Per i curiosi, ecco un articolo su questo tema: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)


Joseph Mallord William Turner

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J. M. W. Turner, Il lago di Zug.

Per Joseph Mallord William Turner, viaggiatore instancabile, le montagne hanno molte facce e sono raccontate come un ricordo e, allo stesso tempo, una suggestione.

I suoi quaderni di viaggio raccontano i paesaggi della Gran Bretagna, della Svizzera e dell’Italia, con una particolare attenzione verso gli agenti atmosferici e la forza della luce. Vanno scoperti e guardati uno alla volta, per riconoscere i diversi luoghi e immaginare quelli in cui non siamo mai stati.


Paul Cézanne

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Paul Cézanne, Monte Sainte-Victorie.

Di Paul Cézanne e del suo maniacale interesse per il Monte Sainte-Victoire abbiamo già parlato (ve lo siete perso? Ecco l link: La montagna incantata di Paul Cézanne), però i colori del Mediterraneo mancavano in questa selezione.

Le sue montagne sono in assoluto le più dolci e le meno misteriose, non credete anche voi?


Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh, Piante di olivo in un paesaggio montagnoso.

Anche se le montagne non sono sicuramente i soggetti più ricorrenti nelle opere di Vincent Van Gogh, ho scovato questi quadri e, tanto per cambiare, mi hanno impressionata.

Come spesso accade, i suoi paesaggi diventano la chiara impressione del suo tormento interiore e del suo modo unico di vedere il mondo. I colori sono quelli delle montagne in lontananza e dei campi d’estate, mentre i cieli sembrano voler invadere il terreno sottostante.


Paul Gauguin

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Dopo aver visto luoghi vicini, ora ci spostiamo dall’altra parte del mondo, e per la precisione in Polinesia, per guardare le montagne decisamente colorate che ha dipinto Paul Gauguin.

Le palme sono molto diverse dalle conifere di Friedrich, così come l’idea di calore che ci regalano, però non si può dire che non siano ricche di fascino esotico.


Giovanni Segantini

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Giovanni Segantini, Il ritorno dal bosco.

Dopo questo piccolo viaggio oltreoceano, torniamo dalle nostre parti, per rimirare le opere del nostro Giovanni Segantini, un artista che ha saputo raccontare la realtà alpina quotidiana e allo stesso tempo renderla il fondale di affascinantissime opere simboliste. 

Entrambi i generi hanno condotto a tele bellissime, non siete d’accordo con me?


Ferdinand Hodler

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Ferdinand Hodler, Jungfrau e Schwarzmonch.

Dopo Segantini, ci spostiamo in Svizzera per vedere le opere di un altro pittore simbolista, Ferdinand Hodler, un uomo in grado di realizzare grandi tele in cui la montagna è l’unica e assoluta protagonista.

Mi piacciono i cieli gialli dei pomeriggi invernali e il blu della neve delle vette più alte, li adoro tanto perché mi ricordano i panorami che nella mia mente identificano il paesaggio della valle in cui vivo.


Vassily Kandinsky

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Vassily Kandinsky, Dunaberg.

Finalmente è arrivato anche il turno di Vassily Kandinsky, uno dei miei preferiti in assoluto.

Come per tutti i soggetti che lui riporta su tela, anche le montagne diventano per prima cosa forma e colore, dando origine a composizioni evocative e fantastiche, racconti e sogni dipinti con mano sicura.


John E. H. Macdonald

Lake O'Hara and Cathedral Mountain by the Group of Seven painter J. E. H. MacDonald
J. E. H. Macdonald, Lake O’Hara and Cathedral Mountain

Dopo la Russia di Kandinsky, ci spostiamo in Canada, per celebrare John E. H. MacDonald, uno degli artisti del Gruppo dei Sette. (Ve li siete persi? Ecco un post interamente dedicato a loro: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi)

Qui al Nord quello che riusciamo a vedere è proprio il mondo glaciale, freddo e a suo modo colorato di una terra ricca di fascino. La ricerca pittorica prende una piega diversa da quella europea, una strada che avevano aperto i romantici americani e che non perde di freschezza.


René Magritte

Renè Magritte
René Magritte, Il dominio di Arnheim.

Dopo tutta questa carrellata, mi sono voluta concedere un finale metafisico, una montagna dipinta da René Magritte che diventa il simbolo di qualcosa di più, la custode di un segreto profondo e di un equilibrio solitario.


Direi che per oggi sono arrivata alla fine, anche se sicuramente avrò saltato qualche opera che si sarebbe meritata di entrare in questa galleria. Vi viene in mente qualche quadro che ho dimenticato? Qual è il vostro preferito tra quelli che ho selezionato?

Sono molto curiosa di sapere cosa ne pensate!

Turner e l’Italia: le nostre città nei suoi disegni

Naples: Monte St Angelo and Capri 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli, Castel dell’Ovo, sullo sfondo Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi e Capri.

Riuscite ad immaginare un viaggiatore solitario e insaziabile che per sei mesi gira l’Italia con un taccuino e una matita tra le mani, continuamente impegnato nella riproduzione di quello che ha di fronte? Ecco, in un modo decisamente più semplice (e in molti casi meno nobile), anche noi facciamo la stessa cosa quando scattiamo infinite foto in giro per il mondo.

Come vi raccontavo nello scorso post (chi se lo fosse perso può cliccare qui!), Joseph Mallord William Turner durante il suo soggiorno in Italia non si è fermato un attimo, riempiendo centinaia di pagine con i suoi disegni, oggi consultabili online a questo link.

Spesso i suoi schizzi appaiono come degli scarabocchi, un insieme di poche linee nervose e veloci che servono a fissare nella mente l’impressione di un momento. Eppure, nel momento in cui si tratta di un luogo che conosciamo, ecco che i tratti rapidi diventano precisi contorni di quella che è una chiara immagine nella nostra memoria. Non mi credete? Allora scorriamo insieme questa selezione che vi ho preparato!


Torino

Façade of S. Giovanni, the Cathedral at Turin 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, facciata del Duomo di S. Giovanni a Torino.

Ovviamente il mio spirito campanilista mi impone di iniziare dalla città che conosco meglio, dicendo come scusa che è la prima immortalata dall’artista, arrivato in Italia dal Moncenisio.

Come si può vedere, nella capitale sabauda Turner sembra essere stato affascinato in primo luogo dall’architettura, manifesto di quel barocco così poco convenzionale, una sfumatura stilistica che forse in Inghilterra era ancora poco nota. 

Non so voi, ma io ho l’idea che sia rimasto stregato in particolare dalla Cappella della Sindone (che, per chi non la conoscesse, è visibile cliccando qui, in una foto di MuseoTorino antecedente all’incendio che l’ha rovinata).


Bologna

Bologna colpisce l’osservatore per le sue torri, siano esse religiose o civili, e anche Turner non è rimasto immune al suo fascino medievale. Sullo sfondo poi è impossibile non riconoscere il landmark per eccellenza: il Santuario della Madonna di San Luca, lontano e adagiato sulle colline.


Tivoli

Tivoli 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Tivoli.

Esistono moltissimi schizzi e acquerelli che l’artista ha realizzato a Tivoli, probabilmente perché ha soggiornato poco lontano per un relativamente lungo periodo di tempo. Dovendo scegliere, ho deciso di proporvi opere che mostrano altre due interessanti tecniche utilizzate da Turner.

In primo luogo il mio adoratissimo acquarello, che gli ha permesso di immortalare non solo le linee ma anche i colori e le sfumature dell’Italia mediterranea che aveva davanti. Per seconda è molto interessante la scelta di utilizzare fogli già grigi, così da poter disegnare sia le ombre sia le luci, con lo scopo di ricreare l’atmosfera dei luoghi.


Napoli

Naples: the Castle of the Egg 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli e il Vesuvio.

Napoli si presenta come un vero trionfo di colore. Anche in questo caso ci sono molte opere tra cui scegliere, tutte meravigliose! In questo caso non è solo l’architettura a colpire l’occhio di Turner, ma piuttosto la sua integrazione con il paesaggio, come è visibile anche nell’immagine inserita all’inizio di questo articolo.


Pisa

The Duomo and Campanile, Pisa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, il duomo e la torre di Pisa.

Quello che mi diverte di Pisa è invece il grande numero di particolari che compongono lo schizzo qui in alto, come se Turner non volesse dimenticare nulla della città toscana. In effetti la mia idea è che volesse poi realizzare un quadro a partire da questi schizzi, opera mai dipinta una volta di ritorno in Inghilterra.

Quella che curiosamente è invece diventata un’illustrazione è invece la bozza della chiesa di Santa Maria della Spina, visibile in basso (e scusate per la bassa risoluzione).


Firenze

Florence from San Miniato circa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Firenze da San Miniato.

Infine, non potevo non citare Firenze. Purtroppo questo quadro, realizzato qualche anno dopo a partire dai quaderni di viaggio, è disponibile solo con una bassa risoluzione, cosa che mi spiace molto. Il capoluogo toscano sembra intrigare Turner più che per l’architettura per la sua simbiosi con l’Arno, un legame che non tutte le città hanno con i fiumi su cui si affacciano.


Detto questo, ho terminato il mio excursus per le città italiane. Vi ha incuriosito?

Se invece abitate in città che non ho nominato, potete comunque curiosare nell’archivio della Tate Gallery, visto che sono presenti moltissimi altri centri urbani che ho dovuto trascurare per mettere la parola fine a questo post che sarebbe potuto diventare potenzialmente infinito!

Turner a Roma: le meraviglie della città eterna

Rome: The Forum with a Rainbow 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma: il foro con arcobaleno.

Senza dubbio Roma è stata una grande fonte di ispirazione per Joseph Mallord William Turner, inglesissimo maestro abituato alla pioggerellina fine di Londra. La città eterna è infatti la protagonista di numerose tele e di molti acquerelli, tutti accomunati dall’attenzione per i dettagli e dalla luce dorata del Mediterraneo.

Riuscite ad immaginare l’emozione di un appassionato di archeologia ed architettura classica giunto in Italia per la prima volta?Teniamo conto che stiamo parlando della Gran Bretagna dei primi dell’Ottocento, una società che ha il mito della classicità e della cultura romana e greca. Quindi un viaggio di sei mesi verso Roma e oltre deve essere un vero premio per il quarantatreenne Turner, ormai ai vertici del panorama artistico inglese.


J. M. W. Turner in Italia

JMW_Turner_-_Modern_Rome_-_Campo_Vacino
J.M.W. Turner, Roma moderna da Campo Vaccino.

Nei primi giorni dell’agosto 1819 Joseph Mallord William Turner parte da Dover verso sud. Attraversa la Francia e arriva in Italia attraverso il Moncenisio, per poi scoprire Torino e Milano. Di qui si dirige a Venezia, dove soggiorna alcune settimane e si innamora dei colori e dell’inconsistenza della laguna. (Sulle impressioni di Venezia, ecco un articolo da non perdere: Un atto d’amore per J. M. W. Turner)

Dopo Venezia, è la volta di Bologna e Rimini, per poi giungere finalmente a Roma all’inizio di ottobre. Eppure il grande artista non è ancora sazio, così si permette ancora una tappa a Napoli, Pompei ed Ercolano, per godersi quelle che al momento sono le più belle rovine ritrovate.

Di ritorno alla città eterna vi soggiorna per quasi tre mesi, un periodo che nutre la sua mente ed i suoi occhi, al punto da originare una serie di quadri fenomenali, una volta rientrato in patria.

La Roma di Turner è un luogo dove il passato si fonde con il presente, creando una mescolanza tra la precisione di un rilevatore e l’aura di leggenda che circonda anche il presente decaduto. Anche i quadri qui di seguono esprimono questo dualismo: da una parte la visione di Roma antica, immaginata a partire dagli studi archeologici, dall’altra la città moderna, intrisa di una luce senza tempo.

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J. M. W. Turner, Antica Roma: Agrippina che approda con le ceneri di Germanico.
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J. M. W. Turner, Roma dall’Aventino.

Gli album di viaggio

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J. M. W. Turner, Roma, quaderni di viaggio.

Vi siete chiesti come abbia fatto Turner a dipingere quadri tanto dettagliati una volta rientrato a Londra? Il suo era il mondo prima delle macchine fotografiche, quindi la risposta è che bisognava sgobbare continuamente.

Il nostro grande artista è partito con una serie di album da disegno da riempire con i dati che gli servivano e con le meraviglie che aveva davanti agli occhi.

Ecco, vi confesso che io adoro questi quaderni meticolosamente compilati: con pochi tratti Turner è riuscito a riprodurre immagini dettagliate e fedeli della realtà, fornendoci un preciso spaccato di com’era Roma nel 1819 senza nessun errore o imprecisione.

In certi casi poi questi appunti diventano la base per preziosi quadri futuri, come si può notare nelle due immagini di seguito.

Study for 'Rome from the Vatican' 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Studio per “Roma dal Vaticano”.
Rome, from the Vatican. Raffaelle, Accompanied by La Fornarina, Preparing his Pictures for the Decoration of the Loggia exhibited 1820 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Roma dal Vaticano.

Non trovate anche voi che siano opere incredibili? Il bello è che Joseph Mallord William Turner non si è limitato a ritrarre Roma, ma si è dedicato a una grande parte dell’Italia. Siete curiosi di scoprire come ha disegnato la vostra città? Allora vi invito a non perdere il prossimo articolo 😉

Quasi dimenticavo: se volete guardare altri lavori di Turner, sul sito della Tate Gallery di Londra sono presenti tantissime opere, tutte commentate e catalogate. In particolare, questo è il link alla sezione dedicata al viaggio in Italia (Non c’è niente da fare, io amo gli Inglesi e la loro cura per il patrimonio e per i visitatori, reali o virtuali che siano!)

Quando il gioco si fa duro e Turner si rivela l’unica ancora di salvezza

J. M. W. Turner, Ancient Rome; Agrippina Landing with the Ashes of Germanicus.
J. M. W. Turner, Ancient Rome; Agrippina Landing with the Ashes of Germanicus.

L’argomento di oggi è un episodio di vita vissuta avvenuto esattamente un anno fa, quindi non me ne vogliate se dovessi perdermi oppure dilungarmi.

Premessa

Se la vita ti riserva una tesi sui club ottocenteschi di architettura londinesi e nonostante tutto ti vuoi laureare a luglio perché hai sempre un’inutile fretta matta, allora a maggio del quinto anno di università ti aspetta un tour de force a dir poco spossante nei bellissimi ed impegnativi archivi della capitale britannica.

Se poi hai la malattia di dover sempre ottimizzare il tempo, unita ad una vita in questo periodo piuttosto frenetica, allora ti tocca condensare due settimane in cinque giorni. Ed ecco spiegata la ragione del viaggio che, esattamente un anno fa, mi ha portata a studiare negli angoli più sconosciuti della città.

Le cinque giornate di Londra

Morale della favola, a causa della tesi sono partita per questa avventura solitaria munita di computer, macchina foto e ombrello, con tutte le prenotazioni possibili presso gli archivi che mi interessavano e dopo aver riempito tutte le associazioni di mail, così da ottenere la maggiore efficienza possibile.

Biblioteca del Royal Institute of British Architects.
Biblioteca del Royal Institute of British Architects.
Ostello Brazen Backpackers, ingresso.
Ostello Brazen Backpackers, ingresso.

Ho alloggiato in un ostello assurdo che al posto della reception aveva un pub dove si trasmettevano sport mai visti in televisione a qualunque ora del giorno e della notte, comodamente sistemata in una camera da nove.

Così, la mia routine è stata pressoché questa: levatacce per arrivare alla precisa ora di apertura dove mi serviva, mattinate a fotografare tutto il materiale disponibile senza sosta (circa 2000 foto in 4 giorni!) fino all’ora di chiusura (le 16!), tappa nella catena Pret-à-Manger per un dolcetto e un paio d’ore di lavoro al computer grazie alle prese e al wifi e cena al volo prima di tornare in ostello. Una volta là, ecco che mi aspettavano chiacchiere fino a tarda sera con compagni di stanza sconosciuti e poi, quando tutti si mettevano a dormire, ultimi controlli su cosa avrei fatto l’indomani.

Finalmente Turner, ovvero la salvezza

Credevo che sarei stata instancabile, invece a ventiquattr’ore dalla fine, quando era quasi fatta ma mi aspettavano ancora una tappa all’ostello nella bufera a prendere il trolley, il ritorno alla stazione Victoria, la ricerca di un pullman per Stansted e infine l’idea di una nottata in aeroporto (il mio volo era alle 8 del mattino successivo), mi sono fatta prendere dallo sconforto.

Ho capito subito di cosa avevo bisogno, così ho affrontato la tormenta ma la mia meta è stata una scappatina alla Tate Britain, giusto in tempo per sedermi un po’ di fronte a qualche capolavoro di Turner. (Sempre su questo artista, ecco un altro articolo: un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner) Tate Britain, internoMi sento in dovere di specificare che su di me i musei hanno un effetto estremamente rilassante e positivo, perché sono luoghi in cui mi sento completamente a mio agio, libera nel brusio delle sale, felice quando riconosco le opere che mi scaldano il cuore.

Confesso di essermi sentita raramente stanca come quel pomeriggio durante una visita, ma ricordo benissimo il sollievo nel momento in cui ho abbandonato la borsa pesantissima al deposito bagagli e mi sono messa a girare in un mondo che mi appartiene. Non saprei spiegarne razionalmente il motivo, ma posso garantire che i quadri di Turner hanno avuto il grandissimo potere di stregarmi, di permettermi di abbandonare la realtà in favore di una dimensione infinitamente più armonica e luminosa. Ho passato un sacco di tempo seduta tra una panca e l’altra, senza la mia solita energia ma finalmente in pace con il mondo.

Mi scuso se ho parlato troppo, ma in questo pomeriggio ho avuto ancora una volta la conferma di come le cose belle, le discipline che ci appassionano, siano un riparo ed un dolce rifugio nei momenti di sconforto e non soltanto nell’ambito di spensieratezza di una vacanza.

Nei miei anni da universitaria a Torino ho imparato che si possono frequentare i musei se si hanno un paio di ore libere tra una lezione e l’altra e che essere curiosi permette di scoprire angoli meravigliosi di città. I luoghi della cultura sono pubblici proprio perché appartengono a tutti non soltanto sulla carta ma anche nella realtà. Ci si può aggirare tra le sale di ogni galleria o museo senza sentirsi osservati o in imbarazzo, anzi dobbiamo pensare che in ognuno di questi spazi c’è un angolino tutto nostro che sarà sempre lì ad aspettarci.

Non è giusto vedere i monumenti che caratterizzano le nostre città come elementi estranei alla nostra vita: io credo che il segreto per imparare ad amare il posto in cui siamo sia in parte proprio la considerazione che abbiamo di ciò che è pubblico, che non deve essere visto solo come una spesa scomoda ma come una risorsa a disposizione di tutti. 

Un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner

J. M. W. Turner, Arrivo a Venezia.
J. M. W. Turner, Arrivo a Venezia.

Sinceramente mi interessa davvero poco che il recentissimo film su Turner abbia reso il ritratto di un uomo rude, sociopatico, grezzo e davvero poco in sintonia con le opere che realizza, perché tanto per me quello che conta infinitamente più che ogni altro pettegolezzo o ricostruzione è la mano incantata. E siccome da sole le mani non possono produrre niente, i suoi quadri sono la dimostrazione che dietro alla facciata c’è soprattutto un grande cuore, insieme ad una mente geniale. Ho apprezzato il film per le ambientazioni che ricrea e per l’attenzione che dà alle opere, ma non credo che sia sufficiente uno spaccato del genere, che non indaga sulle cause o sulle radici di determinate condizioni, a fornire la visione completa di un uomo. Come dico sempre, per me sono il percorso di vita insieme alla ricerca personale gli indici per misurare il valore di un artista e, prima ancora, di un individuo.

Eppure oggi non sto scrivendo per recensire il film, e nemmeno per difendere il mio beniamino, ma per pubblicare quelli che per me sono stata una immensa fonte di ispirazione qualche anno fa, ovvero i meravigliosi e affascinantissimi acquerelli di Venezia.

J. M. W. T., Venice, moonrise.
J. M. W. Turner, Venice, moonrise.
J. M. W. T., Venice, storm.
J. M. W. Turner, Venice, storm.
J. M. W. T., Venice looking east from the Giudecca sunrise.
J. M. W. Turner, Venice looking east from the Giudecca sunrise.
J. M. W. T., Venice at the mouth of the grand canal.
J. M. W. Turner, Venice at the mouth of the grand canal.
J. M. W. T., Venezia, San Giorgio Maggiore.
J. M. W. Turner, Venezia, San Giorgio Maggiore.

Immaginate una sedicenne che si aggira per una Feltrinelli un pomeriggio dopo la scuola e che si ferma a guardare i libri in offerta. Ecco, quella ero io e la mia scelta, un po’ per caso e un po’ per desiderio, è caduta proprio su “Venezia. Acquerelli di Turner”, volumino snello che è ancora custodito gelosamente vicino al mio letto. Che sorpresa incredibile, avevo scovato una modernità che mai avrei immaginato.

Turner in effetti dimostra che negli acquerelli si può essere liberi, si può lasciare che il pennello corra sul foglio interpretando le macchie di colore senza pretendere di controllare tutto. Se paragonato con gli oli impeccabili che produce negli stessi anni, ci rendiamo conto che esiste un abisso tra l’artista di corte, membro della prestigiosa Royal Academy of Arts, e il viaggiatore instancabile, l’uomo che non si accontenta mai di ciò che vede e insegue il mito romantico di solitario titano che si scontra contro i segreti della natura, riuscendo in molti casi ad uscirne vincitore.

Quello che impressiona infatti è la grande semplicità e spontaneità di questi schizzi, caratteristica a cui noi siamo abituati ma che nella prima metà dell’Ottocento era davvero poco usuale, utilizzata in questi casi in viaggio, per produrre schizzi rapidi che hanno lo scopo di cogliere un’impressione, di fissare un’immagine e ancora di più un’atmosfera da tradurre in un quadro una volta di ritorno a Londra.

Copiarli e ricopiarli al liceo tutte le mattine mi ha avvicinato in maniera inaspettata al mondo dell’arte e della bellezza, perché la complessità di questi lavori all’apparenza così semplici si coglie proprio nel momento in cui si entra nel vivo, quando si cerca di riprodurre quelle che sembrano due pennellate, o una normalissima sfumatura.

Per concludere, posso dire che quello per Joseph Mallord William Turner è stato un amore destinato a durare, visto che la stessa sedicenne di cui ho parlato circa cinque anni dopo, in un mercatino dell’usato di Stoccolma, ancora non è riuscita a resistere all’ennesimo libro su questo artista, questa volta sugli schizzi dei quaderni di viaggio, per la seduzione del tratto di questo incredibile maestro.

J. M. W. Turner, Venezia: San Giorgio maggiore.
J. M. W. Turner, Venezia: San Giorgio maggiore.