EXPO: qualche curiosità sul passato per capire meglio il presente

In questi mesi si sente continuamente parlare di Expo, ma mi sono accorta che raramente viene spiegato il motivo per cui ci si prende la briga di organizzare eventi così costosi e complessi, oppure qual è la loro origine. So benissimo che non sono la prima e nemmeno la più preparata su questo tema, ma non riesco proprio a trattenere le mie opinioni.

Punto primo: Chi ha inventato le Expo?
Great exhibition di Londra, 1851, particolare del Crystal Palace.
Great exhibition di Londra, 1851, particolare del Crystal Palace.

Se si pensa che le esposizioni universali sono nate nell’Ottocento soprattutto per mettere in mostra prodotti industriali e di artigianato, non fa stupire il fatto che il Paese che le ha inventate sia quello che in questo momento è il più avanzato nei settori della produzione e del commercio, vale a dire la Gran Bretagna.

Infatti è proprio a Londra che nel 1851 si organizza la Great Exhibition, una gigantesca fiera collocata ad Hyde Park, giardino pubblico di proprietà della corona, e allestita all’interno del Crystal Palace, una struttura in acciaio e vetro che in pianta ricorda una cattedrale e in alzato una serra, ideata niente meno che da un giardiniere. L’Inghilterra del 1850 è una nazione dove non soltanto un giardiniere può partecipare al concorso di idee per l’edificio simbolo di un’Expo,  ma viene anche preso sul serio e affiancato a due importanti ingegneri per raggiungere il migliore risultato pensabile. Non è proprio come ciò che succede da noi, tra tangenti e mazzette, non è vero?

Punto secondo: a cosa servivano?
Il Crystal Palace, sede e simbolo della Great Exhibition, 1851.
Il Crystal Palace, sede e simbolo della Great Exhibition, 1851.

Le esposizioni universali sin da subito vengono organizzare con due principali scopi: dimostrare la supremazia a livello industriale e culturale da una parte, e permettere una rapida diffusione delle innovazioni e delle scoperte tecnologiche dall’altra. Siamo infatti in pieno positivismo e in piena rivoluzione industriale, in un brulicare frenetico di invenzioni fantasiose, così i padiglioni espositivi servono in primo luogo a vendere brevetti. Non esistono i mezzi di comunicazione di massa, quindi gli ingegneri di tutto il mondo si mettono in coda per vedere prototipi di tram, di metropolitane, di illuminazione a gas e di linee elettriche, disposti a pagarne a caro prezzo i meccanismi segreti.

Ogni stato poi sceglie il linguaggio architettonico che più si addice a rappresentarlo, così da favorire la conoscenza della cultura e della tradizione dei vari luoghi. In effetti questo è il periodo in cui il turismo inizia a diffondersi, quindi le Expo sono anche una bella occasione per farsi pubblicità e per presentare il proprio patrimonio. Nascono in quest’ottica il borgo medievale del Valentino a Torino nel 1884 e di Budapest nel 1896, luoghi scenografici che riproducono gli insediamenti tipici del territorio rurale circostante.

Punto terzo: dove si facevano?
Vista panoramica dell'esposizione universale di Parigi, 1900.
Vista panoramica dell’esposizione universale di Parigi, 1900.

A partire dai primi anni, le esposizioni universali si tengono nei grandi parchi pubblici delle città, in zone spesso poco centrali, dove inizialmente mancano i servizi pubblici, ma che via via vanno specializzandosi per accogliere i visitatori. Altre volte invece si scelgono zone periferiche da risanare, oppure da urbanizzare a partire da zero.

Così, moltissime aree verdi o comunque aperte delle nostre città europee (ma non solo), ancora oggi sono ricche di tracce delle passate Expo, che ne hanno fatto la storia. Pensiamo ad esempio al parco del Valentino a Torino, oppure all’acquario di Genova, ricordo dell’esposizione del 1992, oppure alla Tour Eiffel nella zona di Trocadero, o all’arco di Trionfo di Barcellona, costruito per l’expo del 1888.

(Di Expo a Barcellona tra si è già parlato in questo articolo: Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana)

Fare un’esposizione universale nel 2015
EXPO di Milano,
EXPO di Milano, “l’albero della vita”, 2015.

Veniamo ora alle note dolenti. Quale può essere l’utilità di un’esposizione universale nell’era dei mezzi di comunicazione di massa?

Aldilà del divertimento dei progettisti dei padiglioni, io mi chiedo se oggi ci sia ancora la necessità di mettere in mostra i nostri Paesi in questo modo. Internet da solo è più utile, veloce ed efficiente a comunicare di tutta una expo, quindi in questo senso non so perché visiterei questa colossale fiera, se non per la curiosità nei confronti delle architetture spazialissime.

La scelta del tema poi, con tutti i controsensi che ci sono stati (la scelta di Mc Donald come sponsor in primis), mi sembra un po’ forzata. Strategicamente, qualcuno si è chiesto quale effetto si vorrebbe ricreare nel lungo termine?

Insomma, se poi l’intento è quello di dare lavoro a qualcuno e visibilità all’Italia, mi vengono in mente infinite iniziative turistiche e culturali che potrebbero costare decisamente di meno ed evitare l’imbarazzo di siti chiamati “Very bello”.

Se invece lo scopo è quello di riempire le tasche dei soliti disonesti, allora temo che sia centrato in pieno. Infatti non esiste (che io sappia) un piano per l’utilizzo futuro dell’area, e nemmeno per uno sfruttamento intelligente degli edifici. Siamo lontani mille miglia dall’attenzione che veniva posta nelle prime esposizioni nei confronti della localizzazione e nella possibilità di riutilizzare gli elementi prefabbricati che costituivano i padiglioni.

Non importa più a nessuno della creazione di aree verdi pubbliche e ben servite per le esposizioni e per il futuro, qui al contrario si è parlato di espropri senza nessuna strategia di valorizzazione.

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12 thoughts on “EXPO: qualche curiosità sul passato per capire meglio il presente

  1. Arte da vivere - Livinart 28 maggio 2015 / 10:06

    Dici bene, io sono preoccupata perchè ho l’impressione che stia andando un po’ tutto alla rovescia.

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  2. carlo.dainese 28 maggio 2015 / 14:31

    ” Infatti non esiste (che io sappia) un piano per l’utilizzo futuro dell’area, e nemmeno per uno sfruttamento intelligente degli edifici.” è proprio questo uno dei punti.
    Ti pare che un’opera del genere non abbia un business plan con non solo il roi ma anche l’impatto nel tempo delle strutture? Che esista ma poi non sia noto ad alcuno ci crederei tranquillamente. In Italia, spiace dirlo, le “grandi opere” è bene non farle e limitarsi ad obiettivi mirati e soprattutto controllati.

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    • La linea d'ombra 28 maggio 2015 / 19:13

      Parole sante! Hai espresso in pieno il concetto che io ho solo introdotto, nel nostro Paese purtroppo dove girano grandi somme di denaro in genere girano anche tangenti e gente corrotta. Che tristezza!

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  3. Dario 28 maggio 2015 / 14:41

    Sono d’accordo circa le tue perplessità, in primis quella per cui in un periodo come quello che viviamo, (dove la tecnologia, la possibilità di viaggiare lowcost e la conoscenza informatica la fanno da padrona), è forse uno spreco di energie e risorse concentrarsi in modo così importante per portare avanti un evento la cui politica sembra stonare ormai con quello che è il modo di vivere presente (e la ricostruzione storica che hai fatto, lo dimostra).
    Ancora, non so quanto sia incidente il fatto che la politica e l’opportunismo ci marcino su, ma se penso alla sponsorizzazione McDonald’s o al matrimonio Sgarbi – Farinetti sulla mostra d’arte con Eataly (gran bella porcata), nonché agli scandali sorti alle porte dell’inaugurazione, comunque avrei risposte esaustive circa il dubbio.
    E infine sul piano architettonico – urbanistico beh, non è propriamente detto che non ci si preoccupi di tutta la struttura: c’è un contenzioso in atto per capire dove collocare l’albero della vita dopo l’Expo; i più lo vorrebbero a Piazzale Loreto. (Eh già, su decine di edifici e strutture la preoccupazione più grande è proprio l’installazione simbolo!).

    Ps: davvero un piacevole articolo Arianna. 🙂

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    • La linea d'ombra 28 maggio 2015 / 19:20

      Che dire Dario, ho preferito non citare il famigerato “matrimonio Sgarbi-Farinetti” proprio per non mettere troppa carne al fuoco, ma era doveroso tirarlo in ballo!!!
      Nell’esito forse questa expo si sta rivelando ancora più debole che nelle aspettative, tra gli scandali e i grandissimi controsensi che ci sono. Poi sicuramente ci sarà chi riesce a vedere il lato positivo e ad apprezzarla, ma io in quest’accozzaglia sinceramente non riesco proprio a vedere tutta la modernità e la grandezza che da un’esposizione universale ci si aspetterebbe.
      Grazie per essere passato 🙂

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  4. Ghostbox 29 maggio 2015 / 13:01

    Ciao!
    Il Crystal Palace passa alla storia come opera dell’ Arch. Joseph Paxton. Non sapevo che il progetto originale fosse di un giardiniere (o di un costruttore di serre).
    Su Expo sai bene come la penso. Mi sarebbe piaciuto che fosse stato realizzato il progetto originale, vale a dire il concept masterplan di Boeri, Richard Burdett, Jacques Herzog e William MacDonough. Ma teniamoci questa orrenda accozzaglia di cemento e viviamolo per quello che è: un grande centro commerciale all’aperto, con elementi folcloristici più consoni ad un luna park.
    Lato web: hai ragione ma stendiamo un velo pietoso sulle porcate che hanno fatto per promuovere Expo. Roba da dilettanti o, se vogliamo ridere, tanta comicità inconsapevole.
    Simone

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    • La linea d'ombra 29 maggio 2015 / 20:04

      Ciao Simone! Apprezzo moltissimo il tuo commento, le tue definizioni sono azzeccatissime…
      In alcune ricerche svolte per la tesi ho scoperto che Paxton è stato considerato un architetto dopo il progetto del Crystal Palace (al tempo non esistevano a Londra vere università di architettura, ci si basava sull’apprendistato in modo pochissimo chiaro), quindi è a lui che mi riferisco. Non era l’ultimo dei giardinieri (ne curava e progettava di prestigiosi), ma non era nemmeno un esperto o teorico di costruzioni!

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      • Anonimo 9 ottobre 2015 / 17:45

        La prima Expo universale nn fu a Londra ma in America.

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