Giorgio de Chirico e la sua incredibile maniera di dipingere l’Italia

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Giorgio De Chirico, L’enigma dell’arrivo

Avete presente i centri storici delle nostre città, piccoli o grandi che siano? Ricordate quei momenti la mattina presto oppure prima del tramonto in cui sembrano assopite e più eterne che mai? Ecco, è in questi momenti che a me viene in mente la pittura metafisica di Giogio de Chirico. Sarà che Torino, metropoli geometrica, ordinata e irreale, si presta particolarmente bene al paragone con tutti i suoi portici e gli edifici modulari, avete presente?

Qualche tempo fa ho iniziato a parlare di pittura metafisica (te lo sei perso? Ecco il link all’articolo: Un amore metafisico), così oggi ho voglia di portare finalmente avanti il mio discorso.

Raccontare di Italia e di metafisica per me equivale a raccontare di Giorgio de Chirico, non solo perché si tratta del fondatore di questo movimento, ma soprattutto per il fatto che in molte delle sue opere si dedica alla riproduzione delle nostre città, raccontate ovviamente utilizzando quel linguaggio enigmatico e misterioso che ci affascina tanto.

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Giorgio de Chirico, Meditazione autunnale.

In effetti chiunque di fronte a un quadro di questo genere probabilmente si emoziona, percependo un senso di incanto e disincanto (perdonate il gioco di parole), rimanendo in dubbio su quello che vede. Quello che risulta più complicato è capire da cosa siano originate queste sensazioni, da cosa derivino quella ricercatezza e quella raffinatezza che sembrano irraggiungibili se ci si limita a guardare soltanto le pennellate scarne e le grandi campiture semplici e quasi banali (se viste nell’ottica di quello che nei primi anni del Novecento succede alla pittura).

Ecco, nel momento in cui ci si chiede l’origine dell’aura metafisica si comprende già che questo movimento è molto intellettuale e studiato, dietro la semplicità apparente.

Per capire i richiami all’Italia, i significati nascosti e le composizioni occorre rispolverare la tradizione pittorica del nostro Paese e insieme perdersi dietro i deliri filosofici di gente del calibro di Friedrich Nietzsche, capaci di mettere il dubbio il senso stesso della vita.


Le piazze d’Italia

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Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia.

Esiste effettivamente un tema ricorrente nelle opere di De Chirico, quello della piazza d’Italia. Si tratta di quel luogo metafisico in cui le prospettive rinascimentali convivono con  l’atmosfera del presente e con statue classicheggianti e abbandonate, ormai quasi dimenticate.

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Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti. (con Ferrara nello sfondo)

Così, di fronte a noi si aprono scenari che partono da luoghi realmente esistenti, come Ferrara in primis ma anche Roma o Firenze, destinati a diventare qualcosa di più. C’è un’atmosfera di sogno e disincanto allo stesso tempo, l’esito di una ricerca intellettuale che utilizza le regole geometriche, compositive e prospettiche della tradizione italiana a proprio vantaggio.

In questo modo l’orizzonte pare infinitamente lontano, vuoto e desolante, mentre le statue perdono la loro umanità e i luoghi rimangono ostinatamente inanimati.

Allora guardiamo questi quadri più attentamente, alla ricerca di due persone che parlano tra loro o di una bandiera mossa dal vento, soltanto per assicurarci di non essere prigionieri in un eterno immobilismo.

(E in questo senso non mi riferisco soltanto alle piazze d’Italia dei quadri di Giorgio de Chirico.)


In conclusione, vi voglio ancora dire che non dobbiamo limitarci ad osservare la tristezza nelle opere di De Chirico, ma piuttosto ricordare il fatto che sono lo specchio del periodo storico in cui l’artista ha vissuto. Dopotutto erano gli anni del Fascismo, della prima e della seconda guerra mondiale, quindi niente di troppo allegro o stimolante. Anche il mondo della cultura risenta di un panorama fatto soltanto di propaganda e restrizioni alla libertà personale.

Credo che il mondo rarefatto e senza tempo di questi panorami sia una sorta di rifugio ed insieme un modo sottile di polemizzare con un sistema politico che della rigidezza ha fatto il suo baluardo. De Chirico vuole ricordare l’Italia di cui andare fieri e arrivare ad un punto di rottura, in un’armonia che, come dicevo, crea una somma di incanto e disincanto.

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Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia.
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Giorgio de Chirico, La Torre rossa.
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L’importanza del sogno

Credo nella fantasia e ancora di più credo nell’ispirazione. 

Ammiro le illusioni che il nostro cervello ricrea senza sosta ogni notte, mettendo abilmente in scena le paure, le speranze e le ossessioni più nascoste. Ecco, sono convinta che ogni tanto i nostri neuroni si divertano a riproporre qualche sorpresa anche quando siamo svegli, forse per addolcire una realtà monotona o forse perché il mondo intorno è tanto grigio da rendere necessaria l’esistenza dei sogni ad occhi aperti.

So che quello dell’inconscio e del sogno è ormai un tema inflazionato, visto che se ne parla da almeno un secolo e che si sono spese migliaia di parole, da Freud in poi, eppure ancora ammiro gli artisti che hanno saputo fare del sogno il loro cavallo di battaglia e il loro lessico privilegiato.

Salvador Dalì, La tentazione di Sant'Antonio.
Salvador Dalì, La tentazione di Sant’Antonio.

Quello di Salvador Dalì (l’opera completa) è stato uno dei primi libri d’arte formato XXL che ho posseduto, anche se è da molto che non lo sfoglio, proprio perché il fascino dei surrealisti è qualcosa di passeggero e altalenante. A volte in questi anni mi ha stufato, forse perché dimenticavo quello che c’è dietro questi quadri così bizzarri, la cultura e la storia che si racconta dietro la tela. Non esiste un movimento senza il periodo storico in cui si inserisce, quindi non avrebbero senso i surrealisti senza l’inizio del Novecento, senza le porte spalancate dalle avanguardie e senza gli orrori della guerra.

Perché alla fine io credo nel sogno ma anche nella cultura, perché la percezione di sé e del mondo reale che ci circonda, senza ricorrere a paradisi artificiali o fantastici, deve necessariamente porsi come base per la creazione.

In effetti, per cavarmela con un eufemismo posso affermare che il secolo breve non è iniziato nel migliore dei modi: le aspettative positiviste sono venute meno, le politiche di potenza hanno avuto la meglio e per coronare il tutto la prima guerra mondiale ha dato una bella bastonata a quello che rimaneva. Così l’uomo del Novecento sta come d’autunno sugli alberi le foglie, perché si rende conto che le sue certezze sono un castello di carte e che il mondo oltre a non avere un senso a volte sa anche essere crudele.

Per tutti questi motivi non deve stupire il cambio di direzione a cui si assiste nell’arte e nella letteratura, dove si abbandona il legame con la realtà esterna  per rifugiarsi all’interno di se stessi ed indagare oltre l’inconscio, verso la profondità più remota e l’immaginazione, raggiungendo il sogno, per l’appunto.

E quali vette si raggiungono?

Non bastano poche righe per parlarne, quindi credo proprio che questa sarà una settimana surrealista, per chi fosse interessato.


Se siete interessati a questo tema, non dimenticatevi degli altri post della settimana surrealista: Esplorando le illusioni di René MagritteSmarrendosi nel labirinto di pensieri di Salvador Dalì Sulle tracce di Joan Mirò, sognatore per eccellenza. Buona lettura!

Cosa rimarrà del nostro mondo?

Arianna Senore, Torino Porta Nuova, pantone & china
Arianna Senore, Torino Porta Nuova, pantone & china

Per quanto possiamo darci da fare, noi vedremo sempre l’età classica come qualcosa di affascinante e troneggiante, ma allo stesso tempo malinconico e un po’ sbrecciato. Possiamo vedere centomila ricostruzioni dei templi con i loro colori assurdi, osservarne ogni dettaglio rifinito, però a livello inconscio i templi rimangono per noi candidi e solenni, abbandonati e misteriosi. Così anche le statue, ci sembrano così ideali e trascendenti, ma se avessero ancora gli occhi di vetro e le tinte sgargianti?

L’idea di romanità che abbiamo è frutto della decadenza. Che ci parla poi del mondo com’era davvero? Leggiamo gli antichi, cerchiamo di farci un’idea dalle commedie e dalle poesie, ma non ricostruiremo mai come fosse alzarsi al mattino per una cultura così diversa dalla nostra. Chi ci spiega com’era una battaglia o cosa fossero davvero i riti religiosi?

Lo stesso vale anche per il Medio Evo, se ci pensate. Per noi è impossibile immaginare l’intera Sicilia conquistata da 160 cavalieri, o la gente che moriva a quarant’anni ed era già vecchia. Per noi il Medioevo è fatto di briganti come Robin Hood, di cattedrali gotiche e di castelli.

Allora mi chiedo come appariremo noi fra centinaia o migliaia di anni, quando le radici delle piante avranno sbriciolato il cemento con cui abbiamo soffocato il mondo. Forse ci sarà stato un altro medio evo, un’età buia, capitano periodicamente, e magari ci saranno meno persone. Così, le nostre città saranno rimaste abbandonate. Cosa rimarrà dei nostri grattacieli, di tutte le strutture futuriste di cui ci sentiamo così fieri? Una volta caduti i vetri, appariranno come colossali griglie d’acciaio arrugginito che si spingono verso l’alto disperatamente, sostegni di piante rampicanti che contribuiranno a farle crollare gradualmente.

E in mezzo a questo sfacelo, a tutte queste rovine, oltre ai gatti randagi resteranno le strade, gli aeroporti e le stazioni, enormi, a presidio dell’abbandono. Senza più macchine, i viadotti autostradali diventeranno il simbolo e la spina dorsale di quella che i posteri potranno definire l’età dell’illusione, il momento in cui l’umanità intera si è comportata come Icaro, avvicinandosi tanto al sole da finire per perdere tutto. Penso proprio che ci ricorderanno come gli illusi che hanno inseguito il progresso come una chimera. 

Scavando tra le rovine, troveranno ogni tanto i resti di cd, di film, e soprattutto di milioni immagini e fotografie, e si domanderanno quanto per noi fosse schiacciante il terrore di essere dimenticati. Diventeremo così un mito malinconico e un po’ patetico, vicini nella memoria a Ulisse che era andato oltre le Colonne d’Ercole. Già, saremo un mito visibile nelle piglie delle autostrade disegnate dai graffiti, nelle automobili che saranno ormai un vecchio ricordo.

Che umanità buffa ha popolato il mondo, diranno. E forse troveranno qualche nome proprio da far diventare un eroe, oppure il personaggio di una nuova tragedia. Che personaggio triste quella Arianna, ad esempio, perseguitata dalla solitudine in un mondo con sette miliardi di persone, ossessionata dall’insoddisfazione nell’età in cui ogni sogno è realizzabile.

Forse, ora che ci penso, le religioni non sono altro che le ultime tracce di popolazioni così antiche da non averne più memoria. Forse gli Dei dell’Olimpo sono i personaggi mitizzati di un’intera umanità che un tempo popolava la Terra. E magari noi, ignari di tutto, un giorno finiremo per confluire in una nuova mitologia fatta di divinità prodigiose, di individui che conoscono ogni segreto della scienza e della tecnica e che proprio a causa di ciò sono travolti da un’inevitabile decadenza.

Saranno la conoscenza ed il potere i pomi della discordia di questi sciocchi dei. E forse alcuni Dei saranno proprio come noi due, persi in questo tempo, distratti da un bagliore più lontano, affascinati da questa decadenza di fronte alla quale siamo meno inconsapevoli di altri.