La gazza di Claude Monet: cosa rende quest’opera un capolavoro?

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Ci sono opere d’arte che mettono tutti d’accordo, quadri che, nel momento il cui li osserviamo, non lasciano spazio a dubbi: ci piacciono e non ci stanchiamo di guardarli.

Credo che un esempio sia proprio La gazza di Claude Monet, un dipinto ad olio che ho avuto la fortuna di vedere più di una volta dal vero e che trovo sia un concentrato di poesia e allo stesso tempo di maestria tecnica: non siete colpiti anche voi di fronte a tutte le sfumature che vanno a comporre la neve, incolore per definizione?

Dopo aver parlato un po’ di realismo, in tema di “un incanto di panorama” oggi è doveroso arrivare a Claude Monet e alla rivoluzione compiuta dagli impressionisti, una ventata di novità destinata a cambiare il futuro della pittura. E, tra tutti i quadri che mi sono passati per la testa, ho scelto la piccola gazza appollaiata per ragioni affettive ma anche oggettive, come cercherò di spiegarvi, partendo come sempre da qualche cenno biografico.


La gazza, 1868-69

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La gazza, Claude Monet
Chi è Claude Monet (1840-1926)?

Claude Monet vive la sua infanzia a Le Havre, perde la madre a diciassette anni e due anni dopo va a studiare arte a Parigi, grazie ai risparmi del padre. Rimane sostanzialmente nella ville lumière per molti anni (nonostante varie vicissitudini), sotto molteplici influenze dal punto di vista pittorico. Nel 1870 si sposa con Camille, sua amata e modella di molte opere e, nello stesso anno, la guerra curiosamente porta a qualcosa di buono: da soldato, viene mandato a Londra, dove può vedere le opere di J. M. W. Turner.

Tornando, passa per i Paesi Bassi dove acquista alcune stampe giapponesi, rimanendone affascinato, per poi trasferirsi a vivere vicino a Parigi.

Da qui, la rivoluzione: luce anziché linee, volumi anziché disegni; ecco che l’impressionismo, grazie anche all’effervescente clima parigino, sta venendo al mondo. Il nome di questo movimento si deve all’esposizione del 1874, a cui Monet partecipa, anche se poi lascerà presto gli altri impressionisti, per spingersi più lontano in cerca di maggiori soddisfazioni. 

Camille muore prematuramente nel 1879, e l’artista si trasferisce nel 1883 a Giverny con Alice, la sua nuova compagna, e la famiglia. In questo piccolo paese riesce a creare il suo giardino segreto, il luogo dove dipingere ininterrottamente senza stancarsi.

Ormai è un artista affermato e i decenni successivi sono un periodo in cui la sua fama si consacra e la sua passione per la pittura non si placa: Claude Monet è l’uomo che sente il dovere morale di dipingere, di esprimersi e di proseguire la sua ricerca, consapevole di stare compiendo qualcosa di grande.


Qual è la magia de La gazza?

Veniamo finalmente al vero argomento di questo post, un quadro impressionista dipinto ancora prima che il termine “impressionismo” fosse coniato: siamo infatti ben cinque anni in anticipo rispetto alla prima esposizione ufficiale.

Eppure, se osserviamo i dettagli, non possiamo negare che ci siano tutti gli ingredienti che hanno reso grande questo movimento: la luce come protagonista, la pennellata libera e la libertà nell’uso del colore.

Si tratta di un’opera dipinta en plein air che rappresenta un soggetto semplicissimo e quasi banale: una gazza appollaiata su uno steccato con alcune case e il bosco come sfondo, il tutto immerso in una neve soffice e materica, resa magistralmente grazie al sapiente gioco di luci e di ombre che caratterizza il quadro.

Quali sono i vostri particolari preferiti? I miei sono il rosso dei comignoli (necessario per bilanciare cromaticamente la composizione) e la perfetta ombra della gazza, accentuata affinché si noti e crei un punto di vista.

A parte il gusto personale, bisogna notare che il paesaggio diventa in questo caso l’impressione di un momento, e che questo viene sottolineato dalle pennellate rapide e dalla spontaneità che contraddistingue un tale capolavoro.

Capolavoro, vi dico. Eppure, sapete che per i contemporanei è stato considerato un fallimento? Come ci racconta molto bene il sito del Museo d’Orsay in una scheda dedicata, le tonalità chiare e luminose dell’opera, inconsuete per il pubblico abituato ai colori scuri utilizzati dalle accademie, non vengono assolutamente apprezzate. Incredibile, non trovate? Noi spesso storciamo il naso di fronte alle tinte buie dei monumentali quadri ottocenteschi e invece centocinquant’anni fa è successo esattamente l’opposto.

Soltanto sapendo queste cose secondo me possiamo davvero capire l’audacia e l’innovazione compiuta da Claude Monet in questa tela, che è stata persino rifiutata dalla giuria del Salon del 1869.

I tempi forse non erano ancora proprio maturi, ma sicuramente in questi anni a Parigi e dintorni la storia dell’arte ha imboccato una nuova direzione: l’invasione dei colori vivaci e luminosi, il vigore vistoso delle pennellate e la rappresentazione di un’impressione diventano elementi che influenzeranno e rivoluzioneranno il futuro.

A cosa mi riferisco? Se volete scoprirlo, non perdetevi i prossimi post!


Nel frattempo, Claude Monet non vi ha ancora stancato? Ecco allora altri articoli in cui ho parlato di lui e dell’impressionismo:

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era
Perché gli Impressionisti piacciono a tutti?
Il giardino segreto di Claude Monet
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La Torre di Babele di Bruegel il Vecchio: quando paesaggio e architettura compongono un capolavoro

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Esistono delle particolari opere d’arte che hanno il potere di teletrasportare l’osservatore in un altro mondo, di trasformarlo in un minuto personaggio libero di perdersi nella tela e di vederla, pezzettino per pezzettino, senza mai esserne sazio. Capita mai anche a voi di avere quest’impressione?

Ecco, io credo che la Torre di Babele di Bruegel il Vecchio sia un perfetto esempio di questa sensazione che ho cercato di descrivere.

Per continuare ad indagare sull’origine della pittura paesaggistica moderna europea (in tema “un incanto di panorama”, che potete trovare qui: Un incanto di panorama: perché molti artisti si appassionano ai paesaggi?), non potevo che citare anche i Fiamminghi. Ho già menzionato lo scenario italiano rinascimentale, ma bisogna tenere conto che questo è solo uno dei due principali contesti che contribuiscono all’evoluzione di questo ambito artistico. Come mi ha fatto notare anche qualcuno di voi, i Paesi Bassi, per tradizione più attenti alla riproduzione di scene realistiche e popolari, vivono nel loro rinascimento una fase di grande interesse nei confronti del paesaggio, in un periodo in cui le influenze reciproche con l’Italia sono molteplici e innegabili.

Devo confessarvi che non mi posso considerare un’esperta di pittura fiamminga, eppure ho pensato subito di inserire in questa rassegna la Grande Torre di Babele, e non soltanto perché era sulla copertina del mio libro di tecnica delle medie (anche se è stato allora che l’ho scoperta e che ho imparato ad amarla).

L’ho scelta perché è un dipinto che, con i suoi mille dettagli e con le innumerevoli sfaccettature, rappresenta la perfetta riproduzione di un paesaggio in cui architettura e natura convivono in maniera intensa e turbolenta.


Grande Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio, 1563

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Pieter Bruegel il Vecchio, Grande Torre di Babele.
Chi era Pieter Bruegel il Vecchio (1525/30-1569)?

Per prima cosa è necessario impegnare qualche parola per raccontare dell’autore di questo capolavoro.

Pieter Bruegel il vecchio, primo di una famiglia di due generazioni di artisti, si forma a Bruxelles presso la scuola di Pieter Coecke van Aelst, pittore di corte di Carlo V. Qui ha l’occasione di conoscere le opere di Hieronymus Bosch, grande esponente della generazione precedente di artisti fiamminghi, e di sentire teorie ed idee legate sia all’Umanesimo sia all’alchimia. Negli anni Cinquanta compie anche un lungo viaggio in Italia, dove ha l’occasione di studiarne le architetture e i paesaggi.

Prima ad Anversa e dal 1563 a Bruxelles, Bruegel esercita senza sosta la professione di pittore, mostrando spesso un vivo interesse nelle scene popolari.

Per saperne di più sulla sua vita, ecco il link alla pagina a lui dedicata su wikipedia.


Cosa racconta la Grande Torre?

Pieter Bruegel in questo dipinto racconta una scena biblica: il tentativo di costruzione della Torre di Babele da parte dell’antico popolo che ha abitato pacificamente la terra, dotato di un’unica lingua e desideroso di realizzare una città che si elevasse fino al cielo, tanto da non essere dimenticato. Dico tentativo perché, come tutti saprete, questa impresa non va a buon fine: Dio interviene confondendo la loro lingua, così la costruzione si arresta e questa civiltà si disperde nel mondo, preda di incomprensioni.

La Torre di Babele è dunque il simbolo della confusione morale e spirituale dell’umanità: si erge maestosa e inarrivabile, rappresentando l’anello che congiunge gli abitanti della terra con il divino.

Questo quadro descrive un momento antecedente alla punizione divina. L’intelligente struttura prospettica ci permette di iniziare la nostra esplorazione dall’esterno, come se fossimo tranquilli su un’altura e questo fosse lo spettacolo di fronte a noi.

In primo piano troviamo il Re Nemrod intento a fare visita allo smisurato cantiere, mentre dietro di lui la grande protagonista è la torre in fase di costruzione, con una struttura che in qualche modo ci ricorda il Colosseo (visto da Bruegel nel suo viaggio in Italia), anche se con l’aggiunta di elementi di tradizione decisamente più medievale e nordeuropea.

Osservando i dettagli (dettagli che vi invito ad osservare cliccandoci sopra qui sotto), ci possiamo perdere a rimirare l’attività fervente dei costruttori e di ciò che è a loro collegato, come il porto. Il villaggio nello sfondo pare invece addormentato, come se la Torre assorbisse tutta l’energia vitale del luogo. Nello sfondo finalmente domina invece la natura verde e mite, poco disturbata dall’azione umana.

Al di là del messaggio biblico e simbolico, ciò che secondo me rende questo quadro un capolavoro è l’atmosfera che riesce a ricreare, o per meglio dire il mondo in cui, come ho detto all’inizio del post, ci immergiamo.

In questo senso la Torre di Babele di Bruegel incarna uno dei grandi valori del paesaggio: la testimonianza di un preciso momento storico, di un contesto che, reale o inventato che sia, è intriso di riferimenti culturali, geografici, politici e sociali che congelano per l’eternità lo spaccato di un’epoca unica e irripetibile.

Un panorama infatti in certi casi ci incanta per i suoi colori, per la natura che vi insiste o per la poesia dello scorcio, mentre altre volte a conquistarci è la storia che ha da raccontare, l’insieme delle vicende che si nascondono dietro le pennellate sapienti dell’artista che lo ha realizzato. 


Dopo la Grande, anche la Piccola Torre di Babele, 1563 circa

Piccola Torre Babele, Bruegel (circa 1565)
Pieter Bruegel, Piccola Torre di Babele.

Dopo aver parlato della Grande Torre di Babele, non potevo non menzionare la seconda versione realizzata sempre da Pieter Bruegel il Vecchio, in un arco di tempo piuttosto ravvicinato.

Se nel primo quadro la torre appare in costruzione, qui invece si capisce subito che la punizione divina è già avvenuta. Lo possiamo percepire dalle tinte volutamente fosche, dalla quasi totale assenza di quella vita brulicante che caratterizza la prima opera e dall’aspetto decisamente più inquietante della torre stessa, più avanti nella costruzione e avvitata su se stessa in una drammatica spirale.

Le figure umane non sono più indaffarate con il loro lavoro ma piuttosto appaiono minuscole e confuse, mentre l’omogeneità architettonica della costruzione è compromessa forse a causa delle incomprensioni linguistiche, basti vedere le aperture così diverse e la parte alta troppo scombinata.

Che ve ne pare, non sembra anche a voi di assistere al seguito della storia iniziata con il dipinto precedente? In ogni caso, credo proprio che osservare entrambe le versioni riesca ad arricchirle.


Noto soltanto ora che anche oggi mi sono dilungata parecchio, quindi mi fermo di senza proseguire oltre, anche perché credo che le cose più interessanti siano già state dette.

In un itinerario sul paesaggio, anche voi sareste passati da qui? E soprattutto, subite anche voi il fascino della Torre di Babele di Bruegel il Vecchio? Fatemi sapere 🙂:)