Chi non muore (fortunatamente) si rivede

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Miei cari amici, sono tornata!

Se siete abituati a passare ogni tanto da queste parti per una visita, vi sarete sicuramente accorti che manco da un po’. Vi chiedo scusa se avete sperato invano di leggere qualcosa di nuovo, ma di questi tempi ho avuto un po’ troppe cose per la testa (malefiche faccende da adulti!), tanto da sospendere per un po’ l’amena attività da blogger.

Eppure mi è mancato molto tutto questo, ci credete?

Mi siete mancati voi e mi è mancata la mia migliore scusa per pensare all’arte e alla bellezza. Quest’angolino di web è diventato importante, giorno dopo giorno, non so se immaginate che tristezza sia doverlo trascurare! Ma ora sono di nuovo qui: ho in mente qualche novità e tante belle cose da raccontarvi, quindi vi invito a non perdere i prossimi articoli. Intanto colgo l’occasione per ringraziarvi se, nonostante la mia assenza, voi siete ancora qui.


E se invece vi chiedete il significato della fotografia che ho scelto per oggi, vi posso dire che fa parte del minivideo che ho prodotto (vincendo un bel po’ di timidezza) per pubblicizzare la mostra “Facce da Blogger” che si terrà tra maggio e giugno a Rivarolo Canavese (TO) presso la Galleria Areacreativa42

Se sarete di passaggio, consideratevi tutti invitati a vedere un po’ di ritratti di blogger sparsi per l’Italia, ripresi dalla bravissima fotografa Elena Datrino. Tra gli altri troverete anche il mio, realizzato lo scorso anno all’Affordable Art Fair di Milano, visibile qui: Affordable Art Fair Milano: giornata surreale in un clima molto pop o qui: La mia faccia da blogger.

Vi aggiornerò al più presto per altri dettagli e forse avrò anche il coraggio di pubblicare il mio minivideo. Nel frattempo, a presto a ancora grazie di tutto 🙂

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Fortunato chi trova un Caravaggio in soffitta

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Ci credete? Da qualche parte per Tolosa c’è una perdita d’acqua in un sottotetto e quello che salta fuori è un (presunto) Caravaggio nascosto in un’intercapedine della soffitta!

I fatti sono del 2014, ma è solo ieri che il dipinto, una seconda versione di Giuditta e Oloferne, è stato presentato ufficialmente, con tanto di critici che ne hanno sostenuto l’autenticità e stimato il valore a circa 120 milioni di euro. Ora gli studiosi hanno un limite di circa trenta mesi per studiarlo in maniera più accurata, dopodiché sarà possibile venderlo. E tra gli interessati spicca già il museo del Louvre, cosa che personalmente gradisco molto: meglio un’istituzione culturale che possiede altri tre dipinti di Michelangelo Merisi che qualche odioso riccone che lo vuole solo per il prestigio.


In ogni caso non sono qui per parlarvi dei fatti, che si possono leggere un po’ ovunque sul web, ma per confessare che questa scoperta mi ha molto emozionato, così tanto da interrompere questo periodo di silenzio stampa causato dai troppi impegni.

Non saprei spiegare il motivo, ma è da ieri mattina che se penso a questo nuovo quadro mi vengono i brividi. Ovviamente la prima ragione è che sono un grandissima ammiratrice di Caravaggio, come forse alcuni di voi sapranno già. La seconda causa credo sia la curiosità.

Sono stata curiosa per tutto il giorno di vedere le immagini da vicino, sono curiosa della storia del ritrovamento e vorrei essere in grado di capire se è autentico oppure si tratta di una burla. Le opinioni degli studiosi e dei meno studiosi si sono scatenate in questi giorni, così anche io mi sento autorizzata a dire la mia, un punto di vista che forse più che tutto si basa sull’istinto.

Per prima cosa, i fatti. L’esistenza di questa tela finora sconosciuta è in un certo senso provata dalla presenza di un dipinto di un suo emulatore, un tale Louis Finson, che nei primi anni del Seicento si dilettava a copiare Caravaggio ed era stato in Italia. Se si comparano i due lavori, è facile immaginare come l’opera ritrovata sia stata di ispirazione per la seconda.

Un ulteriore confronto deve essere fatto con l’altra Giuditta di Caravaggio, un capolavoro che probabilmente tutti avrete in mente ma che in ogni caso riporto qui in basso.

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Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Giuditta che taglia la testa a Oloferne.

Che cosa vi colpisce? Per prima cosa io noto le somiglianze, il drappeggio in alto, l’orecchino di Giuditta e la scelta dei personaggi.

Eppure quelle che saltano maggiormente agli occhi sono le differenze. Mi sembra di vedere le stesse diversità che ci sono nelle due versioni della Cena in Emmaus (che più o meno corrisponderebbero cronologicamente alle due Giuditte), dove si ha la prova di come pochi anni possano avere cambiato la pittura.

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, le due versioni de “La cena in Emmaus”.

In entrambi i casi abbiamo una seconda opera più minimalista, essenziale, cupa e riflessiva della prima. Vengono abbandonate le luci forti in favore di una penombra, così come i personaggi non sono più attori ma veri e propri uomini con un’interiorità più profonda.

Purtroppocaravaggio-giuditta-oloferne-ritrovato-tolosa3 non ho le competenze per esprimere un’opinione scientifica a proposito dell’autenticità di questa scoperta, ma quello che posso dire è che l’atmosfera magica di della scena rende il dipinto opera di un grande artista.

Forse è stato Caravaggio o forse un suo emulatore molto in gamba, ma io nel volto di Giuditta vedo ancora i tratti della modella preferita di Michelangelo Merisi, una bellezza ormai appesantita da qualche anno in più, dalla solennità del momento e forse da qualche altro particolare più personale che non sapremo mai. Ed è proprio questo ritratto che mi commuove e soprattutto mi convince, nonostante l’apparente singolarità.
Ci vuole coraggio a rendere in questa forma l’eroina biblica, trasformata da una giovane regina vittoriosa a una pensosa donna matura vestita a lutto, e devo dire che il coraggio a Caravaggio non credo sia mai mancato. Basta in questo senso vedere la sua versione de La Morte della Vergine, al tempo considerata scandolosa perché ispirata da un vero cadavere affogato che l’artista aveva visto!


Detto questo, preferisco fermarmi per non esagerare nelle congetture, lasciando spazio anche a qualcun altro. Sono curiosa di sapere cosa ne pensate voi! 

In basso allego anche il link all’articolo di Le Monde relativo a questa scoperta, che per me è stata la lettura più approfondita sull’argomento, insieme a un video che permette di scorgere qualche dettaglio in più!

http://www.lemonde.fr/arts/article/2016/04/12/un-caravage-a-t-il-ete-decouvert-dans-un-grenier-en-france_4900222_1655012.html

5 modi per vivere da turisti nella propria città

torino turistica2La città non è soltanto il luogo trafficato che affrontiamo tutti i giorni: allo stesso tempo è la meta di turisti che nella macchina a fianco non notano nemmeno la strada congestionata, distratti dalle sagome degli edifici e dalla bellezza di alcuni scorci che noi non vediamo nemmeno più. Oltre la stanchezza e la banalità della routine si apre il paese delle meraviglie, originato dall’insieme dei dettagli che trascuriamo troppo spesso.

Allora sapete qual è il consiglio che io vorrei dare a tutti per vivere meglio anche senza l’idea un viaggio fantastico dietro l’angolo? Io sostengo che bisogna prendersi dei momenti per dedicarsi a vivere la propria città da turisti, ovvero con la meraviglia nello sguardo.

Quindi ecco i miei migliori suggerimenti, proprio in questo periodo in cui li ho sperimentati dopo un tempo in cui avevo trascurato troppo la mia bella Torino, che tra l’inverno e la primavera è super affascinante.

torino turistica


#1 Stare seduti da qualche parte mangiando qualcosa di buono e osservando la città

A volte per sentirsi in vacanza basta sedersi a bere qualcosa in un caffè storico oppure affacciati su qualche bella piazza, mettendo per qualche attimo via il lavoro e i pensieri, trovando il tempo per leggere, disegnare, chiacchierare con qualche vecchio amico o semplicemente osservare il panorama. Ogni tanto è bello concedersi una colazione prima di partire in quarta, oppure anche solo guardare la gente da una panchina.

Ci sono dei luoghi a Torino che per me hanno un fascino speciale e mi ricordano altri luoghi o altri momenti, come il lungo Po con le gabbianelle che volano dappertutto, la scala di Palazzo Madama e una decina di bar sparpagliati per la città. Vale lo stesso anche per voi?


#2 Partecipare a tours o visite organizzate un po’ sopra le righe

Credo che in molte delle nostre città esista la possibilità di partecipare a tours, magari serali, che raccontano le curiosità del luogo ai suoi abitanti. 

Sono sempre stata un po’ scettica, ma una serata nei meandri della “Torino Sotterranea” mi ha fatto cambiare idea, visto che ho avuto l’opportunità di intrufolarmi in luoghi sconosciuti e inaccessibili, il tutto immerso in un’atmosfera di mistero. Dai cunicoli delle fortificazioni seicentesche alle regie ghiacciaie, passando per un cimitero e per gli infernotti della città. Consiglio a tutti i torinesi e non solo di regalarsi quest’esperienza!

Ci sono tours altrettanto interessanti e curiosi anche nelle vostre città? Sono molto curiosa di saperlo, visto che sono sempre alla ricerca della prossima meta!


#3 Scegliere un pomeriggio apposta per passeggiare senza meta (magari con la macchina fotografica al collo!)

Questa, tra tutte, è forse la mia attività preferita da finta turista. Volete sapere nel dettaglio come funziona? Eccovi serviti.

Si parte da foto, aneddoti o letture che mostrano aspetti o punti di Torino sconosciuti che sembrano abbastanza interessanti da incuriosirmi, poi passo ad un’ispezione dettagliata su Google Earth. Qui vedo se il tessuto del quartiere mi ispira, infine cerco possibili collegamenti con altri luoghi panoramici, fino a trovare il primo momento libero per partire. 

Spesso poi da un posto finisco all’altro, fino a camminare per chilometri e chilometri, fotografando tutto quello che mi interessa senza vergogna.

Succede anche a voi o sono l’unica così originale? (Per non dire di peggio!)


#4 Guardare un film ambientato nella propria città

Consiglio perfetto per i giorni di pioggia.

Certi film hanno il potere di mostrare un lato diverso delle città rispetto a quello che siamo abituati a vedere, regalandoci l’impressione di una personalità per quella che può essere una musa un po’ inconsueta. Non vi viene in mente Woody Allen con la sua New York?

A me è capitato nelle scorse settimane di rivedere Santa Maradona e Andata/Ritorno, entrambi film di Marco Ponti ambientati a Torino ormai circa 15 anni fa. Vi dirò che mi ha fatto una strana impressione vedere immortalati luoghi dove il tempo non è passato e punti che invece sono quasi irriconoscibili.


#5 Scoprire qualche mezzo pubblico panoramico e farci un bel giro sopra

Forse a questo punto penserete che sono pazza, ma vi confesso che a me piace da matti girare senza meta sui mezzi pubblici, soprattutto sui tram che attraversano il centro oppure quartieri interessanti dal punto di vista dell’architettura. 

Il mio preferito è il 16, un tram che viaggia in tondo intorno al centro di Torino, attraversando Piazza Vittorio e Porta Palazzo, costeggiando il Parco del Valentino e tutti i quartieri a metà tra il centro storico e la parte più contemporanea, in equilibrio tra Ottocento e Novecento per così dire.

Chissà se troverò qualche altro amatore dei mezzi pubblici!


Detto questo, spero di essere riuscita a incuriosirvi un po’ e mi chiedo quali siano invece i vostri modi per vivere da turisti la vostra città, se ne avete di particolari.

In ogni caso, vi invito ancora una volta a seguire i miei consigli e a farmi sapere se vi convincono!

Tutta l’arte è stata contemporanea

Riuscite ad immaginare che cosa possono avere in comune artisti e uomini diversissimi tra loro come Vincent Van Gogh, Pablo Picasso o Damien Hirst? 

Sicuramente tutti e tre hanno condiviso il peso degli occhi che per primi hanno guardato le loro opere, gli sguardi dei contemporanei che li hanno giudicati nel momento in cui non erano ancora sicuri dell’esito della loro ricerca.

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All art has been contemporary, installazione di Maurizio Nannucci in vari musei europei.

Se siete tra i migliaia di visitatori che hanno fatto la coda per entrare alla mostra su Monet organizzata dalla GAM di Torino, nell’attesa avete sicuramente letto questa scritta, appesa sulla sommità dell’edificio: ALL ART HAS BEEN CONTEMPORARY (tutta l’arte è stata contemporanea). Tutti gli artisti si sono dovuti confrontare prima di tutto con chi viveva nel loro stesso tempo e, pensandoci bene, questa è una delle poche cose che non cambierà mai.


Guardando il passato

In una direzione, questo pensiero mi sembra chiaro e semplice da seguire, non trovate?

Cercherò di spiegarmi meglio. Come ormai avrete intuito, il mio periodo preferito è quello delle Avanguardie, però vi confesso che riesco a sentire gli stessi brividi di fronte ad un bel volto di Caravaggio o di Giorgione, per fare due esempi. Credo proprio che, per imparare ad amare veramente i grandi del passato, sia importante arrivare coglierne la contemporaneità. Trovo incredibilmente affascinante l’idea di Leonardo da Vinci che andava in giro di notte alla ricerca di cadaveri da studiare, oppure di Caravaggio che prendeva per la strada i soggetti da trasformare in santi e religiosi, proprio perché sono cose che devono avere sconvolto il panorama in cui vivevano. Gli stessi impressionisti all’inizio sono stati criticati, perché i loro contemporanei non erano pronti a comprenderli.

L’arte che ha cambiato il mondo e il modo di vedere le cose quasi sempre al primo colpo è stata aspramente criticata e sicuramente non capita nella sua grandezza; in questo i migliori artisti hanno davvero saputo essere dei profeti.


Cercando di capire il presente

Ben più difficile è applicare questo discorso oggi.

Pensare che tutta l’arte è stata contemporanea vuol dire che non bisogna giudicare quello che viene creato oggi con i parametri del passato, anche se a volte ci piacerebbe di più. Non è facile, non credete?

Tuffarsi nella contemporaneità significa lasciare indietro i pregiudizi ed essere indulgenti con questi artisti che ce la mettono tutta per farsi vedere, che ne studiano di tutti i colori per dimostrare che esistono. Dopotutto, tra di loro deve necessariamente esserci qualcuno che potrà ambire all’eternità.

Intanto è giusto che sia così e che si sperimenti. Un artista per definizione esprime quello che sente, non deve essere convinto di stare scrivendo la storia: siamo noi che, girando per i musei e le mostre, dobbiamo arrivare a capire quello che ci emoziona.

Con questo discorso non voglio dire che non dobbiamo permetterci di criticare quello che vediamo; anzi, chi mi conosce sa che gran parte del mio stile di vita si basa sulla critica.

Credetemi se vi dico che sono la prima ad avere dei dubbi. Viviamo non soltanto in una foresta di simboli, come diceva Baudelaire, ma anche in un enorme labirinto di caos frammentato e multiforme. E forse soltanto accoglierlo e imparare a classificarlo ci permetterà alla fine di capire qualcosa, a noi che siamo curiosi e abbiamo sete di sapere più che ai critici che pensano semplicemente ai loro tornaconti.

Per concludere, vi dirò che forse quella che stiamo vivendo oggi è una vera e propria scommessa, sia per chi guarda sia per chi crea e che l’importante è trovare ogni tanto qualche cosa su cui puntare, anche se non sembra così facile.


Piccola nota sulla scritta “All art has been contemporary”

Si tratta di un’installazione dell’artista fiorentino Maurizio Nannucci, presente, in diverse versioni, non solo alla GAM di Torino ma anche in altri musei, come l’Altes Museum di Berlino. Ecco il link alla pagina del suo sito su questo argomento.

Christmas is coming!

Miei cari amici, finalmente si va in scena. Anche per voi è stato un dicembre fitto di impegni e dedicato alla ricerca dei regali e dello spirito  natalizio? Vi siete persi tra presepi e alberi da decorare, corse nei centri commerciali, operazioni di bricolage di prim’ordine e preparativi di ogni genere?

Sono sicura di sì e credo proprio che, come me, ora siate in trepidante attesa che la vera magia del Natale inizi.

Non so voi, ma io mi sento un po’ come Babbo Natale e le renne dopo che hanno finito il giro: ho proprio voglia di prendermi un po’ di riposo e mi sedermi ad una bella tavola accogliente.

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Edward Hopper, i Nottambuli in versione natalizia. Parodia di cui non ho trovato l’autore.

Ma prima di iniziare con i festeggiamenti, mi prendo un attimo per augurare a tutti un sereno Natale da trascorrere con le persone che più amate!

Tornerò presto a dilettarvi con le mie amenità, intanto mi prendo un po’ di vacanza e vi faccio ancora tanti auguri 😉

Il potere della cultura e i motivi che la rendono così spaventosa

Claude Monet, Rue de Montorgueil.
Claude Monet, Rue de Montorgueil.

Venerdì notte, mentre leggevo le prime e confuse notizie sugli attentati di Parigi, subito dopo il colpo al cuore che ho sentito ho pensato al valore simbolico del bersaglio scelto e al motivo della decisione di questi terroristi.

Oltre alla componente dovuta al passato coloniale dell’area del Maghreb, mi sembrava che l’intento potesse anche essere qualcos’altro.

Poi ieri, leggendo le rivendicazioni dell’Isis, ho avuto conferma delle mie ipotesi nelle loro parole:

“È la capitale dell’abominio e della perversione.”


Adesso sono passati un paio di giorni e molto è già stato scritto in merito: commenti intelligenti e commoventi e articoli informativi, insieme alle solite strumentalizzazioni degli avvoltoi che aspettano questi avvenimenti per fare audience o propaganda, su cui non intendo soffermarmi nonostante l’indignazione.

Insomma, la mia idea era quella non aumentare la mole di parole scritte, visto che non sono la più qualificata e che non è così pertinente con questo blog, però se penso a Parigi e a tutto quello che rappresenta per me e per tutti non riesco proprio a stare zitta.


Il potere della cultura

Quella che questi terroristi hanno definito capitale dell’abominio è in realtà il fulcro di tutto ciò di buono abbiamo noi occidentali. Siamo sicuramente un popolo con un sacco di ombre, però la libertà di pensiero e di espressione, insieme alla cultura e alla sua diffusione, sono la nostra grandezza.

Tutti noi possiamo scegliere di andare al cinema, di viaggiare, di leggere quello che vogliamo e di andare ai concerti oppure a teatro. Non ci rendiamo nemmeno più conto della fortuna che abbiamo quando possiamo scegliere di studiare e di avere un’identità culturale, che è la cosa più importante di tutte, persino più del petrolio inseguito da tutti in questa guerra frammentata che si sta consumando. La nostra cultura ci permette di non cadere vittime di ideologie estremiste che fanno leva sulla frustrazione e sulla povertà e di non generalizzare mai. Solo la cultura ci ricorda che siamo stati tutti degli immigrati, che l’Europa cristiana non è quella che ha massacrato gli Arabi nelle crociate. La cultura ci permette di non fare di tutta l’erba un fascio, di non iniziare a vedere ovunque dei nemici.

Siamo occidentali e siamo liberi di pensare, di vestire, di dire la nostra e di fare vignette satiriche, questo è quello che davvero fa paura. Ed è anche per questo che gli attentati di Parigi devono necessariamente far riflettere, visto che hanno colpito il simbolo della nostra cultura, una capitale dove le arti e le scienze proliferano, il simbolo di uno stato liberale e avanzato.

Credo che noi tutti dovremmo lottare per non cadere nel gorgo del sospetto e della diffidenza nei confronti di chi ci sta intorno, perché questa sarebbe la prima nostra sconfitta. Dovremmo combattere quello che sta succedendo documentandoci al meglio, usando la cultura che è la nostra arma più forte. Anziché perderci dietro ai video dei massacri forse dovremmo chiederci chi sono questi terroristi dell’Isis, cosa vogliono e chi li finanzia. Perché poi doveva essere proprio la Siria la polveriera? E cosa sta succedendo nel mondo arabo? Bene, per lo meno questo è quello che sto facendo io in queste giornate grigie.

Forse la cultura davvero ci potrebbe salvare da scelte più o meno stupide che prima o poi qualcuno cercherà di prendere al nostro posto, decisioni scellerate che in realtà è da anni che chi pretende di rappresentarci sta già compiendo, approfittando del nostro disinteresse.


Detto questo, mi scuso con tutti voi se sono stata prolissa e se mi sono lanciata in un campo che non è strettamente il mio. In ogni caso prometto che prossimamente tornerò su argomenti più lieti, riprendendo la serie dei “perché” che ho interrotto per questo disastro.

Elogio alla curiosità

Salvador Dalì, Sogno causato dal volo di un'ape.
Salvador Dalì, Sogno causato dal volo di un’ape.

Non ho mai capito il motivo per cui un sacco di gente vede nella curiosità qualcosa di negativo.

Sul serio, io credo invece che sia uno dei migliori motori per l’apprendimento delle nozioni e per lo sviluppo dell’interesse in quello che succede in questo maledetto mondo.

Ovviamente non mi riferisco al semplice gusto per il pettegolezzo, ma quella vocina che mi ronza in testa e che si chiede continuamente il perché di quello che vedo. La sentite anche voi? Ecco un esempio.

Perché mi ostino a dire che la curiosità è importante? E perché scriverlo in questo blog?

Per farla breve, come spesso sostengo io sono pienamente convinta che il desiderio di indagare sulle cose sia uno dei presupposti fondamentali per andare oltre a quello che ci propinano e per veramente arrivare a conoscere qualunque disciplina.

Questo discorso vale certamente anche per l’arte e per l’architettura, o per lo meno per me è stato così. Trovare sempre dei perché a cui rispondere è stato il modo migliore per imparare senza annoiarmi, per approfondire quello che studiavo e per fare miei dei concetti inizialmente più distanti. Cercare la storia dietro ai quadri, alle architetture o alle teorie è qualcosa che rende il tutto un po’ più divertente.

Perché Van Gogh si è tagliato un orecchio? E perché non ha mai venduto un quadro in vita sua?Perché la Gioconda è più importante di altre opere di Leonardo che a me magari piacciono anche di più? Perché i Romani creavano delle costruzioni così fenomenali e dopo di loro nel medioevo se le sono dimenticate? Perché Salvador Dalì si è messo a dipingere i suoi sogni e i suoi deliri?

Queste domande sono potenzialmente infinite, mentre la ricerca delle risposte è un processo stimolante che riserva sempre qualche sorpresa.

Si potrebbero impostare degli interi corsi di storia dell’arte alla ricerca dei perché più svariati tirati fuori degli studenti,  chissà, scommetto che salterebbe fuori qualcosa di interessante! Se penso a queste che sono le mie materie preferite, anche a me vengono in mente un sacco di domande che potrebbero alimentare una bella discussione, a voi non capita?


Proprio per questa ragione, credo proprio che nei prossimi giorni cercherò di rispondere a qualche perché: secondo me sarà un bello stimolo, spero che vi interesserà e che anche voi avrete qualche bella domanda da sottoporre 😉


Aggiornamento: Elenco dei perché de La Sottile Linea d’Ombra

La tempesta sta arrivando: storia di una fotografia

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Quando ho scelto di aprire questo blog non ho avuto il minimo dubbio sull’immagine che avrei scelto come simbolo, come personificazione di quella che per me è la sottile linea d’ombra.

Eppure non rappresenta niente di ciò di cui parlo, non è né arte né architettura. È un paesaggio fatto di oceano e cielo che mi fa intravedere quell’intensità che riescono ad avere i temporali al nord. 

Sono passati poco più di quattro anni ormai da quando mia sorella ed io abbiamo avuto la brillante idea di campeggiare sopra il circolo polare artico e per la precisione sulle norvegesi isole Lofoten, un angolo di paradiso sperduto nel nostro povero mondo. Quello riportato nella foto è stato il panorama che ci ha dato il benvenuto la prima sera sull’arcipelago, un’enorme nuvola carica di pioggia che velocissima si è divorata il cielo fino a un attimo prima azzurrissimo. 

A parte la sua storia che ha valore soltanto per noi due, quello che mi incanta di questo scatto è la netta divisione tra la luce e la tenebra. Ma perché sceglierla come simbolo?

Non si tratta soltanto di una questione di gusto o di estetica: per me il confine tra le nubi e il sereno simboleggia niente meno che la sottile linea d’ombra, il tuffo nel buio, nell’ignoto e nel difficile, quel salto che porterà ad un cielo più sereno, che permetterà di vedere il mondo con occhi più nuovi e più consapevoli. 

Mi ricorda che non siamo su questa terra per rovinare tutto, anche se sicuramente è la scelta più semplice: quello che dovremmo fare è prendere coscienza di ciò che nonostante tutto rende l’uomo grande e dargli spazio. Dovremmo riuscire a scegliere la bellezza, a superare la linea d’ombra costituita da tutte le immagini che ci vengono propinate ogni giorno e ad arrivare alla magia che regola le cose, a quello sprazzo di eternità che è visibile anche per mezzo dell’arte.

Mi sono allontanata dalla fotografia di cui avrei voluto parlare di più, ma in realtà mi sento ancora vicina, perché per me è il ricordo di un grande viaggio compiuto prima di tutto alla ricerca della bellezza. In conclusione, perdonate questo articolo un po’ sconclusionato; spero almeno di essere riuscita ad esprimere quello che ho in testa.

“Viva il tramonto e viva ora l’estate che ha portato l’estate”

Ferdinand Hodler, lo Jungfrau tra la nebbia.
Ferdinand Hodler, lo Jungfrau tra la nebbia.

Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad uno spettacolo davvero bello.

Erano circa le nove di sera e stavo andando in macchina dal mio innamorato. Ci separano circa venti chilometri di una statale quasi panoramica, in direzione ovest: verso il tramonto insomma,  tuffandosi nelle alpi.

Il tempo era perturbato, così i pendii e i prati che disegnavano l’orizzonte erano di un nero quasi blu, mentre il cielo era bassissimo, come un coperchio di nubi fosche e plumbee. Tra questi due strati scuri c’era una striscia di cielo chiarissima, tra il giallo e il rosa, che faceva risaltare le guglie e i picchi delle montagne, visibili in mezzo alle nebbie che correvano veloci.

Mi è sembrato di essere finita in un quadro romantico, così bello da non poter distogliere lo sguardo. Ho visto di fronte a me tutto il passaggio dai colori caldi fino al violetto e mi sono goduta lo spettacolo della sera che invadeva la valle.

Questi momenti mi fanno innamorare del mondo in cui viviamo. Mi sento parte di quella che è davvero una grande bellezza, vedo l’armonia nella geometria delle alpi, nei campanili che spuntano dalla campagna, nei paesi che si susseguono e negli alberi che dominano in mezzo ai campi. Ecco, in queste occasioni capisco che i paesaggi “rurali” (passatemi il termine) che caratterizzano la nostra Italia, seppure con infinite differenze, sono belli e degni di attenzione quanto le città che forse diamo per scontate.

Allo stesso tempo mi arrabbio con tutti coloro che continuamente cercano di distruggere il loro fascino, che gradualmente privano i nostri territori di quella magia che deriva da millenni di convivenza tra uomo e natura. Odio chi è disposto a vendere ciò che non gli appartiene per i suoi comodi e per ingrassare le sue tasche, disprezzo le persone senza scrupoli che hanno come unico obiettivo il loro benessere. (Dovete capirmi: vivendo in Valle di Susa sono particolarmente sensibile a queste tematiche…)

Quando però vedo uno spettacolo naturale così bello in fondo riesco a essere felice, perché fortunatamente esiste qualcosa di molto più forte di noi poveri umani, esiste la forza del mondo che ci circonda e continuerà a r-esistere anche quando noi non ci saremo più.

Detto questo, vi saluto con le parole del ritornello di una canzone che, anche se è un po’ sciocca e non la sento da una vita, è da ieri che mi rimane in mente (Occhi blu, di Tricarico).

Viva la vita, viva l’amore, viva il tuo sapore, / viva ogni istante e viva ogni momento e ogni passaggio / e ogni varco, ogni raggio, ogni soffio di vento, / viva anche l’inverno e viva il tramonto / e viva ora l’estate che ha portato l’estate / e viva l’immenso che mi porto dentro.

Quanto vale un’opera d’arte? Articolo in memoria dei Monuments Men

O, per meglio dire, cosa saremmo disposti a sacrificare per garantire la sopravvivenza dei beni che rappresentano in qualche modo la nostra cultura, insieme alle conquiste raggiunte dalle passate civiltà?
Un soldato americano osserva alcuni dei quadri nascosti dai tedeschi e ritrovati dagli alleati, 1945.
Un soldato americano osserva alcuni dei quadri nascosti dai tedeschi e ritrovati dagli alleati, 1945.

Domanda difficile, non è vero? Eppure ci sono state persone che nella seconda guerra mondiale hanno combattuto per salvare l’arte e l’architettura europea, ritenendola più importante della loro stessa vita.

Si tratta di un piccolo gruppo di curatori di musei, storici dell’arte, artisti e scultori, che si è trasformato in un battaglione dell’esercito con foulards di seta, occhiali di tartaruga, scarsa dimestichezza con le armi e divise cucite su misura. Sembra assurdo che di fronte agli orrori della guerra qualcuno abbia rischiato tanto, tuttavia che mondo sarebbe senza il sorriso della Gioconda oppure la cattedrale di Chartres, e con gli Uffizi e altri musei dello stesso calibro mezzi vuoti? Ma andrò con ordine.

Punto primo: di che sto parlando?

L’altro giorno ho visto, un po’ per caso, il film Monuments Men, diretto da George Clooney nel 2014 e basato su una storia vera, raccontata nel libro Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia, scritto da Robert M. Edsel nel 2009.

Racconta proprio di una serie di uomini di cultura americani e inglesi che, durante la seconda guerra mondiale, non riescono ad assistere a massacri operati dagli Alleati come il bombardamento di Montecassino, decidendo di prendere parte al conflitto per assicurarsi che i beni culturali più importanti vengano risparmiati. Una volta in Europa, si rendono conto che i Nazisti stanno operando il saccheggio sistematico di tutte le più importanti opere d’arte d’Europa, con il fine di creare un immenso “Museo del Führer” nel paese natale di Hitler.

I veri Monuments Men e la loro trasposizione cinematografica.
I veri Monuments Men e la loro trasposizione cinematografica.
I veri Monuments Men.
I veri Monuments Men.

Per farla breve e per non rivelare troppi spoiler, di qui inizia una straordinaria caccia ad un tesoro composto da centinaia di migliaia di quadri e sculture trafugate, operata da soldati che vengono considerati di serie B, proprio perché l’esercito, di fronte alle perdite umane, non capisce l’importanza delle perdite dei beni culturali.

Punto secondo: perché consiglierei a tutti di vedere questo film?

La storia dei Monuments Men mi ha affascinato e soprattutto commosso infinitamente proprio per la riflessione intorno al valore delle opere d’arte. Per questi eroi americani, inglesi e anche francesi la cultura è talmente importante da scendere in guerra e da rischiare la propria vita senza esitazione. Quindi io mi chiedo se lo farei.

Chi sarebbe disposto ad oltrepassare l’oceano  ed infilarsi in una guerra sanguinosa e terribile per proteggere la cultura che identifica popoli e radici dell’uomo?

Il ritrovamento di un Manet trafugato dai nazisti in una miniera di sale tedesca, 1945.
Il ritrovamento di un Manet trafugato dai nazisti in una miniera di sale tedesca, 1945.

Credo che sia impossibile rispondere se non si è vissuta un’esperienza del genere, eppure anche oggi in alcune zone del Medio Oriente c’è chi bombarda e distrugge per divertimento delle opere che hanno un valore culturale importantissimo per tutta l’umanità. Proprio per questo sono convinta che oggi questo sia un film da vedere, perché mette l’accento su una questione quanto mai attuale.

Se poi per gli Alleati le opere d’arte hanno una tale importanza, non si può certo dire che per il regime nazista non sia la stessa cosa. Come mai Hitler, nel suo delirio di onnipotenza, investe tante energie nella raccolta di opere disseminate su tutto il territorio?

Il ritrovamento dell'autoritratto di Rembrandt sia nel film sia nella realtà.
Il ritrovamento dell’autoritratto di Rembrandt sia nel film sia nella realtà, 1945.

La risposta non può essere banalmente la sua predilezione per l’arte, ma va ricercata nel valore simbolico dei beni culturali. Chi possiede la Primavera di Botticelli possiede moralmente anche il popolo italiano, sancendo definitivamente la propria superiorità. Il museo del Führer sarebbe diventata la prova tangibile dell’influenza e del predominio tedesco su tutti gli altri Stati.

Ora che ci penso il valore delle opere d’arte è sempre più comprensibile. Ovviamente non si può contare meccanicamente, perché investe tutta la sfera delle emozioni e dei simboli di un popolo o di una civiltà intera.

Dopo tutte queste parole, una domanda sorge spontanea: in mezzo a tutto questo sfacelo, noi italiani che facevamo? Non temete, lo scoprirete tra pochi giorni nel prossimo articolo. Spero che vi interessi! ellingen_custom-2618b21afb75630fe277bb3b9c3af15923d65469-s6-c30

Quando il mondo era giovane e servivano ancora le Avanguardie

Vassily Kandinskij, Composition 6.
Vassily Kandinskij, Composition 6.

Se voglio parlare della linea d’ombra nell’accezione più universale del termine, allora non posso che parlare delle Avanguardie, la prima risposta ad un universo in trasformazione, all’inizio del caos e della febbrilità che da allora caratterizza il nostro modo di vivere. In effetti nessuno più di questi geni ha saputo saltare in avanti e squarciare il tutt’altro che sottile velo di tenebra che li avrebbe separati da tutto ciò che è convenzionale, banale o già noto.

Se si pensa bene, cos’altro hanno in comune maestri del calibro di Schiele, Munch, Boccioni, Kandinskij o Braque, se non la loro insaziabile ricerca oltre al reale, per tendere all’assoluto?

Ovviamente non si può giustificare come una congiunzione astrale una tale concentrazione di talento in un così breve periodo storico, ma si deve sicuramente parlare delle nuove committenze borghesi, di ferventi movimenti culturali, della diffusione di discipline come la psicanalisi, e della sempre maggiore facilità di comunicazione in ogni angolo del globo. Rimane comunque il fatto che nessuno si sarebbe aspettato un esito del genere, un’esplosione tale di novità in tutta Europa, e lo si può capire da quanto fossero considerati scandalosi questi artisti, spesso ostacolati ed incompresi. Eppure grazie a loro si è generato un nuovo modo di intendere l’arte, una nuova sfida, ci si è avvicinato a una concezione che è quella di oggi.

Dichiarazione di intenti

Nel prossimo futuro voglio esplorare insieme a chi mi leggerà questo periodo così affascinante e seducente. Voglio conoscere, comunicare e vivere le impressioni, le conquiste e le lotte di questi artisti che mi fanno sempre innamorare di loro. Voglio anche immaginare i teatri di queste vite avventurose, i fulcri della cultura come Vienna, Parigi o Londra. Voglio parlare di chi amo, insomma.

Piccola nota polemica che non riesco a trattenere

E ora che questo mondo è invecchiato, dopo che il secolo breve ha scavato fosse e crateri sulla sua superficie meno liscia?

Io credo che ormai abbiano stufato coloro che si sforzano di ricercare stravaganze e forzate novità, perché essere un’avanguardia senza un esercito destinato a seguirti è insensato e futile. Ormai il mondo è stanco, forse sarebbe meglio riuscire a tirare le fila dell’immenso caos in cui siamo immersi, piuttosto che continuare a tendere all’entropia.

La bellezza del tempo vissuto in viaggio

Arianna Senore, i pomeriggi di un tempo al Monte dei Cappuccini.
Arianna Senore, i pomeriggi di un tempo al Monte dei Cappuccini.

Non sono forse i momenti migliori, più colorati nella nostra memoria, quelli vissuti da turisti?

Pensare ad una vecchia vacanza mi fa sempre sorridere, dimentico subito il freddo o il caldo eccessivo, la pioggia, il cibo a volte non ottimo, e stanze scadenti, le ore di coda oppure ogni genere di disavventura. Tutte queste impressioni svaniscono nell’esatto istante in cui varco la soglia di casa, che pure sono felice di rivedere, sia ben chiaro, ma che sicuramente non ha lo stesso fascino.

Il tempo vissuto altrove ha il meraviglioso sapore della libertà, non è scandito da monotoni orari, ma unicamente dalla sete di conoscenza e dalla curiosità senza freni. Mi basta essere in viaggio per diventare più serena, più felice e decisamente più accomodante.

Ecco, io credo di essere davvero felice nel momento in riesco a ritagliare anche solo una mezza giornata di questo clima vacanziero, anche dove vivo. Allora sia ode alla luce invernale e alle passeggiate per Torino: questa mattina per la prima volta da alcuni mesi che mi sono sembrati una vita ho girato per la città come una volta facevo spesso, senza meta, infilandomi in una mostra e guardando tutti i bar o gli angoli in cui è presente un ricordo.

Forse il valore aggiunto del tempo da turisti speso nella propria città sta nell’appartenenza ai luoghi che guardiamo sotto un’altra luce, nel legame sentimentale che proviamo con determinate panchine, monumenti, caffè o sponde del fiume, dove una volta riecheggiavano risate con chi forse non conosciamo nemmeno più. 

Sta nei profumi, nell’odore di fumo, nelle luci della sera e nel rumore delle foglie nei parchi.

In quale momento vi siete accorti di essere cresciuti?

Salvador Dalì, La persistenza della memoria.
Salvador Dalì, La persistenza della memoria.

Ho sempre pensato che quello della crescita fosse processo graduale e pertanto poco percepibile, diluito negli anni e nei momenti senza lasciare particolari tracce.

Al contrario, adesso sto cambiando idea. Accidenti, sono sempre più convinta che Conrad avesse regione, nel momento in cui ha teorizzato la questione:

I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima gioventù vivere in anticipo sui propri giorni, nella bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezione.

Uno chiude dietro di sé il cancelletto della fanciullezza – ed entra in un giardino incantato. Là persino le ombre rilucono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha un suo fascino. E non perché sia una terra tutta da scoprire. Si sa bene che l’umanità intera l’ha percorsa in folla. È la seduzione dell’esperienza universale, da cui ci si attende una sensazione singolare o personale: un po’ di se stessi.

Ecco questa è la giovinezza. Un flusso inarrestabile di novità, di nuove sensazioni, di scoperte, di vittorie e di sconfitte. Ma poi hanno inizio i momenti, e si intravide la ormai famosa linea d’ombra, l’attimo in cui ci si accorge di avere attraversato il confine delle prima (e vera) giovinezza.

Così io mi sono resa conto di averla appena attraversata, che tristezza!

Mi sono accorta di essere cresciuta nell’istante in cui ho capito che nella mia vita non avrei potuto fare tutto, che avevo compiuto senza accorgermi delle scelte che avrebbero condizionato il futuro. Fino a poco tempo fa pensavo che sarei riuscita ad essere un’artista, a girare il mondo, a trovare l’amore, a essere un architetto, una coltissima critica d’arte e una scrittrice. Adesso invece so che, avendo dato la priorità a determinate strade, ora alcune porte si chiuderanno. Le giornate durano soltanto ventiquattr’ore e per eccellere in un settore non basta l’ispirazione, e nemmeno l’intelligenza, ma ci vogliono pratica, esperienza e dedizione, e questo l’ho capito soltanto adesso che sono diventata una barbosissima adulta.

Cosa rimarrà del nostro mondo?

Arianna Senore, Torino Porta Nuova, pantone & china
Arianna Senore, Torino Porta Nuova, pantone & china

Per quanto possiamo darci da fare, noi vedremo sempre l’età classica come qualcosa di affascinante e troneggiante, ma allo stesso tempo malinconico e un po’ sbrecciato. Possiamo vedere centomila ricostruzioni dei templi con i loro colori assurdi, osservarne ogni dettaglio rifinito, però a livello inconscio i templi rimangono per noi candidi e solenni, abbandonati e misteriosi. Così anche le statue, ci sembrano così ideali e trascendenti, ma se avessero ancora gli occhi di vetro e le tinte sgargianti?

L’idea di romanità che abbiamo è frutto della decadenza. Che ci parla poi del mondo com’era davvero? Leggiamo gli antichi, cerchiamo di farci un’idea dalle commedie e dalle poesie, ma non ricostruiremo mai come fosse alzarsi al mattino per una cultura così diversa dalla nostra. Chi ci spiega com’era una battaglia o cosa fossero davvero i riti religiosi?

Lo stesso vale anche per il Medio Evo, se ci pensate. Per noi è impossibile immaginare l’intera Sicilia conquistata da 160 cavalieri, o la gente che moriva a quarant’anni ed era già vecchia. Per noi il Medioevo è fatto di briganti come Robin Hood, di cattedrali gotiche e di castelli.

Allora mi chiedo come appariremo noi fra centinaia o migliaia di anni, quando le radici delle piante avranno sbriciolato il cemento con cui abbiamo soffocato il mondo. Forse ci sarà stato un altro medio evo, un’età buia, capitano periodicamente, e magari ci saranno meno persone. Così, le nostre città saranno rimaste abbandonate. Cosa rimarrà dei nostri grattacieli, di tutte le strutture futuriste di cui ci sentiamo così fieri? Una volta caduti i vetri, appariranno come colossali griglie d’acciaio arrugginito che si spingono verso l’alto disperatamente, sostegni di piante rampicanti che contribuiranno a farle crollare gradualmente.

E in mezzo a questo sfacelo, a tutte queste rovine, oltre ai gatti randagi resteranno le strade, gli aeroporti e le stazioni, enormi, a presidio dell’abbandono. Senza più macchine, i viadotti autostradali diventeranno il simbolo e la spina dorsale di quella che i posteri potranno definire l’età dell’illusione, il momento in cui l’umanità intera si è comportata come Icaro, avvicinandosi tanto al sole da finire per perdere tutto. Penso proprio che ci ricorderanno come gli illusi che hanno inseguito il progresso come una chimera. 

Scavando tra le rovine, troveranno ogni tanto i resti di cd, di film, e soprattutto di milioni immagini e fotografie, e si domanderanno quanto per noi fosse schiacciante il terrore di essere dimenticati. Diventeremo così un mito malinconico e un po’ patetico, vicini nella memoria a Ulisse che era andato oltre le Colonne d’Ercole. Già, saremo un mito visibile nelle piglie delle autostrade disegnate dai graffiti, nelle automobili che saranno ormai un vecchio ricordo.

Che umanità buffa ha popolato il mondo, diranno. E forse troveranno qualche nome proprio da far diventare un eroe, oppure il personaggio di una nuova tragedia. Che personaggio triste quella Arianna, ad esempio, perseguitata dalla solitudine in un mondo con sette miliardi di persone, ossessionata dall’insoddisfazione nell’età in cui ogni sogno è realizzabile.

Forse, ora che ci penso, le religioni non sono altro che le ultime tracce di popolazioni così antiche da non averne più memoria. Forse gli Dei dell’Olimpo sono i personaggi mitizzati di un’intera umanità che un tempo popolava la Terra. E magari noi, ignari di tutto, un giorno finiremo per confluire in una nuova mitologia fatta di divinità prodigiose, di individui che conoscono ogni segreto della scienza e della tecnica e che proprio a causa di ciò sono travolti da un’inevitabile decadenza.

Saranno la conoscenza ed il potere i pomi della discordia di questi sciocchi dei. E forse alcuni Dei saranno proprio come noi due, persi in questo tempo, distratti da un bagliore più lontano, affascinati da questa decadenza di fronte alla quale siamo meno inconsapevoli di altri.

Io chi sono?

Che dire di me?

Arianna Senore, Lost in old memories, incisione calcografica.
Arianna Senore, Lost in old memories, incisione calcografica.

Ho ventiquattro anni, tre giorni fa ho superato l’esame di stato da architetto, finendo così finalmente di studiare, e attualmente ho un lavoro che mi soddisfa.

Proprio per queste ragioni oggi, che per la prima volta da anni mi sono svegliata senza niente da studiare, ho deciso che è arrivato il momento. È scattata l’ora di mettermi alla prova, di scommettere su me stessa non per disperazione ma per passione.

Voglio capire se per me esiste un solo percorso, quello che attualmente ho ben delineato e chiaro davanti, oppure se posso trovare anche altre strade, inesplorate e collegate al mondo dell’arte che ho sempre coltivato senza mostrare niente a nessuno.

Mi seguirete in questo tuffo oltre la sottile linea d’ombra, oltre il confine delle certezze? Cercherò di racchiudere il mio universo in queste pagine, di raccontarvi di me, delle mie opinioni e di raccontarvi le mie convinzioni. Sono in cerca di compagni per un viaggio immaginario ma allo stesso tempo reale, di amici a cui mostrarmi veramente.