Non siete curiosi di conoscere qualche Faccia da blogger?

Leggete qualche blog? Ne curate uno? Ecco, qualunque sia la vostra situazione credo che sarete d’accordo con me in quest’affermazione: nell’immaginario collettivo il blogger è in molti casi una figura incorporea e sconosciuta, invisibile dietro la tastiera (tranne forse quando si parla di moda).

Arianna Senore-Facce da blogger-la sottile linea d'ombra

Partendo da questo concetto, la bravissima fotografa Elena Datrino si dedica dal 2013 alla ricerca di blogger da ritrarre (ecco il link al suo sito personale).

Lo scorso anno, come forse ormai saprete, sono passata anche io con grande soddisfazione davanti al suo capace obiettivo (all’Affordable Art Fair a Milano), ma il suo progetto non è finito qui.

La sua caccia al blogger è continuata ed ora una nuova mostra sta per iniziare.

 


Facce da Blogger 2.0

invito_FDB 2.0 WEB

Areacreativa42 progetti per l’arte è lieta di annunciare l’inaugurazione del progetto fotografico Facce da blogger 2.0, fotografie di Elena Datrino, sabato 21 maggio 2016 alle ore 18, nella settecentesca dimora di Casa Toesca in via Ivrea 42 a Rivarolo Canavese.

La mostra, che si svolgerà sino al 26 giugno, è nata dal progetto di Elena Datrino, artista e fotografa e di Tiziano M. Todi, gallerista, per presentare, attraverso nitidi e brillanti ritratti fotografici, coloro che animano una realtà fortemente contemporanea: il blog. I volti di 62 noti blogger italiani sono i protagonisti del percorso espositivo. Per ciascuno di essi l’artista ha ideato un set fotografico capace di catturare la personalità e le peculiarità del personaggio.”

(Tratto dal comunicato stampa, scaricabile qui: CS _FDB 2.0).


Che ne dite, sono riuscita ad incuriosirvi? Spero proprio di sì! Cari amici di Torino e dintorni, se non avete programmi per oggi mi auguro di vedervi a Rivarolo in questo fantastico pomeriggio di sole!

Io sarò lì e vi aspetterò 😉

PS: Sulla pagina Facebook de La Sottile Linea d’Ombra (a questo link) trovate anche il video di presentazione dell’evento, dove compaio anche io!

Cartina FDB 2.0

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5 modi per vivere da turisti nella propria città

torino turistica2La città non è soltanto il luogo trafficato che affrontiamo tutti i giorni: allo stesso tempo è la meta di turisti che nella macchina a fianco non notano nemmeno la strada congestionata, distratti dalle sagome degli edifici e dalla bellezza di alcuni scorci che noi non vediamo nemmeno più. Oltre la stanchezza e la banalità della routine si apre il paese delle meraviglie, originato dall’insieme dei dettagli che trascuriamo troppo spesso.

Allora sapete qual è il consiglio che io vorrei dare a tutti per vivere meglio anche senza l’idea un viaggio fantastico dietro l’angolo? Io sostengo che bisogna prendersi dei momenti per dedicarsi a vivere la propria città da turisti, ovvero con la meraviglia nello sguardo.

Quindi ecco i miei migliori suggerimenti, proprio in questo periodo in cui li ho sperimentati dopo un tempo in cui avevo trascurato troppo la mia bella Torino, che tra l’inverno e la primavera è super affascinante.

torino turistica


#1 Stare seduti da qualche parte mangiando qualcosa di buono e osservando la città

A volte per sentirsi in vacanza basta sedersi a bere qualcosa in un caffè storico oppure affacciati su qualche bella piazza, mettendo per qualche attimo via il lavoro e i pensieri, trovando il tempo per leggere, disegnare, chiacchierare con qualche vecchio amico o semplicemente osservare il panorama. Ogni tanto è bello concedersi una colazione prima di partire in quarta, oppure anche solo guardare la gente da una panchina.

Ci sono dei luoghi a Torino che per me hanno un fascino speciale e mi ricordano altri luoghi o altri momenti, come il lungo Po con le gabbianelle che volano dappertutto, la scala di Palazzo Madama e una decina di bar sparpagliati per la città. Vale lo stesso anche per voi?


#2 Partecipare a tours o visite organizzate un po’ sopra le righe

Credo che in molte delle nostre città esista la possibilità di partecipare a tours, magari serali, che raccontano le curiosità del luogo ai suoi abitanti. 

Sono sempre stata un po’ scettica, ma una serata nei meandri della “Torino Sotterranea” mi ha fatto cambiare idea, visto che ho avuto l’opportunità di intrufolarmi in luoghi sconosciuti e inaccessibili, il tutto immerso in un’atmosfera di mistero. Dai cunicoli delle fortificazioni seicentesche alle regie ghiacciaie, passando per un cimitero e per gli infernotti della città. Consiglio a tutti i torinesi e non solo di regalarsi quest’esperienza!

Ci sono tours altrettanto interessanti e curiosi anche nelle vostre città? Sono molto curiosa di saperlo, visto che sono sempre alla ricerca della prossima meta!


#3 Scegliere un pomeriggio apposta per passeggiare senza meta (magari con la macchina fotografica al collo!)

Questa, tra tutte, è forse la mia attività preferita da finta turista. Volete sapere nel dettaglio come funziona? Eccovi serviti.

Si parte da foto, aneddoti o letture che mostrano aspetti o punti di Torino sconosciuti che sembrano abbastanza interessanti da incuriosirmi, poi passo ad un’ispezione dettagliata su Google Earth. Qui vedo se il tessuto del quartiere mi ispira, infine cerco possibili collegamenti con altri luoghi panoramici, fino a trovare il primo momento libero per partire. 

Spesso poi da un posto finisco all’altro, fino a camminare per chilometri e chilometri, fotografando tutto quello che mi interessa senza vergogna.

Succede anche a voi o sono l’unica così originale? (Per non dire di peggio!)


#4 Guardare un film ambientato nella propria città

Consiglio perfetto per i giorni di pioggia.

Certi film hanno il potere di mostrare un lato diverso delle città rispetto a quello che siamo abituati a vedere, regalandoci l’impressione di una personalità per quella che può essere una musa un po’ inconsueta. Non vi viene in mente Woody Allen con la sua New York?

A me è capitato nelle scorse settimane di rivedere Santa Maradona e Andata/Ritorno, entrambi film di Marco Ponti ambientati a Torino ormai circa 15 anni fa. Vi dirò che mi ha fatto una strana impressione vedere immortalati luoghi dove il tempo non è passato e punti che invece sono quasi irriconoscibili.


#5 Scoprire qualche mezzo pubblico panoramico e farci un bel giro sopra

Forse a questo punto penserete che sono pazza, ma vi confesso che a me piace da matti girare senza meta sui mezzi pubblici, soprattutto sui tram che attraversano il centro oppure quartieri interessanti dal punto di vista dell’architettura. 

Il mio preferito è il 16, un tram che viaggia in tondo intorno al centro di Torino, attraversando Piazza Vittorio e Porta Palazzo, costeggiando il Parco del Valentino e tutti i quartieri a metà tra il centro storico e la parte più contemporanea, in equilibrio tra Ottocento e Novecento per così dire.

Chissà se troverò qualche altro amatore dei mezzi pubblici!


Detto questo, spero di essere riuscita a incuriosirvi un po’ e mi chiedo quali siano invece i vostri modi per vivere da turisti la vostra città, se ne avete di particolari.

In ogni caso, vi invito ancora una volta a seguire i miei consigli e a farmi sapere se vi convincono!

“Divisionismo tra Torino e Milano”: un’occasione da non perdere!

Esistono  quadri che hanno l’incredibile dote di possedere un’anima, riuscendo a nutrire le fantasie dell’osservatore e a solleticarne la memoria. Capita anche a voi di provare queste sensazioni?

A Torino, presso la Fondazione Accorsi – Ometto, fino al 24 di gennaio si può vedere una mostra dove sono esposte numerose opere bellissime e ricche di significato, dotate di un’innegabile anima.

Divisionismo tra Torino e Milano. Da Segantini a Balla

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Non sto parlando di uno di quegli eventi mediatici che hanno in pregio di attirare le masse ma che non sono sempre così soddisfacenti, ma piuttosto di un’esibizione meno pubblicizzata ma così meritevole che mi dispiace segnalarla a due sole settimane dalla chiusura.

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Giuseppe Pellizza da Volpedo, il Sole.

Si parla di quel periodo delicato e interessante che si pone tra il Risorgimento e il Futurismo, raccontato attraverso le opere di artisti celebri come Giovanni Segantini e Giuseppe Pellizza da Volpedo ma non solo: sono presenti Gaetano Previati, Emilio Longoni, Angelo Morbelli, Vittore Grubicy de Dragon,  Matteo Olivero, Carlo Fornara, Cesare Maggi e altri nomi che varrebbe la pena approfondire. Chiudono l’esposizione i lavori di Carrà, Boccioni e Balla prima di diventare i Futuristi che tutti conosciamo. (Sul Futurismo, ecco un bell’articolo che vi ricordo: Oltre la linea d’ombra: l’Italia e i Futuristi)

Come cercherò di spiegare, sono principalmente due le ragioni che mi spingono a invitare tutti gli interessati a non perderla.


La selezione vincente e originale delle opere
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Angelo Morbelli, Ave Maria della sera.

Percorrere le sale della mostra equivale ad immergersi nell’Atmosfera Fin du Siècle che si poteva trovare a Torino e Milano nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Ovviamente non ci si trova davanti a qualcosa di ardito, rivoluzionario e sfrontato paragonabile a quello che succede nell’Europa centrale, ma sicuramente un occhio attento percepisce gli echi del simbolismo di Alfons Mucha e i colori dei paesaggi di Gustav Klimt (di cui, se siete curiosi, ho parlato qui: Per andare oltre il bacio: l’altro lato di Klimt), le pennellate dei Secessionisti di Vienna e la personificazione della natura vicina alle ricerche di Edvard Munch (su questo tema: Il paesaggio dell’anima: il nord attraverso gli occhi di Edvard Munch).

Vedere i quadri di questi artisti italiani è come entrare in punta di piedi nella modernità, in quel modo razionale e semplice che è un po’ un tratto caratteristico di noi sabaudi, abituati a lavorare molto senza dare troppo nell’occhio.


Il legame con il territorio
emilio longoni, ghiacciaio di cambrena
Emilio Longoni, Ghiacciaio di Cambrena.

Come si è detto, la bellezza di questa mostra è in primo luogo la scelta originale del tema, unita all’ottima qualità e soprattutto all’organicità complessiva dei quadri esposti. Ugualmente importante risulta però il forte legame con i luoghi.

Girando tra le sale si respira un’aria familiare: si possono osservare i paesaggi e i volti delle persone che un tempo hanno popolato le nostre montagne e le nostre valli, le radici insomma di quel mondo che ancora oggi avvolge le due grandi metropoli del nord Italia.

Questo è un valore aggiunto sia per chi ci vive sia per chi visita Torino, perché anche per un turista può essere l’occasione di cogliere un’ulteriore sfaccettatura di quello che è il Piemonte, una sfumatura espressa da quadri belli, moderni e tradizionali allo stesso tempo.

Probabilmente una raccolta di opere del genere non avrebbe lo stesso fascino se fosse esposta a migliaia di chilometri di distanza, ma forse anche questo è il suo fascino, in un periodo in cui persino le mostre d’arte sono globalizzate.


Spero che queste mie ragioni siano state sufficienti a convincervi a fare un salto alla Fondazione Accorsi – Ometto, nella centralissima via Po!

Se poi siete lì e volete bere un caffè godendovi delle belle fotografie, vi consiglio di passare al Caffè delle Arti, che è lì vicino e ospita fino al 30 gennaio una interessante mostra fotografica intitolata True Torino. Credo che sia un’occasione per paragonare il mondo prima del Futurismo con la realtà contemporanea che vive oggi Torino, una città dalle mille sfaccettature. Se siete interessati, questo è il link alla pagina Facebook del gruppo fotografico che l’ha organizzata.

Claude Monet a Torino: il vero fascino della mostra alla GAM

Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.
Claude Monet, Londra, il Parlamento. Effetto di sole nella nebbia.

Per prima cosa, c’è un mito che vorrei sfatare: percorrere la mostra “Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay” non equivale a compiere una passeggiata tra le luci e i colori fatati dell’impressionismo, ma piuttosto è un’occasione per conoscere meglio la pittura di questo artista al di là dei suoi lavori più noti (oltre alle ninfee, per così dire).

Non è stato come andare al museo d’Orsay, o al Marmottan, o a Giverny, quindi se ci si aspetta di fare una scorpacciata di pitture floreali si rimarrà certamente delusi.

Chiarito questo primo punto, adesso cercherò di raccontare con un po’ di ordine le ragioni per cui, nonostante la premessa che ho fatto (e l’ora abbondante di coda all’ingresso), credo che valga la pena di visitare questa mostra.


Storia di una rivoluzione: dal realismo all’impressionismo
Claude-Monet-le-ville-a-bordighera
Claude Monet, le ville a Bordighera.

Una cosa che ho apprezzato molto è stata l’opportunità di osservare quello che è stato il percorso artistico di Claude Monet, la serie di piccole trasformazioni che si sono succedute sino ad arrivare alla grandezza degli ultimi quadri.

Camminando tra le tre sale (eviterò le lamentele a proposito dello spazio espositivo poco organizzato) i colori cambiano, così come le pennellate. Ho potuto vedere come la mano di questo grande artista si è sciolta e liberata da qualunque vincolo formale, mentre anche la tavolozza ha abbandonato le regole più usuali. Si parte da paesaggi decisamente convenzionali, in linea con quelli della Scuola di Barbizon, per fare un esempio, per poi arrivare alle vetta quasi astratte delle opere più impressionisti.

Con questo non dico di avere apprezzato la scelta di tutte le opere, non mi fraintendete: sarebbe stato impossibile avere una selezione di quaranta quadri imperdibili, però nell’insieme sono rimasta soddisfatta, perché ho potuto rimirare alcune delle mie tematiche preferite.


La bellezza della cattedrale di Rouen
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.
Claude Monet, la cattedrale di Rouen, il portale, tempo grigio.

Tra i temi seguiti da questo artista quello della riproduzione ostinata della facciata della cattedrale di Rouen sicuramente è uno dei miei preferiti.

Una delle cose che mi colpisce di Monet è la concretezza della sua arte e del suo pensiero (e scusate l’apparente gioco di parole). In effetti non si pone come un teorico, non scrive libri e non cerca obiettivi ultraterreni, ma semplicemente dipinge, con metodo e chiarezza, sino ad arrivare a quello che per lui è l’essenziale.

Ecco, secondo me le riproduzioni della Cattedrale di Rouen (arrivate in due fino a Torino) sono l’emblema del suo pensiero: dipingere, indagare e osservare sempre meglio, fino a cogliere lo spirito del momento, l’atmosfera data da una particolare condizione meteorologica e mentale.


50 sfumature di neve
Claude Monet, la gazza.
Claude Monet, la gazza.

Finalmente l’inverno sta arrivando (winter is coming, come si direbbe in un certo telefilm!), quindi cosa c’è di meglio a Torino che celebrarlo con qualche bel quadro dalle atmosfere soffuse e delicate? Nella mostra alla GAM troverete una piccola serie di opere su questo tema, dove si può notare come il bianco per Claude Monet sia raramente davvero bianco, ma piuttosto sia originato dalla fusione tra colori bellissimi e delicati che ricordano le atmosfere fiabesche delle limpide mattine invernali.

Ho un debole per questi lavori così come ho un debole per l’inverno e per le sue sottilissime sfumature, chissà se piaceranno anche a voi!


Detto questo, credo proprio di avere esposto i motivi per cui ho apprezzato questa mostra nonostante l’attesa, il troppo affollamento e l’allestimento che non era proprio il massimo. Voi ci siete già andati? Se sì, sarei curiosa di sapere la vostra opinione, se no, spero di avere solleticato la vostra curiosità!

Per alimentare ulteriormente  l’interesse e per condividere ancora un po’ dell’emozione che ho provato ieri, ho trovato un paio di altre immagini dei quadri esposti.


Ed ecco, per finire, qualche link utile:  punto primo, il sito della mostra per curiosare: Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay, aperta fino al 31 gennaio 2016.

Per gli interessati, invece, ecco i link agli articoli di questo blog che hanno trattato di Claude Monet e dell’impressionismo:

Claude Monet, Impression, soleil levant.

“Impression, soleil levant”: l’alba di una nuova era.

Claude Monet, Ninfee.

Quale altra musa, se non la Natura? Il giardino segreto di Claude Monet.

Tamara de Lempicka a Torino: la rivelazione

Dovete sapere che un giorno della scorsa settimana, intanto che ero a Torino per commissioni, ho sfidato l’afa più terribile per andare a vedere la mostra “Tamara de Lempicka”, aperta a Torino (Palazzo Chiablese, in pratica Piazza Castello) fino al 30 agosto 2015.

In realtà il pretesto è stato l’avere perso il treno per cinque minuti, così ho deciso di ottimizzare il tempo e di soddisfare la mia curiosità (giungendo infine a casa soltanto due treni dopo!), tanto più che per me queste sono giornate in cui vedo Art Déco dappertutto!

Tamara De Lempicka, ragazza in verde.
Tamara De Lempicka, ragazza in verde.

A parte le mie disavventure, vi dirò che ero abbastanza scettica prima di entrare: Tamara de Lempicka non è proprio la mia artista preferita e diffido sempre di questo genere di esposizioni, perché spesso offrono tanto fumo e poco arrosto, per sfoggiare un modo di dire.

Invece, incredibile ma vero, la mostra ha mantenuto in pieno le mie aspettative e mi è piaciuta dall’inizio alla fine. Soltanto non ho comprato il catalogo perché era pesantissimo e avrei ancora dovuto camminare sotto il sole cocente; ma direi di procedere con ordine, elencando ciò che ho trovato di positivo.

1. Sale come linee del tempo anziché il solito enorme pannello illeggibile appena entrati
Tamara De Lempicka, ritratto.
Tamara De Lempicka, ritratto.

Ho apprezzato molto l’assenza di pannelli fitti fitti che raccontano vita, morte e miracoli prima che uno sia entrato in sintonia con il tema della mostra. Qui l’idea interessante è stata quella di considerare le prime sale come lunghe linee del tempo, in cui si snodavano tutte le incredibili vicende biografiche di questa artista che ha girato il mondo e conosciuto infinite persone.

C’erano numerose fotografie sue e dei suoi atelier, per non parlare degli appartamentini parigini e della villa a Beverly Hills, dove dovevano tenersi delle feste niente male (per saperne di più sulla sia vita, vi invito a cliccare questo link per un riassunto, oppure questo link per qualcosa di ben più dettagliato).

Sarà che sono appassionata di architettura, ma le immagini degli interni di questi anni, fuse insieme ai suoi quadri e ai suoi ritratti, mi sono proprio piaciute.

Questa introduzione così approfondita ma allo stesso tempo godibile mi ha colpito, anche se i quadri sino a qui erano proprio pochini, tanto che ho iniziato a preoccuparmi.

Mi ero divertita, certo, ma per una mostra ci vuole ben altro. Varcata la soglia di una nuova sala, fortunatamente ho capito che ne sarei uscita soddisfatta (e arricchita).

2. tanti quadri per imparare a conoscere tamara de lempicka

Dopo la parentesi biografica, ecco che hanno iniziato a susseguirsi sale piene di quadri, che vi confesso che mi hanno aperto un mondo.

Conoscevo questa artista per il legame con la moda, per le sue trasgressioni e per la sensualità démodé dei suoi ritratti, ma qui ho capito che oltre alla facciata modaiola c’è di più.

Parallelamente ai quadri che conosciamo, Tamara de Lempicka ha sempre lavorato su soggetti decisamente meno avanguardisti, come temi religiosi oppure nature morte che ricordano i fiamminghi. Vi stupisce? Io sono rimasta decisamente impressionata!

3. Tamara De Lempicka: Trasgressiva soltanto di facciata? un’esauriente riflessione sul tema

Per tirare le somme, direi proprio che questa mostra è stata un modo per conoscere meglio sia l’artista sia la donna, anche perché forse alla fine preferisco il suo personaggio alla sua pittura.

Tamara de Lempicka è una donna moderna ed emancipata, che si rifugia dietro all’apparenza sfavillante della diva trasgressiva, popolare e modaiola, per poi nascondere un animo decisamente turbato e legato alla tradizione religiosa e pittorica.

Oltre a questo, grazie a questa mostra ho potuto riflettere sul peso di una vita senza radici, dove ci si sposta da un continente all’altro cercando di non perdere quel poco che tiene legati ad un luogo.

Ancora di più ho capito, tra una pennellata e l’altra, il senso di solitudine che nonostante tutto aleggia, unito alla distanza sottile e invalicabile con il resto del mondo, dove sembrano essere in vigore altre leggi e altri principi. Vi invito a guardare gli occhi dei ritratti e le loro posizioni e strutture da statue perché, almeno secondo me, trasmettono tutto tranne che interazione e appartenenza a qualche luogo.


Potrei continuare a scrivere per ore, vi garantisco che mi sono appuntata un discreto numero di spunti di riflessione, ma preferisco lasciare qualcosa in sospeso per stimolare la vostra curiosità e fantasia. Che dire, se non che invito chiunque ci riesca a perdersi nelle sale di Palazzo Chiablese!

Nel caso servisse, allego anche il link al sito della mostra, basta cliccare qui!

Palazzo Madama a Torino: da Porta romana a primo Senato d’Italia

La facciata barocca di Palazzo Madama, Torino.
La facciata barocca di Palazzo Madama, Torino.

Se siete stati a Torino, sono pronta a scommettere che siete almeno passati davanti a Palazzo Madama. Fino a qui è facile da indovinare, visto che si trova nel bel mezzo di Piazza Castello, nel centro di quella che è la città storica. Quello che non saprei dire è se ci siete entrati, perché, anche se sicuramente sembra un monumento interessante, la sua storia millenaria è difficile da percepire e sicuramente (troppo) poco pubblicizzata.

Sarò la solita polemica che si lamenta che nel nostro Paese non viene dato abbastanza peso al patrimonio culturale, ma in queste righe vorrei spiegare la ragione per cui secondo me questo edificio è assolutamente unico e speciale (valore sentimentale a parte). Palazzo Madama, Piazza Castello, Torino

Per cominciare, vi invito a guardarlo nel suo insieme, con il suo bel parallelepipedo in marmo appiccicato alle torri, stagliato in mezzo alla piazza, che guarda da una parte via Po (l’antica strada che portava all’unico ponte sul Po nel raggio di chilometri) e dall’altra Porta Susa, il punto di partenza per la via che portava in Francia.

Non vi chiedete che cosa ci faccia proprio in questo punto centrale e strategico? La risposta è vecchia di duemila anni.

La porta decumana della Torino romana

Sembrerà strano da credere, ma Palazzo Madama inizia la sua carriera da come porta della città romana, in direzione del Po. Occorre precisare che le porte erano strutture imponenti, solitamente munite di torri difensive e di spazi interni con la funzione di dogana e di sosta. (Vi riesce difficile da immaginare? Se cliccate qui vedrete un altro esempio di porta romana, situata anch’essa a Torino, per azzardare un paragone).

Così, proprio come si vede in queste immagini, le torri e i muri perimetrali in laterizio sono niente meno che quelli romani.

Una curiosità? Se si entra al piano terreno, gli scavi archeologici, visibili grazie al pavimento in vetro, mostrano la strada romana e i resti delle antichissime mura.

Il Castello degli Acaja della Torino medievale

Come ho raccontato negli ultimi articoli (per chi se li è persi: Architettura e metamorfosi: quando le trasformazioni permettono di superare le crisiPiazza Navona, ovvero quello che rimane dello Stadio di Domiziano), con il crollo dell’impero romano tutto cambia.

Nel periodo di forte crisi che si attraversa una struttura solida, imponente e ben protetta come quella delle porte non passa inosservata. In più, in questo caso si sta parlando di una posizione strategica per in commercio e per il controllo del territorio. Morale della favola: le antiche porte con qualche piccolo intervento si trasformano magicamente nel castello della famiglia che diventerà con qualche peripezia quella dei Savoia, padrona dell’intera città. Se si guardano i prospetti laterali di Palazzo Madama in effetti è impossibile non notare le bifore medievali che si aprono sui muri solidi, testimonianza di questa fase.

Il palazzo barocco nella capitale del Regno di Savoia

Fortunatamente anche il medioevo è destinato a finire, così per la sonnacchiosa Torino si apre un futuro un po’ più roseo, nelle mani di quei sovrani assoluti che si dimostrano i Savoia, intenzionati in tutto e per tutto a non sfigurare con le altre corti europee. Questo desiderio porta a una serie di opere megalomani destinate a rimanere incomplete, di cui prima o poi credo che parlerò. Anche il povero Palazzo Madama, sempre in posizione centralissima e sempre nella sua veste medievale, inizia ad accusare il peso degli anni, con la facciata austera e le anguste scalette a chiocciola che poco si prestano ad accogliere gli ambasciatori e galantuomini.

Siamo in piena età barocca, così si chiama Filippo Juvarra, l’archistar locale, a progettare una nuova pelle sui quattro lati e soprattutto una nuova facciata che si sostituisca alla precedente, con tanto di scalone di rappresentanza.

Il progetto, seppure completato su un solo lato, si rivela straordinario. Siete mai stati a vedere questo scalone? L’ingresso è libero, vi consiglio di farci un salto!

Non saprei come descrivere la luce pazzesca che filtra, e nemmeno la leggerezza di questo barocco che non ha nulla a che vedere con quello delle altre città italiane, quindi proseguirò il discorso rinnovando l’invito ad andarlo a vedere.

Il primo senato per un’Italia nuova di zecca

Quando poi i Savoia riescono nel loro intento di unire la nostra bella Italia, ecco che Torino è la prima capitale. In fretta e furia la città si attrezza per gestire ed ospitare tutte una serie di nuove funzioni, tra cui il parlamento, nella speranza utopica che il ruolo da capitale possa durare almeno per qualche decennio.

Ed ecco che l’aula del senato trova il suo spazio proprio in Palazzo Madama, nella sala a cui si accede dallo scalone, realizzata chiudendo quello che era il cortile dell’antico castello e prima ancora delle porte romane.

Spostata poi la capitale a Firenze e successivamente a Roma, ecco che si perde questa destinazione d’uso, così Palazzo Madama vive un periodo di confusione sino a quando, nel 1934, diventa la sede del Museo civico d’arte antica di Torino, che dura ancora oggi.


In conclusione, sto tornando a guardare le foto d’insieme del palazzo. Questo edificio è la prova che, quando ci si guarda intorno, bisogna sempre essere curiosi, così da poter indovinare pezzi di storia di un’intera città.

E’ vero che l’architettura tra le arti è quella a cui si presta meno attenzione, forse perché è sempre sotto i nostri occhi, ma è anche vero che proprio per questa ragione è quella che, se la si sa leggere, ha più storie da raccontare, incise sulla pietra e sui mattoni.

Modigliani e la Bohème di Parigi: pregi e difetti della mostra alla GAM di Torino

Ho sempre diffidato delle esposizioni intitolate ad un grande artista e alla cultura del suo tempo (proprio come questa, insomma!) perché mi rendo conto che molte volte si tratta di una scadente operazione mediatica, ritrovandomi davanti a pochissimi quadri del pittore a cui sono interessata, buttati in mezzo ad un’accozzaglia di vario genere, talvolta accostati senza una logica troppo comprensibile o condivisibile.

Forse la mia insoddisfazione deriva dal fatto che a me piace andare alle mostre per immergermi nel pensiero di un determinato artista, per toccare con mano cosa ha di così speciale e per vedere in che misura è riuscito ad andare oltre la famigerata sottile linea d’ombra.

Quindi, andando a visitare Modigliani a Torino, le mie aspettative erano altalenanti: da una parte temevo che si rivelasse uno specchietto per le allodole, dall’altra morivo dalla voglia di sprofondare nel clima parigino bohémien.

1° punto: scetticismo verso l’allestimento
Amedeo Modigliani, Ritratto di Dédie e locandina della mostra.
Amedeo Modigliani, Ritratto di Dédie (e locandina della mostra).

Vi assicuro che in linea di massima mi piace il piccolo mondo costruito all’interno delle esposizioni, fatto di cartongesso, tinte forti alle pareti e scritte sui muri, ma a volte trovo la scelta dei colori senza scopo e l’organizzazione dell’itinerario un po’ forzata. E in gran parte questo è il caso di Modigliani a Torino.

La disposizione accattivante dei setti divisori a zig zag porta a delle difficoltà di illuminazione e soprattutto rende difficile la circolazione della gente e la possibilità di vedere le opere  nei momenti in cui c’è maggiore frequentazione.

Così, durante la mia visita, mi indispettisco immediatamente!

2° punto: venendo al sodo, ecco la mia impressione

Per iniziare, un’altra nota negativa: la scarsezza di opere di Modigliani! Tra disegni, sculture e pochi quadri, credo che non si arrivi a trenta suoi lavori, quindi sicuramente sono rimasta delusa. È vero, qua e là si incontrano Picasso, Brancusi, Chagall, Soutine e il resto della cosiddetta Scuola di Parigi, però in generale ho sentito un certo squilibrio nelle opere esposte, perché c’era un sacco di materiale di medio livello che scompariva a causa dello sconfinato fascino dei dipinti di Amedeo Modigliani.

Perché accidenti, se nonostante tutto vi invito  a passare alla GAM di Torino, è proprio perché le opere di Modì sono immensamente belle. Probabilmente saprete che io personalmente lo adoro (come si evince da questo articolo), e c’è da dire che dal vivo è un’altra cosa.

Vedere di persona un suo quadro vuol dire scoprire tutti i colori che si mischiano per creare un incarnato tanto delicato, perdersi negli sguardi e nell’anima delle persone che ritrae, e ancora ammirare la purezza del suo tratto essenziale e quasi caricaturistico nei disegni a matita.

Sono dovuta andare due volte a vedere questa mostra per non crearmi un’opinione superficiale e per cercare di capire il significato di tutte le opere esposte. Tuttora non mi convincono, anche se, a forza di documentarmi, ho iniziato ad apprezzare maggiormente questi ragazzi spiantati e allucinati che dipingevano il loro mondo nella Parigi dell’inizio del Novecento, fregandosene delle convinzioni e delle Avanguardie che spuntavano un po’ dappertutto.

Per concludere, vi lascio con una frase che si legge sui muri della mostra e che ho apprezzato molto perché mi ha fornito una tessera in più di questo puzzle variegato, complesso e pieno di malinconia, trattandosi di una definizione che calza a pennello (e in questo caso il termine pennello è più che mai adatto).

La parola bohème dice tutto. La bohème non ha nulla e vive soltanto di quello che possiede. La speranza è la sua religione, la fede in se stessa la sua legge, la carità finisce con l’identificarsi con le sue risorse. Questi giovani sono più grandi delle loro disgrazie, inferiori alla loro fortuna, ma superiori al loro destino. 

Honoré de Balzac


Per continuare a inseguire il fascino di Modì, ecco un altro articolo: I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle.

Torino turistica: le meraviglie del nuovo/antico Museo Egizio

statua museo egizio Premessa

Per iniziare, confesso di non essere affatto un’egittologa, quindi questo non sarà un articolo enciclopedico, ma piuttosto la recensione di una curiosissima amante dei musei che si avventura in questo mondo, popolato nella sua fantasia da mummie, scarabei, templi colossali e geroglifici in abbondanza.

Due parole sulla museografia: rischi e potenzialità

Sono stata spinta a visitare il nuovissimo allestimento del Museo Egizio di Torino (che in quanto a collezione è secondo soltanto a quello del Cairo), inaugurato il 1° aprile scorso, dopo iniziative pubblicitarie fortemente mediatiche che ho apprezzato molto e soprattutto che hanno alimentato moltissimo la mia proverbiale curiosità.

I lavori di rinnovamento museale sono spesso delicati e rischiosi, perché oggi ci si deve necessariamente porre molte domande: quale sarà il pubblico medio? Cosa vogliono o si aspettano di vedere i visitatori? In che misura si può rendere accattivante il patrimonio esposto senza finire per snaturarlo?

Non siamo più nell’Ottocento, quando i mecenati pubblici o privati aprivano le porte delle loro collezioni ad una cerchia strettissima di amatori sicuramente preparati ed interessati. Oggi nei musei ci si trova di fronte a tutta una serie di problematiche, a partire dall’accoglienza di gruppi di visitatori sempre più numerosi che necessitano di una bella serie di servizi accessori (bookshop, caffè, deposito bagagli, servizi igienici, grandi biglietterie…), fino a questioni concettuali, collegate appunto alla scelta di cosa mostrare e di come mostrarlo.

Il rischio delle operazioni di allestimento contemporaneo nei musei di questo genere è quello che il contenitore, le luci e l’atmosfera arrivino a fagocitare il contenuto, o per dirla in modo semplice, che ci si perda negli effetti da teatro e si esca senza avere imparato molto a causa delle distrazioni indotte dall’allestimento. Al contrario, un’esposizione tradizionale risulta noiosa e poco accattivante, quindi il visitatore si annoia e attraversa le sale senza che la sua curiosità venga smossa.

Ecco, nel corso della visita al Museo Egizio di Torino ho riscontrato una piacevole via di mezzo tra i due estremi che ha portato ad un percorso ben strutturato e coinvolgente, dove le didascalie sono equilibrate rispetto al materiale esposto. Per gli amanti del genere, l’audioguida è consegnata gratuitamente insieme al biglietto d’ingresso, quindi è molto difficile uscire senza conoscere cose nuove.

Ma in cosa consiste questo nuovo allestimento?
Il progetto del nuovo allestimento con l'ingresso sotterraneo sotto il cortile e la scala mobile che permette di organizzare il percorso.
Il progetto del nuovo allestimento con l’ingresso sotterraneo sotto il cortile interno e la scala mobile che permette di organizzare il percorso.

Innanzitutto, è stato creato uno spazio sotterraneo in corrispondenza del cortile interno per alloggiare i servizi accessori citati sopra in un ambiente su misura, poi ci si è concentrati nella creazione di un itinerario dall’alto verso il basso che guida il visitatore in ordine cronologico attraverso le principali fasi della civiltà egizia.

Ogni epoca ha le sue stanze dove sono ricostruite tombe a altri spazi così come sono stati scoperti dagli archeologi, utilizzando in alcuni casi anche il potente mezzo dei rendering tridimensionali per ricostruire sepolcri, affreschi e decorazioni. Si fornisce quindi un quadro completo non soltanto delle opere esposte ma anche delle campagne di ritrovamento, descrivendo ed evocando anche l’architettura delle tombe da cui proviene il materiale. Infine, quando ormai il visitatore ha sviluppato una certa conoscenza delle varie dinastie, delle influenze ellenistiche e romane, della valle delle regine e delle mummie, ecco che l’ultima sala abbandona il rigoroso intento didattico per stupire l’osservatore e risvegliare l’ammirazione per la grandezza della civiltà egizia. In una grande sala piuttosto buia e ricca di specchi, sono collocate divinamente imponenti statue di uomini, divinità e sfingi, illuminate in maniera sapiente e spettrale, così da impressionare ed alimentare quell’idea di lusso sfrenato che tutti associamo agli antichi egizi.

Per concludere, allego una serie di fotografie che secondo me rendono l’idea, un po’ scattate da me e un po’ trovate su internet, e consiglio a chi ne ha la possibilità di andare al museo egizio di Torino per trascorrere un pomeriggio diverso dagli altri, perdendosi nelle meraviglie di un popolo affascinante e misterioso, lontanissimo nella storia eppure in qualche modo vicino.