La Cattedrale di Rouen secondo Claude Monet: storia di un meraviglioso studio

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Cosa spinge un pittore a realizzare circa trenta riproduzioni quasi identiche (colori a parte) dello stesso soggetto, ed in particolare della facciata della cattedrale di Rouen?

A volte capita di considerare gli artisti come degli infallibili maestri che sfornano un capolavoro dietro l’altro, ma quello che a me interessa è anche indagare sulla loro ricerca, sugli studi compiuti per arrivare alle opere maggiori che tutti adoriamo.

Questo vale anche per Claude Monet, che nel corso della sua carriera incontra particolari scorci che lo colpiscono e che incuriosiscono a tal punto da diventare i soggetti privilegiati di opere ripetute e rivisitate, in pratica le cavie per i suoi esperimenti sulla luce. È questo il caso delle ninfee, dei covoni di fieno e della facciata della Cattedrale di Rouen, il mio esempio preferito (sarà per la mia natura da architetto?).

Qui di seguito inizio a riproporne una, in tutto il suo splendore, insieme ad una fotografia attuale che ho trovato su Wikipedia: non trovate stupenda la resa dei volumi e delle ombre? Osservando bene, mi sembra di vedere una differenza rispetto alla realtà attuale: sapreste dire che cosa è cambiato nell’ultimo secolo?

Indovinelli a parte, sono sempre stata affascinata da queste opere ma il peccato è che sono sparpagliate un po’ ovunque, dalla Russia alla Francia agli Stati Uniti: è quindi molto difficile confrontarle.

Fortunatamente l’era digitale ci dà dei grandi vantaggi, quindi oggi ho potuto ricostruire in questo post una specie di piccolo museo virtuale, interamente dedicato a ben diciassette versioni della Cattedrale di Rouen. (Per vedere queste e le altre con una risoluzione mediamente ottima, ecco il link alla pagina di Wikimedia Commons)


La cattedrale di Rouen: una galleria virtuale delle versioni realizzate da Monet

Ed ecco che finalmente potrete godervi una galleria a dir poco stupenda, dove scoprire la mutevolezza della pietra in base al tocco della luce.

Allora, adorate anche voi scorrere queste immagini e esplorare le infinite sfumature? Spero proprio di sì, e prima di concludere vi racconterei ancora qualche informazione in più.


La storia delle riproduzioni della Cattedrale di Rouen

Si tratta di opere che vengono realizzate tra il 1892 e il 1894, quasi vent’anni dopo l’esordio dell’impressionismo, dunque.

Claude Monet le dipinge specialmente d’inverno, tutte dal secondo piano di un negozio situato di fronte alla facciata principale della cattedrale, ed eventualmente le completa in seguito a Giverny.  Ogni tela è l’esito di un cambiamento della luce del giorno, come a dire che ogni istante è degno di diventare un’opera d’arte.

Sono state esposte per la prima volta in una mostra a Parigi nel 1895 e immediatamente hanno ricevuto elogi da parte di amici ed estimatori, come Pissarro e Clemenceau. La mia preferita però è l’opinione di Marcel Proust, che si riferisce a queste opere nell’introduzione della Bibbia d’Amiens:

Quando vedete per la prima volta la facciata occidentale di Amiens, azzurra nella nebbia, splendente nel mattino, fortemente dorata per il sole assorbito nel pomeriggio, rosa e già fresca e notturna nel tramonto, ad una qualunque delle ore che le sue campane suonano nel cielo e che Claude Monet ha fissato in tele sublimi, nelle quali si svela la vita di questa cosa fatta dagli uomini, ma che la natura ha ripreso immergendola in sé, una cattedrale, la cui vita, come quella della terra nella sua doppia rivoluzione, si svolge nei secoli e nello stesso tempo si rinnova e finisce ogni giorno, allora, liberandola dai mutevoli colori con i quali la natura l’avvolge, voi sentite davanti a questa facciata un’ impressione confusa ma profonda.


Che dite, vi è piaciuto questo momento poetico? E, soprattutto, avete anche voi un debole per le bellissime riproduzioni della Cattedrale di Rouen? Chissà qual è la vostra preferita, io faccio una gran fatica a scegliere!

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La gazza di Claude Monet: cosa rende quest’opera un capolavoro?

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Ci sono opere d’arte che mettono tutti d’accordo, quadri che, nel momento il cui li osserviamo, non lasciano spazio a dubbi: ci piacciono e non ci stanchiamo di guardarli.

Credo che un esempio sia proprio La gazza di Claude Monet, un dipinto ad olio che ho avuto la fortuna di vedere più di una volta dal vero e che trovo sia un concentrato di poesia e allo stesso tempo di maestria tecnica: non siete colpiti anche voi di fronte a tutte le sfumature che vanno a comporre la neve, incolore per definizione?

Dopo aver parlato un po’ di realismo, in tema di “un incanto di panorama” oggi è doveroso arrivare a Claude Monet e alla rivoluzione compiuta dagli impressionisti, una ventata di novità destinata a cambiare il futuro della pittura. E, tra tutti i quadri che mi sono passati per la testa, ho scelto la piccola gazza appollaiata per ragioni affettive ma anche oggettive, come cercherò di spiegarvi, partendo come sempre da qualche cenno biografico.


La gazza, 1868-69

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La gazza, Claude Monet
Chi è Claude Monet (1840-1926)?

Claude Monet vive la sua infanzia a Le Havre, perde la madre a diciassette anni e due anni dopo va a studiare arte a Parigi, grazie ai risparmi del padre. Rimane sostanzialmente nella ville lumière per molti anni (nonostante varie vicissitudini), sotto molteplici influenze dal punto di vista pittorico. Nel 1870 si sposa con Camille, sua amata e modella di molte opere e, nello stesso anno, la guerra curiosamente porta a qualcosa di buono: da soldato, viene mandato a Londra, dove può vedere le opere di J. M. W. Turner.

Tornando, passa per i Paesi Bassi dove acquista alcune stampe giapponesi, rimanendone affascinato, per poi trasferirsi a vivere vicino a Parigi.

Da qui, la rivoluzione: luce anziché linee, volumi anziché disegni; ecco che l’impressionismo, grazie anche all’effervescente clima parigino, sta venendo al mondo. Il nome di questo movimento si deve all’esposizione del 1874, a cui Monet partecipa, anche se poi lascerà presto gli altri impressionisti, per spingersi più lontano in cerca di maggiori soddisfazioni. 

Camille muore prematuramente nel 1879, e l’artista si trasferisce nel 1883 a Giverny con Alice, la sua nuova compagna, e la famiglia. In questo piccolo paese riesce a creare il suo giardino segreto, il luogo dove dipingere ininterrottamente senza stancarsi.

Ormai è un artista affermato e i decenni successivi sono un periodo in cui la sua fama si consacra e la sua passione per la pittura non si placa: Claude Monet è l’uomo che sente il dovere morale di dipingere, di esprimersi e di proseguire la sua ricerca, consapevole di stare compiendo qualcosa di grande.


Qual è la magia de La gazza?

Veniamo finalmente al vero argomento di questo post, un quadro impressionista dipinto ancora prima che il termine “impressionismo” fosse coniato: siamo infatti ben cinque anni in anticipo rispetto alla prima esposizione ufficiale.

Eppure, se osserviamo i dettagli, non possiamo negare che ci siano tutti gli ingredienti che hanno reso grande questo movimento: la luce come protagonista, la pennellata libera e la libertà nell’uso del colore.

Si tratta di un’opera dipinta en plein air che rappresenta un soggetto semplicissimo e quasi banale: una gazza appollaiata su uno steccato con alcune case e il bosco come sfondo, il tutto immerso in una neve soffice e materica, resa magistralmente grazie al sapiente gioco di luci e di ombre che caratterizza il quadro.

Quali sono i vostri particolari preferiti? I miei sono il rosso dei comignoli (necessario per bilanciare cromaticamente la composizione) e la perfetta ombra della gazza, accentuata affinché si noti e crei un punto di vista.

A parte il gusto personale, bisogna notare che il paesaggio diventa in questo caso l’impressione di un momento, e che questo viene sottolineato dalle pennellate rapide e dalla spontaneità che contraddistingue un tale capolavoro.

Capolavoro, vi dico. Eppure, sapete che per i contemporanei è stato considerato un fallimento? Come ci racconta molto bene il sito del Museo d’Orsay in una scheda dedicata, le tonalità chiare e luminose dell’opera, inconsuete per il pubblico abituato ai colori scuri utilizzati dalle accademie, non vengono assolutamente apprezzate. Incredibile, non trovate? Noi spesso storciamo il naso di fronte alle tinte buie dei monumentali quadri ottocenteschi e invece centocinquant’anni fa è successo esattamente l’opposto.

Soltanto sapendo queste cose secondo me possiamo davvero capire l’audacia e l’innovazione compiuta da Claude Monet in questa tela, che è stata persino rifiutata dalla giuria del Salon del 1869.

I tempi forse non erano ancora proprio maturi, ma sicuramente in questi anni a Parigi e dintorni la storia dell’arte ha imboccato una nuova direzione: l’invasione dei colori vivaci e luminosi, il vigore vistoso delle pennellate e la rappresentazione di un’impressione diventano elementi che influenzeranno e rivoluzioneranno il futuro.

A cosa mi riferisco? Se volete scoprirlo, non perdetevi i prossimi post!


Nel frattempo, Claude Monet non vi ha ancora stancato? Ecco allora altri articoli in cui ho parlato di lui e dell’impressionismo:

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era
Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?
Il giardino segreto di Claude Monet

Storie d’inverno: il gelo e la neve attraverso gli occhi dei grandi artisti

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Caspar David Friedrich, Cimitero del monastero nella neve.

Avete presente la luce incredibile delle mattine di dicembre, fredda e azzurrina, che rende le ombre più vivide e i raggi del sole più dorati?

Se l’autunno è la stagione in cui i colori esplodono, l’inverno è il momento in cui il mondo si fa più monocromatico, sia per la neve che ricopre tutto sia, in generale, per la vegetazione addormentata fino a primavera.

Credo che chi dipinge sarà d’accordo con me nel dire che riprodurre sulla tela le tinte tenui ma pure di questo periodo dell’anno è una sfida ardua, soprattutto se si vuole cogliere la sfumatura vivida del sole invernale ed evitare l’effetto cartolina di Natale.

Riflettendo su questo, mi sono chiesa quali siano i quadri dei grandi artisti che meglio esprimono, a mio parere, lo spirito di questa stagione. Ecco, qui vorrei pubblicare una galleria che raccolga un po’ di quelli che mi sono venuti in mente.


Caspar David Friedrich

Come insegnano per primi i Romantici, l’inverno può essere anche uno stato d’animo. Così, ho scelto di iniziare questa galleria con un paio di opere di Friedrich, un uomo che ha dedicato la sua ricerca pittorica alla rappresentazione della natura, specialmente nelle sue accezioni più estreme. (Per gli interessati, ecco un altro articolo su di lui: Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich)

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Caspar David Friedrich, Winter landscape.
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Caspar David Friedrich, Querce nella neve.

Impressionisti

Dopo il romanticismo, devo ammettere che uno dei movimenti che ha saputo rappresentare al meglio i paesaggi invernali con i loro splendidi colori è sicuramente l’impressionismo. E quella che segue è la selezione delle mie opere preferite.

Claude Monet

Per primo cito Monet, un artista così bravo da rendere vana ogni parola, dal momento che i suoi dipinti si commentano da soli.

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Claude Monet, ghiaccio sulla Senna.
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Claude Monet, la gazza.
Alfred Sisley

Per secondo ecco Sisley: non trovate anche voi una certa familiarità nei suoi soggetti? Questo dipinto, ad esempio, mi sembra il lontano ricordo di qualcosa che ho vissuto.

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Alfred Sisley, La Senna a Bougival in inverno.
Gustave Caillebotte

Caillebotte merita, a mio parere, di essere citato perché mostra quello che è l’inverno nelle grandi città, sicuramente meno luminoso e più ingrigito dal fumo dei camini.

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Gustave Caillebotte, tetti.

Vincent Van Gogh

Anche qui, come per i romantici, l’inverno diventa qualcosa decisamente più emozionale.  Quello che commuove sempre di Van Gogh è il suo modo di rendere personale e introspettivo ogni soggetto. I disegni in bianco e nero, poi, hanno il potere di enfatizzare l’unicità del suo tratto.

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Vincent Van Gogh, la chiesa di Nuenen in inverno.
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Vincent Van Gogh, Giardino d’inverno.

Edvard Munch

Sarà per la mia passione per il Nord Europa o per chissà cos’altro, ma Munch occupa un posto speciale nel mio cuore.

Ogni suo dipinto è un’emozione ed insieme un mondo parallelo, così in questo caso ci porta tra le conifere e le isole della Norvegia, tra il bianco della neve e le tenebre di quei giorni d’inverno in cui il sole non sorge nemmeno. (per chi fosse interessato, ecco un altro articolo sul tema: Il paesaggio dell’anima: il nord attraverso gli occhi di Edvard Munch)

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Edvard Munch, notte d’inverno.

Giovanni Segantini

Tornando in Italia, non potevo che citare Segantini e questo suo quadro che risente in pieno della mia amata atmosfera fin du siècle. Non c’è che dire, guardando le opere di questo artista mi sento sempre a casa!

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Giovanni Segantini, le madri del male.

Alfons Mucha

Dopo Segantini, collegarsi con Mucha mi è sembrato piuttosto inevitabile: non siete d’accordo con me?

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Alfons Mucha, l’inverno.

Vassily Kandinsky

Kandinsky invece ci regala una versione decisamente più colorata dell’inverno. Guardando i colori della neve però ci si stupisce: le pennellate sono sgargianti ma ci riescono a descrivere un vero e freddo paesaggio invernale.

Vassily Kandinsky, Paesaggio invernale.
Kandinsky Vasily – Winter Landscape

Marc Chagall

Chagall invece trasforma tutto in una fiaba, con il leggero garbo e l’aura di magia che lo contraddistinguono.

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Marc Chagall, Sopra Vicebsk.

Tom Thomson

Per concludere ci spostiamo in America e per la precisione in Canada, con uno dei membri del Gruppo di Sette, un insieme di artisti di cui vi ho già parlato qui, se vi interessa: Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi.

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Tom Thomson, Aurora boreale.

Allora, vi è piaciuta questa galleria di quadri? Vi è venuto un po’ di freddo, insieme alla voglia di smarrirsi nella neve?

Ditemi se vi viene in mente qualche dipinto che ho dimenticato!

Claude Monet a Torino: il vero fascino della mostra alla GAM

Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.
Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.

Per prima cosa, c’è un mito che vorrei sfatare: percorrere la mostra “Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay” non equivale a compiere una passeggiata tra le luci e i colori fatati dell’impressionismo, ma piuttosto è un’occasione per conoscere meglio la pittura di questo artista al di là dei suoi lavori più noti (oltre alle ninfee, per così dire).

Non è stato come andare al museo d’Orsay, o al Marmottan, o a Giverny, quindi se ci si aspetta di fare una scorpacciata di pitture floreali si rimarrà certamente delusi.

Chiarito questo primo punto, adesso cercherò di raccontare con un po’ di ordine le ragioni per cui, nonostante la premessa che ho fatto (e l’ora abbondante di coda all’ingresso), credo che valga la pena di visitare questa mostra.


Storia di una rivoluzione: dal realismo all’impressionismo
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Claude Monet, le ville a Bordighera.

Una cosa che ho apprezzato molto è stata l’opportunità di osservare quello che è stato il percorso artistico di Claude Monet, la serie di piccole trasformazioni che si sono succedute sino ad arrivare alla grandezza degli ultimi quadri.

Camminando tra le tre sale (eviterò le lamentele a proposito dello spazio espositivo poco organizzato) i colori cambiano, così come le pennellate. Ho potuto vedere come la mano di questo grande artista si è sciolta e liberata da qualunque vincolo formale, mentre anche la tavolozza ha abbandonato le regole più usuali. Si parte da paesaggi decisamente convenzionali, in linea con quelli della Scuola di Barbizon, per fare un esempio, per poi arrivare alle vetta quasi astratte delle opere più impressionisti.

Con questo non dico di avere apprezzato la scelta di tutte le opere, non mi fraintendete: sarebbe stato impossibile avere una selezione di quaranta quadri imperdibili, però nell’insieme sono rimasta soddisfatta, perché ho potuto rimirare alcune delle mie tematiche preferite.


La bellezza della cattedrale di Rouen
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.

Tra i temi seguiti da questo artista quello della riproduzione ostinata della facciata della cattedrale di Rouen sicuramente è uno dei miei preferiti.

Una delle cose che mi colpisce di Monet è la concretezza della sua arte e del suo pensiero (e scusate l’apparente gioco di parole). In effetti non si pone come un teorico, non scrive libri e non cerca obiettivi ultraterreni, ma semplicemente dipinge, con metodo e chiarezza, sino ad arrivare a quello che per lui è l’essenziale.

Ecco, secondo me le riproduzioni della Cattedrale di Rouen (arrivate in due fino a Torino) sono l’emblema del suo pensiero: dipingere, indagare e osservare sempre meglio, fino a cogliere lo spirito del momento, l’atmosfera data da una particolare condizione meteorologica e mentale.


50 sfumature di neve
Claude Monet, la gazza.
Claude Monet, la gazza.

Finalmente l’inverno sta arrivando (winter is coming, come si direbbe in un certo telefilm!), quindi cosa c’è di meglio a Torino che celebrarlo con qualche bel quadro dalle atmosfere soffuse e delicate? Nella mostra alla GAM troverete una piccola serie di opere su questo tema, dove si può notare come il bianco per Claude Monet sia raramente davvero bianco, ma piuttosto sia originato dalla fusione tra colori bellissimi e delicati che ricordano le atmosfere fiabesche delle limpide mattine invernali.

Ho un debole per questi lavori così come ho un debole per l’inverno e per le sue sottilissime sfumature, chissà se piaceranno anche a voi!


Detto questo, credo proprio di avere esposto i motivi per cui ho apprezzato questa mostra nonostante l’attesa, il troppo affollamento e l’allestimento che non era proprio il massimo. Voi ci siete già andati? Se sì, sarei curiosa di sapere la vostra opinione, se no, spero di avere solleticato la vostra curiosità!

Per alimentare ulteriormente  l’interesse e per condividere ancora un po’ dell’emozione che ho provato ieri, ho trovato un paio di altre immagini dei quadri esposti.


Ed ecco, per finire, qualche link utile:  punto primo, il sito della mostra per curiosare: Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay, aperta fino al 31 gennaio 2016.

Per gli interessati, invece, ecco i link agli articoli di questo blog che hanno trattato di Claude Monet e dell’impressionismo:

Claude Monet, Impression, soleil levant.

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era.

Claude Monet, Ninfee.

Quale altra musa, se non la Natura? Il giardino segreto di Claude Monet.

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era

Claude Monet, Impression, soleil levant.
Claude Monet, Impression, soleil levant.

In questo caso, la prima rivoluzione che salta all’occhio è quella del tratto. Se già Turner ha rinnovato la tavolozza post-barocca e classicista che imperversava in tutta Europa in favore dei colori fantastici del cielo e dei paesaggi, è Claude Monet che sconvolge il pubblico e la critica con le sue pennellate a prima vista grossolane.

Gli albori della civiltà industriale

Oggi i suoi tratti non ci stupiscono minimamente, visto che siamo abituati a ben altre trasgressioni, ma si deve sempre tenere a mente il contesto storico. Siamo negli anni Settanta dell’Ottocento, la macchina fotografica è stata inventata da poco e il mondo sta cambiando velocemente, a causa della rivoluzione industriale che modifica il paesaggio e la società. Tuttavia esiste un’istituzione che di fronte agli sconvolgimenti rimane imperturbabile: mi riferisco delle accademie di belle arti francesi, che ricercano ancora ideali ampollosi e lontani da qualunque contatto con la realtà.

Siamo ben distanti dalle visioni di Turner e dalle timide sperimentazioni della scuola di Barbizon, eppure i tempi sono maturi. I giovani, squattrinati o meno, che si trasferiscono a Parigi in cerca di fortuna non si accontentano di riprodurre le ennesime figure mitologiche, proprio perché ci si rende conto che la realtà, con i suoi alti e bassi, è molto più interessante.

La rivoluzione dell’impressionismo

Ed ecco che “Impressione, levar del sole” diventa il simbolo di questa volontà e insieme  l’origine del nome di questo movimento artistico, l’impressionismo per l’appunto. Si tratta di un termine che viene adottato quando questi ribelli organizzano la loro mostra (alla faccia di quelle dell’accademia di belle arti) e i critici cercano una caratteristica che li unisca. Il filo rosso che tiene insieme le diversissime opere in mostra di quelli che diventeranno dei grandi nomi (tra gli altri Dégas, Renoir, Pissarro e Manet) è in effetti proprio l’intento di riprodurre l’impressione e lo spirito di un singolo momento, anzichè inseguire un bagliore di eternità.

la tecnica

Per questo motivo Monet compie una rivoluzione: se si vuole cogliere l’attimo, non si ha tempo da perdere, quindi anche la pennellata deve essere rapida, intuitiva ed espressiva. Non si lavora più rintanati nella comodità degli atelier, ma si inventano i tubetti per trasportare il colore e si parte per dipingere en plein air. Le tele diventano più piccole per essere più maneggevoli e i soggetti si fanno più semplici, ispirati alla sola realtà.

I colori sono puri e si mescolano direttamente sul dipinto, si lavora sicuramente in maniera libera da preconcetti e coinvolgente. Non è forse vero che l’impressionismo è il primo movimento artistico che piace praticamente a tutti?

Viene apprezzato universalmente perché è immediato e si spiega da solo, senza che servano molte parole. Sono i colori forti e le pennellate coraggiose e rendere partecipe l’osservatore della creazione dell’artista. Le tonalità poi sono così incredibili da essere affascinanti, misteriose e irriproducibili: vi invito a provare a cercare su google quest’opera e a vedere nelle immagini cosa salta fuori…Nemmeno le fotografie riescono a riprodurre questi colori!

Per concludere, un’ultima novità

Non voglio dilungarmi a commentare un quadro che si spiega da solo, se soltanto si perdono cinque minuti ad osservarlo, ma c’è ancora un particolare su cui mi voglio soffermare.

Una caratteristica che rende “Impressione, levar del sole” di Claude Monet un’opera d’arte moderna, coraggiosa e rivoluzionaria (e per questo di immenso valore) è la scelta del soggetto. Non si vedono castelli o architetture fantastiche nello sfondo abbozzato ma leggibile, ma al contrario si tratta di un porto industriale. Il fumo delle ciminiere e le gru diventano per la prima volta protagoniste indiscusse di un dipinto che rispecchia e anticipa i tempi, diventando la testimonianza di un momento storico che oscilla tra le contraddizioni e le aspettative. 

Quale altra musa, se non la Natura? (2/4)

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.

Il giardino segreto di Claude Monet

Se pensiamo agli impressionisti, ci vengono in mente quadri che ormai possiamo definire quasi tradizionali, molto per bene e poco trasgressivi. Eppure sono proprio loro che hanno varcato la linea d’ombra, aprendo la strada alle avanguardie e rivoluzionando a dir poco il mondo della pittura. Basta in questo senso considerare il fatto che il rivale del giovane Claude Monet era niente meno che Eugène Delacroix, accademico e assolutamente monumentale. Anche a livello di storia personale, più che degli aristocratici questi artisti sono stati dei giovani spregiudicati che hanno invaso la stessa Parigi che era la culla dei maledetti.

Tornando a Monet, si può senz’altro dire che possa vantare una vita una vita burrascosa e nient’affatto banale, segnata da numerosi lutti familiari che dai quadri forse non si presagiscono a differenza ad esempio di Edvard Munch, decisamente più trasparente (su questo artista: Per andare oltre l’Urlo, due giorni di Munch).

Perde la madre a diciassette anni, va a studiare a Parigi, a ventisette lascia Camille, la fidanzata incinta, per vivere con gli amici Bazille e Renoir, poi nello stesso anno torna con lei e cerca di suicidarsi a causa dei debiti. Nel 1870, quando Claude Monet ha trent’anni, la guerra curiosamente porta a qualcosa di buono: da soldato, viene mandato a Londra, dove può vedere le opere di J. M. W. Turner.

Da qui, la rivoluzione: luce anziché linee, volumi anziché disegni; ecco che l’impressionismo, grazie anche all’effervescente clima parigino, sta venendo al mondo. Il nome di questo movimento di deve all’esposizione del 1874, a cui Monet partecipa, anche se poi lascerà presto gli altri impressionisti, per spingersi più lontano in cerca di maggiori soddisfazioni. Sono gli anni in cui si trasferisce a Giverny, un piccolo paese a debita distanza da Parigi. È l’uomo che sente il dovere morale di dipingere, di esprimersi e di proseguire la sua ricerca, consapevole di stare compiendo qualcosa di grande.

Claude Monet, Glicine.
Claude Monet, Glicine.
Due parole su Giverny

Lungo la Senna, immerso in un celebre giardino romantico,  esiste l’edificio che Claude Monet sceglie come studio, lontano dal caos della città e vicino all’amatissima natura, musa ispiratrice per eccellenza.

Claude Monet, Ponte con ninfee.
Claude Monet, Ponte con ninfee.

Qui l’artista si ispira a ciò che vede passeggiando, dipinge en plein air per cogliere il momento, per trasmettere un’impressione, per l’appunto. Con il tempo, forse complice la vista più debole, i paesaggi studiati si trasformano in tele quasi astratte, dove sovrano è il colore. 

È questa la sua grandezza, la completezza di una vita vissuta a pieno e a lungo: Monet ha la possibilità di crescere e di evolversi nel tempo sino a spingersi oltre ogni etichetta e classificazione. 

Da questo punto in poi, il tempo prenderà ad accelerare in maniera forsennata, facendo intimidire forse anche questa prima rivoluzione, fiera e moderata.

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.