EXPO: qualche curiosità sul passato per capire meglio il presente

EXPO di Milano, "l'albero della vita", 2015.

In questi mesi si sente continuamente parlare di Expo, ma mi sono accorta che raramente viene spiegato il motivo per cui ci si prende la briga di organizzare eventi così costosi e complessi, oppure qual è la loro origine. So benissimo che non sono la prima e nemmeno la più preparata su questo tema, ma non riesco proprio a trattenere le mie opinioni.

Punto primo: Chi ha inventato le Expo?
Great exhibition di Londra, 1851, particolare del Crystal Palace.
Great exhibition di Londra, 1851, particolare del Crystal Palace.

Se si pensa che le esposizioni universali sono nate nell’Ottocento soprattutto per mettere in mostra prodotti industriali e di artigianato, non fa stupire il fatto che il Paese che le ha inventate sia quello che in questo momento è il più avanzato nei settori della produzione e del commercio, vale a dire la Gran Bretagna.

Infatti è proprio a Londra che nel 1851 si organizza la Great Exhibition, una gigantesca fiera collocata ad Hyde Park, giardino pubblico di proprietà della corona, e allestita all’interno del Crystal Palace, una struttura in acciaio e vetro che in pianta ricorda una cattedrale e in alzato una serra, ideata niente meno che da un giardiniere. L’Inghilterra del 1850 è una nazione dove non soltanto un giardiniere può partecipare al concorso di idee per l’edificio simbolo di un’Expo,  ma viene anche preso sul serio e affiancato a due importanti ingegneri per raggiungere il migliore risultato pensabile. Non è proprio come ciò che succede da noi, tra tangenti e mazzette, non è vero?

Punto secondo: a cosa servivano?
Il Crystal Palace, sede e simbolo della Great Exhibition, 1851.
Il Crystal Palace, sede e simbolo della Great Exhibition, 1851.

Le esposizioni universali sin da subito vengono organizzare con due principali scopi: dimostrare la supremazia a livello industriale e culturale da una parte, e permettere una rapida diffusione delle innovazioni e delle scoperte tecnologiche dall’altra. Siamo infatti in pieno positivismo e in piena rivoluzione industriale, in un brulicare frenetico di invenzioni fantasiose, così i padiglioni espositivi servono in primo luogo a vendere brevetti. Non esistono i mezzi di comunicazione di massa, quindi gli ingegneri di tutto il mondo si mettono in coda per vedere prototipi di tram, di metropolitane, di illuminazione a gas e di linee elettriche, disposti a pagarne a caro prezzo i meccanismi segreti.

Ogni stato poi sceglie il linguaggio architettonico che più si addice a rappresentarlo, così da favorire la conoscenza della cultura e della tradizione dei vari luoghi. In effetti questo è il periodo in cui il turismo inizia a diffondersi, quindi le Expo sono anche una bella occasione per farsi pubblicità e per presentare il proprio patrimonio. Nascono in quest’ottica il borgo medievale del Valentino a Torino nel 1884 e di Budapest nel 1896, luoghi scenografici che riproducono gli insediamenti tipici del territorio rurale circostante.

Punto terzo: dove si facevano?
Vista panoramica dell'esposizione universale di Parigi, 1900.
Vista panoramica dell’esposizione universale di Parigi, 1900.

A partire dai primi anni, le esposizioni universali si tengono nei grandi parchi pubblici delle città, in zone spesso poco centrali, dove inizialmente mancano i servizi pubblici, ma che via via vanno specializzandosi per accogliere i visitatori. Altre volte invece si scelgono zone periferiche da risanare, oppure da urbanizzare a partire da zero.

Così, moltissime aree verdi o comunque aperte delle nostre città europee (ma non solo), ancora oggi sono ricche di tracce delle passate Expo, che ne hanno fatto la storia. Pensiamo ad esempio al parco del Valentino a Torino, oppure all’acquario di Genova, ricordo dell’esposizione del 1992, oppure alla Tour Eiffel nella zona di Trocadero, o all’arco di Trionfo di Barcellona, costruito per l’expo del 1888.

(Di Expo a Barcellona tra si è già parlato in questo articolo: Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana)

Fare un’esposizione universale nel 2015
EXPO di Milano,
EXPO di Milano, “l’albero della vita”, 2015.

Veniamo ora alle note dolenti. Quale può essere l’utilità di un’esposizione universale nell’era dei mezzi di comunicazione di massa?

Aldilà del divertimento dei progettisti dei padiglioni, io mi chiedo se oggi ci sia ancora la necessità di mettere in mostra i nostri Paesi in questo modo. Internet da solo è più utile, veloce ed efficiente a comunicare di tutta una expo, quindi in questo senso non so perché visiterei questa colossale fiera, se non per la curiosità nei confronti delle architetture spazialissime.

La scelta del tema poi, con tutti i controsensi che ci sono stati (la scelta di Mc Donald come sponsor in primis), mi sembra un po’ forzata. Strategicamente, qualcuno si è chiesto quale effetto si vorrebbe ricreare nel lungo termine?

Insomma, se poi l’intento è quello di dare lavoro a qualcuno e visibilità all’Italia, mi vengono in mente infinite iniziative turistiche e culturali che potrebbero costare decisamente di meno ed evitare l’imbarazzo di siti chiamati “Very bello”.

Se invece lo scopo è quello di riempire le tasche dei soliti disonesti, allora temo che sia centrato in pieno. Infatti non esiste (che io sappia) un piano per l’utilizzo futuro dell’area, e nemmeno per uno sfruttamento intelligente degli edifici. Siamo lontani mille miglia dall’attenzione che veniva posta nelle prime esposizioni nei confronti della localizzazione e nella possibilità di riutilizzare gli elementi prefabbricati che costituivano i padiglioni.

Non importa più a nessuno della creazione di aree verdi pubbliche e ben servite per le esposizioni e per il futuro, qui al contrario si è parlato di espropri senza nessuna strategia di valorizzazione.

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