Potevo essere qualcun altro e invece sono io: Wisława Szymborska e la gratitudine per la vita

René Magritte, La fata ignorante.

Io non sono molto incline a lamentarmi, ma come tutti a volte tendo a dare per scontato quello che ho – mentre a ben pensarci ho molto per cui essere contenta e molto poche ragioni per non esserlo.

C’è una bellissima poesia di Wisława Szymborska che mi fa riflettere molto e che insegna che, invece delle piccole lamentele inutili, ogni tanto non guasta anche un po’ di sana gratitudine per la vita.

Wisława Szymborska, Nella moltitudine

Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.

In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.
Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi: di
ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finché non si consuma.
 
Anch’io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.
 
Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.
 
Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.
 
Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.
 
Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.
 
E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?
 
Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?
 
La sorte, finora,
mi è stata benigna.
 
Poteva non essermi dato
il ricordo dei momenti lieti.
 
Poteva essermi tolta
l’inclinazione a confrontare.
 
Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.

La poesia è lunga, per cui io la faccio breve: è una sacrosanta verità, le cose sarebbero potute andare storte in un milione di modi, avrei potuto essere una creatura con le squame che nuota in mari bui (o un paio di chele ruvide trascinate sul fondo di mari silenziosi, come direbbe Eliot) oppure essere nata in un villaggio dell’Afghanistan o della Somalia, invece sono nata in un posto bellissimo, con tutte le fortune, e la mia vita finora è stata felice.

Ma, più di tutto, avrei potuto essere io ed essere qui, ma con qualcosa di diverso. Come scrive la Szymborska negli ultimi versi, potevo essere me stessa ma senza stupore: senza la capacità di stupirmi davanti al mondo e vederne la meraviglia non sarei io – siamo tutti il risultato della genetica e del contesto in cui siamo vissuti, ma siamo anche qualcosa di più. Il modo in cui scegliamo di esistere e di muoverci nel mondo è quello che ci rende unici, in parte è un dono e in parte è il risultato di uno sforzo, in ogni caso è qualcosa per cui vale la pena essere grati 🙂

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