I miei buoni motivi per amare Gustave Caillebotte e la sua Parigi luminosa

Della Parigi incantata e maledetta, spietata musa ispiratrice, abbiamo già parlato in passato, ve ne ricordate?

Un esempio è sicuramente questo post: Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi), ma anche se ve lo foste perso scommetto che se vi citassi Montmartre e il Moulin Rouge vi verrebbero subito in mente alcuni artisti che tutti consideriamo i grandi protagonisti dell’epoca: Modigliani (di cui ho parlato qui: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle), il primo Picasso, Henri de Toulouse-Lautrec (di cui ho parlato qui: Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec) e prima di loro gli impressionisti.

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Gustave Caillebotte, Rue Halevy vista dal sesto piano.

Se invece vi chiedessi di pensare alle opere che riguardano principalmente gli immensi Boulevards e la vita sfavillante dei quartieri benestanti e illuminati, verrebbe subito in mente anche a voi Gustave Caillebotte (1848-1894)?

Tra tutti quelli che ho citato forse non è la figura più romantica e romanzesca, però credo che ci siano delle cose da sapere per avvicinarsi a lui e comprenderlo a fondo. Premesso questo, ho provato ad elencarle qui di seguito.


La luce bianca e i soggetti: una diversa interpretazione dell’impressionismo

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Gustave Caillebotte, i raschiatori del parquet.

Il primo motivo per amare Gustave Caillebotte secondo me è la sua originale interpretazione dell’impressionismo, che conduce spesso ad opere più dettagliate rispetto a quelle dei suoi colleghi e all’utilizzo di una tavolozza meno ricca, in cui il bianco ha un ruolo predominante. La luce per lui non si declina nei mille colori degli elementi che tocca, ma al contrario si mantiene di un candore perfetto.

Caillebotte, figlio di un imprenditore di successo e destinato a condurre una vita agiata, si differenzia in questo da molti degli artisti che si ritrovavano a Parigi in cerca di fortuna e questo aspetto emerge chiaramente nella scelta dei soggetti. Lui non ci racconta delle notti folli e degli eccessi, ma piuttosto della bellezza della città in cui vive, del progresso e della sua natura borghese.

Diciamo che a Montmartre preferisce i Boulevards Haussmanniani, e dunque assume per noi un ruolo importante di testimonianza di quello che poteva essere il mondo per chi aveva la fortuna di essere benestante o per lo meno tradizionalmente inserito nella società.


Il ruolo di mecenate e promotore

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Gustave Caillebotte, Boulevard Haussmann nella neve.

Uno degli aspetti che preferisco di Gustave Caillebotte è inoltre il suo ruolo all’interno del gruppo impressionista.

Innanzitutto la sua ricchezza personale gli permette di acquistare molte opere dei suoi colleghi ed amici, finanziandone di fatto sia il lavoro sia le successive esposizioni (dal 1879 sino alla trasferta a New York del 1885).

Cerca poi nel corso degli anni di tenere unito il gruppo impressionista, sempre diviso da gelosie e altre fonti di litigio, fino a quando, deluso, decide di abbandonare la pittura per dedicarsi alla navigazione (che praticava spesso con il fratello) e al giardinaggio nei suoi appezzamenti parigini.


La triste sorte

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Gustave Caillebotte, Autoritratto.

Come purtroppo accade un po’ troppo spesso agli artisti, anche Gustave Caillebotte è destinato a morire anzitempo: si spegne infatti nel 1894, a soli quarantasei anni.

In seguito a questo evento, è significativo scoprire quello che hanno detto di lui gli amici e colleghi del mondo dell’arte:

Ecco una persona che possiamo rimpiangere, è stato buono e generoso e, ciò che non guasta, un pittore di talento. (Camille Pissarro)

Aveva tanti doni naturali quanto buoni sentimenti e, quando l’abbiamo perso, era appena all’inizio della sua carriera. (Claude Monet)


Avete scoperto qualcosa di nuovo su Gustave Caillebotte? Spero proprio di sì e voglio concludere questo piccolo articolo con una bella galleria delle sue opere, soprattutto di quelle parigine, per celebrare al meglio questo artista forse non abbastanza noto e celebrato. Qual è la vostra preferita? Io vi confesso che subisco da sempre il fascino dei tetti 😉

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Tre motivi per amare Henri de Toulouse-Lautrec e le sue bellissime opere

Se nomino Parigi scommetto che vi si colorerà la mente delle Ballerine di Edgar Degas, delle luci di Montmartre e delle pennellate vigorose di Amedeo Modigliani, non è vero? Molte volte purtroppo ci si dimentica delle opere di Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) e del loro modo unico e preziosissimo di raccontare uno dei periodi storici più affascinanti dell’età contemporanea, soprattutto per quanto riguarda l’arte.

Questo artista talentuoso e sfortunato non gode della notorietà dei grandi pittori che comunemente associamo a Parigi, eppure possiede qualcosa che strega l’osservatore più attento: ci regala il valore della sua testimonianza lucida, il privilegio di poter cogliere le mille sfaccettature che hanno tutte le realtà.

Riflettendoci un po’ su, mi vengono in mente tre principali motivi che credo siano le chiavi per imparare ad apprezzarlo come merita.


01. La magia del tratto

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Come forse ormai saprete, per prima cosa a me piace parlare della tecnica, di quello che rende grande un artista a discapito del mondo in cui è immerso e delle storie che racconta.

Ecco, nel caso di Toulouse-Lautrec secondo me è quasi doveroso perdersi ad ammirare il suo tratto deciso e pulito, preciso e inclemente nei confronti del malcapitato (o soprattutto della malcapitata, date le sue preferenze) che viene ritratto. Le sue figure risultano tanto caratterizzate da avere qualcosa di caricaturale, anche se in maniera sottile, come accade soltanto alle mani più dotate e allenate.

Da appassionata di disegno, subisco totalmente il fascino di un artista che non ha bisogno di riposare la matita e che fa sembrare il ritratto un gioco facilissimo, non trovate anche voi che ci sia qualcosa di magico nei contorni e nelle campiture che realizza?


02. Uno sguardo unico sulla Belle Epoque

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Henri de Toulouse Lautrec, Al Moulin Rouge, la danza.

Le opere di Henri de Toulouse-Lautrec raccontano in maniera magistrale l’altra faccia della Belle Epoque, l’aspetto forse meno romanzato ma più autentico, sicuramente meno poetico ma più genuino.

Questo artista, nato da famiglia nobile e affetto da una malattia genetica che l’ha condannato ad un’altezza di un metro e mezzo (se vi interessa saperne di più ecco il link all’esaustiva pagina di wikipedia), è riuscito ad arrivare oltre le luci patinate dei teatri, più lontano rispetto agli altri protagonisti della scena parigina. Per lui non esistono porte chiuse, nemmeno quelle delle camere del Moulin Rouge: ama tremendamente le donne nel momento in cui dismettono gli abiti di scena e loro sembrano ricambiarlo, mantenendo con lui un rapporto speciale e profondo.

Toulouse-Lautrec arriva a dedicare nel 1896 alle ragazze di Montmartre e dei suoi bordelli una raccolta di opere chiamata Elles, un insieme di opere  che raccontano il lato più intimo della loro quotidianità.


03. La modernità

In contrapposizione alla dolce intimità di cui ho parlato, Henri de Toulouse-Lautrec realizza anche opere decisamente moderne e impietose nei confronti della realtà in cui è immerso.

Nei volti spesso i tratti somatici sono evidenziati dal bianco verdastro del trucco e dalle prime e crude illuminazioni notturne, arrivando quasi alla realizzazione di un fumetto molto sofisticato.  Diventa poi celebre per i suoi manifesti pubblicitari di grandi dimensioni, semplicissimi e coraggiosamente caratterizzati da grandi campiture monocromatiche. Siamo ben lontani dai coevi manifesti di Alfons Mucha, non trovate anche voi?

Ecco, io credo che queste tinte, insieme alla bidimensionalità che caratterizza queste opere, contribuiscano in qualche modo allo sviluppo della grafica pubblicitaria dei decenni successivi. Dopotutto stiamo parlando di forme semplici e di giochi di colori primari, due elementi che sono i punti fermi della produzione artistica europea della prima metà del Novecento.


Detto questo, mi fermo prima di diventare troppo prolissa e vi invito, se siete interessati, a  completare il quadro esplorando molte altre sue opere, visibili nella pagina di Wikimedia Commons a lui dedicata.

Sono riuscita a convincervi a dare una chance in più a questo artista sfortunato nonostante la nobile famiglia d’origine, a quest’uomo destinato a vivere in tutto e per tutto la Parigi maledetta dei bordelli e degli eccessi, fatta di piacere e sofferenza?

Non bisogna infatti dimenticare che anche lui è annoverato nella folta schiera delle menti geniali morte giovani: purtroppo si spegne infatti a 37 anni a causa della sifilide e dei danni causati dall’alcolismo.

Il potere della cultura e i motivi che la rendono così spaventosa

Claude Monet, Rue de Montorgueil.
Claude Monet, Rue de Montorgueil.

Venerdì notte, mentre leggevo le prime e confuse notizie sugli attentati di Parigi, subito dopo il colpo al cuore che ho sentito ho pensato al valore simbolico del bersaglio scelto e al motivo della decisione di questi terroristi.

Oltre alla componente dovuta al passato coloniale dell’area del Maghreb, mi sembrava che l’intento potesse anche essere qualcos’altro.

Poi ieri, leggendo le rivendicazioni dell’Isis, ho avuto conferma delle mie ipotesi nelle loro parole:

“È la capitale dell’abominio e della perversione.”


Adesso sono passati un paio di giorni e molto è già stato scritto in merito: commenti intelligenti e commoventi e articoli informativi, insieme alle solite strumentalizzazioni degli avvoltoi che aspettano questi avvenimenti per fare audience o propaganda, su cui non intendo soffermarmi nonostante l’indignazione.

Insomma, la mia idea era quella non aumentare la mole di parole scritte, visto che non sono la più qualificata e che non è così pertinente con questo blog, però se penso a Parigi e a tutto quello che rappresenta per me e per tutti non riesco proprio a stare zitta.


Il potere della cultura

Quella che questi terroristi hanno definito capitale dell’abominio è in realtà il fulcro di tutto ciò di buono abbiamo noi occidentali. Siamo sicuramente un popolo con un sacco di ombre, però la libertà di pensiero e di espressione, insieme alla cultura e alla sua diffusione, sono la nostra grandezza.

Tutti noi possiamo scegliere di andare al cinema, di viaggiare, di leggere quello che vogliamo e di andare ai concerti oppure a teatro. Non ci rendiamo nemmeno più conto della fortuna che abbiamo quando possiamo scegliere di studiare e di avere un’identità culturale, che è la cosa più importante di tutte, persino più del petrolio inseguito da tutti in questa guerra frammentata che si sta consumando. La nostra cultura ci permette di non cadere vittime di ideologie estremiste che fanno leva sulla frustrazione e sulla povertà e di non generalizzare mai. Solo la cultura ci ricorda che siamo stati tutti degli immigrati, che l’Europa cristiana non è quella che ha massacrato gli Arabi nelle crociate. La cultura ci permette di non fare di tutta l’erba un fascio, di non iniziare a vedere ovunque dei nemici.

Siamo occidentali e siamo liberi di pensare, di vestire, di dire la nostra e di fare vignette satiriche, questo è quello che davvero fa paura. Ed è anche per questo che gli attentati di Parigi devono necessariamente far riflettere, visto che hanno colpito il simbolo della nostra cultura, una capitale dove le arti e le scienze proliferano, il simbolo di uno stato liberale e avanzato.

Credo che noi tutti dovremmo lottare per non cadere nel gorgo del sospetto e della diffidenza nei confronti di chi ci sta intorno, perché questa sarebbe la prima nostra sconfitta. Dovremmo combattere quello che sta succedendo documentandoci al meglio, usando la cultura che è la nostra arma più forte. Anziché perderci dietro ai video dei massacri forse dovremmo chiederci chi sono questi terroristi dell’Isis, cosa vogliono e chi li finanzia. Perché poi doveva essere proprio la Siria la polveriera? E cosa sta succedendo nel mondo arabo? Bene, per lo meno questo è quello che sto facendo io in queste giornate grigie.

Forse la cultura davvero ci potrebbe salvare da scelte più o meno stupide che prima o poi qualcuno cercherà di prendere al nostro posto, decisioni scellerate che in realtà è da anni che chi pretende di rappresentarci sta già compiendo, approfittando del nostro disinteresse.


Detto questo, mi scuso con tutti voi se sono stata prolissa e se mi sono lanciata in un campo che non è strettamente il mio. In ogni caso prometto che prossimamente tornerò su argomenti più lieti, riprendendo la serie dei “perché” che ho interrotto per questo disastro.

Ritratti di Parigi: i quadri che meglio rappresentano la città dei lumi

Gustave Caillebotte, tetti.
Gustave Caillebotte, tetti.

Oggi per noi Parigi è la città romantica per eccellenza, ma come doveva essere per chi la viveva un secolo fa o ancora un po’ prima?

Conosciamo tutti la storia degli artisti squattrinati che si smarrivano nella sua labirintica natura, vittime degli infiniti eccessi che offriva, illuminati e affiancati dalla sua luce sfavillante, ma cosa rimane oggi di quel mondo?

Ecco, io credo che quella particolare atmosfera oggi non esista più e che, per consolarci, esistano invece moltissimi quadri a testimoniare le infinite sfaccetture che la città aveva da offrire: architetture avanguardiste o classiche, industrie, svago borghese e svago bohémien, due mondi opposti che spesso si scontravano.

Oggi, anziché spendere inutili parole, vorrei condividere con voi una selezione di queste opere che ritraggono l’animo tormentato della città dai mille volti.

La modernità borghese secondo Gustave Caillebotte

Gustave Caillebotte, strada di Parigi.
Gustave Caillebotte, strada di Parigi.

Caillebotte mi piace sempre molto perché è un amante dell’architettura e questo si vede in molti dei suoi quadri. Non riuscendo a scegliere il migliore, qui ne propongo due che, secondo me, sono davvero significativi.

Emerge in queste opere l’ascesa della classe borghese e la fierezza del nuovo aspetto patinato e severo assunto da Parigi dopo le trasformazioni di Haussmann (per sapere di più su questo tema, ecco il link ad un articolo: La nostra amatissima Parigi e le sue trasformazioni scellerate).

Gustave Caillebotte, Rue Halevy vista dal sesto piano.
Gustave Caillebotte, Rue Halevy vista dal sesto piano.

Il progresso secondo Claude Monet

Claude Monet, la stazione di Saint-Lazare.
Claude Monet, la stazione di Saint-Lazare.

Monet si rivela invece spesso molto interessato alla rivoluzione industriale e all’impatto della modernità nel contesto urbano. In questo quadro in effetti il vapore della locomotiva sembra divorare le case borghesi sullo sfondo, così che l’ardita copertura in ferro e vetro della stazione diventa la vera protagonista dell’opera.


La solitudine di Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh, Boulevard de Clichy.
Vincent Van Gogh, Boulevard de Clichy.

Come spesso accade per Van Gogh, questo dipinto ci mostra una realtà filtrata dal suo stato d’animo. In questo caso i boulevards, seppure animati dal passaggio di gente, diventano un luogo di solitudine e smarrimento.


Lo svago per Georges Seurat

Georges Seurat, domenica alla Grande Jatte.
Georges Seurat, domenica alla Grande Jatte.

Quest’opera ritrae quella che è una grande conquista dell’età borghese: la possibilità di svagarsi nei parchi pubblici, messi a disposizione dell’intera popolazione. Così, il divertimento domenicale alla Grande Jatte, sulla riva della Senna, era possibile per tutti, non solamente per i ceti più elevati.


Le ballerine di Edgar Degas

Edgar Dega, Prove del balletto sul palco.
Edgar Degas, Prove del balletto sul palco.

Sicuramente il teatro dell’Opéra è un’altra realtà caratteristica di Parigi, così come le ballerine che vi lavoravano ma che, per mantenersi, erano costrette a lavorare anche nei bordelli.

E se si parla di ballerine, non si può che citare Edgar Degas, un grande appassionato che ci regala preziosissime riproduzioni di queste ragazze e della loro vita difficile.


Il mondo segreto di Henri de Toulouse Lautrec

Henri de Toulouse Lautrec, Al Moulin Rouge, la danza.
Henri de Toulouse Lautrec, Al Moulin Rouge, la danza.

E dopo il balletto, cambierei genere di danza e di svago, perché la Parigi di questi anni è anche quella del Moulin Rouge e delle notti scatenate nei bordelli. Ho scelto Toulouse Lautrec perché è una figura che ha sputo destreggiarsi in questi ambienti e coglierne l’atmosfera come nessun altro.


Pablo Picasso

Pablo Picasso, Moulin de la Galette.
Pablo Picasso, Moulin de la Galette.

Come si può vedere, Toulouse Lautrec non era l’unico che sapeva come divertirsi. Anche Picasso ha vissuto in questa Parigi notturna e spregiudicata, anche se in anni di maggiore eleganza apparente, come si vede dagli abiti ma non dalle facce.


Con quest’ultimo quadro concludo la mia galleria di opere…Chissà se a voi ne vengono in mente altre che ho dimenticato!

Vorrei però finire con una poesia bellissima di Charles Baudelaire, l’epilogo dello Spleen di Parigi, perché credo che racchiuda in sé tutte le sfaccettature di cui ho cercato di parlare.

Col cuore lieto salii sulla montagna a contemplare
Laggiù la grande città: ospedale
Purgatorio
Inferno galera e lupanare,
Tutta come fiore fiorisce quell’enormità,
Patrono del mio dolore tu Satana lo sai
Che non per spargere vane lacrime salii là;

Ma qual vecchio gaudente di vecchia amante
Dell’enorme puttana mi volevo inebriare
Del suo sempre vivificante fascino infernale.

Sia che tu ancora dorma tra le coltri del mattino
Buia arrochita pesante o che ti pavoneggi
In veli serali profilati d’oro fino

Io t’amo capitale infame!
Banditi e cortigiane voi spesso ci offrite
Piaceri incompresi dalle plebi profane

Tranquillo come un saggio e dolce come un maledetto, ho detto:
Ti amo mia bellissima o mia delizia umana…
Quante volte…
I tuoi vizi senza desiderio e i tuoi amori senza anima,

Il tuo gusto dell’infinito
Che ovunque anche nel male si proclama…

Parigi in autunno: la magia della ville lumière

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Avete presente il fascino di Parigi in autunno, quando la luce inizia a farsi limpida, le vetrine si illuminano presto la sera e diventa bellissimo passeggiare nei profumi e nel tepore delle vie più strette?

Ripensare a questo per me è sempre fonte di grande emozione. In effetti sono ormai passati esattamente tre anni da quando il mio innamorato ed io (una coppia al tempo nuova di zecca) ci siamo fatti rapire dall’atmosfera magica della capitale francese, per la prima volta insieme in una cosiddetta fuga romantica.

La bellezza dell’autunno nelle grandi città è costituita dalla gradevolezza delle passeggiate, dai colori più vivi e dal fresco che rende ancora più piacevole l’ingresso nel clima confortevole dei musei. Per queste ragioni sono convinta che anche Parigi dia il meglio di sé in questo periodo dell’anno, ma non solo: credo che in questo momento diventi anche più visibile quell’aura che l’ha resa la musa ispiratrice per un sacco di artisti, insieme all’atmosfera seducente dei locali della belle époque e della vita bohémien.

Riesco a ricordare il fascino dei giri per il museo d’Orsay e per il Louvre, oltre alle passeggiare per Montmartre e nel Marais, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Oggi mi piacerebbe ricordare insieme a voi cinque luoghi che, secondo me, in questa stagione ma non soltanto meritano il viaggio.


1. I passages couverts

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Se la giornata è grigia e si comincia a essere stufi dell’eccessiva folla, smarrirsi per i passages couverts può rivelarsi la soluzione ideale.

Di cosa si tratta? Di numerosissime gallerie coperte che simboleggiano la Parigi che non esiste più, quella della borghesia prima dei grandi boulevards di Haussmann (per chi fosse incuriosito da questo tema, ecco un articolo da non perdere: La nostra amatissima Parigi e le sue trasformazioni scellerate). In questi passaggi in ghisa e vetro, decorati spesso in stile eclettico, è possibile smarrirsi nei caffè,  nelle librerie e nei negozi di antiquariato e di arte. Insomma, un paradiso per chi cerca le tracce di pittori e intellettuali d’altri tempi!

Per saperne di più ed eventualmente andare a cercare queste meraviglie nascoste, ecco un link da cui partire: I passages couverts di Parigi.


2. Lungo Senna, Champs Elysées, Grand e Petit Palais

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Sarò banale ma la parte più sfavillante di Parigi in autunno diventa ancora più affascinante, così come il tramonto sulla Senna oppure lungo gli Champs Elysées, ad esempio in Place de la Concorde.  Guardare le vetrine e le facciate dei ricchissimi palazzi dopotutto non è così male, se per di più si può tranquillamente camminare sino ad essere stufi del primo freddo della stagione.

La parte più bella è la possibilità di rifugiarsi dall’aria pungente oppure dalla pioggia: se i negozi intimoriscono oppure annoiano, poco lontano ci sono gioielli ben più brillanti, il Grand Palais e il Petit Palais, che accolgono i visitatori a braccia aperte.

Simboli della Parigi delle esposizioni universali, questi straordinari edifici ospitano sempre mostre interessanti e ben organizzate, anche se, soprattutto nelle festività, si dovrebbe mettere in conto un po’ di coda…Ancora ricordo le quasi tre ore di coda per vedere una mostra di Hopper! (che poi è riuscita ad aprirmi gli occhi su una nuova realtà)


3. Quartiere Latino e Saint-Germain-des-Pres

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Quando invece le giornate sono soleggiate, credo che ci siano poche cose più belle che passeggiare per il quartiere latino (e per la precisione in Saint-Germain-Des-Pres), ovvero nell’anima intellettuale della antica città di Parigi. Se si fa attenzione, girovagando per le strette vie si scorgono le tracce del passato medievale della metropoli, inserite perfettamente in un tessuto urbano vivace e accattivante.

Ancora oggi qui spopolano librerie ricercate e negozi sofisticati: effettivamente vi consiglio di non perdere tra gli altri il negozio della Taschen, un paradiso per gli amanti dei libri d’arte, architettura e fotografia!


4. La Défense

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Questo punto è sicuramente quello che maggiormente si discosta dall’immagine fiabesca e maledetta di Parigi, visto che il salto in avanti nel tempo è piuttosto notevole.

Eppure la Défense è una parte della città che non deve essere dimenticata e che soprattutto merita una visita, per la geometria dei suoi paesaggi e per la vista che offre della metropoli. Posso garantire che dall’esplanade, o ancora meglio dall’alto della Grande Arche, si può assistere alla bellezza panoramica del tramonto, delle luci autunnali e del clima burrascoso. (E lo dice una che per la prima volta ci è andata con la febbre alta ma è riuscita comunque ad apprezzare)


5. Il Musée Marmottan

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Per finire, non posso resistere: devo necessariamente citare almeno un museo! Credo che uno dei più belli da visitare sia il Marmottan, un’oasi tranquilla nel caos della metropoli, una piccola entità che però ospita assoluti capolavori di Monet e dell’impressionismo, come il celeberrimo Impression: Soleil levant (per i curiosi, ecco dove approfondire su questo quadro: “Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era).

Raggiungibile a piedi dalla stazione della metropolitana di La Muette, questo edificio si trova in un bellissimo quartiere vicino al Bois de Boulogne, in una zona tranquilla e immersa nel verde. Si deve attraversare un piccolo parco, dove con il sole un picnic può diventare un’opzione favolosa. (Come ben sappiamo mia sorella ed io, che in un’altra occasione abbiamo banchettato proprio lì all’inizio di un lunghissimo viaggio).


Allora, avete anche voi voglia di partire quanto me? Non posso negarlo: Parigi mi affascina e mi attira oltre ogni ragionevolezza. E se oggi ho parlato di luoghi che la caratterizzano, prossimamente vorrei dedicare un articolo ai quadri che meglio hanno saputo rappresentare il suo spirito, prima che venisse inquinato dall’eccessiva contemporaneità. Spero che vi piacerà!

Parigi: 5 interventi coraggiosi che hanno creato i nuovi simboli che noi tutti amiamo

Mentre l’altro giorno scrivevo di Parigi (per chi si fosse perso l’articolo, questo è il link: La nostra amatissima Parigi e le sue trasformazioni scellerate), mi sono resa conto di quanto i simboli che oggi caratterizzano la ville lumière siano in molti casi davvero recenti, frutto si operazioni sul tessuto urbano coraggiose e disinvolte, portate avanti senza timore della modernità.

Di seguito vi propongo le mie cinque preferite…Buona lettura!

1. La Tour Eiffel

Impossibile non partire di qui. Siamo nel 1889 e la Francia vuole stupire il mondo con la sua EXPO, quindi decide di mostrare a tutti quanto siano incredibili le potenzialità dell’ingegneria dell’acciaio, che in edilizia viene ancora usata molto limitatamente. Così ecco che con elementi prefabbricati si può salire più in alto che mai, unendo la costruzione alla creazione di un belvedere unico sulla città.

Erano bei tempi, se si pensa che il signor Gustave Eiffel si è addirittura fatto l’ufficio all’interno della sua omonima torre, tanto era fiero del risultato!

2. Il quartiere della Défense

Saltiamo avanti di quasi un secolo. È nel 1958 che la città di Parigi decide di collocare quello che diventerà il più grande quartiere per gli affari europeo nell’area della Défense, fino a questo momento poco edificata. Non si sceglie soltanto una zona ben servita dai mezzi pubblici, ma viene realizzato il proseguimento dell’asse viario più importante della capitale, quello degli Champs Elysées, su cui insistono l’arco di Trionfo, Place de la Concorde e il Louvre.

Il nuovo assume quindi lo stesso valore dell’antico e arriva addirittura a completarlo quando, nel 1982, viene progettata e completata la Grande Arche, un cubo modernissimo e svuotato che evoca l’arco di trionfo e lo fronteggia, seppure a considerevole distanza.

3. Il centro Georges Pompidou

Torniamo con questo intervento nel cuore di Parigi, per la precisione dalle parti del Marais, sulla rive droite, proprio nel tessuto storico medievale. Qui, in seguito ad una serie di demolizioni degli anni Quaranta, era rimasto libero un grande spazio, dove si decide di insediare tutta una serie di destinazioni d’uso che serviranno e rivitalizzare il quartiere e a incrementarne il valore culturale.

Ed ecco che nasce il centro Georges Pompidou, che è insieme una biblioteca, un cinema e uno spazio museale di primo livello per quanto riguarda l’arte contemporanea. Il contenitore poi, progettato da  Gianfranco Franchini, Renzo Piano, Richard Rogers e Sue Rogers, sceglie di rompere completamente con il contesto. Si tratta infatti di un edificio high-tech, dove gli impianti e le strutture sono protagonisti e annullano i prospetti.

Di fatto, il centro riesce nel suo intento di magnetizzare l’attenzione e di diventare un ritrovo per i giovani parigini e non, anche grazie alla bella piazza che lo fronteggia.

4. La piramide del Louvre

Tra tutti quelli citati, questo è l’intervento più spudorato, dal momento che va a toccare una vera e propria istituzione storica e consolidata parigina: il Louvre.

Il progetto nasce negli anni Ottanta per una necessità ben precisa: i visitatori del museo sono in costante aumento e l’edificio barocco non è attrezzato per l’accoglienza e la gestione di un numero tanto elevato di persone. Manca un hall spaziosa, così come mancano spazi per i servizi, per il bookshop e per un punto di ristoro. La soluzione migliore è dunque quella di creare una nuova struttura, possibilmente sotterranea, che affianchi la preesistente senza oscurarla.

Il risultato supera, a livello di efficienza, ogni aspettativa: l’architetto Ieoh Ming Pei riesce a progettare un nuovo ingresso ed un intero centro commerciale che addirittura raccorda il museo con una fermata della metropolitana.

La scelta della piramide poi può piacere oppure no, ma bisogna ammettere che si tratta di una forma piuttosto sfuggente che arriva a dare luce ad un atrio di enormi dimensioni.

5, La Promenade Plantée

Quest’ultimo progetto non è sicuramente un simbolo all’altezza degli altri, però ho voluto citarlo come intelligente esempio di riconversione di un’area industriale (in questo caso una ferrovia dismessa), messa a servizio della comunità in una città dove il verde pubblico non è poi così abbondante.

Anche in questo caso siamo in un’area piuttosto centrale (da Bastille verso est per quasi 5 km) e il periodo anche qui è la fine degli anni Ottanta. Si tratta di un progetto modernissimo per i tempi (imitato soltanto nel 2009 a New York, per capirci), dove il sedime dei binari, in parte sopraelevato, in parte in trincea e in parte a livello del terreno, è stato trasformato in un giardino pubblico e in una pista ciclabile.

In conclusione, mi rendo conto che tutti questi interventi sono la prova di come una municipalità forte e davvero attenta ai propri cittadini riesce a rinnovare sempre il proprio patrimonio, arricchendolo costantemente e valorizzando l’antico grazie a sagge operazioni condotte con un linguaggio moderno e spregiudicato.

La nostra amatissima Parigi e le sue trasformazioni scellerate

Paris Marville mix

Non so voi, ma se io penso a Parigi per prima cosa mi vengono il mente le mille luci di cui brilla, tra le vetrine, la tour Eiffel, i lampioni dei boulevards, i riflessi sulla Senna e i monumenti illuminati. La capitale francese è la città dei sogni, la musa degli artisti scapestrati e la metropoli all’avanguardia. Oggi si mostra a noi avvolta in un vestito scintillante, ordinata e signorile con le sue grandi vie e le linee geometriche delle strade che collegano i monumenti.

Eppure molto di quello che vediamo oggi centocinquanta anni fa era  inesistente.

La trasformazione di Parigi

Correva l’anno 1851 e Parigi non era era ancora niente di più che una grande città con un incantevole e vetusto cuore medievale, fatto di viuzze strette, casettine, canali e disordine. Un po’ per colpa delle continue barricate dei rivoluzionari e un po’ a causa di Napoleone III che sale al trono e ha molta voglia di autocelebrarsi, inizia una colossale campagna di demolizioni di porzioni di città e ricostruzioni monumentali, tanto estesa da rimanere un caso unico nella storia.

I progetti di Haussmann per Parigi. In alto un esempio di sventramento, in basso carta della città con in nero i nuovi assi viari, a scacchi i nuovi quartieri e a righe il verde urbano in progetto.
I progetti di Haussmann per Parigi. In alto un esempio di sventramento, in basso carta della città con in nero i nuovi assi viari, a scacchi i nuovi quartieri e a righe il verde urbano in progetto.

Ovviamente ci vuole un pretesto per espropriare e sventrare una capitale, quindi in questo caso si paragonano i tagli nel tessuto urbano ad operazioni chirurgiche, volte a sanare una città afflitta da malattie che sono le frequenti epidemie, la carenza di servizi e soprattutto la povertà.

Con la scusa di sanare il centro storico vecchio, malsano e inadeguato, Napoleone III e il suo braccio operativo Haussmann riescono ad espropriare ai poveri zone centralissime e a ricostruire quartieri di pregio destinati alla borghesia, con tanto di metropolitana, acqua corrente, fognature ed illuminazione a gas. I tagli nella città disordinata vengono disegnati per enfatizzare prospetticamente i monumenti: avete presente la stella di vie che si allarga dall’arco di trionfo? Oppure l’obelisco di Place di la Concorde? Se si guarda una pianta di Parigi diventa tutto più chiaro.

La Parigi che noi tutti adoriamo è il bellissimo risultato di un’operazione che oggi assolutamente non potremmo tollerare: la distruzione dell’autentico patrimonio medievale e antico in favore di una massiccia urbanizzazione contemporanea e speculativa che non rispetta assolutamente la preesistenza.

Le fotografie di Charles Marville: una preziosa testimonianza

Per fortuna oggi è ancora possibile farsi un’idea di quella che era la Parigi prima dell’Art Nouveau e dell’eclettismo che oggi che la caratterizzano; prima e durante i grandi lavori di Haussmann, insomma. Un signore di nome Charles Marville per tutti questi decenni è infatti stato assunto dall’imperatore come fotografo ufficiale della città di Parigi, un dato che tra l’altro dimostra l’intelligenza di chi è al potere, che vuole lasciare la testimonianza del cambiamento ed è disposto ad usare uno strumento al tempo decisamente moderno.

Charles Marville quindi si aggira per la capitale francese e scatta moltissime fotografie che ci regalano per un attimo l’impressione di un tempo perduto, in equilibrio tra due epoche storiche. Le trovo bellissime, così le condivido con voi in questa galleria.

Se poi volete scoprire la loro collocazione su una carta di Parigi e paragonarle con fotografie attuali, cliccate qui: Paris Marville ca. 1870 & Today, non credo che rimarrete delusi.

Morale della storia

In conclusione, secondo me la cosa incredibile è che quasi tutto quello che amiamo di Parigi e che si trova sulle guide centocinquanta anni fa non esisteva ancora, come la Tour Eiffel, gli Champs-Elysées, le gallerie Lafayette, l’Opéra, l’arco di trionfo, il Sacre Coeur oppure il museo d’Orsay che stava iniziando la sua vita precedente da stazione. Ma non soltanto, esistono anche simboli come la Défense o il centro Pompidou che sono ancora più recenti.

Insomma, molto di ciò che rende unica la magica e millenaria Parigi è frutto di sventramenti e demolizioni, o per lo meno dello sfruttamento intelligente e capace di aree centrali o meno rese disponibili dai più svariati eventi.

Questo fatto dovrebbe far riflettere noi italiani che abbiamo una mentalità molto conservatrice quando si parla di centri storici. Non voglio suggerire di fare piazza pulita del nostro patrimonio, credetemi, ma sono convinta che non sia così intelligente la politica di rifiuto a priori del contemporaneo nelle nostre belle città, senza distinguere tra meri esercizi di stile e operazioni immobiliari intelligenti e utili per il centro urbano in cui sono inserite. In ogni epoca il nuovo è stato affiancato all’antico, senza necessariamente cercare di scimmiottarlo, ma al contrario tenendo conto del contesto e senza snaturarne il valore simbolico.

I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle

Amedeo_Modigliani_012Credo di avere amato i volti di Amedeo Modigliani prima ancora di iniziare ad amare la Parigi bohémien o di conoscere la sua vita rocambolesca e triste.

1° motivo – l’Immediatezza delle sue opere

Per questo, sono convinta che il primo motivo per amarlo sia proprio l’immediatezza. Ero una bambinetta eppure i suoi ritratti mi parlavano, così come continuano a trasmettermi ancora oggi delle emozioni. Sicuramente sono lineamenti stilizzati e limati fino a raggiungere l’essenziale, ma non per questo risultano anonimi o ripetitivi: al contrario, riescono con pochissime righe a catturare un’espressione ricercata e delicatissima. Chi si faceva dipingere da Modigliani diceva di farsi ritrarre l’anima ed in effetti non mi riesce difficile crederlo.

2° motivo – la sua umanità

Questo artista nel bel mezzo del delirio delle Avanguardie si oppone risolutamente a tutto ciò che è artefatto oppure troppo concettuale, favorendo una pittura che è espressione dell’umanità e che è così diretta ed autentica da scandalizzare nelle sue prime esposizioni. Nei suoi nudi la carne sembra tanto vera da fare arrossire l’osservatore, mentre i volti osservano con disarmante spontaneità.

3° motivo – quello che simboleggia

Oltre queste ragioni che di per sé basterebbero ad innamorarsi, si aggiunge la storia della sua vita, insieme al mito che rappresenta.

Amedeo Modigliani è  il ragazzino sfortunato e così cagionevole da essere costretto a trascorrere molto tempo segregato in casa oppure al mare in una sorta di solitaria villeggiatura. Per di più, viene da una famiglia in pessime condizioni economiche. Così, ci riempie di tenerezza, anche se questa sensazione ben presto viene sostituita dall’ammirazione, quando scopriamo che questo giovane è così risoluto da superare tutte le difficoltà per inseguire la sua musa, l’Arte con la A maiuscola, che lo porta prima a Venezia e poi a Parigi, la Mecca di tutti gli aspiranti artisti.

Ha una fame che non si placa mai e lo induce ad essere così intenso da abbandonarsi alla vita con tutti i suoi eccessi: la droga, l’alcol e l’amore. A Parigi convive con la tubercolosi e trova la donna della sua vita, Jeanne, da cui ha una figlia; inoltre è incredibilmente talentuoso e brillante ma in pochi sembrano accorgersene. Per questo forse ci commuove: dimostra che a volte le capacità non bastano, perché la vita è ingiusta e si fa beffe anche dei migliori.

Così, a trentacinque anni muore senza avere incontrato l’approvazione e il rispetto che merita, provocando anche il suicidio di Jeanne incinta nei giorni immediatamente successivi.  Da questo momento diventa l’artista maledetto per eccellenza, oltre ad essere l’uomo che ci ha provato fino all’ultimo, senza dimenticare per un solo istante la passione che gli scorre nelle vene.

In conclusione, sono questi i motivi per cui io amo moltissimo Amedeo Modigliani e le sue opere, ed in più lo rispetto e me ne frego se ha vissuto una vitaccia criticabile, perché la Parigi bohémien era così ed era impossibile viverci senza sporcarsi, soprattutto se tanto non si avevano grandi altre prospettive. Può essere facile criticare, ma noi non sappiamo cosa vuol dire patire davvero la fame e soffrire di tubercolosi, vivere in una comune di artisti squattrinati e vedersi continuamente criticati e non capiti. E se non sappiamo cosa vuol dire la vita parigina di questi anni, non ci resta che leggere la sua biografia ed amarlo per l’uomo vitale e straordinario che è stato.


Per chi dovesse amare Modigliani un po’ di più dopo questo articolo o fosse semplicemente curioso, questo è un invito a passare a trovarmi venerdì e trovare la mia opinione sulla mostra “Modigliani e la bohème di Parigi, visitabile a Torino fino al 19 luglio 2015.

Per chi poi non fosse soddisfatto da queste poche immagini, ecco il link alla pagina di Wikimedia Commons su Amedeo Modigliani, dove si possono vedere moltissime opere, persino alcuni rarissimi paesaggi!

L’incredibile fascino delle città

Ovvero quello che ci spinge a comprimere le nostre cose in trolley o zaini, ad affrontare mille mezzi di trasporto, ad innervosirci per ore nelle sale d’aspetto e a pensare che nonostante tutto sia fantastico!

Se dovessimo basarci soltanto sull’arida realtà, credo che ci sarebbe parecchio da odiare nelle metropoli, oggi come in gran parte dei tempi passati. Sono infatti luoghi frenetici, rumorosi e congestionati da traffico, stretti tra il cielo grigio e l’asfalto, inquinati e in molti casi sovraffollati. Allora perché ci affanniamo a visitarle non appena riusciamo ad accumulare qualche giorno libero da impegni? Qual è la magia che mette in moto anche i più pigri, che ci spinge a fare i bagagli, a partire alle ore più incredibili per respirare l’aria di una maestosa capitale o di una città dall’illustre passato?

Arianna Senore, Le città che non mi sono appartenute.
Arianna Senore, Le città che non mi sono appartenute.

Cosa ci lega ad esempio a Parigi, signorina geniale e un po’ indecente, a Roma, ragazza millenaria, oppure a Londra, superba vittoriana? Cosa ci fa innamorare di Barcellona, solare e impreziosita dal trucco, oppure di Berlino o Varsavia, risorte ancora una volta dalle loro ceneri? Io penso che le ragioni possano essere almeno quattro.

La vivacità e il movimento innanzitutto, due caratteristiche innegabili che, soprattutto per chi vive in un contesto più provinciale (come me), sono inestimabili. È davvero divertente vedere gente in giro a tutte le ore del giorno e della notte, persone vestite nei modi più incredibili, sentire innumerevoli profumi che differenziano un quartiere, oppure anche soltanto un isolato, da quello di fianco.

L’atmosfera diversa che ogni città ci regala, un’impressione che forse non sempre ci sappiamo spiegare, ma che differenzia anche nuclei urbani che oggettivamente non sono poi così slegati.  Forse siamo noi a voler caratterizzare ogni luogo che vediamo, o forse la nostra idea, creata sui libri e sulle guide turistiche, si rafforza e si mischia con le sensazioni che proviamo una volta sul posto, e con il periodo che stiamo vivendo anche al di fuori dei confini geografici.

Il peso della cultura e della storia che riesce a venire fuori anche in modo sottile, se non lo si va a cercare. Emerge nella tessitura muraria, nei monumenti e nelle statue, nelle lapidi, nelle vie e nei musei e nei palazzi. Si evince dal paesaggio, dalle insegne dei negozi, dai profumi delle botteghe. Trovo che questa caratteristica assuma un valore ancora più profondo e caratteristico nelle città della nostra Italia, infatti sfido chiunque a rimanere indifferente ai secoli di storia che sono in bella vista sui muri e per la strade di Venezia, Firenze, Napoli o Roma, solo per fare un paio di esempi.

La geometria, tra tutte la caratteristica che mi avvince di più. Mi affascina l’impronta che le città lasciano e hanno lasciato sulla terra, l’emergere dei solidi come cristalli dal grigio dell’asfalto. Se pensiamo alle immagini satellitari, ci viene in mente un repertorio pazzesco di sagome inconfondibili: gli anelli concentrici di Vienna, gli ottagoni di Barcellona, la scacchiera perfetta di Torino.

Lo scenario dall’alto è sempre meraviglioso e, a saperlo interpretare, fornisce informazioni più interessanti di una guida: l’intento dei fondatori, la natura degli uomini che ne hanno guidato lo sviluppo, le ferite che reca sul suo tessuto. Pensiamo a Berlino, ad esempio, alle tracce visibili del muro e ancora prima ai vuoti lasciati dalla guerra. è il prototipo di città ferita, che ha dovuto ricucire vuoti urbani di grandi dimensioni e valore simbolico, e che per anche per questo dagli anni Novanta ha dovuto e potuto reinventarsi. E come non notare invece le differenze tra Parigi e Londra? L’espressione del potere assoluto di Napoleone III si mostra nel carattere dei tagli viari nel tessuto cittadino consolidato, mentre nell’illuminata capitale coloniale l’importanza dell’iniziativa e della proprietà privata conduce ad una crescita disomogenea e disordinata, ben lontana dai progettati progetti di ampliamento e recupero che caratterizzeranno molte altre città.

Insomma, posso concludere dicendo che il massimo del fascino delle città secondo me può essere vissuto soltanto se ci si riesce ad arrampicare nel punto più alto, inerpicandosi per scale a chiocciola o sentierini, per poi gustare finalmente la bellezza e le equilibrio della geometria di una città.